April 17, 2010

Goldman Sachs, I pirati di Wall Street

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, News, Storia — Paolo @ 4:46 pm

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La Goldman Sachs, la Great American Bubble Machine—la definizione è di Matt Taibbi di Rolling Stones—ha sfornato un’altra crisi finanziaria di dimensioni planetarie.

A finire nei suoi ingranaggi questa volta è stato il governo Greco. Nel 2000 le autorità finanziare di Atene gli avevano affidato il compito di far quadrare il bilancio pubblico del paese in vista dell’entrata nell’euro. In risposta la Goldman aveva organizzato una serie di transazioni valutarie, di swap in questo caso, che utilizzando un ingegnoso stratagemma finanziario trasformavano miliardi di debiti in miliardi di profitto ed esponevano la Grecia ad un crescente pericolo di inadempienza. Compenso? 300 milioni di dollari su un prestito iniziale di un miliardo.

Al centro della polemica ci sono i famosi derivati, strumenti attraverso i quali (nel caso greco), scambiando dei debiti sanitari denominati in dollari con altri denominati in euro le autorità elleniche avevano cancellato 2,7 miliardi di euro di passività dal loro bilancio riuscendo così a mantenere il paese al di sotto della soglia massima di disavanzo permessa dall’eurozona.

Ma sebbene stiano destando disdegno a livello internazionale, le azioni della Goldman non sono inusitate. Anzi affondano le radici nella storia delle maggiori crisi finaziarie internazionali.

Nel 1929 il Blue Ridge e lo Shenandoah Trust, due consorzi creati dalla Goldman, fallirono lasciando un buco (valore attuale) di 475 miliardi di dollari. Negli anni 90 la Goldman è al centro della bolla dell’alta tecnologia, questa volta con un tecnica definita del laddering: gli investitori comprano un numero di azioni di una azienda al di sotto del valore di mercato mentre si impegnano contemporaneamente ad acquistarne altre ad un valore più alto. La pratica, oggi illegale, permise non solo ai geni della Goldman di gonfiare il prezzo delle azioni ma anche di controllare l’andamento di gran parte delle OPA di quegli anni. Delle startup lanciate sul mercato dalla banca statunitense oltre il 90 per cento fallirono nel giro di pochi mesi—18 in media—contribuendo alla creazione di una voragine di 5 trilioni di dollari.

“Negli anni della bolla immobiliare la Goldman si distinse per la creatività con la quale sfornava nuovi strumenti finanziari, sopratutto CDO, che servivano non solo a fare di un solo fascio di mutui buoni e di subprime ma anche a frazionare il rischio distribuendolo tra investitori sparsi in tutto il mondo”, afferma Max Keiser, un popolare commentatore economico inglese, “Per tutelarsi poi contro i potenziali rischi dei suoi investimenti, la Goldman aveva comprato delle swap, aveva scommesso in pratica che sarebbero falliti, causando così la crisi della AIG, il gigante delle assicurazioni statunitensi”.

Un altro buco di 85 miliardi di dollari che fu sanato dal TARP, il programma di salvataggio delle banche lanciato dell’amminsitazione Bush all’indomani del fallimento della Lehman Brothers. Di quegli 85 miliardi la Goldman ne incassò 13.

“Adesso Bernanke minaccia di investigare, ma dal momento che non c’è stata una chiara violazione della legge è difficile che ne esca qualcosa, sopratutto considerando il fatto che la Goldman ha molti santi in paradiso”, nota Richie Bennett, influente bloggista economico USA.

Robert Rubin e Hank Paulson, due dei più influenti segretari del tesoro USA, sono passati dalla Goldman. Tim Geithner, il segretario attuale, ha lavorato per ambedue e (all’epoca era alla FED di New York) approvò il salvataggio della AIG, interpretato da molti come un operazione trasversale per pagare la Goldman. Il corrente presidente della FED di New York è un uomo della Goldman, come lo è pure Jon Corzine, ex governatore del New Jersey e sei volte senatore USA. Larry Summers, direttore del consiglio economico di Obama, invece dalla Goldman aveva ricevuto 135 mila dollari per una sola giornata di lavoro poche settimane prima dell’elezione del nuovo presidente.  E la lista potrebbe diventare chilometrica.

“Non è una questione di legami politici”, afferma Brian Bethune, analista di Global Insight, “La Goldman è in grado di

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personalizzare i contratti secondo le esigenze del cliente come nessun altro, e poi questa è l’ora degli speculatori finanziari, basta osservare i profitti che hanno realizzato dall’inizio della crisi”.

Nel caso della Goldman si parla di circa 45 miliardi di dollari nel solo 2009. Un ammontare che oltre a rappresentare un 103 per cento di crescita rispetto al 2008 segna anche il record storico del settore. E sebbene Lloyd Blankfein, il CEO della Goldman, avesse promesso che avrebbbe ridotto le gratifiche, l’anno scorso la banca americana ha distribuito oltre 16 miliardi di bonus, ovvero circa 600 mila dollari per ogni impiegato.

“Sono profitti realizzati al 70 per cento con il proprietary trading”, aggiunge Keiser, “Scommettendo cioè contro gli investimenti dei propri clienti o investendo in proprio in operazioni che anticipano quelle dei suoi clienti”.

Anche Phil Angelides, capo della Financial Crisis Inquiry Commission, ci trova da ridire. “La Goldman crea e vende titoli e poi ci scommette contro”, ha affermato Angelides, “E’ un’abitudine che torvo veramente sconcertante”.

Sebbene scettici molti—e tra questi c’è anche Bennett –sperano che nella sua riforma bancaria Obama troverà una maniera per porre fine a questo tipo di abusi.

“Difficile dire però se ci riuscirà davvero”, osserva Bennett, “Durante le presidenziali del 2008 Obama ha pur sempre ricevuto oltre 994 mila dollari di contributi dagli uomini della Goldman”.

February 22, 2010

L’Atleta Vittorioso e’ nostro, Julie Jaksol, portavoce del Getty

Filed under: L'intervista, Mercati, News, Personaggi, Storia — Paolo @ 7:20 am

Sig.ra Jacksol perchè il Getty si rifiuta di rimandare un’opera d’arte alla nazione dalla quale fu sottratta?
Prima di tutto bisogna dire che l’Atleta Vittorioso è greco e non italiano e poi non l’abbiamo sottratta, all’epoca il museo la pagò appropriatamente, non c’è stato niente di criminale nelle nostre azioni.

Mi pare una questione di lana caprina. L’Italia e la Grecia sono appartenute a lungo allo stesso impero, il problema del popolo italiano con l’Atleta Vittorioso non è di natura specificamente criminale ma quanto più di diritti culturali. Non pensa che gli artifatti di un popolo, sottratti a qualsiasi titolo, debbano essere sempre restituiti al paese d’origine?

Questa e’ una discussione in pieno svolgimento a livello internazionale e noi siamo simpatetici, ma la storia dell’Atleta Vittorioso è differente, la statua non appartiene all’Italia.

Eppure non avete avuto problemi a riportare in Italia altri artifatti, perché questo no?
Di nuovo perchè non appartiene all’Italia, fu trovata in acque internazionali. Se fosse stata riconducibile all’Italia, come gli altri artifatti che abbiamo restituito al vostro pase, ve l’avremmo già ridata.

Quindi se si riuscisse per ipotesi a provare che questa statua era stata trovata in acque territoriali italiane o che era partita dall’Italia, la restituireste senza problemi?

Certamente, senza esitazioni, come per altro abbiamo gia fatto con altri artifatti. Non vogliamo mica impadronirci illegalmente delle proprietà artistiche altrui e particolarmente di quelle italiane, un paese col quale abbiamo cercato di appianare tutte le differenze.

Il GIP di Pesaro non la pensa così, è sicuro che la statua appartiene all’Italia

La posizione dei giudici di Pesaro è in contraddizione sia con una sentenza della corte di Cassazione Italian che una sentenza dell stesso tribunale di Pesaro del 2007 nella quale il magistrato riconosceva come lecita la posizione del Getty. Non ci vedo nessun problema. Per noi la situazione è chiara e certa: la statua fu trovata in acque internazionali e il Getty l’ha comprata  regolarmente. Non c’e’ dolo.

Come fate ad essere sicuri che si trattasse proprio di acque internazionali?

Facemmo una ricerca, verificammo la sua provenienza. In ogni caso non è solo il Getty a pensarla così ma si tratta di un dato accettato universalmente.

Non le pare che appellarsi ad una sentenza di 40 anni fa, quella della Corte di Cassazione, sia un tantino pretestuoso? 40 anni fa negli USA esisteva ancora la segregazione, nessuno si sentirebbe oggi di dire che le regole di allora sono ancora valide, nessuno se la sentirebbe di sostenere ad occhi chiusi l’inoppugnabilità delle delibere della Corte Suprema, perché la ritenete vincolante?
Guardi adesso scadiamo nella polemica, non credo che sia produttivo ingaggiarla in una tale discussione. Le posso solo dire che le nostre posizioni sono corrette e che noi siamo decisi a difindere i nostri diritti.
Insomma sostenete che siccome l’avete pagata 4 milioni di dollari ve la terrete?
Ma per niente e non lo diciamo nemmeno nel nostro comunicato stampa. Quello che sosteniamo è che ci sono state varie sentenze di vari tribunali italiani con le quali è stato stabilito che la statua fu trovata in acque internazionali, che l’Italia non ha niente a pretendere e che nella vendita della statua al Getty non è stato commesso nessun crimine. Questa è la posizione alla quale ci siamo attenuti costantemente e questo è quello che abbiamo dichiarato nel nostro comunicato stampa di stamane. Questo è tutto ciò di cui siamo certi ed e’ quello a cui ci atterremo.

Difenderete la vostra posizione in tribunale?

Lo abbiamo già scritto nel nostro comunicato. Abbiamo affidato la difesa dei nostri interessi ad un avvocato italiano. Il Getty difenderà legalmenete i suoi diritti in tribunale e a questo punto non c’è altro da aggiungere.

February 6, 2010

Escape dal Blogging. Negli USA tra i giovani il blogging e’ sorpassato

Filed under: Glocanomica, News, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 12:26 pm
E8 Album HQR

E8 Album HQR/Flickr/CCP

Blogging? E’ cosi démodé che adesso negli USA lo fanno con una certa regolarita, uno su dieci, solo gli adulti. I trentenni e su di li per intenderci. Proprio quelli dei quali negli anni sessanta—altro decennio di grandi sommovimenti epocali—tutti i giovani dicevano di dover diffidare. La notizia è stata resa nota proprio in questi giorni dal Pew Internet & American Life Project, la maggiore think-tank statunitense sulle questioni di internet e società. Secondo i ricercatori del centros studi statunitense, il blogging tra i giovani americani averebbe fatto la fine del telefono e delle poste elettroniche: ancora utile ma certamente non di moda.

Condotta su un campione di circa tremila intervistati, la ricerca del Pew ha rivelato che tra i webnauti compresi tra i 12 e i 17 anni la percentuale di quelli che mantengono un blog è scesa dal circa 30 per cento del 2006 al 14 per cento attuale, e quando si viene poi all’aggiornamento e al postaggio di commenti la percentuale di quelli che continuano a farlo si è ridotta di oltre il 70 per cento rispetto allo stesso anno. Il trend si conferma quasi identico anche tra i giovani nella fascia d’eta tra i 18 e i 29 anni. Dove le cose vanno meglio è invece tra i trentenni , dove si è registrato un—quasi—2 punti di crescita. In crescista rapida invece la percentuale tra gli adulti, gli ultraqiuarantenni pe rintenderci, che è passatta dal 7 per cento del 2007 al quasi 11 per cento attuale.
E l’abbandono del blogging non si registra solo sui siti dove viene fatto in forma lunga, Wordpress, Blogger e similari, ma anche sui siti del microblogging e dei 140 carattteri come Twitter, che sebbene registri un’impennata tra le studentesse di scuola superiore (e purtroppo i ricercatori del POew non ci dicono perché), tra i giovani dai 17 ai 29 anni registra un usaggio che arriva malappena all’8 per cento.
Ma se non bloggano cosa ci fanno sull’Internet questi giovani? Proprio in questi giorni un altro studio, questa volta della Kaiser Family Foundation, ha rilevato infatti che i teenagers statunitensi compresi tra gli 8 e i 18 anni d’età passano una media di sette ore e mezzo al giorno utilizzando media elettronici mentre oltre il 93 per cento naviga il web quotidianamente.

“I giovani utilizano i mezzi elettronici che gli fanno più comodo e che possono usare con più immediatezza , quando si viene all’espressione di sé stessi si rivolgono invece ad altri siti, e in questa fase significa sopratutto i siti del social networking”, afferma Danah Boyd, ricercatrice del Berkman Center for Internet and Society, “Vi rocordate cosa successe con AOL, che la famosa frase You’ve Got Mail era diventata un tormentone? Ci avevano fatto anche un film. Sembrava che la posta elettronica fosse diventata una cosa della quale nessuno poteva fare più a meno e che AOL ne aveva il monopolio. Oggi AOL è praticamente un dinosauro e i giovani all’e-mail preferiscono il texting o gli aggiornamenti sul loro profile sociale, e possibilmente in versione mobile, perché un numero crescente al computer non ci va quasi mai”.

La ricerca del Pew ha infatti rilevato che quasi il 75 per cento dei giovani compresi tra i 12 e I 17 anni si reca almeno una volta al giorno su un social network—nel 2005 la loro percentuale raggiungeva a stento il 50 per cento. L’inchiesta del Pew conferma inoltre anche l’affermazione della Boyd sulla mobilità degli utenti giovani, dal momento che nella fascia 18-29 i giovani accedono al social networking utilizzando esclusivamente i loro telefonini. Ma attenzione a non commettere l’errore di fare di tutte le erbe un solo fascio. C’è social networking e social networking. Anche nell’uso dei social network si sta verificando una stratificazione con i giovani—il 66 per cento—che preferiscono MySpace e gli adulti—73 per cento di quelli che fanno social networking—che invece scelgono Facebook.
Secondo Amanda Lenhart, autrice della ricerca del Pew Center, la fuga dei giovani dal blogging e da alcuni siti del social networking potrebbe essere il risultato di istanze in cui gli adulti hanno utilizzato quei mezzi per compiere grandi operazioni mediatiche di massa, come realizzate quelle per esempio da Lance Armstrong, che twittava durante l’ultimo Tour de France, e di John King. Anchor della CNN King ha invece utilizato Twitter e Facebook per coprire il recente discorso del Presidente Obama sullo stato dell’Unione.
“Proprio il tipo di attività che hanno convinto i giovani che twittare è una cosa che fanno gli adulti e le celebrità”, ha affermato la Lenhart.

January 19, 2010

Il Ragazzo che sconfisse lo scetticismo

Filed under: Economia, Glocanomica, Innovazione, L'intervista, Personaggi, Storia — Paolo @ 8:42 pm

Kamkwamba sul suo mulino -Flickr/CCP

L’Africa agli Africani. I problemi degli africani possono essere risolti solo dagli africani, sostengono da tempo coloro che non ne posono piu’ di continuare ad uccidere l’Africa dolcemente col paternalismo delle NGO o col miopismo dell’aiuto al terzo mondo, con le sue macchine sfigate, le pompe che si blocanno al primo refolo di sabbia, le radio a manovella che si scassano dopo poche ore, i concentrati di frutta che soffocano i neonati–ne sanno qualcosa gli italiani che durante la tenura del ministro Fortuna, alle vittime della siccita’ gli mandavano liofilizzati di succo d’arancio da trasformare in gustose bevande giusto aggiungendo qualche litro d’acqua, casomai quella che si poteva titare su fresca ogni mattina dai pozzi ricolmi di sabbia del Mali, del Chad, del Sahel. No, l’Africa agli africani non gliela si puo’ dare. Gli africani mancano della tecnologia, dell’inventiva, della risolutezza, sostengonoi i neo-colonialisti. Ci vogliono talenti locali e non se ne trovano, lamentano i professionisti e gli esperti dell’aiuto ai paesi in via di sviluppo. William Kamkwamba, autore de Il Ragazzo Che Catturo’ Il Vento,  dimostra che tutto cio’ e’ falso. In Africa c’e’ tencologia a iosa per risolvere i problemi africani e la leadership, l’inventiva e i talenti non mancano. Lo dimostra la sua impresa. Poco piu che ragazzino vede la foto di un mulino a vento su un libro inglese. I mulini signifcano elettricita’, l’elettricita’ pompe per estrarre acqua dal sottosuolo e l’acqua l’irrigazione dei campi che si trasforma in cibo per gli animali. Per il Malawi, che all’epoca era attanagliato dalla siccita’ e dalla guerra, un mulino a vento puo’ essere prorpio qullo che ci vuole per risolvere i problemi, se non quelli del paese–William pensa solo alla suafamiglia–di sicuro del suo clan. William non legge l’inglese e non ha nessuna istruzione tecnica, e sopratutto non dispone dei materiali che ci vorebbero per costruire il mulino a vento e fargli produrre elettricita’. Figurariamoci poi la pompa, nel villaggio non c’e’ nemmeno una lampadina. Niente di questo scoraggia William che, dopo aver raccolto i materiali dalle discariche del vicinato si imbarca nella costruzione del mulino nel giradino di casa sua. Ci mettera’ tre mesi. Adeso il mulino sta diventando il faro che indica la strada da seguire alla nuova Africa, quella che odia l’elemosina ma anon disdegna la solidarieta’. La storia di William ha a che fare con l’inovazione, con la glocanomica e al tecnologia, ma sopratutto ha a che a fare con la perseveranza e la fiducia nella ragione.

Allora come le è venuta l’idea di costruire un mulino a vento nel giardino di casa?

Il mio paese si trovava nel pieno d’una carestia. I miei genitori non si potevano permettere più di spedirmi a scuola, non avevamo soldi, ma ero sicuro che un giorno sarei tornato a scuola e mi dissi che quando quello sarebbe accaduto non mik sarei trovato di molto dietro ai mie compagni così, per tenermi al passo con quello che facevano a scuola, per istruirmi indipendentemente decisi di leggere tanti libri. Andavo in biblioteca ogni giorno ed ero attratto sopratutto da libri scientifici. Purtroppo all’epoca non leggevo l’inglese e quindi usavo principalmente le illustarzioni per comprenderecosa stavo sfogliando. Un giorno ho trovato un libro che aveva una foto di un mulino a vento sulla copertina posteriore, nel libro poi c’erano schematiche che mostravano come il mulino potesse essere usato per pompare acqua e generare elettricità. Pompare acqua significava irrigazione, una cosa della quale a quel punto i nostri racccolti avevano un disperato bisogno. Pensai pure alla fame e come riuscire a far crescere i raccolti, a cosa fare per aiutare il mio villaggio. Con l’acqua e l’elettricità potevamo fare il raccolto due tre volte l’anno. Così guardando quella foto ho deciso che avrei costruito un mulino a vento, i nostri villaggi sono costantemente spazzati dal vennte. Ma non avevo alcuna idea di come si costruisce un mulino a vento. Cominciai a pensare cosa devo fare esattamente? Così iniziai a raccogliere i materili di cui avrei avuto bisogno.

Come hanno reagito gli abitanti del suo villaggio alla sua decisione di costruire un mulino?

Pensavano che fossi matto e non gli dò tutti i torti. Non sapevano cosa fosse un mulino a vento e nel frattempo tutti i giorni facevo il giro delle discariche pubbliche per raccogliere i materiali di cui avevo bisogno, non c’e’ da stupirsi se pensavano che avevo perso il cervello.

Ma anche lei non sapeva cos’era un mulino a vento eppure ha deciso di costruirne uno, perché lei ci credeva e gli altri no?

La differenza forse sta nell’aver fiducia nel prossimo. Voglio dire, il mulino a vento non lo avevo mai visto dal vivo. Ne avevo visto solo una foto ma a prescindere dalla mia esperienza personale la foto mi confermava che qualcuno in un altro posto del mondo ne vaveva costruito uno, che esisteva, che era una cosa reale. Da bambino giocavo con le girandole, avevo avuto la possibilità di sentire l’effeto del vento sulle mie mani, di provare le vibrazioni create dall’energia impressa dal vento sulle eliche della girandola, come questa si trasmetteva nelle mie mani. Non mi riusciva difficile credere che la stessa energia si poteva trasformare in elettricità. Insomma se ci si guarda intorno si vede che tutto quello che ci circonda, le case, le strade, gli oggetti sono stati creati da qualcuno, prima non esistevano, una persona che aveva fiducia nelle sue capacità o nel fatto che un’impresa fosse fattibile aveva deciso ad un certo punto di darsi da fare per crearle. Se uno presta sempre ascolto a quello che dice la gente in realtà non farà mai niente. Prenda il caso dei fratelli Wright. La gente gli diceva che era impossibile, che non sarebbero mai riusciti a far volare una macchina così massiccia. Se avessero accetato il punto di vista altrui, gli aerei non li avrebbero mai inventati. Io la penso alla stessa maniera. Quando uno fa una cosa nuova in una certa area, un sacco di gente è pronta a dire che non funzionerà. E non lo fa perché è cattiva, lo fanno perché non sà quello di cui uno sta parlando. Se uno accetta un tale punto di vista non farà mai niente di nuovo. Io non ci vedevo niente di male a tentare. Mi dissi che se ci fossi riuscito sarebbe stato positivo per me e per la mia gente. Se non funzionava poco male, significava che ci avevo provato, ma se funzionava avremmo potuto risolvere dei problemi di importanza vitale per la mia famiglia e la mia comunità.

La magia, gioca nessun ruolo nella sua impresa?

La magia non è quella che tendiamo a voler credere noi e non si manifesta sempre in una maniera che ci è comprensibile, inoltre non è una cosa che si comanda. Da bambino pensavo che esistevano delle polveri magiche,  che se le avrei prese mi avrebbebro conferito una forza sovrumana. Una volta un imbroglione era riuscito a vendermi il suo juju con la promessa di rendermi fortissimo. Disse che tre giorni dopo averlo preso sarei stato capace di tenere testa ad un gruppo di bulli che da un pò di tempo mi stavano infastidendo a scuola. Risultato: mi hanno picchiato sonoramente, malgrado il fatto che la sugegstione mi aveva convinto che fossi fortissimo. Altri sostengono di possedere la formula magica per volare da un posto all’altro ad a cavallo d’un ramo d’albero. Alla prova dei fatti molte convinzioni si rivelano false. Il magico vero è diverso, non si vede, non lo si definisce. Si costruire il mulino è stato per alcuni versi magico. Personalmente però penso che nel mio caso, il risultato è più frutto della perseveranza che di interventi sovrannaturali.

Che ne pensa del mondo occidentale?

Un posto molto diverso dal Malawi dove sono nato e cresciuto. Una delle cose che mi ha colpito di più per esempio sono le differenze che corrono all’interno dei rapporti familiari. Nelle aree rurali dalle quali vengo io per esempio il padre e le figlie non posssono abbracciarsi, invece in America li vedo abbracciarsi continuamente. Le differenze insomma sono sia sottili, si esprimono in aspetti insignificanti della vita quotidiana, che profonde. Mi piace però il senso di opportunità e di libertà che si respira in occidente, almeno nell’occidente che ho visto io. Sono stato in Indilterra, in Germania e negli USA.

E ai giovani occidentali cosa gli direbbe?

Di imparare ad apprezzare quello che hanno e di rispettare quelli che sono diversi da loro. Secondo me non si rendono nemmeno conto di che vita affluente vivono e del fatto ogn’uno ha la sua cultura e che tutte le culture hanno sempre degli aspetti positivi, cose che si possono o che vogliamo imparare. Nel mondo ci sono così tante cose che non vanno bene che è facile farsi prendere dallo sconforto. Bisogna cominciare ad apprezzare quello che si ha, se si riconosce lo sforzo che fanno gli altri li si incoraggia a perseverare, anche se non è proprio quello che volevamo fare inizialmente.

E che ne pensa di tutti questi aiuti che i paesi del primo mondo spediscono in Africa?

Che alcune volte non funzionano, forse devono rivedere il loro concetto di cosa significa aiutare un africano. Le faccio un esempio, ci mandano macchine e strumenti che dopo un paio di mesi si rompono e c’è nessuno che sa some aggiustarli. Non sarebbe meglio se con la macchina arrivasse anche qualcuno che ci insegnasse come usarla e sopratutto aggistarla? Se si rompe non c’e’ mai nessuno che sappia farlo, così l’aiuto si trasforma brevemente in rottam. Ancora meglio sarebbe se costruissero delle apparecchiature più adatte alla realtà fricana, casomai proprio in Africa, perché alla fine è sempre meglio si I problemi di una regione vengono risolti dalla gente che ci vive. Gl indigeni hanno sempre una conoscenza profonda del problema, in fondo ci vivono ogni giorno con quel problema. Inoltre si tende a risolvere tutti i problemi alla stessa maniera ma cosa succede, come poi accade spesso, se quella soluzione funziona nel mio villaggio ma non in uno che si trova per esempio in montagna? Vede se alle gente gli si fa solo carità non la si aiuta a migliorare la propria vita ma li si rende dipendente sull’obolo altrui.

Che programmi ha per il futuro?

Per adesso sono di nuovo a scuola, in Sud Africa, si chima African Leadership Academy, ci vengono giovani da tutta l’Africa. C’è tanto da fare, ci mancano addirittura le finestere e le porte, ma le cose migliorano di giorno in giorno. Poi sono coinvolto in una serie di organizzazioni che operano per trovare soluzioni africane ai problemi africani.

Cioè?

Come le dicevo la soluzione ai problemi africani la possono trovare solo le genti che vivono in Africa, le non profit ci possono aiutare ma quelli sono solo aiuti, il lavoro vero, le soluzioni vere devono produrle gli africani.

Come ha fatto lei col suo mulino? Lo sa vero che è diventato simbolo dell’imprenditorialismo pan-africano?

Si lo sò, a vedere il mulino sono venute persone da tutto il continente, ma io non mi sento speciale ho solo fatto quello che bisognava fare.

November 30, 2009

Intonarumori in America

Filed under: Glocanomica, Innovazione, News, Personaggi, Storia — Paolo @ 9:29 pm
Luciano Chessa col suo Intonarumori

Luciano Chessa col suo Intonarumori

Ultimo avvistamento? Parigi 1922. Ad un concerto di Luigi Russolo in fuga dai fascisti. Poi l’Intonarumori, lo strumento sacro della musica futurista, era sparito sotto le bombe della Seconda Guerra mondiale.

Questo fino al concerto organizzato a meta’ Ottobre a San Francisco dal Museo D’arte Moderna della città e il locale Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Performa, un’organizzazione culturale che gestisce la Biennale di New York.

Celebrando il centenario della pubblicazione del Manifesto Futurista, le tre organizzazioni hanno fatto risorgere lo strumento dalle sue ceneri. Non solo ne hanno commissionato la ricostruzione ad un liutaio della regione, ma hanno anche ricreato la performance che Russolo e Ugo Piatti—i due pittori e musicisti futuristi che inventarono lo strumento–diedero nel 1913 al teatro di Ugo Storchi di Modena annunciando al mondo la morte definitiva del silenzio.

Così sedici intonarumori diretti da Luciano Chessa, il giovane compositore d’origine sarda che ha supervisionato la ricostruzione dello strumento, si sono esibiti in una serie di composizioni prodotte dai maggiori musicisti d’avanguardia del momento. Gente come Mike Patton, Paolo Buzzi, Pablo Ortiz, Ellen Fullman e lo stesso Chessa.

Ma quello di San Francisco è solo un debutto. A Novembre gli intonarumori si sono trasferiti a New York, dove Performa li ha usati per dare il via ad una tre settimane di futurismo italiano rivisitato dai maggiori artisti statunitensi.

“Rivisitato perché la concezione europea del futurismo è quella di uno stile pittorico e letterario, ma il futurismo non era solo pittura e parole in libertà, era un evento totale, uno stile di vita” afferma RoseLee Goldberg, direttore di Performa, “Comprenderne la vera natura è essenziale, sopratutto adesso che stiamo tutti cercando idée per proiettarci nel futuro”.

October 29, 2009

In Cerca di Una Nuova Vita

Filed under: Analisi, Economia, Events, Glocanomica, Personaggi, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 4:09 am

Questo e’ il catalogo di una mostra sull’immigrazione italiana in California che di recente ho co-curato per il Museo ItaloAmericano di San Francisco. Io mi sono interessato sopratutto della Terza Ondata. Spero di poter fare un upload a breve della mostra vera e propria.

September 24, 2009

Cibo, cibo, glorioso cibo!

Filed under: Analisi, Glocanomica, News, Personaggi, Storia — Paolo @ 6:54 pm

“Cibo, cibo, cibo glorioso”, cantano gli scugnizzi di Oliver, il musical del britannnico Lionel Bart e ispirato dall’omonimo romanzo di Charles Dickens. I trovatelli danno voce all’aspirazione prrincipale di tutti i derelitti della terra: assicurarsi almeno una zuppa calda al giorno. Esigenza questa che molti in molte parti del mondo in questi tempi di crisi possono soddisfare so;o grazie all’aiuto delle opere caritatevole.

Nel film Miseria e Nobiltà Totò si riempie le tasche di spaghetti, la soddisfazione momentanea dei morsi della fame non è tale da fargli dimenticare di mettere da parte un pò di cibo in vista di tempi più duri. Panem et Circenses dicevano i romani! Insomma cosa non si fa per il cibo. E cosa non fa il cibo per noi, dovremmo aggiungere.

A sentire Tom Standagate il mondo corre il rischio di cacciarsi in una serie di guerre alimentari, dettate da eventi climatici, economici, migrazioni e sommovimenti sociali. Adesso alle guerre dell’acqua ci abbiamo fatto in qualche maniera l’orecchio, fanno parte del nostro immaginario. Siamo possibilisti anche se solo in termini ipotetici, a quelle alimentari non c’eravamo preparati, ci colgono di sorpresa. Non così per Standgate, che ha appena—qualche mese fa—[ubblicato An Edible History of Humanity, Una storia Commestibile dell’Umanità. Giornalista economico del Financial Times, Standgate prova che i cambiamenti alimentari non solo hanno causato lo scoppio di conflitti come quello israelo-palestinese ma hanno determinato anche profondi cambiamenti politici ed economici. Quali? Ma per esempio la Rivoluzione Francese e quella industriale. Lo abbiamo intervistato.

Un altro libro sul cibo, non le pare un terreno arato?

La storia commestibile dell’umanità non ha niente a che fare con il libri di cucina nei quali la gente parla di come è bello mangiare le pietanze cucinate dalla nonna, o di come vivere d’una dieta fatta di cibi cresciuti localmente o di come vivere per un anno facendo la vita dei nomadi primitivi. Questo libro non ha niente  a che fare nemmeno con le questioni politiche che circondano la distribuzione del cibo e la critica delle grandi industrie alimentary. Libri come Fast Food Nation per intenderci. Infine ci sono poi libri che hanno a che fare col galateo e con le buone maniere a tavola, come quello di Michael Pollan, e altri che hanno a che fare con la storia di come alcuni ingredienti si sono intrufolati nelle pietanze tradizionali. Insomma in genere i libri sul cibo ci raccontano come la storia ha modificato il  gusto culinario e le abitudini alimentari della gente. Il mio libro percorre il senso inverso, cerca di esplorare in che maniera i cibi hanno influenzato il corso  della storia umana, e com’è che quello che la gente mangia ha cambiato la storia.

E quanyi sono le maniere in cui l’alimentazione ha cambiato la storia?

Secondo me sono sei maniere ma la più importante è stata attraverso l’introduzione dell’agricoltura, un’innovazione necessaria a farci passare dalla condizione nomadica a quella stabile e che ha incrementato la varietà di cibo di cui disponevamo e anche la sua abondanza, apparentemente un miglioramento ma non porprio totalmente auspicabile.

Perché?

Perché prima gli hunters gatherers vivevano una vita più rilassata, non erano costretti a distruggersi lavorando la terra e non dipendevano dalle bizzarrie del tempo e per assurdo che possa sembrare le loro aspettative di vita erano molto migliori di quelle dei contadini.

E parlando di cibi specifici?

Le patate per esempio che permisero l’espansione industriale europea, sopratutto in Indilterra dove era in corso la rivoulzione industriale, o la mancanza di cibo che ispirò la rivoluzione francese, o anche quella Americana che fu nei fatti innescata dalla tassazione del te. Ma la fondazione della vita moderna è basata su tre cibi: il grano; il riso e il mais. Un trio che io chiamo la fondazione commestibile della civiltà moderna. Anche le spezie, il desiderio delle spezie degli europei incoraggiò l’esplorazione dell’America e delle Indie, una cosa che portò a sua volta alla colonizzazione di grandi regioni della Terra da parte dagli imperi coloniali.  Ai tempi della rivoluzione indistriale le patate permisero per esempio all’Indilterra di sviluppare un nord indistriale e un sud agricolo. Il nord industriale perché le patate erano semplici da coltivare e crescevano in abbondanza nel clima rigido settentrionale. Le patate inoltre presenstavano il vantaggio di poter essere coltivate su appezzamenti più piccoli facendo così spazio allo sviluppo industriale delle terre risparmiate. Il sud allo stesso si specializza in agriccoltura e nella coltivazione del grano, inoltre importando zucchero dai caraibi la Gran Bretagna (che era pur sempre un impero), potè liberare ulteriori fette di terra da dedicare allo sviluppo industriale. Ed infatti verso la metà del diciannovesimo secolo la maggioranza delle calorie consumate dai lavoratori provenivano dal pane, dalle patate, dallo zucchero e dal te. Questa alimentazione però rese possible la liberazione della gente dalla necessità di dover coltivare la terra e di dedicarsi all’industria, nei fatti determina la nascita del proletariato industriale.

Altri eventi storici determinati dalle necessità alimentari?

La rivoluzione francese, quella statunitense. Tutti rammentano la storia secondo la quale Maria Antonietta a quelli che gli dicevano che il popolo non aveva pane gli aveva risposto “fategli mangiare torta”, ma probabilmente gli deve aver invece detto fategli mangiare patate perché mentre erano poplarizzate in Indilterra, in Francia dei nobili le proponevano patate come mezzo economico per sfamare i poveri.

La rivoluzione verde asiatica, ovvero l’introduzione del riso di gran produzione in Cina e India, che porta al lancio della rivoluzione industriale anche in quei paesi.

Tutti i salti produttivi dell’umanità sono stati preceduti sempre da una rivoluzione della produzione alimentare. Nel caso della Cina e dell’India era questo riso, una disastro ambientale dal punto di vista di alcuni perché richiede più acqua e fertilizzanti di altre colture. Ma se lo si vede dal punto di vista del mezzo miliardo di persone che sono state sollevate dalla fame lo si concepisce come un successo. E di nuovo, è il cibo che determina questi cambiamenti.

Guerre del cibo?

Young Standgate

Young Standgate

Si verso la fine di questo secolo quando i cambiamenti climatici si manifesteranno sotto forma di carestie alimentari, perché cambierà il corso delle stagioni, delle pioggie, la stessa natura dei terreni e non c’è dubbio che questo porterà a scontri sulle terre fertili e sulle acque che le irrigano. Lo scenario ottimista è quello che troviamo una maniera per porre rimedio alle fluttuazioni alimentari determinate dalle variazioni climatiche, usando tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione, anche quelle questionabili come la genetica. L’altra è che assisteremo a grandi guerre sul cibo e le acque. In alcuni sensi la Guerra dei Sei Giorni era stata una guerra alimentare. Alcuni sostengono che era stata scatenata dal desiderio israeliano di assicurarsi l’accesso alle acque del Golan. Altri sostengono che il conflitto in Sudan è collegato a questioni alimentari. La Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino sono pure loro eventi, in qualche maniera di natura alimentare. Il grande lift organizzato da Kennedy per salvare Berlino mentre e la caduta del Muro era stato preceduto da grandi scarsità alimentari in Germania Est. E non credo che si tratti di un’esagerazione dal momento che lo stesso primo ministro sovietico dell’epoca affermò che l’Unione Sovietica era caduta proprio perché non riusciva più a sfamare la sua popolazione. Anche, si immagini una situazione molto probabile di un innalzamento delle acque in Bangladesh con una forte dislocazione delle popolazioni costiere, questa è un’altra eventualità che potrebbe creare grandi instabilità regionali. Anche in Africa gli alluvioni e le siccità potranno portare a situazioni di scontro armato e molte volte non sarà nemmeno ovvio ma gli scontri saranno sempre legati a difficoltà di accesso alle terre coltivabili e alle risorse naturali necessarie per trasformarle in terreni agricoli. La popolazione mondiale raggiungerà l’apice nel 2070, il trucco è produrre abbastanza cibo da superare quel dosso una vota che la popolazione comincia a diminuire la situazione migliorerà nettamente.

May 4, 2009

The NAFTA Flu

Filed under: Analisi, Economia, News, Storia — Paolo @ 1:08 pm

(Traduci in Italiano)People worldwide know it as the Swine Flu or the A/H1N1 flu. Among the Mexicans crossing the US-Mexican border at Tijuana and Ciudad Juarez is known as the NAFTA Flu. According the World Health Organization and the CDC there’s not a valid explanation why it broke out in Mexico and not in South East Asia, as it has happened for past strains. It is said to be the result of humans living into close proximity to livestock, and that’s probably the only truth we have been told until now about the genesis of the new virus . Actually that’s why it’s coming to be known as the NAFTA flu. Let me explain.
In 1992 the US, Canada and Mexico signed the North American Free Trade Agreement, NAFTA, a free trade agreement comparable to the treaty of Maastricht which established the European Union. In so doing George H.W.Bush (Dubya’s father), Carlos Salinas (then Mexico’s President), and Brian Murloney (then Canada’s Prime Minister), which signed the treaty, laid the basis for American and Canadian corporations to transfer production facilities to Mexico avoiding any taxation or penalty. And that’s precisely what Virginia-based Smithfield Farm did.
Smithfield Farm, which processes more than 27 million pigs a year, in 1985 had received what at time was the biggest fine in history issued by the Environmental Protection Agency for having polluted the waters of the nearby Pagan River. It was therefore with great relief that taking advantage of the newly approved law, the treaty was signed into to law by Clinton in 1994, that Smithfield Farm that same year transferred 3 per cent of its most polluting operation to the little city of La Gloria in the Mexican state of Veracruz, it was there, that according to an article in the Narco News Bulletin, that first developed the virus that is causing the current pandemic. According to Al Giordano, author of the article, the “swine flu exploded because an environmental disaster simply moved (and with it, took jobs from US workers) to Mexico where environmental and worker safety laws, if they exist, are not enforced against powerful multinational corporations.” Giordano reporting has been corroborated also by articles in The Guardian, La Jornada, New America Media and the grist.com.
According to Giordano Mexican authorities knew already on April 5 that a flu epidemic was under way in La Gloria , they let it loose allowing it to get to Mexico City giving rise to the international panic/pandemic. Now Edgar Hernandez the 5 year old who’s supposedly patient zero, lives precisely in La Gloria. If Fox News hadn’t reported this same news I would have said that it was another of those anti-globalization misinformation campaigns, but unfortunately it looks like that another great economic solution of yesterday has become a social nightmare of today.

January 19, 2009

Obama-Lincoln, legame di caratere etnico?

Filed under: Personaggi, Storia, Uncategorized — Tags: , , , — Paolo @ 1:30 pm

Abraham Lincoln

Il collegamento tra Obama e Lincoln potrebbe essere ben piu’ profondo di quello filosofico e politico, potrebbe essere di carattere etnico. Secondo il sito web della Melungeons’ Heritage Society Abraham Lincoln sarebbe infatti Melungeon da parte di madre, Nancy Hanks Lincoln. I Melungeon risalgono ad un periodo storico precedente alla rivoluzione americana, quando l’idea stessa degli Stati Unti non era ancora nata. Vengono definti l’ultima tribu’ perduta degli Stati Uniti vi appartenevano i servi bianchi che nel diciassetesimo secolo sfuggivano ai loro padroni anglosassoni, i neri che scappavano dai campi di cotone della Georgia e i Nativi Americani che vivevano nelle Blue Ridge Mountain, una delle zone piu impervie degli Appalacchi. I loro discendenti sono di sangue misto e esibiscono tratti fisici caratteristici delle tre etnie.  Erano Mattaponi, Chickahominy, Conestoga e Monacan che vivevano nelle regioni occupate dai settler;  Soni-nke, Sawninki, Anlo-Ewem e Dowayo che avevano attraversato forzatamente il Middle Passage (così gli schiavi chiamavano l’Atlantico) sulle galere Inglesi, francesi e spagnole, e scozzesi, iralandesi, tedeschi e olandesi che erano emigrati nella speranza di sfuggire ai furori religiosi che stavano straziando l’Europa.  Tutti fuorilegge trovavano rifugio in una zona difficilmente raggiungibile e di scarso interesse commerciale. L’ipotesi qualche tempo fa e’ stata anche accreditata da uno speciale dell’History Chanel. Adesso viene rilanciata dai Melungeon stessi, che lungamente discriminati (piu dei neri) stanno rivendicando la loro eredità. Dagli Appalacchi del Tennessee i Melungeon si sono poi diffusi in svariati stati del Sud statunitense e del Mid West, in Illinois c’è una delle colonie piu numerose. Interessante notare che anche Tom Hanks e Ava Gardner sono discendenti dei Melungeon. Mi ero imbattuto nei Melungon giusto qualche mese fa quando avevao fatto un servizio sul Profondo Sud statunitense per conto di Geo. In quell’occasione m’ero recato nella Vardy Valley, una zona remotissima al confine tra la Carolina del Nord e la Virginia dove avevo intervistato alcuni dei leader dela comunità, ripubblico di seguito alcuni stralci dell’articolo che avevo scritto per Geo. Interessante notare che la loro reazione ad Obama non era stata proprio delle più entusiasmanti. Chissà se adesso hanno cambiato idea.

GEO Italia Dicembre 2008

GEO Italia Dicembre 2008

Rifugiatisi nell’estremo sud del Cumberland Gap prima della rivoluzione americana, in un posto che a

Nancy Hanks Lincoln

Nancy Hanks Lincoln

tutt’oggi per raggiungerlo ci vogliono ore ed ore di macchina su strade tortuosissime, sono i discendenti dei servi scozzesi, irlandesi, tedeschi e olandesi che erano sfuggiti ai loro padroni inglesi e che, arrivati in queste catene montagnose, nel corso del tempo si sono mescolati con gli schiavi negri scappati dalle piantagioni di cotone della Georgia e dai campi della Virginia e i nativi americani che abitavano nella zona prima dell’arrivo degli europei. Di aspetto mediterraneo, li chiamano anche Atlantic Creole, i Melungeon sono stati discriminati fortemente nel corso dei secoli.
“Eravamo giusto un gradino al di sopra dei neri”, afferma Rose Trent, vice presidente della Melungeon Heritage Society, “Da bambina ero costretta molte volte a superare il passo che ci divide dalla città più vicina camminando per ore nella neve perché sugli autobus non ci facevano salire”.
Adesso la Trent dirige i servizi sociali dello stato del Tennessee e molti dei bianchi puro sangue che da  piccola gli avevano rifiutato aiuto si devono rivolgere a lei per ottenerlo.
“Confesso che provo ancora rabbia a ricordare quello che ho dovuto sopportare e non mi riesce tanto facile di aiutarli”, osserva la Trent.
Oggi i Melungeon sono orgogliosi delle loro radici etniche. Hanno un loro museo, vari siti internet e anche la coreografa Twyla Tharp e il muscista Mark O’Connor si sono interessati alle loro vicende, probabilmente per mettere in scena un balletto sulle vicissitudini della comunità. Ma le discriminazioni subite non li hanno invogliati ad assumere un atteggiamento più aperto nei confronti delle altre minoranze. Presbiteriani di ferro sono più realisti dei reali quando si viene alle radici cristiane degli Stati Uniti.
“Malgrado il fatto che sia nero, Obama potrebbe anche andar bene come presidente”, commenta Anthony Kirk, vice-presidente dei Melungeon della Virginia, quando si discute dell’eventualità che il candidato democratico possa insediarsi alla Casa Bianca a Gennaio prossimo, “Ma il suo problema è che è mussulmano e questo è un paese cristiano, che si basa sulla Bibbia e non sarebbe giusto che esponenti di altre religioni prendessero il sopravvento”.
E così la parabola dei Melungeon diventa in qualche maniera esemplificativa della condizione dei bianchi del profondo sud statunitense. Accomunati dal colore della pelle sono divisi da rancori storici, da differenze culturali, da aspirazioni politiche contrastanti, dalle radici etniche alle quali fanno riferimento e da una visione del futuro dove l’inclusività è condizionata fortemente dalle credenze religiose degli individui.

October 2, 2008

Arriva Staminal Valley, il centro mondiale della ricerca staminale

Filed under: Glocanomica, Industry, Innovazione, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 9:08 pm

September 19, 2008

Corsi e ricorsi della storia

Filed under: Analisi, Guest Posting, Personaggi, Storia — Paolo @ 10:00 pm

PELOSI E OBAMA

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Enrico Beltramini – San Francisco

C’è una storia che tutti gli storici conoscono. 1968. Il vicepresidente Hubert Humphrey sta correndo contro l’ex vicepresidente Richard Nixon. Uno dei principali temi della campagna elettorale è la guerra in Vietnam. Una guerra altamente impopolare che politicamente ha già prodotto le candidature pacifiste di George McGovern e Bobby Kennedy alle primarie democratiche, la rinuncia alla nomination di Lyndon Johnson e la frattura del partito democratico alla convenzione di Chicago tra chi era pro e chi contro la guerra. Nixon sostiene che ha un piano per concludere onorevolmente la guerra (non spiegherà mai i dettagli del piano, e la guerra finirà soltanto cinque anni dopo), e accusa il candidato democratico di indifferenza di fronte ai problemi che la guerra sta creando all’americano medio e di incompetenza nella gestione politica della guerra. Ma – dietro le quinte – si sta svolgendo un gioco diverso: Johnson lavora per avviare una trattativa con i nordvietnamiti che interrompa le azioni belliche e renda inefficace le accuse di incompetenza di Nixon a Humphrey; Nixon lavora perché la trattativa con i vietnamiti inizi soltanto dopo la fine della campagna elettorale. La spunta Nixon e vince la presidenza. Quaranta anni dopo, siamo più o meno nella stessa situazione. Mettete la crisi dei mercati finanziari al posto del Vietnam, e l’accusa di Nixon a Humphrey di irrealismo con quella di Barack Obama a John McCain di sconnessione dalla realtà. E, dietro le quinte, l’amministrazione di GW Bush che lavora per arginare la crisi e rendere inconsistenti le accuse di Obama. Il confronto tra i due contesti storici è impressionante, se non per un dettaglio. Che Nancy Pelosi, lo speaker della House of Representatives – il potente rappresentante di un Congresso a maggioranza democratica – dovrebbe svolgere il ruolo del guastafeste, ed impedire a Bush di aggiustare il quadro economico. Il punto è che – semplicemente – Pelosi non può giocare quel ruolo. E non può giocarlo appunto perché il Congresso è in mano ai democratici. Quindi deve collaborare con l’amministrazione; se non lo facesse offrirebbe il fianco alla critica di Bush, perderebbe la sintonia con la Fed e l’appoggio degli elettori degli stati più colpiti dalla crisi (West e Midwest). Pelosi, a differenza di Nixon quaranta anni fa, ha le mani legate. Così, più Pelosi aiuta l’amministrazione a fronteggiare la crisi dei mercati finanziai, e più rende inefficace la critica di Obama a McCain. Più contribuisce a risolvere il problema economico, e più indebolisce il suo candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Sottotraccia, intravediamo qui uno dei problemi della campagna elettorale di Obama: la corresponsabilità del partito democratico nell’attuale contingenza.

September 15, 2008

Un antesignano

Filed under: Glocanomica, Personaggi, Storia — Paolo @ 2:39 am

Il termine glocanomica non nasce come Minerva dalla testa di Giove e non è nemmeno tutto farina del mio sacco. Si sipira a precedenti illustri.

Manfred Lange

Manfred Lange

Il tedesco Manfred Lange nel 1989 cercando di definire l’interazione tra fenomeni sociali locali e globali aveva parlato di glocalizzazione, un termine che si riferisce anche all’azione di entità che pensano globalmente ma che operano localmente. Un termine che purtroppo non è mai entrato veramente nel lessico popolare. Forse perché troppo simile al titolo di un trattato e troppo poco modello interpretativo. Personalmente talvolta mi da più l’impressione che si tratti del titolo di un tomo polveroso di urbanistica che di una lente di ingrandimento—quale vuole essere–in grado di evidenziare il lato umano della globallizzazione.

L’intuizione di Lange, che segue progetti molto interessanti, è stata assorbita anche da vari sociologi inglesi che l’hanno utilizzata per descrivere la rete di interazioni nella quale si situano gli dindividui con legami di carattere globale, anche quando si tratta semplicemente di legami affettivi e emozionali. Nel caso del sociologo polaco Zygmut Bauman, il concetto di glocalizzazione è servito inoltre ad elucidare l’architettura di potere che corre tra consumismo e postmodernismo.

La Glocanomica in tale senso non è proprio una sua creatura ma , nella sua tensione a descrivere la ” bootom line”, ovvero l’economia fondamentale di questo tipo di relazioni, si va ad incastonare nello stesso filone ideale. Perché nell’era del capitalismo immateriale anche le esperienze virtuali possono avere estensioni che sforano nella nostra realta’ quotidiana

 

Cos'è Glocanomica?

Chi è Paolo Pontoniere?

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