May 18, 2009

I dimenticati della crisi

Filed under: Innovazione, Personaggi, Uncategorized — Paolo @ 10:23 am

Li si potrebbe definire i dimenticati della crisi. Sono i quadri medi aziendali che adesso si vengono a trovare tra l’incudine della recessione e il martello dei licenziamenti. Sono costretti ad implemetare decisioni aziendali che colpiscono la base occupazionale rendendoli impopolari con le maestranze e sono loro stessi bersaglio dei tagli occupazionali che si stanno abattendo sulle aziende. Non godono di nessuna simpatia e attragono strali che cadono sia dall’alto chee dal basso, dalla dirigenza aziendale e dagli operai.

Quadri Medi Aziendali, Tra l’Incudine e il Martello

by Tobruk, Flickr Creative Commons

Tempi duri per i dirigenti di medio livello delle aziende statunitensi. Se all’epoca dello scoppio della Nuova Economia, la crisi immediatamente precedente a  quella attuale, se la cavarono meglio dei quadri dirigenti adesso stanno subendo anche loro a migliaia la forca del licenziamento. Secondo  lo US Bureau of Labor Statistics in corporazioni come il Citi Group, la Bank of America e la Merril Lynch la percentuale dei quadri medi licenziati supererebbe già la soglia del 40 per cento e quando si tratta di dirigenti di sesso femminile questa percentuale sale addirittura al 72 per cento. Anche Wal Mart, che pure continua a registrare un andamento positivo dei profitti ne sta licenziando a miglia, annunciando proprio in questi giorni che ne metterà sul lastrico altri 1500, sopratutto nei dipartimenti che gestiscono le relazioni con i produttori dei mercati emergenti. E le cose non vanno meglio in compagnie come Freddie Mac e Fannie Mae, che pure hanno ricevuto centinaia di miliardi di dollari di credito agevolato dalla Casa Bianca. Qui il numero dei quadri medi eliminati è così alto che gli operatori di Wall Street temono seriamente che le due compagnie non sarano più in grado di funzionare come dovrebbero e di conseguenza di  rimettersi in sesto. E se l’onta del licenziamento dei loro colleghi non bastava a creare un quadro futuro di incertezza occupazionale, quelli che rimangono devono anche fare fronte all’offesa delle riduzioni salariali—in media del 15 per cento—dell’abolizione dei contributi previdenziali e dell’eliminazione della mutua. Benefici questi sui quali i datori di lavoro americani, giustificati dalla necessità di ridurre le spese di gestione aziendale, ci hanno messo immediatamente una croce sopra.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Il New York Times recentemente riportava infatti che invece di aspettare il licenziamento molti quadri medi hanno deciso di puntare sull’indipendenza lavorativa fondando una compagnia in proprio, molto spesso in collaborazione con colleghi che provengono dalla stessa azienda.

April 21, 2009

Un sisma che si poteva prevedere?

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 10:07 pm

Si parla tanto della prevedibilita’ o meno dei terremoti e delle ipotesi avanzate a proposito del Radon che anche non scrivendo un blog generalistico mi sento obbligato a pubblicare una recente intervista che ho fatto a Ralph J. Archuleta, uno dei maggiori sismologi statunitensi, eccola di seguito.

Ralph J. Archuleta dirige lo Earth Science Department dell’università della California a Santa Barbara. Considerato uno dei maggiori esperti statunitensi di grandi terremoti—quelli della scala del sisma aquilano–ha appena ricevuto la Harry Fielding Reid Medal, un’encomio confertio dalla Società Sismologica Americana e che viene spesso paragonato al  Nobel della geologia. Lo abbiamo intervistato.

E’ vero che le mutazioni nelle concentrazioni di Radon presento in una certa regone possono predire l’avvento di un terremoto?

Quella del rapporto tra il Radon, anche delle variazioni delle sue qualità chimico-fisiche, e i terremoti è una teoria della quale si discute da anni. Qualcuno aveva sotenuto che anche nel caso di  Sichuan, in Cina, il terremoto era stato preceduto da un incremento delle emissioni radon e da un aumento della sua temperatura. Ora non dubito che i ricercatori che hanno sostenuto questa tesi—sia in Cina che in Italia—abbiano veramente rilevato un incremento delle concentrazioni del gas e registrato delle variazioni nel suo stato chimico-fiscio, ma queste variazioni da sole non bastano a provare che esiste veramente una relazione tra i due fenomeni.

Eppure sia in Cina che in Italia queste correlazioni sono state verificate.

Il fatto che queste relazioni si siano avverate in un paio di casi non significa certamente che si tratti di una legge universale.

Che intende dire?

Che se fosse vero si dovrebbe verificare un terremoto ogni volta che aumentano le concentrazioni di Radon di una certa regione, e in vece è vero proprio l’opposto. Nella maggioranza dei casi non succede proprio niente. Nessuno ne sente parlare perché è una dato che non fa notizia.

Non può esistere una relazione significativa dal punto di vista statistico?

Mi creda su questa teoria, a partire dagli anni settanta, negli USA ci hanno lavorato proprio tutti. Dall’Earth Survey dello US Geological Survey al Centro per lo Studio dei Terremoti di Menlo Park. Inoltre anche la California del Sud, dove si trova la mia università, è piena di Radon eppure non c’è mai stata una volta che l’aumento della sua concentrazione sia stata seguita da un terremoto. Adesso se esistesse una relazione statistica dovremmo essere in grado di codificarla in una formula precisa, che ne sò dovremmo riuscire a prevedere il 60, 40, 30 o anche 20 per cento dei terremoti e invece non ci riusciamo. A questa stessa conclusione sono arrivati anche scienziati come Tom Jordan dello US Geological Service e Bill Ellsworth dello US Geological Survey.

Non può essere che abbiate preso l’ipotesi sotto gamba, che l’abbiate definita prematuramente incorretta?

Quando si viene ai terremoti non ci possiamo permettere di ignorare nessuna ipotesi, anche la più bizzarra, i geologi le studiano proprio tutte con grande attenzione. Quella del Radon per esempio, prima di eliminarla a Menlo Park l’hanno studiata per un quindicennio, purtroppo è stato impossibile confermarla. Ma ci pensa lei che grande scoperta sarebbe se riuscissimo a prevedere i terremoti, anche se in maniera tenue e saltuaria, che ne sò solo nel dieci per cento dei casi. Il numero di vite che riusciremmo a salvare sarebbe grandissimo. Sarebbe come scoprire il Sacro Graal della Sismologia. Mi creda per adesso si possono solo osservare i trend e da quelli tentare di formulare delle proiezioni future.

April 19, 2009

La Terza Ondata

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 9:59 pm
William Dalton, Flickr-Creative Commons

William Dalton, Flickr-Creative Commons

Sto preparando una mostra sull’immigrazione italiana in California per il Museo Italo Americano di San Francisco. La mostra copre l’arco di tempo che va dal 1870 al presente, la mia co-curatrice è Paola Sensi-Isolani, una docente di letturatura italiana all’UC Irvine, e io mi interesso sopratutto della parte che va dal 1970 ad oggi. Nel condurre la ricerca necessaria a mettere assieme la mosta sono emersi immediatamente alcuni elementi interessanti.
A differenza degli immigrati italiani che sono arrivati nel resto delgi USA, quelli che sono arrivati in California, e particolarmente a pratire dal 1970, la Terza ondata la chiamo io , sono persone altamente istruite, visonari, gente che è arrivata in questa regione perchè avevano un progetto in testa, un’idea da realizzare, un sogno da concretizzare. Molto spesso tutte aspirazioni che hanno a che fare con la tecnologia, con la concezione di nuove vie e nuovi metodi  per soddisfare le necessità di crescita dell’umanità. Sono immigranti che sono arrivati qui nella stragrande maggioranza per scelta, non sarebbero mai andati da nessuna altra parte, perché si rendevano conto che questo, la California, la Greater Baya Area di San Francisco, era l’unico luogo al mondo dove avrebbero putoto realizzare la loro impresa. Non sarebbero mai andati in Germania, in Indilterra, Francia o anche Cina, perché quelle realtà non gli avrebbero mai fornito un ambiente così fertile per realizzare le loro aspirazionicome quello californiano . Non era quindi senza trepidazone che alle persone che farano parte della mostra pongo domande del tipo: ce la faranno la Cina e l’India a strappare il primato dell’innovazione alla Bay Area? La California è destinata ad essere superata da Kerala e Shanghai ?
Ho posto di recenta queste domande a Federico Rampini e Alberto Sangiovanni Vincentelli, due immigrati italiani arrivati in California dopo il 1970, due professionisti prestigiosi, due osservatori credibili che in virtù delle loro attività hanno una familiarità quotidiana sia con la Cina e l’India che coll’universo della tecnologia, il mondo dell’economia, quello delle lettere e quello della ricerca scientifica. Da ambedue ho ricevuto un netto no. Sono ambedue convinti che a dispetto del fatto che i due giganti asiatici diventeranno in futuro delle potenze planetarie, il primato dell’innovazione resterà in California e nello specifico nella Bay Area di San Francisco, e non solo perché in questa regione si realizza la convergenza, unica al mondo, tra capitali di ventura, finanziamenti bancari, industrie leader nel settore nel quale operano, istituzioni accademiche di rilevanza planetaria e un melting pot che rappresenta tutti i colori e le razze del mondo. No, secondo loro lo spartiacque sta proprio nella mentalità dell’innovazione presente in questa regione. Qui la gente, come accadde a grandi pensatori come Galileo e Einstein prima di loro, non si accontenta di accettare che le cose debbano essere fatte come le si sono sempre fatte. Qui la gente cerca sempre un modo milgiore di fare una cosa, anche quando non c’è nessun problema con come la si faceva prima di innovarla, o se in apparenza non c’è nessuna necessità di innovarla. Vincentelli, in particolare, mi diceva che questa determinazione a migliorarsi costantemente adesso sembra che sia presente anche tra i giovani italiani, almeno tra quelli che arrivano in California–e sono tantissimi. E così non si può far altro che rilevare che la tradizione continua. Gli Italianexers si spingono pure loro in territori inesplorati animati dalla voglia di fare meglio e non solo per sé stessi ma per la società tutta, speriamo che il vento di questo rinnovamento arrivi presto anche in Italia.

March 25, 2009

Le rondini, la primavera e il G20

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 11:32 pm

Una rondine da sola non fa mai primavera, ma le notizie che arrivano dal fronte economico danno l’impressione che le cose si stiano muovendo veramente. Le vendite immobiliari sono in salita, gli ordini dei beni di lunga durata pure e le borse, dal Nikkei a Wall Street, sono di nuovo in salita e il credito si sta scongelando. Anche l’Europa si accorge che poi le possibilità di uscire vincente dalla crisi non mancano. Le cose sembrano andare così bene che anche Obama, che quando si viene alla gestione dell’economia ha adottato il dualismo gramsciano del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà, si lascia andare ad entusiasmi mal contenuti. Ma come dicevo una rondine non fa primavera:

La disoccupazione continua a crescere. In Cina in maniera mostruosa, in Giappone in maniera preoccupante e negli USA si avvia a superare i livelli europei.

Il mercato della casa continua a crollare, l’aumento delle vendite dell’ultimo mese è spiegato proprio dal fatto che i prezzi stanno raschiando il fondo del barile.

Le banche continuano a fallire e a manipolare i tassi di interesse dei loro prestiti.

E quelli che avevano contribuito in maniera determinante alla formazione della bolla e al suo susseguente scoppio, come i broker immobiliari, gli hedge fund e le private equity, adesso sono posizionati in maniera da profittare immensamente dalla vendita degli assetti tossici che avevano contribuito a creare e commercializzare.

Ciò detto bisogna riconoscere che il rischio d’una seconda grande depressione si sta lentamente dissipando. Ma bisogna far fronte a nuovi problemi, inaspettati, sopratutto quando si tratta di arginare le spinte nazionalistiche e protezionistiche. In questa direzione il G20 di Londra potrebbe segnare un punto di non ritorno sia in senso positivo che negativo. In positivo, si rendono tutti conto che questa è un’ottima occasione per muoversi veramente verso una civilità globale e allora si adottano misure economiche coordinate. In negativo perchè le recriminazioni, come quelle ceche e cinesi, possono prendere il sopravvento e portare ad una guerra di dazi, al blocco delle esportazioni e ritiro di capitali.  Obama esordisce per la prima volta da presidente sulla scena internazionale, speriamo come dicono gli irlandesi che il vento gli soffi sempre alle spalle mentre il sole gli riscalda la faccia.

March 18, 2009

Piccoli Madoff, crescono….

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 1:56 pm

Foto lolfed.com

I casi di frode e raggiro nel mondo bancario statunitense si moltiplicano. Non sta solo emergendo che quello di Madoff non era un caso isolato, anzi al contrario, ma che quella di ponzificare era una strategia adottata da molte case di investimento USA. Nel frattempo si scopre, vedi il caso della AIG, che le aziende e le banche che hanno ricevuto i fondi del bail out se la stanno godendo. Da feste sontuose a bonus multimilionari adesso tutto e’ possibile grazie ai fondi dei contribuenti. Ed ecco il profilo di uno dei piu’ importanti imbroglioni, anche piu’ influente di Madoff, visto che era riuscito praticamente a comprarsi una nazione sovrana.


Akalol Image

La vita e le gesta di Sir Robert Allen Stanford

Prima di assurgere al rango di truffatore matricolato Sir Robert Allen Stanford, miliardario e patron della Stanford International Bank di Antigua, conduceva la vita rarefatta dei finanzieri internazionali di alto bordo. Mansione da 10 milioni di dollari sulle spiaggie della Florida. Flotta di supersonici privati da 100 milioni di dollari. Case alle Isole Vergini, in Indilterra e in Texas. Uno Yacht dal costo settimanale di 100 mila dollari. Elicottero personale. Conti da 200 mila dollari per le spese dei bambini, vacanze da 30 mila dollari settimanali, una moglie (divorziata), una fidanzata, una ex fidanzata e sei figli da quattro donne diverse. Questi erano solo alcuni dei segni materiali di una vita fatta di successo, opulenza finanziaria e determinazione affaristica. Che potesse crollare sotto l’accusa di aver organizzato una truffa internazionale di oltre 9 miliardi di dollari, non se lo sarebbe mai aspettato nessuno. Sopratutto negli Stati Uniti e oltretutto a una distanza così breve dal grande crack di 50 miliardi di dollari della Bernard L. Madoff  Investment Securities LLC.
Stanford, che è stato denunciato per truffa e malappropiazione dalla SEC perchè offriva buoni ordinari dall’incredibile (e chiaramente falso) ritorno annuale del 10 per cento, è uno che vanta legami politici di grande rilievo su ambedue i versanti dello schieramento parlamentare USA. Tra i congressisti che ha finanziato, al tono di 5 milioni di dollari dal 2000 ad oggi, figurano due ex candidati alla Casa Bianca—John Kerry e John McCain—il segreatio di stato americano Hillary Clinton, Charles Shumer e Chris Dodd, due dei maggiori castigamatti nella saga della bolla dei subprime e lo stesso presidente americano Barack Obama, il cui comitato elettorale ha ricevuto oltre 3 mila dollari dal finanziere texano. Donazioni, a sentire gli aiutanti del presidente, tutte devolute in carità. Stanford, che è stato nominato baronetto della corona inglese in virtù delle sue inziative filantropiche a favore dei paesi del Commonwealth britannico fa risalire il suo lignaggio ad una famiglia nobile dello Yorkshire inglese del diciassettesimo secolo e si trova più a suo agio su un campo di cricket di quanto lo sia su uno di baseball.
“I contributi sono un ottimo veivolo per influenzare o deragliare le decisioni politiche”, afferma Donna Szak, consigliere legale della Ajamie LLP, un ufficio legale che rappresenta decine di clienti di Stanford in una class action che questi stanno organizzando contro la sua banca, “Spesso, come nel caso di Stanford, sono molto sfacciati, ma a prescindere dalla maniera in cui vengono fatti finiscono quasi sempre col produrrre i risulatati desiderati”.
Nel caso di Stanford per esempio questi sforzi si sono trasformati in una notevole influenza sull’approvazione di nuove regole finanziarie sia negli USA che nei caraibi. Per esempio come quando negli anni ’90 il senato USA doveva votare una legge contro il riciclaggio del denaro sporco. Sostenuta dall’amministrazione Clinton e dai repubblicani della camera, la legge si bloccò inseplicabilmente in Senato. Più tardi emerse che molti dei senatori finanziati da Stanford—tra cui figurava pure Tom Daschle, all’epoca era minority leader—avevano votato a sfavore. E se non su quello statunitense, le influenze si esprimono di sicuro sul versante caraibico dove Stanford è quasi una figura mitologica. Non solo ha risollevato le sorti del cricket dell’isola, lo Stanford All Stars Team nel 2008 fece a pezzi la squadra britannica, ma un decina di anni fa quando l’isola caraibica, della quale Stanford era diventato cittadino, dovette riscrivere le leggi bancarie, l’allora primo ministro Lester Bird ne affidò il compito proprio a Stanford. Adesso nessuno si stupisce che le leggi di Antigua siano tra le più permissive del Commonwealth in materia di riciclaggio di capitali sporchi.
A coronare poi il suo successo l’anno scorso arrivò anche la decisione del comitato direttivo del campionato di cricket inglese di affidare al finanziere anglo-antiguense 100 milioni di dollari per rilanciare lo sport organizzando un evento annuale di grande impatto pubblicitario. Stanford lo chiamò il 20/20, un campionato che oppone le migliori squadre anglosassoni a quelle delle ex colonie britanniche.
Ma malgrado il lustro e l’aura di invincibilità che circondano il finanziere americano, i suoi inizi texani rimangono a tutt’ora avvolti nel mistero. Di Stanford si sà che ha sempre avuto il pallino degli affari. Quelli che l’hanno consociuto da bambino a Mexia, la piccola cittadina texana che gli ha dato i natali, raccontano che si dava da fare per guadagnare già da piccolo vendendo legna o rivendendosi i suoi giocattoli man mano che i genitori gliene compravano di nuovi. Di  classe media, il padre gestiva l’unica rivendita automobilistica del circondario, Stanford esibiva l’irrequitezza, l’intelligenza e la sicurezza tipica di coloro che hanno già pianificato il loro futuro.
“ E’ stato imprenditore sin dalla tenera età ”, afferma Bob Wright, direttore di The Mexia Daily News, il quotidiano di Mexia, “Si capiva che era destinato a realizzare grandi imprese, sia buone che cattive”.
I biografi ufficiali sostengono che trasferitosi a Houston dopo aver conseguito la laurea, Stanford abbia cominciato a comprare e vendere proprietà immobiliari in dissesto in società con suo padre. Le autorità federali invece cominciano a sospettare che la spiegazione della sua improvvisa fortuna debba essere fatta risalire al riciclaggio dei profitti dei narcotrafficanti latino americani. Secondo l’emittente televisiva ABC le autorità messicane avrebbero infatti trovato una serie di assegni emessi da una gang messicana in uno degli aerei di Stanford.
La notizia, ripresa in prime time da tutti i network, ha avuto l’effetto di scatenare un assalto planetario agli sportelli della Stanford International Bank da parte dei correntisti. Così oltre a quelle antiguensi anche le autorità venezuelane, panamensi, colombiane e ecuadoregne sono sate costrette a sigillare gli uffici di Stanford. A Londra intanto il Serious Fraud Office, l’ufficio che indaga le maggiori truffe del paese, ha lanciato un investigazione nelle attività del banchiere statunitense mentre negli USA la SEC ha imposto il blocco dei prelievi da parte dei correntisti e ha sospeso tutte le attività delle banche e delle aziende legate al finanziere texano.

March 11, 2009

The economy has lost its bottom and decoupling its out of fashion

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 7:48 pm
lifeinthefsatlane.ca

lifeinthefsatlane.ca

I’m driving on 580 East, it ain’t even noon and the traffic is bumper to bumper. On NPR Warren Bufet, the Oracle of Omaha.  Markets trembled  when he spoke, and he is candidly admittin’ that he hadn’t understood what was coming down the pipe with the markets. He seems sincerely baffled by the fact that the Castle of Cards—as Paul Samuelson had dubbed the real estate orgy that had swept America from the beginning of the nineties to the burst of the bubble in 2006–had came down with no advanced notice. He says that the economy has lost its bottom. Oh yes the manufacturing structure is there, he says. In due time it will recover its footing, but for now the economy has lost it. Even more lost are probably those 600 thousand, and various hundreds to spare, american workers who are losing their job every month—please don’t take it scientifically, this is just a blog, it’s a rough estimate. Those who are forced to produce more in less time and with less pay, those who are laid of with the vague promise of a possible re-assumption another day. Those who lost the job and now discover that the money they get from unemployment isn’t enough to cover their Cobra responsibility. CoBRA, for those who don’t know it, is the kind of coverage to which is entitled a worker for the first 18 months after a layoff. Those who had retired expecting to have coverage for life and now discover that their benefits will be cut. Those who invested their 401K in their company’s stock, in the last quarter the number reached an all time high, and now have lost in some cases everything. Those 7.5 million whose houses are in foreclosure, and having lost their job don’t even have the means to rent a new one.
In all the auto-critique I hear from Warren, not much I should say, I don’t hear anything about investors responsibility, about their un-realistic quest for returns above average. These expectations weren’t just unrealistic but are also responsible for fueling the exuberant financial irresponsibility of the nineties and the creation of many new fangled and incomprehensible investment instruments. Many Nobel prizes for the economy had criticized this turn of events at various stages of the saga that led to the flop of the markets but nobody gave them the time of the day. Returns of 8 to 10 per cent were not enough. Newspaper

Ugolino della Gherardesca

Ugolino della Gherardesca

shareholders, who we can see now ended eating their own brood like the Cannibal Count, clamored for a 18 per cent return on their investment, and when they didn’t got it they cut and slashed newsroom and investigative reporters. Some internationally renowned investment boutiques to attract investors heralded returns that reached heights of 40 per cent. As events have later proven those promises were either unsustainable or outright false. C’mon Warren, please say something progressive. Say at the least that those “expectations” are in part responsible for the rise of Madoff and Stanford-like predators. In the mean time the traffic winds lazily around the overpasses, 35 it’s the cruising speed. Not really a traffic jam, more of a driving jam session, seen the evasive maneuvers that one is forced to take to avoid drivers swerving among the lanes. Where’s is this good Goddam recession? The Greater Bay Area is poised for another boom: Obama removed the ban stem cell research; I can hear the swooshing sound of a tsumani of dollars flowing into the Bay Area. We’re at beginning of a new Golden Era; this is what future generation will call the Genetic El Dorado. The announcement must have pleased also Wall Street since on the same day the President made his announcement the markets gained (the Dow and the S&P) 5.8 and 6.4. Now they say was the good news coming from Citi, which posted the best returns in two years, I guess that some investing in biotech and biopharma from California must have also played a role in the rally. And me?…I totally agree with mr.Obama !!!

tutor2you.net

Decoupling or not decoupling, that is not longer the question

It’s official decoupling is out of fashion. All the rage until a few months ago, discourses about the decoupling of Asia and Europe from the American economy are just about buried. Today China reported that its export fell 26 per cent compared to February of last year while Japan’s are down a whopping 45 per cent. So if we crash the Asian Tigers seem to collapse. On the positive side three factors. China is investing heavily into public transportation, investments which seem to be boosting growth, a good development for the 20 million of unemployed that the country counts already. Japan has adopted its biggest budget ever, and the US is sending Geithner—the Secretary of the Treasury—to the G20 of this week in London. He has been entrusted with the task to persuade our allies of the necessity to create a 500 billion IMF stimulus plan to jump-start the international economy. Good luck there. The gap to bridge is wide. The White House seems to believe that the allies aren’t doing enough to stimulate trade. The allies feel that this is a Made in the USA crisis and the US should take most of the responsibility. There’s a basic philosophical difference say, between the German approach and the US approach to the resolution of the crisis. The US prefers to inject money into the economy; Germany tends to prefer increasing banking and market regulation. The challenge for G20 leaders at upcoming meeting of April 2 in London will be finding a way to bridge this conceptual gap, because on one thing the Americans are right: The USA by itself cannot resolve this crisis, there’s a need for international coordination.

January 29, 2009

Jeff Broin, il poeta dell’etanolo

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 6:17 pm

M’ero occupato della sua storia qualche settimana fa per conto de L’espresso. Ci aveva colpito la sua creativita’ e il suo acume affaristico. La sua lungimiranza. Adesso scopro che potrebbe essere l’uomo in grado di trasformare l’indipendenza energetica perseguita da Obama in una realta’. Broin potrebbe infatti diventare il primo produttore di etanolo cellulosico del mondo. La sua storia, e quella della Poet, hanno implicazioni che trascendono il semplice ambito economico. Sono di carattere glocanomico. In un piccolo angolo di prateria statunitense si incrociano la frontiera americana, lo spirito di indipendenza degli avventurieri statunitensi, interessi energetici internazionali, dinamiche produttive e sociali locali e l’inevitibale innovazione tecnologica che rende possibile la realizzazione di imprese ritenute generalmente impossibili.

Il Poeta dell’etanolo

Jeff Broin

Jeff Broin

Per essere il presidente di una compagnia che produce etanolo Jeffrey Broin esibisce una spiccata sensibilità letteraria. Dimostrando un’evidente propensità per la metafora nel 2007 aveva convinto la Broin Companies, all’epoca seconda produttrice di etanolo americana, a realizzare uno dei più suggestivi cambi di denominazione aziendale della storia dell’industria energetica.
Non più Broin Companies, abbandonando la dicitura che la legava alla famiglia che l’aveva fondata, adesso la corporazione si sarebbe chiamata Poet LLC. Una cambio che aveva stupito per la sua ermeticità e per la sua audacia.
“Volevamo un nome che avrebbe rappresentato, piuttosto che descrivere, chi siamo e cosa facciamo”, aveva spiegato il quarantatreenne Broin alle sue maestranze riunite negli uffici di Sioux Falls, in South Dakota. “Così come un poeta trasforma le parole quotidiane in qualcosa di prezioso, noi useremo il buon senso per trasformare la materia con la quale lavoriamo in un prodotto migliore, lasciando l’ambiente meglio di come l’abbiamo trovato”, aveva proseguito Broin.
“Evidentemente è convinto che la sua compagnia, come la poesia, possa trasformare momenti ordinari della vita quotidiana in eventi straordinari”, osserva Michael Carey, uno dei maggiori esponenti della poesia pastorale contemporanea statunitense, “Confesso che sono disposto a credergli”. Carey, che vive a Farragut (Iowa), non lontano da uno degli stabilimenti della Poet, è anche lui agricoltore e produttore di etanolo.
Se fosse stato un politico Broin si sarebbe guadagnato l’appellativo di maverick” (anticonformista, NdR), afferma Michael Tian, analista energetico della Morningstar, “Essendo invece un operatore economico è stato semplicemente soprannominato Mr. Ethanol dal mensile economico Forbes.
Arrivato alla guida della Poet dopo aver conseguito una laurea in economia agraria alla University of Wisconsin, Broin è riuscito a trasformarla in pochi anni in un gigante globale con 26 raffinerie sparse in vari angoli del Midwest e un reddito annuale di oltre 4 miliardi di dollari. Sotto la sua direzione la produzione ha effettuato un salto esponenziale, passando dai 3 milioni di litri di etanolo del 1988 agli oltre 4,5 miliardi del 2008.
“Il successo della Poet è dovuto all’enfasi che pone sulla ricerca e lo sviluppo, due aspetti nei quali investe una buona parte dei suoi profitti”, aggiunge Tian. Investimenti che hanno pagato, visto che l’anno scorso la Poet ha sorpassato anche la Archer Daniels Midlands, fino ad allora prima produttrice mondiale di etanolo.
Nel 2008, mentre il resto del settore cominciava a contrarsi a causa del crollo dei prezzi petroliferi la Poet, grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche introdotte dai suoi ricercatori, è riuscita ad incrementare la produzione del 35 per cento, a ridurre il consumo energetico del 15 per cento e ad aumentare la resa dei suoi impianti del 20 per cento. Adesso, intervenendo in un ambito nel quale si cimentano solo i giganti della chimica statunitense, ha anche lanciato Project Liberty, un’iniziativa con la quale mira a diventare la principale produttrice di etanolo cellulosico degli USA.
Costoso, oltre 2,40 dollari il gallone, e difficile da produrre su scala industriale, l’etanolo cellulosico è il Sacro Graal dei carburanti ecocompatibili. Ricavato dalla fermentazione dei rifiuti agricoli, materiali come i tutoli delle pannocchie di grano turco, permetterebbe di ridurre drasticamente l’impiego delle derrate almentari per generare energia e aprirebbe la strada all’utilizzazione delle graminacee—erbe come il Panico verga—e del legname di scarto per la produzione dei biocarburanti del futuro. Prodotto fino ad ora in via sperimentale da ditte del calibro della DuPont, l’etanolo cellulosico potrebbe presto diventare una realtà di mercato. Forte di un sistema di fermentazione propietario che ne facilita la produzione, la Poet sta infatti investendo 200 milioni di dollari nella costruzione di un impianto che entro il 2011 ne produrrà oltre 380 milioni di litri l’anno.

January 19, 2009

Obama-Lincoln, legame di caratere etnico?

Filed under: Personaggi, Storia, Uncategorized — Tags: , , , — Paolo @ 1:30 pm

Abraham Lincoln

Il collegamento tra Obama e Lincoln potrebbe essere ben piu’ profondo di quello filosofico e politico, potrebbe essere di carattere etnico. Secondo il sito web della Melungeons’ Heritage Society Abraham Lincoln sarebbe infatti Melungeon da parte di madre, Nancy Hanks Lincoln. I Melungeon risalgono ad un periodo storico precedente alla rivoluzione americana, quando l’idea stessa degli Stati Unti non era ancora nata. Vengono definti l’ultima tribu’ perduta degli Stati Uniti vi appartenevano i servi bianchi che nel diciassetesimo secolo sfuggivano ai loro padroni anglosassoni, i neri che scappavano dai campi di cotone della Georgia e i Nativi Americani che vivevano nelle Blue Ridge Mountain, una delle zone piu impervie degli Appalacchi. I loro discendenti sono di sangue misto e esibiscono tratti fisici caratteristici delle tre etnie.  Erano Mattaponi, Chickahominy, Conestoga e Monacan che vivevano nelle regioni occupate dai settler;  Soni-nke, Sawninki, Anlo-Ewem e Dowayo che avevano attraversato forzatamente il Middle Passage (così gli schiavi chiamavano l’Atlantico) sulle galere Inglesi, francesi e spagnole, e scozzesi, iralandesi, tedeschi e olandesi che erano emigrati nella speranza di sfuggire ai furori religiosi che stavano straziando l’Europa.  Tutti fuorilegge trovavano rifugio in una zona difficilmente raggiungibile e di scarso interesse commerciale. L’ipotesi qualche tempo fa e’ stata anche accreditata da uno speciale dell’History Chanel. Adesso viene rilanciata dai Melungeon stessi, che lungamente discriminati (piu dei neri) stanno rivendicando la loro eredità. Dagli Appalacchi del Tennessee i Melungeon si sono poi diffusi in svariati stati del Sud statunitense e del Mid West, in Illinois c’è una delle colonie piu numerose. Interessante notare che anche Tom Hanks e Ava Gardner sono discendenti dei Melungeon. Mi ero imbattuto nei Melungon giusto qualche mese fa quando avevao fatto un servizio sul Profondo Sud statunitense per conto di Geo. In quell’occasione m’ero recato nella Vardy Valley, una zona remotissima al confine tra la Carolina del Nord e la Virginia dove avevo intervistato alcuni dei leader dela comunità, ripubblico di seguito alcuni stralci dell’articolo che avevo scritto per Geo. Interessante notare che la loro reazione ad Obama non era stata proprio delle più entusiasmanti. Chissà se adesso hanno cambiato idea.

GEO Italia Dicembre 2008

GEO Italia Dicembre 2008

Rifugiatisi nell’estremo sud del Cumberland Gap prima della rivoluzione americana, in un posto che a

Nancy Hanks Lincoln

Nancy Hanks Lincoln

tutt’oggi per raggiungerlo ci vogliono ore ed ore di macchina su strade tortuosissime, sono i discendenti dei servi scozzesi, irlandesi, tedeschi e olandesi che erano sfuggiti ai loro padroni inglesi e che, arrivati in queste catene montagnose, nel corso del tempo si sono mescolati con gli schiavi negri scappati dalle piantagioni di cotone della Georgia e dai campi della Virginia e i nativi americani che abitavano nella zona prima dell’arrivo degli europei. Di aspetto mediterraneo, li chiamano anche Atlantic Creole, i Melungeon sono stati discriminati fortemente nel corso dei secoli.
“Eravamo giusto un gradino al di sopra dei neri”, afferma Rose Trent, vice presidente della Melungeon Heritage Society, “Da bambina ero costretta molte volte a superare il passo che ci divide dalla città più vicina camminando per ore nella neve perché sugli autobus non ci facevano salire”.
Adesso la Trent dirige i servizi sociali dello stato del Tennessee e molti dei bianchi puro sangue che da  piccola gli avevano rifiutato aiuto si devono rivolgere a lei per ottenerlo.
“Confesso che provo ancora rabbia a ricordare quello che ho dovuto sopportare e non mi riesce tanto facile di aiutarli”, osserva la Trent.
Oggi i Melungeon sono orgogliosi delle loro radici etniche. Hanno un loro museo, vari siti internet e anche la coreografa Twyla Tharp e il muscista Mark O’Connor si sono interessati alle loro vicende, probabilmente per mettere in scena un balletto sulle vicissitudini della comunità. Ma le discriminazioni subite non li hanno invogliati ad assumere un atteggiamento più aperto nei confronti delle altre minoranze. Presbiteriani di ferro sono più realisti dei reali quando si viene alle radici cristiane degli Stati Uniti.
“Malgrado il fatto che sia nero, Obama potrebbe anche andar bene come presidente”, commenta Anthony Kirk, vice-presidente dei Melungeon della Virginia, quando si discute dell’eventualità che il candidato democratico possa insediarsi alla Casa Bianca a Gennaio prossimo, “Ma il suo problema è che è mussulmano e questo è un paese cristiano, che si basa sulla Bibbia e non sarebbe giusto che esponenti di altre religioni prendessero il sopravvento”.
E così la parabola dei Melungeon diventa in qualche maniera esemplificativa della condizione dei bianchi del profondo sud statunitense. Accomunati dal colore della pelle sono divisi da rancori storici, da differenze culturali, da aspirazioni politiche contrastanti, dalle radici etniche alle quali fanno riferimento e da una visione del futuro dove l’inclusività è condizionata fortemente dalle credenze religiose degli individui.

January 14, 2009

L’Inaugurazione e Vico

Meno di una settimana all’incontro con la storia. Questa e` l’aria che si respira negli Stati Uniti che si preparano al passaggio delle consegne tra Georrge W. Bush e Barack Hussein Obama.

C’e` un che di messianico nell’evento. Barack viene percepito quasi come il nuovo Salvatore, come l’uomo che risolvera’ i problemi dell’umanita`. Dal raddrizzare l’economia internazionale ai tanti conflitti armati che affligono il pianeta, alcuni letteralmente da secoli. E poi ovviamente ci sono la risoluzione dei problemi ambientali, la riduzione del crimine, i problemi energetici, la salute pubblica, la famiglia e chi piu` ne ha piu` ne metta. Obama salvera` tutti e risolvera` tutti i problemi. Ovviamente con aspettative cosi` grandi non potra` fare a meno di scontentare qualcuno. Anzi tantissimi. E` una situazione simile a quella che si era creata in anticipazione del lancio della Trilogia di Guerre Stellari, i fan erano cosi` gasati che, qualsiasi cosa avesse fatto, Lucas non pote’ non deluderli.

Nel caso di Obama molti sono rinfrancati dal fatto che il nuovo presidente stia facendo riferimento alle lezioni della storia, e precisamente alla strategia adottata dall’amministrazione Roosevelt durante la grande depressione. E sebbene ci faccia la cronaca di un successo straordinario nel rilanciare un paese nel quale la disoccupazione era arrivata al 25 per cento, la storia ci dice pure che per raggiungere la piena occupazione gli Stati Uniti dovettero attendere l’avvento dell’economia di Guerra. Una guerra che cercarono ufficialmente di evitare, anche se poi sono emerse prove che forse Rooseevelt non fosse tanto all’oscuro dell’imminente attacco Giapponese su Pearl Harbor, ma che gliservi innegabilmente a fare quel salto produttivo che gli permise di raggiungere la piena occupazione.

All’inizio del secondo conflitto mondiale la disoccupazione negli USA era ancora di poco superiore al 7 per cento, praticamente ai livelli attuali, e per farla scendere nel ’38 Roosevelt aveva dovuto reintrodurre una politica di sgravi fiscali e di pesantissimi investimenti pubblici. E malgrado l’adozione di queste misure era riuscito a riportarla meramente all’interno di parametri che gli permettevano di gestire la recessione invece che esserne travolto. Il grande acceleratore non furono le sue misure, furono la Grande Guerra e la necessita` di dover difende gli interessi vitali degli Stati Uniti.

GB Vico

Adesso i venti di guerra soffiano di nuovo fortissimi sulle fiamme del conflitto mediorientale, alla guida della politica estera statunitense s’e` insediata un falco che non ha esitato a votare in piu` occasioni a favore dell’intervento armato in Iraq e, seppure nel passato abbia dichiarato che si sarebbe seduto al tavolo delle trattative con l’Iran senza porre precondizioni, adesso il Presidente Eletto fa sapere che in ogni caso Theran dovra` abbandonare qualsiasi ambizione nucleare. Come assenza di precoddizioni, non c’e` mica male. Non che sia favorevole allo sviluppo di un prrogramma nucleare iraniano, ma dal momento che il contenzioso principale tra gli USA e l’Iran rivolve proprio intorno alla questione dello sviluppo atomico della repubblica islamica, mi pare un po` velleitario aspettarsi che gli Imam possano decidere di discurtere escludendo a priori che saranno mai in grado di sviluppare una loro autonomia nucleare. Alcuni sostengono che la realpolitik sta cominciando ad attecchire nel programma del neo presidente. Che le posizioni populistiche della campagna stanno cominciando a fare spazio al realismo. Lo si vedrebbe dai personaggi chiamati a far parte del suo team economico, dal suo team per la difesa nazionale e da quello per la politica estera. Adesso io non pretendo nemmeno lontanamente di voler dare dei consigli al neo Presidente. Il team di cervelli che ha assemblato possiede una potenzza concettuale che e` di varie migliaia di leghe superiore alla mia. Mi limito solo ad esaminare le lezioni della storia e a sperare che Obama riesca a rompere il circolo vichiano dei corsi e ricorsi della storia proiettando la sua amministrazionee verso un nuovo inizio.

Un bell’articolo della Ehrenreich, da leggere veramente

The Growing Clout of the Nouveau Poor

By Barbara Ehrenreich

http://www.dsausa.org/lowwage/Documents/2003/nickel.jpg

January 12, 2009

Ever on the lookout for the bright side of hard times, I am tempted to delete “class inequality” from my worry list. Less than a year ago, it was the one of the biggest economic threats on the horizon, with even hard-line conservative pundits grousing that wealth was flowing uphill at an alarming rate, leaving the middle class stuck with stagnating incomes while the new super-rich ascended to the heavens in their personal jets. Then the whole top-heavy structure of American capitalism began to totter, and–poof!–inequality all but vanished from the public discourse. A financial columnist in the Chicago Sun Times has just announced that the recession is a “great leveler,” serving to “democratize[d] the agony,” as we all tumble into “the Nouveau Poor…”

The media have been pelting us with heart-wrenching stories about the neo-suffering of the nouveau poor, or at least the formerly super-rich among them. Foreclosures in Greenwich, Connecticut! A collapsing market for cosmetic surgery! Sales of Gulfstream jets declining! Neiman Marcus and Saks Fifth Avenue on the ropes! We read of desperate measures, like having to cut back the personal trainer to two hours a week. Parties have been canceled; dinner guests have been offered, gasp, baked potatoes and chili. The New York Times relates the story of a New Jersey teenager whose parents were forced to cut her $100 a week allowance and private Pilates classes. In one of the most pathetic tales of all, New Yorker Alexandra Penney relates how she lost her life savings to Bernie Madoff and is now faced with having to lay off her three-day-a-week maid, Yolanda. “I wear a classic clean white shirt every day of the week. I have about 40 white shirts. They make me feel fresh and ready to face whatever battles I may be fighting…” she wrote, but without Yolanda, “How am I going to iron those shirts so I can still feel like a poor civilized person?”But hard times are no more likely to abolish class inequality than Obama’s inauguration is likely to eradicate racism. No one actually knows yet whether inequality has increased or decreased during the last year of recession, but the historical precedents are not promising. The economists I’ve talked to– like Biden’s top economic advisor, Jared Bernstein–insist that recessions are particularly unkind to the poor and the middle class. Canadian economist Armine Yalnizyan says, “Income polarization always gets worse during recessions.” It makes sense. If the stock market has shrunk your assets of $500 million to a mere $250 million, you may have to pass on a third or fourth vacation home. But if you’ve just lost an $8-an-hour job, you’re looking at no home at all.

All right, I’m a journalist and I understand how the media work. When a millionaire cuts back on his crême fraîche and caviar consumption, you have a touching human interest story. But pitch a story about a laid-off roofer who loses his trailer home, and you’re likely to get a big editorial yawn. “Poor Get Poorer” is just not an eye-grabbing headline, even when the evidence is overwhelming. Food stamp applications, for example, are rising toward a historic record; calls to one DC-area hunger hotline have jumped 248 percent in the last six months, most of them from people who have never needed food aid before. And for the first time since 1996, there’s been a marked upswing in the number of people seeking cash assistance from TANF ( Temporary Aid to Needy Families), the exsanguinated version of welfare left by welfare “reform.” Too bad for them that TANF is essentially a wage-supplement program based on the assumption that the poor would always be able to find jobs, and that it pays, at most, less than half the federal poverty level.

Why do the sufferings of the poor and the downwardly mobile class matter more than the tiny deprivations of the rich? Leaving aside all the soft-hearted socialist, Christian-type, arguments, it’s because poverty and the squeeze on the middle class are a big part of what got us into this mess in the first place. Only one thing kept the sub-rich spending in the ’00s, and hence kept the economy going, and that was debt: credit card debt, home equity loans, car loans, college loans and of course the now famously “toxic” subprime mortgages, which were bundled and sliced into “securities” and marketed to the rich as high-interest investments throughout the world. The gross inequality of American society wasn’t just unfair or aesthetically displeasing; it created a perilously unstable situation.

Which is why any serious government attempt to get the economy going again–and I leave aside the unserious attempts like bank bailouts and other corporate welfare projects–has to start at the bottom. Obama is promising to generate 3 million new jobs in “shovel-ready” projects, and let’s hope they’re not all jobs for young men with strong backs. Until those jobs kick in, and in case they leave out the elderly, the single moms and the downsized desk-workers, we’re going to need an economic policy centered on the poor: more money for food stamps, for Medicaid, unemployment insurance, and, yes, cash assistance along the lines of what welfare once was, so that when people come tumbling down they don’t end up six feet under. For those who think “welfare” sounds too radical, we could just call it a “right to life” program, only one in which the objects of concern have already been born.

If that sounds politically unfeasible, consider this: When Clinton was cutting welfare and food stamps in the 90s, the poor were still an easily marginalized group, subjected to the nastiest sorts of racial and gender stereotyping. They were lazy, promiscuous, addicted deadbeats, as whole choruses of conservative experts announced. Thanks to the recession, however–and I knew there had to be a bright side–the ranks of the poor are swelling every day with failed business owners, office workers, salespeople and long-time homeowners. Stereotype that! As the poor and the formerly middle-class nouveau poor become the American majority, they will finally have the clout to get their needs met.

About Barbara Ehrenreich

Barbara Ehrenreich, the author of Nickel and Dimed (Owl), is the winner of the 2004 Puffin/Nation Prize. more…

January 12, 2009

Spigolature: L’economia dell’immigrazione e……

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 1:14 am

Trecento miliardi di dollari, questo è l’ammontare che i 150 milioni di immigranti spedivano annualmente a casa a livello globale. Una cifra superiore a quella che stanziano le varie agenzie delle Nazioni Unite per l’aiuto ai paesi emergenti, che con 104 miliardi di dollari rappresentano solo un terzo delle rimesse spedite a casa dagli immigranti a livello internazionale. Un’economia sommersa che rivaleggia con il PIL della maggioranza dei peasi in via di sviluppo e dalla quale dipendono le fortune, e la sopravvivenza, del 10 per cento dell’umanità.
Una marea di soldi che fluisce dalle latitudini più disparate del mondo, dai paesi ricchi verso quelli del terzo mondo e dai paesi poveri verso paesi ancora più poveri, al ritmo di 100, 200 e 300 dollari per volta. Più spesso che non per soddisfare neccessità vitali dei recipienti—cibo e vestiario—e infatti un terzo delle rimesse finiscono in zone rurali, ma non di rado finiscono anche nel rispramio di paesi come il Messico dove senza quelle rimesse—e lo si vede chiaramente adesso–i cittadini avrebbero vita dura a mettere da parte due soldi
“Si tratta di somme per difetto”, ha dichiarato Kevin Cleaver, vice presidente dell’International Fund for Agricultural Development, un’agenzia dell’ONU, “Ma prese assieme fanno impallidire i programmi di assistenza ufficiali”.
Una montagna di operazioni finanziarie quella del trasferimento delle rimesse degli  immigrati che nel 2006 ha superato la vetta del miliardo e mezzo di transazioni, e non tutte condotte da banche tradizionali o da uffici di trasferimento valuta alla Western Union. Molto spesso, come nel caso degli immigranti di origine araba e asiatica, anche da se rvizi informali e illegali come quelli degli Hawaladar: i banchieri dei souk pachistani e delle qasbah nord africane ai quali talvolta si rivolgono anche trafficanti di vario genere per trasferire i loro capitali.
Questi dati emergevano verso la fine del 2007 da una ricerca della Inter-American Development Bank, un’entità finanziaria fondata nel 1959 dalla Banca Mondiale e dai paesi latino-americani per favorire lo sviluppo della regione.
Dati sorprendenti questi dei quali avevo scritto. Adesso lo stesso istituto rilascia un altro studio, questa volta sul livello di soddisfazione della gente nei paesi avanzati e quelli in via di sviluppo. Il suo studio—che riportiamo di segutio—mette la velocità della crescita in relazione con il livello di soddisfazione della vita degli abitanti di vari paesi. Esce fuori che il l rapporto tra velocità e contentezza è inversamente proporzionale. Più la crescita è veloce meno sono soddisfatti. Non sò se  dispiacermi per i paesi a crescita lenta—guarda caso tutti emergenti–perchè la contrazione delle rimesse gli sta causando serissimi problemi sociali o sentrimi speranzoso. Negli USA adesso è opinione diffusca che ci aspettano anni di rallentamento economico, ce lo ha detto anche Obama. Lo studio ci pùo per qualche verso rincuorare, almeno cè sempre la possibilità che alla fine, crisi o non crisi, ci si possa pure divertire. Inoltre lo studio dovrebbe avere anche effetti psicilogici positivi per il mercato. Lo sappiamo tutti che la percezione a Wall Street, più l’outlook è positivo pigli investitori sono contenti. Mi domando com’è che la borsa non abbia fatto un salto alla notizia rilascio dello studio dell’agenzia Pan-americana.

January 7, 2009

Scrittori on the road

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 10:28 am

Ho passato le feste in compagnia di un paio di libri interessanti, uno di Umberto Eco, vecchio, anzi vecchissimo, L’Isola del Giorno Prima, e uno abbastanza recente State by State, una collezione di storie brevi sullo stato degli USA narrate da 50 autori di grido. Simile al Federal Writers Project, una iniziativa lanciata dall’Amministrazione Roosevelt negli anni 30 per rimettere a lavorare gli scrittori del paese, e’ un esempio luminoso di cosa potrebbe il potere pubblico fare per rilanciare la vita culturale di un paese e allo stesso tempo fare da talent scout a nuove stelle della narrativa.

State by State

“Il motto di una targa automobilistica non dovrebbe spaventare i bambini e non dovrebbe nemmeno contenere parole come morire’”, scrive Dave Eggers nell’antologia State By State, A Panoramic Portrait of America. “Una targa non dovrebbe nemmeno incoraggiare l’immolazione personale per contrastare l’autoritarismo. Il motto d’una targa automobilistica dovrebbe, senza minacce ed isterismi, evocare l’essenza morale e la grandezza scenica di uno stato”, continua Eggers sintetizzando così l’intento di una antologia nella quale 50 dei maggiori scrittori americani contemporanei narrano gli Stati Uniti agli americani, uno stato alla volta.
E chi ce li avrebbe potuti narrare meglio del gruppo di scrittori d’assalto sguinzagliato da Matt Weiland e Sean Wilsey, i due curatori, in giro per gli USA?
Gente, oltre ad Eggers, come Louise Erdrich, Jonathan Franzen , Jhumpa Lahiri, Ann Patchet e Edward P. Jones. Ci descrivono l’America, vista dalla strada, non solo come realtà oggettiva ma anche come stato interiore. Ci parlano degli umori della sua gente, dei paesaggi e delle città che incontrano. Così Charles Bock ci dice cosa pova a ritornare a Las Vegas, al monte dei pegni dove viveva con i suoi genitori. Jonathan Franzen, novello Ralph Waldo Emerson, esplora le qualità che fanno di New York un posto unico al mondo.
“Lei (Lady Liberty, Ndr) è ovviamente bella, ricca potente, affascinate, conosce tutti e ha avuto una vita straordinaria. Ma alla fine, nei recessi del suo animo, a renderla unica è il suo amore per le arti”, gli spiegherà l’avvocato di stato, in una delle conversazioni impossibili che l’autore intavola con lo stato e i suoi burocrati. Ann Patchett, dal canto suo, parlando del Tennessee ci descrive meccanismi immobiliari astrusi attraverso i quali appezzamenti di terra, che una volta venivano misurati in acri, si trasformano in piccole spanne di propietà che fruttano montagne di denaro a quelli che li hanno comprati. Magari prima che le città, nella loro espansione centrifuga, finissero per ingoiare le campagne. Ma attenti, avverte la Patchet, perché “Sotto i parcheggi di tutti i supermercati c’è un potentissimo sistema di radici e non appena smettiamo di spezzettarle , le piante ritornano con forza”. E così i centri urbani piuttosto che imperare vivono costantemente in bilico tra l’espansione e il rischio d’essere riassorbiti dalla natura che si rigenera implacabile.
A prima vista la selezione degli scrittori, e il loro accoppiamento con i vari stati, appare fortuito ed azzardato come il rimescolamento di un mazzo di carte da poker. Invece che essere assegnati allo stato che gli ha dato i natali, gli autori vengono appaiati con uno col quale esprimono affinità elettive.
“Eravamo insoddisfatti del ritratto della vita in America dipinto dai media”, afferma Wilsey, redattore del periodico leterario McSweeny e del quale la Mondadori ha appena publicato Oh! Che Splendore la mia Vita, “Così abbiamo elaborato un’idea che ripercorre l’esperienza del Federal Writers Project”.
Sviluppato dall’amministrazione di FDR negli anni 30, quelli della Grande Depressione e del New Deal, diede da lavorare ad oltre 6000 scrittori e giornalisti. Autori del calibro di Saul Bellow, Ralph Ellison e John Cheever–per citarne solo alcuni—furono spediti in giro per gli Stati Uniti con il compito di scrivere delle guide turistiche che raccontassero l’America e il suo carattere agli americani. L’intenzione di FDR era stata quella di restituire l’orgoglio nazionale agli americani provati duramente dalla miseria generata dalla crisi economica di quegli anni. Nel caso di Wilsey e Weyland però la coincidenza tra la pubblicazione del libro e l’avvento di quella che molti osservatori chiamano la ‘Grande Normalizzazzione’ è del tutto casuale.
“Talvolta in letteratura si realizzano sincretismi inattesi”, spiega Wilsey, “Che fanno nascere libri che sono o completamente in linea con i tempi o che li anticipano leggermente annunciando una crisi imminente”.
Questo è il caso di State by State. Dai vari racconti emerge un’America che è sì in crisi ma che ha anche un grande cuore. L’America dei 50 autori è un posto frammentato da tensioni culturali, scontri razziali e difficoltà economiche, ma è anche un luogo abitato da gente capace di grande compassione e passioni struggenti.

December 17, 2008

La crisi è come il potere, corrompe chi non ce l’ha

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 11:09 pm

Non si può non sospettare, dall’evoluzione della crisi, che qualcuno non ne stia approfittando per far passare senza che possano essere discusse misure che in passato non sarebbero state tanto popolari. Queste vanno dal farsi regalare somme ingenti di denaro dai contribuenti a lanciarsi in grandi operazioni di downsizing. Dal condurre un attacco a spada tratta contro i diritti dei lavoratori e a quel poco di welfare che la Reaganomics aveva risparmiato a restringere i diritti sindacali e a indebolire quelle ultime norme per la difesa ambientale che otto anni di eco-bushismo non sono riusciti ad intaccare.
Uno degli esempi più eclatanti di questa spinta all’accaparramento approfittando della crisi economica è la richiesta di finanzaimenti avanzata dall’industria automobilsitica statunitense. Presentata come un intervento necessario teso a salvare il settore e senza il quale le case automobilistiche sarebbero costrette a chiudere nel giro di poche settimane, la richiesta nei fatti è un fortissimo attacco alla struttura salariale dei lavoratori sindacalizzati delle grandi tre case automobilsitiche, un tentativo di disfarsi delle responsabilità pensionistiche che le case di Detroit hanno nei confronti dei loro ex dipendenti, cercando di scaricare pure queste—una spesa dell’ordine di qualche centinaio di miliardi di dollari—sulle spalle dei contribuenti mentre allo stesso tempo tentano di spingere le maestranze a rinuncare a far parte delle organizzazioni di categoria. E’ infatti su questo fronte che si è interrotta la trattativa tra i democratici e i repubblicani in congresso. I repubblicani premevano per far accettare ai sindcati norme contrattuali che nei fatti ne sanzionavano la fine. Anche i capitali  che riceveranno, per quanto se ne può capire adesso, verranno utilizzati per riconvertire—chiudere degli stabilimenti—le linee di montaggio e cominciare a produrre (leggi assemblare) auto compatte e ibrdi che vanno già forte in Europa. Leggi qui importare negli USA le componenti di modelli, come quelli della Ford, di successo prodotti in Europa per farli assemblare da lavoratori USA sottopagati.
Adesso questa non può certamente essere uno scontro di carattere finanziario, la stessa associazione dei produttori di categoria riconosce che il costo del lavoro non pesa per più del dieci per cento del costo complessivo del veivolo, e qui quando vi si aggiunge anche il costo di finanziare le pensioni. Quindi questa dev’essere una questione di carattere ideologico. E’ un scontro che vedi opporsi il Keynesianismo e il neoclassicismo economico all’idea del free market e della trickle down economy. Certo si può ragionevolmente sostenere che riducendo anche quel 10 per cento contribuirebbe a migliorare i prospetti aziendali, ma questo miglioramento verrebbe ottenuto tutto attraverso lo spostamento delle responsabilità aziendali dalle spalle degli azionisti a quelle degli enti pubblici. E in un caso quello della Chrysler, che era stata acquistata dal Gruppo Cerberus, uno dei maggiori hedge fund del mondo, il salvatagio andrebbe a finire diretamente nelle tasche degli speculatori che potrebbero (come hanno già fatto le banche con i primi capitali elargitigli dal tesoro), usarli per finanziare merger e acquisizioni, o ricomprare i propri titoli o distribuire dividendi agli aziontisti. Di tutto ma meno che imprestare soldi ai consumatori. Anzi se è per questo le banche i soldi non si li prestano nemmeno l’un l’altra. Inoltre sebbene siano state salvate dal governo, e non stiano spendendo i soldi che hanno ricevuto per alleviare la stretta creditizia, le banche sono state leste ad annunciare tornate dolorosissime di licenziamenti: oltre 50 mila il Citigroup che ha ricevuto 25 miliardi dalla FED; 35 mila la Bank of America che di miliardi ne ha ricevuto 15 e 5 mila la Wells Fargo che di miliardi ne ha ricevuti pure lei 25, per citarne solo le maggiori. Questo a fronte d’una situazione in cui solo negli ultimi due mesi negli USA sono stati licenziati oltre un milione e duecentomila lavoratori.

December 11, 2008

Il Filo Rosso

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 12:14 am

Che sia arrivato il momento dei poveri? Di recente mi imbatto sempre più spesso in economisti, pianificatori urbani e attivisti politici che sembrano essere convinti che per uscire dalla crisi bisogna espandere l’economia coinvolgendo i diseredati della Terra. E’ un filo rosso che collega il lavoro di gente come Joseph Stiglitz e Paul Krugman a quello di Raul Hinojosa-Ojeda, di Majora Carter, Adam Werbach e Paul Samuleson, per citarne solo alcuni. E’ un filo rosso che sembra anche collegare l’economia verde e la necessità di creare un futuro rinnovabile alle aspirazioni di redenzione delle classi meno abbienti. Majora Carter creatrice di Sustainable South Bornx, un’organizzazione che si batte per il recupero ambientale di quel quartiere newyorchese, vuole rifare gli slam urbani in isole di sviluppo rinnovabile e nei motori dell’economia ecocompatibile del futuro, trasformando molti dei residenti da senza lavoro, e ex pregiudicati, in esperti delle energie alternative, mananger delle foreste urbane e operatori della nuova economia verde. Hinojosa-Ojeda vorrebbe invece che le banche, prendendo ad esempio l’esperienza del microcredito, estendessero il credito anche ai poveri offrendogli inoltre termini di ripagamento che siano affrontabili. La possibilità di espandersi tra le popolazioni ricche s’è saturata ragiona Hinojosa-Ojeda, adesso se vogliono continuare a crescere le istituzioni finanziare dovranno cominciare a guardare a coloro che non possiedono molto. Werbach, che era stato il più giovane presidente del Sierra Club, invece ha abbandonato l’ambientalismo militante per diventare CEO della Saatchi & Saatchi S una divisione del colosso pubblicitario statunitense che si propone di riportare l’elemento umano al centro del discorso ambientalista. Werbach ritiene che esista una falsa dicotomia tra gli ambientalisti, tra i bisogni della razza umana  e quelli dell’ecosistema nel quale essa vive. Se non lo si annualla questo divario, per gran parte di natura ideologica, ci impedirà di muoverci verso uno sviluppo sostenibile. Samuelson, che caldeggia il lancio di programmi di intervento statale per mettere a lavorare milioni di disoccupati, è convinto che il nuovo New Deal debba essere un Green New Deal.
Il fatto che gli interessi dei meno abienti stiano entrando a far parte dell’equazone soluzione crisi è molto eccitante. Prospetta lo sviluppo di universi economici e di lavro alternativi a quello attuale. Anche Vint Cerf, Padre dell’Internet e Evangelista Internet di Google, sembra pensarla alla stessa maniera quando propone di utilizzare l’Internet per gestire lo sviluppo di fonti energetiche alternative. Nelle prossime settimane su queste tematiche ci torneremo con una serie di interviste, proprio ai personaggi menzionati in questo posting.

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