February 15, 2010

Presentazione di Buzz, una foto storia

Bradeley Horowitz prima di Buzz

Bradeley Horowitz prima di Buzz

Horwitz dopo Buzz

Horowitz dopo Buzz

Todd Jackson dimostra cosa puo' fare Buzz

Todd Jackson dimostra cosa puo' fare Buzz

Buzz in 5 punti

Buzz in 5 punti

Ed 3 modi per usare Buzz mobile

Ed 3 modi per usare Buzz mobile

Seguiti da Buzz

Seguiti da Buzz

Il team di Buzz con Sergey Brin

Il team di Buzz con Sergey Brin

Brin si appresta a rispondere ad una domanda

Brin si appresta a rispondere ad una domanda

February 6, 2010

Escape dal Blogging. Negli USA tra i giovani il blogging e’ sorpassato

Filed under: Glocanomica, News, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 12:26 pm
E8 Album HQR

E8 Album HQR/Flickr/CCP

Blogging? E’ cosi démodé che adesso negli USA lo fanno con una certa regolarita, uno su dieci, solo gli adulti. I trentenni e su di li per intenderci. Proprio quelli dei quali negli anni sessanta—altro decennio di grandi sommovimenti epocali—tutti i giovani dicevano di dover diffidare. La notizia è stata resa nota proprio in questi giorni dal Pew Internet & American Life Project, la maggiore think-tank statunitense sulle questioni di internet e società. Secondo i ricercatori del centros studi statunitense, il blogging tra i giovani americani averebbe fatto la fine del telefono e delle poste elettroniche: ancora utile ma certamente non di moda.

Condotta su un campione di circa tremila intervistati, la ricerca del Pew ha rivelato che tra i webnauti compresi tra i 12 e i 17 anni la percentuale di quelli che mantengono un blog è scesa dal circa 30 per cento del 2006 al 14 per cento attuale, e quando si viene poi all’aggiornamento e al postaggio di commenti la percentuale di quelli che continuano a farlo si è ridotta di oltre il 70 per cento rispetto allo stesso anno. Il trend si conferma quasi identico anche tra i giovani nella fascia d’eta tra i 18 e i 29 anni. Dove le cose vanno meglio è invece tra i trentenni , dove si è registrato un—quasi—2 punti di crescita. In crescista rapida invece la percentuale tra gli adulti, gli ultraqiuarantenni pe rintenderci, che è passatta dal 7 per cento del 2007 al quasi 11 per cento attuale.
E l’abbandono del blogging non si registra solo sui siti dove viene fatto in forma lunga, Wordpress, Blogger e similari, ma anche sui siti del microblogging e dei 140 carattteri come Twitter, che sebbene registri un’impennata tra le studentesse di scuola superiore (e purtroppo i ricercatori del POew non ci dicono perché), tra i giovani dai 17 ai 29 anni registra un usaggio che arriva malappena all’8 per cento.
Ma se non bloggano cosa ci fanno sull’Internet questi giovani? Proprio in questi giorni un altro studio, questa volta della Kaiser Family Foundation, ha rilevato infatti che i teenagers statunitensi compresi tra gli 8 e i 18 anni d’età passano una media di sette ore e mezzo al giorno utilizzando media elettronici mentre oltre il 93 per cento naviga il web quotidianamente.

“I giovani utilizano i mezzi elettronici che gli fanno più comodo e che possono usare con più immediatezza , quando si viene all’espressione di sé stessi si rivolgono invece ad altri siti, e in questa fase significa sopratutto i siti del social networking”, afferma Danah Boyd, ricercatrice del Berkman Center for Internet and Society, “Vi rocordate cosa successe con AOL, che la famosa frase You’ve Got Mail era diventata un tormentone? Ci avevano fatto anche un film. Sembrava che la posta elettronica fosse diventata una cosa della quale nessuno poteva fare più a meno e che AOL ne aveva il monopolio. Oggi AOL è praticamente un dinosauro e i giovani all’e-mail preferiscono il texting o gli aggiornamenti sul loro profile sociale, e possibilmente in versione mobile, perché un numero crescente al computer non ci va quasi mai”.

La ricerca del Pew ha infatti rilevato che quasi il 75 per cento dei giovani compresi tra i 12 e I 17 anni si reca almeno una volta al giorno su un social network—nel 2005 la loro percentuale raggiungeva a stento il 50 per cento. L’inchiesta del Pew conferma inoltre anche l’affermazione della Boyd sulla mobilità degli utenti giovani, dal momento che nella fascia 18-29 i giovani accedono al social networking utilizzando esclusivamente i loro telefonini. Ma attenzione a non commettere l’errore di fare di tutte le erbe un solo fascio. C’è social networking e social networking. Anche nell’uso dei social network si sta verificando una stratificazione con i giovani—il 66 per cento—che preferiscono MySpace e gli adulti—73 per cento di quelli che fanno social networking—che invece scelgono Facebook.
Secondo Amanda Lenhart, autrice della ricerca del Pew Center, la fuga dei giovani dal blogging e da alcuni siti del social networking potrebbe essere il risultato di istanze in cui gli adulti hanno utilizzato quei mezzi per compiere grandi operazioni mediatiche di massa, come realizzate quelle per esempio da Lance Armstrong, che twittava durante l’ultimo Tour de France, e di John King. Anchor della CNN King ha invece utilizato Twitter e Facebook per coprire il recente discorso del Presidente Obama sullo stato dell’Unione.
“Proprio il tipo di attività che hanno convinto i giovani che twittare è una cosa che fanno gli adulti e le celebrità”, ha affermato la Lenhart.

January 27, 2010

iPad, immagini da fine impero

Filed under: Analisi, Events, Glocanomica, Industry, Innovazione, News, Personaggi, Silicon Valley, Tecnologia — Tags: — Paolo @ 5:23 pm

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Si c’ero pure io stamane al Yerba Buena Center all’evento tecnologico del momento. Jobs ha presentato liPad, la sua  favoleggita tavoletta, prodotto impressionante ma non rivoluzionario, si potrebbe fare di meglio. Job ne vorrebbe fare il centro della sua reputazione di innovatore, la cosa per la quale passerebbe alla storia, l’invenzione tutta sua di un nuovo universo multimediale dove immagini, musica, foto, film, pittura, grafica e scrittura convivono in maniera dinamica creando realta’ alternative, a quella nella quale viviamo. Anche mentre sediamo in queste poltrone nel centro di San Francisco. L’immedialita’–l’irrealta’ creata dal media–e’ tale che le storie di mutilazioni, bombardamenti e mitragliate che pure ci assalgono dalle pagine dei giornali che vediamo rappresentare sull’Pad, ci sembrano irreali, filmiche piuttosto che il rapporto di fatti di sangue gravissimi. Anche questo sviluppo fa parte dell’eredita’ culturale che secondo me Jobs e i signori del computer lasciano all’umanita’, la spettacolarizzazione finale dell’informazione e non mediante il ripaccheggiamento delle informazioni in formati televisivi o giornalistici ma perche fa un uso magistralmente creativo della tecnologia a sua disposizione riraccontare le news come se fossero favole. Le immagini di questo posting vengono dall’interno del Yerba Buena, mi sarei potuto fare pubblcita’ e mettere Glocanomica sull’iPad, devo imparare a promuovermi meglio. Intanto le foto di alcuni dei media che piu’ amo. E sono sicuro che questo vale anche per voi. L’immagine superiore e’ quella della Repubblica di oggi sull’iPad, ce l’ho messa io spazientendo l’handler della Apple che voleva invece passare la tavoletta a quelli della KBR.

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Duue immagini–sopra e sotto–del sito di Focus di oggi sull’Ipad

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Jobs seduto di fronte ad una imponente immagine dell’iPad, il guerriero ha combattuto una bella battaglia, adesso si riposa

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Per tutta la sua futuribilita’ questa di Jobs mi pare una immagine da fine impero

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I tre prodootti che secondo Jobs dovermmo tutti avere

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January 11, 2010

Intelligenza ambientalista al CES, secondo GreenPeace

Filed under: Economia, Glocanomica, Industry, Innovazione, Mercati, Silicon Valley, Tecnologia — Paolo @ 7:21 pm

Muro di fioriE in chiusura di serata al Consumer Electronics Show è arrivato anche la tradizionale Greener Guide to Electronics, il rapporto annuale di Greenpeace sull’intelligenza ecologica della manifestazione e la pagella dei maggiori produttori planetari di gadget elettronici non è delle migliori. La Apple è appena quinta nella classifica di Greenpeace. E questo sebbene che con la Ericsson abbia appena esortato le autorità europee a bandire i composti tossici dai prodotti elettronici. Sostanze queste che come i polivinilcloruri e i brominati vengono utilizzate per produrre i gusci delle apparecchiature elettroniche e renderli ignifughi. La HP, che quest’anno ha conquistato la medaglia del prodotto più verde della manifestazione con il suo Compaq 8000f Elite Ultraslim Desktop PC, l’anno scorso era stata il bersaglio prediletto degli strali di Greenpeace. Il dubbioso alloro quest’anno è finito alla Samsung che s’è beccata la “Worst In Show”, la medaglia del peggiore della manifestazione. Ma se mal commune è mezzo gaudio si deve notare che il livello di ecofriendliness, di filo ambientalismo, delle aziende elettroniche sembra lasciare a desiderare a livello generalizzzato di industria. Anche la Lenovo, la Dell, la Acer e la LGE sono retrocesse. Greenpeace sostiene che i produttori, sopratutto i giapponesi e i cinesi, stiano temporeggiando e che è tempo che si diano da fare per eliminare tutti composti tossici dalle loro apparecchiature. Tre produttori però se la cavano meglio degli altri. La Nokia, che si piazza in testa alla classifica con il massimo dei voti in tutte le categorie, la Ericsson e la Toshiba.

Gadget dal disegno intelligente

Tra l’MP3 g Ice Touch della Samsung e un laptop concettuale della Pega Design, al CES quest’anno debuttano anche idisplay translucidi. Nel caso dell’Ice Cube lo schermo stranamente è fatto di vetro temperato, l’immagine come un ectoplasma proiettato dal display si sovrappone a quella del background senza mai oscurarla completamente.

La Tunebug Vibe prodotta dalla Tunebug è una piccola scatoletta triangolare le cui vibrazioni sono in grado di trasformare qualsiasi superficie in speakers di altà fedeltà. Nel caso che la si monti su un elmetto per andare in biciletta—opzionale che la Tunebug offre in due modelli—si può addirittura pedalare in sourround sound infatti le vibrazioni di Vibe trasformano il casco in una sorgente sonora che avvolge la testa trasmettendo la musica al cervello per via transcraniale.

Pochi sanno che il volemose bene che dei negoziati in corso tra le aziende eletroniche per stabilire uno standard unico per la televisione 3D mascherano invece una battaglia all’ultimi sangue tra quelli che vogliono adottare standard che sono legati alla tecnologia, ccoloro che sostengo quelli legati al tipo di segnale che arriva al televisore e altri ancora che preferirebbero standard leagti tipo di supporto/display sul quale verrebbero trasmesse le immagini. Una vera e propria cacofonia di interessi contrastanti, come nel caso del Blue Ray e degli standard DVD, dalla quale il consumatore può solo attendersi cose negative. Una per esempio potrebbe essere comprare un apparecchio all’inizo della nuova era televisiva e trovarne compararne uno nuovo cestinare dopo tempo. Una risposta, questa volta favorevole al consumatore e che permettterebbe ai vari costruttori di continuare a costruire i televisori come più gli pare, potrebbe fornirla una ditta Italiana, la 3D Switch romana, i cui ingegneri hanno messo a punto un software che può essere considerato come una chiave universale di ingresso all’universo digitale 3D. Caricato a valle del segnale risolve qualsiasi problema di compatibilità e trasforma qualsiasi flat panel HD in un teatro tridimensionale.

E coloro che hanno avuto la disavventura di dover attendere invano un Taxi, casomai a New York, col freddo polare che ci fa di questi giorni, capiranno la nostra simpatia per i prodotti presentati dall’italiana PromptU, la prima ditta al mondo a cerare interfaccia vocali per l’iPhone. Famosa in Italia per il ProntoTreno e il Flights2Go, due applicazioni n Italia per il ProntoTreno e il Flights2Go, due applicazioni iPhone che hanno l’orario e lo status dei mezzi di trasporto in questione, nel caso degli aerei si tratta di un calendario mondiale, la PromptU si appresta a lanciare anche negli USA ProntoTaxi, una applicazione che è in grado di trovare il taxi libero più vicino e dispacciarlo verso l’indirizzo del chiamante senza dover passare dalla centrale di smistamento.

January 8, 2010

2009 anno da dimenticare, dicono al CES

Lady Gaga e Maurizio Galimberti al CES

Lady Gaga e Maurizio galimberti al CES

“Il 2009 è un anno da dimenticare”, ha esordito Gary Shapiro, CEO del Consumer Electronics Show di Las Vegas, in aopertura del CES 2010, lo show che ogni anno porta centinaia di migliaia di appasionati dell’hi-tech a convergere su Sin City per una tre giorni di gadget ad ufo e celebrazioni ininterrotte del ruolo liberatorio che la tecnologia gioca nella vita quotidiano dell’uomo moderno. Shapiro ha riporatato che sebbene le vendite fossero cresciute del 10 per cento, l’anno scorso l’industria planetaria dell’alta tecnologia ha perso il 7 per cento di profitto. Differenti invece le prospettive di quest’anno. Le proiezioni rese note dalla CEA, la Consumer Electronics Association of America, parlano di vendite che nel 2010 a livello globale raggiungerannno quasi i 700 miliardi di dollari—ricordiamoci che si sta parlando di tecnologia per il consumatore qui e non di tecnologia per scopi sociali—e di innovazioni che saranno destinate a stravolgere la nostra vita.
Ma veniamo ai numeri, malgrado molti degli espositori non stiano più allestendo stand, stanno dirottando i loro clienti verso uffici di rappresntanza allestiti negli alberghi del circondario, il CES quest’anno copre 1 milione 400 mila piedi quadrati di spazio. Gli espositori sono oltre 2500, numero rafforzato dall’arrivo di oltre 300 nuovi espositori, lo show quest’anno occupa uno spazio più o meno paragonabile a quello dell’anno scorso. Secondo i calcoli fatti dagli organizzatori dell’evento i visitatori previsti, a 110 mila presenze, si mantengono pure loro a livelli immutati rispetto a quelli dell’anno scorso. Sostanziale anche la presenza degli asiatici con Honk Kong che ha allestito un quasi CES alternativo in uno dei padiglioni del Convention Center, manovra questa che ha lasciato più d’un analista perplesso dal momento che negli USA i consumi sono in discesa e non si prevede che gli statunitensi torneranno presto a consumare come facevano nel passato.
Il 3D è certamente la parola d’ordine dell’evento. Lo si trova in tutte le salse, dai computer ai telefonini, dalle televisioni alle tablet. Con gli occhiali e senza, in pochi, rarissimi casi come quelle del prototipo Wowvx presentato dalla Philips che crea l’impressione del 3D coprendo letteralmente ogni singolo pixel dello schermo con una lente ottica orientata ad un angolatura lievemente diffrente delle lenti degli altri pixel che lo circondano. Le televioni 3D sono state presentate un pò da tutti i maggiori costruttori del settore. La Sony ne ha annunciata una per il mercato statunitense che misura 152 centimetri. La Samsung e la DreamWork Animation hanno stabilito una partnership per convincere i telespettatori a comprare le nuove televisioni 3D mentre la Cell TV della Toshiba è in grado di convertire in 3D, e in tempo reale, i video digitali immagazzinati da un computer.
Sul versante dei computer poi il nuovo trend è quello di fondere i laptop con le tavolette e di farlo con stile. La ASUS ha fatto un accordo con la Bang & Olufsen per creare l’NX90 ICEpower e la Lenovo ha invece introdotto l’IdeaPad U1 Laptop. La HP ha invece ho introdotto il suo laptop convertibile TouchSmart tm2, un touchscreen che è stato montato su un guscio di alluminio. La convergenza nel caso di Roku invece si esprime più sul versante del sotware, la casa statunitense sta infatti perfezionando la sua tecnologia per fare lo streaming di netflix e del contenuto di un computer sullo schermo televisivo. Entro la fine dell’anno promette di distribuire i suoi contenuti su oltre 100 canali mentre la Boxee produce un sintonizzatore,  e un softaware, che trasforma la sua scatola nel centro mutimediale della casa permettendogli di aggregare tutti i contenuti su un solo computer e da li di ritrasmetterli sullo schermo televisivo.
Miniaturizzazione e potenziamento sono invece le parole d’ordine che seguono i produttori di flash card e memory stick, che diventano sempre più piccoli e potenti. I taiwanesi le chiamano µcard e possono condensare fino a 60 gig di contenuto su una µcard più piccola dell’unghia di un mignolo.
Innovazioni anche nel settore auto con l’introduzione del riconoscimento vocali nei veivoli della Ford e di altri costruttori automobilistici. Per sottolineare il matrimonio in corso tra le tecnologie digitali e quelle meccaniche tradizionali gli organizzatori del CES hanno affidato uno dei discorsi principali del meeting proprio al CEO della Ford. Ma di questo parleremo in un prossimo dispaccio.

Il Cube della Intel

Gli Highlights della Prima Giornata La Polaroid ha annunciato una partnership con Lady Gaga, si proprio la famosa cantante statunitense. Di carattere triennale l'accordo prevede che Lady Gaga diventerà la direttrice artistica della Polaroid per lo sviuluppo dei prodotti del futuro e delle nuove pellicole e dei nuovi supporti fotografici. E si, la Polaroid mira a riportare l'uso della pellicola e del bianco e nero al centro del gusto popolare. Per fare questo non solo Lady gaga si farà carico di disegnare i prodotti ma anche di promuovere il gusto della fotografia artistica tra i suoi fan. "Voglio far rivivere alla Polaroid i fasti dei tempi di Andy Wharol, l’artista che diventò famoso in tutto il mondo proprio perché utilizzo i prodotti della casa statunitense", ha affermato Lady Gaga, "Ma non si tratterà di camere fotografiche o altri prodotti col viso di Lady Gaga imbrossato sulla superficie. Si tratterà di prodotti innovativi e di spingere la gente a fare un uso creativo ed artistico della fotografia". La Polaroid alla Gaga ha affiancato anche l'Instant artist milanese Maurizio Galimbeti, assieme i due creerano opere d'arte, prodotti concettuali e soprauttto diventeranno portavoci nel mondo del messagio foto-artistico della vetusta casa fotografia americana. Per una casa che produce cose cosi' non-sexy come i microprocessori nessuno se lo sarebbe mai aspettato che la Intel potesse trasformarsi nell'attrazione più interessante della mostra. Gli ingegneri della Intel hanno infatti introdotto il microprocessore 2010 Intel Core con una trovata geniale. Fondendo i concetti presentati in film come Minority Report e X-Men The Last Stand i ricercatori della casa di Palo Alto hanno creato The Cube, un cubo di touch screen interattivi delle dimensioni di una piccola stanza sulle cui facciate scorre un flusso continuo di immagini provenienti da tutti gli angoli del mondo. Ognuna incastonata nella sua piccola casella tipo televisore, le immagini possono essere ingrandite e l'utente può interagire col suo contenuto. A Las Vegas The Cube riceve informazioni in tempo relae da oltre 500 fonti che includono oltre a Goolge News anche siti come Flickr, Picasa, Yahoo, blogs, siti web e siti delle maggiori e più interessanti aziende del pianeta. E con il Videonametag.com la pubblicità e i servizi informazione diventano personalizzati, nel senso che qualsiasi persona adesso se li può attaccare al bavero della giacca trasformandosi in un cartellone pubblictario ambulante. Di dimensioni di poco superiori a quelle di una scatola di fiammiferi le Video Name Tag sono infatti dei veri e propri schermi televisivi miniutarizzati sui quali l'utente può caricare—via USB--video, foto e anche musica. Sebbene l'innovazione si basi su tecnologia già esistente, la miniaturizzazione della locandina elettronica e il fatto che l'apparecchiatura funzioni sono in sé stessi due miracoli di alta tecnologia.

December 28, 2009

Ricerca 3.0: Lorenzo Thione sul web del futuro

La ricerca online si è fermata all’alba dell’Internet e mentre il web entra nella fase semantica, i motori di ricerca sono degli automaton che comprendono un numero sparuto comandi, ma in futuro non solo capiranno il significato di una frase complessa ma saranno anche in grado di fare l’accostamento visuale dei risulati e di aiutare il webnauta a decidere cosa cercare sull’internet e come trovarlo. Sopratutto adesso che con l’ubiquità delle apparecchiature mobili e l’avvento dell’attivazione verbale, le nostre ricerche possiamo dettarle piuttosto che dattilografarle. Così parla Lorenzo Thione, uno dei maggiori cervelli di Bing , il nuovo motore di ricerca decisionale di Microsoft.

Milanese, master in scienze informatiche all’università del Texas di Austin, Lorenzo Thione è il creatore di Powerset, una startup del settore ricerca online acquistata dalla Microsoft nel 2008 per cento milioni di dollari e la cui tecnologia è alla base delle capacità decisonali di Bing. Oltre ad essere scienziato affermato, detiene una trentina di brevetti nel campo dell’information technology e della linguistica cibernetica, Thione è anche impresario teatrale. Un paio delle sue produzioni sono in cartellone a Broadway per il 2012. Thione inoltre è fondatore di StartOut, un’organizzazione che promuove l’imprenditoria gay negli USA.

Sebbene abbia ceduto Powerset a Microsoft lei ci lavora ancora, che ruolo ricopre adesso?

Powerset è diventato una divisione di Microsoft, io ho la responsabilità di integrare la sua tecnologia nel nuovo motore di ricerca Bing.

Come nasce Powerset?

Baia/Flickr/Creative Commons Photos

Baia/Flickr/Creative Commons Photos

Sviluppammo Powerset con l’intento di raffinare la ricerca online producendo risultati che fossero più attendibili e che riflettessero meglio l’intento dell’utente, insomma volevamo creare uno strumento di ricerca semantico che fosse in grado di produrre risultati più accurati. Sopratutto per quello che riguarda i titoli delle fonti e la descrizione del loro contenuto. Vede il nostro approccio all’analisi del documento è radicalmente diverso da quello dei nostri competitori. Gli altri per decidere che rilevanza debba aver un risultato nel novero di quelli che troveranno usano delle parole chiave e l’analisi topografica dei collegamenti che che corrono tra i vari siti web nei quali sono contenuti i termini chiave. Noi badiamo piuttosto alla rilevanza semantica dei vocaboli nella frase e sopratutto alla congruità tra la stringa di domanda immessa dall’utente e il testo del documento che abbiamo indicizzato.
La capacità di un motore di ricerca di produrre risultati accurati dipende da vari fattori, prima di tutto da come è stato indicizzato il documento, poi quali informazioni ne vengono estratte, il loro ordine di importanza nell’architettura del documento e per ultimo i parametri che governano la ricerca. Una volta ottenuti questi dati li facciamo  ottimizzare e quantificare da un algoritmo robotizzato.

Quindi la differenza sta nell’ottimizzazione robotizzata?

No. Gli altri per produrre risultati rilevanti devono limitare la ricerca all’uso di poche parole chiave. Da noi invece più dettagliata è la domanda e più i risultati sono rilevanti.
Ma siamo migliori anche in altre aree, una per esempio è quella della ricerca delle reference answers, di cultura generale, le chiamiamo. Molte volte le persone sul web ci vanno per imparare come si fa una cosa.  In questi casi è più facile formulare le ricerche in termini interrogativi invece che mediante l’uso delle parole chiave. Per fare un esempio del tipo di ricerche che si fanno di sicuro meglio con Bing pensi a cose come i trend demografici di una regione, tutti i quadri dipinti da un artista o chi ha dipinto un certo quadro. La nostra tecnologia permette proprio di far emergere quelle risposte, e lo fa in una maniera che è molto chiara e molto utile all’utente, il sistema in sintesi comprende l’intento specifico dell’utente.
Se uno gli domanda per esempio in inglese—la maggiornaza della tecnologia di Powerset è disponibile prevalentemente in inglese Ndr—when did the earthquake hit San Francisco? Bing è in grado di comprendere il contesto nel quale è posta la parola hit. Nel nostro caso capisce per esempio che significa colpita e non ci sottoporrà nessun risulato nel quale hit invece si riferisce al successo di un brano musicale. E non solo ma Bing prende in considerazione anche i vocaboli correlati come per esempio in questo caso potrebbe essere distrutta.

Ok, una sorta di Ask Jeeves con i muscoli di Google, ma alla fine i risultati pure con Bing non sono sempre accurati

Sta migliorando. L’integrazione tra Bing e Powerset non è un processo di poche cliccate, è graduale, col passare dei mesi diventerà piu evidente. C’e però un ambiente nel quale i risultati di Bing, grazie a Powerset, sono nettamente superiori a quelli dei nostri rivali ed è quello di Wikipedia.

Come mai?

Perché Powerset beta fu costruito per essere dimostrato proprio utilizzando Wikipedia, non indicizzammo tutto il web, con il motore di Microsoft l’ordine di magnitudine e le complessità sono superiori. Bing ha anche aree di ricerca mirate come i viaggi, lo shopping, i giochi, i video insomma è come se fossero tanti motori in uno.

Ma perche Wikipedia?

Perché quando costruimmo il primo prototipo della tecnologia ci rendemmo conto che in quell’ambiente, un contenuto di alta qualità, powerset avrebbe funzionato al massimo delle sue potenzialità. E’ un contenuto che si presta molto di più a ricerche logiche e associative di quello del web. Ma man mano che procediamo nella fusione tra la tecnologia di Powerset e quella di Bing questo tipo di ricerca diventerà più facile anche sul web.

Si dice che Powerset sia stato ispirato dalla sua passione per l’analisi logica, quella che in altri termini si studia alle medie italiane, e vero?

A Stanford dove studiavo Natural Language Processing (una branca dell’informatica che si occupa delle interazioni tra

Flickr/Creative Commons Photos

Flickr/Creative Commons Photos

il linguaggio umano e quello dei computer, ovvero in che maniera il linguaggio dei sistemi computerizzati viene tradotto in linguaggio umano e viceversa, NdR) e mi sorprese il fatto che sebbene tutti stessero studiando la struttura di un nuovo linguaggio nessuno aveva pensato di utilizzare i criteri dell’analisi logica. Però l’algoritmo di Powerset si basa su tecnologia sviluppata da Xerox Parc (il Parc uno dei più famosi labratori della Xerox, è quello che ha sfornato anche il primo personal computer, il mouse e l’ethernet, il sistema di linguaggi che rendono possible la comunicazione in rete di una serie di computer Ndr ) e sulla quale Ron Kaplan, il nostro chief technology officer (che all’epoca lavorava al Parc), stava lavorando da annni. Il mio contributo ha che fare con la comprensione di come l’analisi del predicato e l’analisi logica di una frase possono aiutare a creare un accostamento più alto sul piano logico tra una domanda e il linguaggio naturale di un documento nel qual’è contenuta la risposta.

Mi scusi la petulanza, ma di motori di ricerca ne nascono spesso ma I risultati delle ricerche sul web sono accurati solo nel 35 per cento dei casi, che futuro prevede per la ricerca online?

L’industria della ricerca sul web, e su questo a mio parere sono tutti d’acordo, è ancora agli albori. E’ ancora immatura e c’è spazio per tantissima innovazione. Una delle cose che ci motiva infatti, sia a powerset che in generale alla Microsoft, ad intervenire in questo settore è il livello di insoddisfazione che si registra tra gli utenti nei confronti dei motori di ricerca esistenti. Questo malgrado alcuni insistano sul fatto che questo è il migliore dei mondi possibili per la ricerca sul web. Non è vero che gli utenti trovano tutto quello che vogliono tutte le volte che lo cercano e con la velocità che vorrebbero. Bing sta investendo un sacco di energie in questa direzione e non solo per battere i suoi avversari ma anche perchè la rilevanza di una ricerca online, la precisione dei risultati che se ne ottengono, ha effetti che prescindono quella della semplice questione del ritrovamento del contenuto che si intende trovare.

Che vuol dire?

L’industria della ricerca online non è cambiata molto nel corso degli ultimi dieci anni, un periodo abbissale in tempi Internet. In questo senso mentre il Web entra nella sua fase 3.0, diventa cioè semantico, i motori di ricerca sono ancora impantanati nella fase di search 1.0. C’e’ bisogno di sovvertire il paradigma. Adesso la ricerca è una sorta meccanismo entrata uscita. Uno inserisce una o due parole chiave nell’apposita casella e ha la consapevolezza che da qualche parte sull’internet c’è un sito web che conterrà le parole che cerca nell’ordine stabilito. Se questo è l’obbiettivo, i motori di ricerca attuali fanno un lavoro abbastanza decente. Ma se si considera il problema da un punto di vista più ampio, ci si rende conto che sono limitati. Non aiutano per esempio l’utente a comparare e contrastare i prodotti, a pianificare un viaggio a fargli vedere in sintesi quali sono le opzioni migliori per raggiungere lo scopo che si è prefissato, a prescindere dal fatto che si tratti di contenuto di carattere intellettuale, di proddoti commerciali o di servizi. Insomma i motori di ricerca potrebbero essere uno strumento per aiutarci a vivere più efficientemente e a spendere meno tempo a cercare di capire se quello che ci hanno trovato è proprio quello che cercavamo. Penso che questo sarà l’obbiettivo centrale dei prossimi motori di ricerca e rappresenta la frontiera dell’innovazione del settore.

Ed è qeuesto l’obbiettivo di Bing?

Con Bing stiamo cercando di metter l’utente nella condizione di esplorare i risultati, fare ricerche visive. Insomma il nostro scopo è quello di indovinare la direzione da dare ad una ricerca sin dalle prime parole che l’utente digita nella casella di ricerca e di dargli gli strumenti adatti per interpretare i risultati, organizzandoli anche visivamente se è necessario, in maniera accattivante e intuitiva.

Ci dica qualcosa in più sulla ricerca visiva per favore

L’idea di base è semplice, alcune volte non siamo sicuri di quello che stiamo cercando. Abbiamo in mente una categoria ma non un oggetto o un fatto specifico. Per esempio se facciamo una ricerca testuale della parola fiesta probabilmente riceveremo una serie di siti abbastanza precisi sulla macchina della Ford, sul vocabolo spagnolo e via dicendo. Ma se vogliamo mettere a confronto mettiamo i politici o i telefonini, nessuno dei motori di ricewrca attuali è in grado di assisterci. Non capiscono i concetti astratti. Glieli dobbiamo insegnare, bisogna per esempio dirgli che l’iPhone è un telefono e che la Ford è un’azienda automobilistica. La ricerca visuale intende rimediare a questo problema. Con una sola occhiata uno può mettere per esempio a confronto tanti politici o tanti calciatori. Inoltre una volta entrati in un certo agomento si può scegliere un sottogruppo, sempre visivamente. Così nell’argomento machine dal livello generale uno può decidere di saltare ad un livello più specifico, per esempio quello che contine solo quelle costruite negli USA. Lo si fa senza dover leggere il solito milione di pagine ma piuttosto per accostamento visivo.

Pensa che la sua italianità abbia giocato un ruolo nella direzione assunta dalla sua ricerca?

Indubbiamente, sopratutto nel darmi una insaziabile curiosità di capire come funziona il linguaggio. L’istruzione che ho ricevuto, l’analisi logica del linguagio, mi hanno dato gli struementi per guardare al problema da un’ottica di versa. Negli USA il linguaggio lo si studia dal punto di vista letterario non da quello dell’analisi strutturale. Poi ho studiato il latino alle superiori, che ti fa capire il ruolo e la struttura delle varie parti del discorso.

Non sono quindi solo la matematica e l’analisi statistica a giocare un ruolo nella ricerca online?

Per niente la composizione, l’analisi logica, quella grammaticale, sono tutte molto importanti per la ricerca online. Ed è per questo che Poweset funziona meglio con Wikipedia, perchè si tratta di materiale scritto correttamente dal punto di vista grammaticale, con le proposizioni ordinate e una struttura logica il più delle volte corretta e con pochi refusi. Questo non significa che le stesse regole non si applichino ai blog, ai siti delle news, ma man mano che si passa nell’inglese non strutturato e improvvisato è più difficile fare quel tipo di analisi. Un fatto non del tutto negativo perché cerchiamo comunque di eliminare il linguagggio che non è rilevante, Ma non bisogna nemmeno escluderlo, ed è proprio per questo che abbiamo fuso il nostro algoritmo semantico con quello statistico, è la mistura dei due che tira fuori il meglio di ognuno. Dal mio punto di vista la leggibilità del materiale è un fattore che giocare un ruolo centrale per stabilire la rilevanza del materiale prodotto da una ricerca e non solo il suo ranking sul web.

Ma come si fa adesso che la ricerca diventa mobile? Sul mobile le parole chiave funzionano meglio.

Le parrà un controsenso ma penso che nel mobile succede precisamente la cosa opposta. Intanto I dati statistici dimostrano che la gente tende già ad usare più parole che nel passato e non perché è più verbosa, in maniera inconscia ha capito che entrando tre o più parole ottiene risultati di ricerca migliori. Inoltre la telefonia mobile sta puntando sulle interfaccie verbali e se uno le sue ricerche può dettarle non fa nessuna differenza quante parole usa. E’ più naturale usare lo colla linguistica per tenere assieme le parole chiave di una ricerca.

Quando ci vorrà prima che Bing sia disponibile in altri linguaggi, per esempio in italiano?

Bing in altri linguaggi, anche per l’italiano, per adesso è disponibile solo in versione beta. Ma man mano che l’intergrazione Powerset/bing progredisce, bing diventeà disponibile anche in altri linguaggi, ma per adesso è sopratutto un affare anglosassone.

October 29, 2009

In Cerca di Una Nuova Vita

Filed under: Analisi, Economia, Events, Glocanomica, Personaggi, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 4:09 am

Questo e’ il catalogo di una mostra sull’immigrazione italiana in California che di recente ho co-curato per il Museo ItaloAmericano di San Francisco. Io mi sono interessato sopratutto della Terza Ondata. Spero di poter fare un upload a breve della mostra vera e propria.

October 5, 2009

Ramen Profitability: Meno male che c’e’ la crisi

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, Personaggi, Silicon Valley — Paolo @ 9:13 pm

Meno male che è arrivata la recessione. Parola di John Tayman, numero uno di Motormouths. com: «La crisi offre grandi opportunità di crescita. Aguzza l’ingegno a chi prima faceva un lavoro abitudinario. E quando ci si trova per strada, s’inventa sempre qualcosa di nuovo. Basta un gruppo di professionisti decisi, la disponibilità a lavorare gratis per un breve periodo e il gioco è fatto». Certo, a molti il signor Tayman può sembrare un po’ troppo ottimista. Ma in fondo racconta quello che è accaduto a lui, giornalista esperto di automobili che si è sempre occupato, per svariate testate, di recensioni su motori e dintorni. A un certo punto alcune di queste testate hanno chiuso, altre gli hanno dimezzato i pagamenti e lui si è dovuto inventare qualcosa di nuovo per sbarcare il lunario. Così ha lanciato il sito Motormouths.com, un notiziario automobilistico di divulgazione, nel quale il lettore trova la traduzione in linguaggio comune del gergo dei maggiori critici automobilistici, messi anche a confronto tra loro. «Abbiamo standardizzato il formato: adesso il sito è una via di mezzo tra Rottentomatoes.com e il Kelly Blue Book», dice. Tayman si riferisce a due delle più popolari fonti di informazione dei consumatori americani. Il primo è un sito Web che viene consultato per la scelta dei film da vedere; il secondo stabilisce il valore di mercato dell’usato automobilistico, un po’ come “Quattroruote” da noi. L’idea di Tayman ha preso immediatamente il volo. Dopo nemmeno sei mesi il sito contava già 10 mila visitatori settimanali, s’era assicurato il finanziamento di Y Combinator, un piccolo venture capital della Silicon Valley, e aveva raggiunto la profittabilità con la vendita di una singola manchette pubblicitaria. Oggi Tayman ha uno staff virtuale, gente che collabora dall’Ucraina al Giappone, di 20 impiegati e costi di gestione che non superano i 75 dollari mensili: «Giusto l’elettricità e il collegamento Internet», racconta. E aggiunge: «Il tutto investendo meno di 10 mila dollari. Mica male, la grande recessione». Tayman è convinto che se non fosse stato per la crisi, non sarebbe mai riuscito a trovare i programmatori e i giornalisti che hanno reso possibile il lancio del suo sito. «La crisi ha ridotto la competizione, i talenti sono disposti a guadagnare di meno e anche a lavorare in cambio di azioni della compagnia», spiega. La sua storia non è unica. Il livello di diffusione raggiunto dai collegamenti Internet e i costi quasi nulli di un’azienda virtuale hanno favorito l’avvento di una nuova classe di start-up, che sfugge alla stretta del credito e ai diktat dei capitalisti di ventura. “Time magazine” per descrivere il fenomeno ha creato il neologismo “LiLo, a little in a lot out”: hanno infatti costi di gestione bassissimi (”a little in”) e ci mettono poco a diventare profittevoli (”a lot out”). Sono start-up anticonformiste, che vengono lanciate senza seguire la trafila tradizionale, da imprenditori che spesso non hanno nemmeno confidenza con il Web o con la tecnologia. «Il fatto di non dover dipendere da nessuno ci ha permesso di partire quando volevamo e di raggiungere immediatamente quella che viene definita “ramen profitability”», dice Brian Chesky, cofondatore di AirBnB.com, un sito che offre sistemazioni alternative a quelle alberghiere. Il termine “ramen profitability” descrive una fase di sviluppo aziendale nella quale la start-up, o la piccola azienda, riesce a guadagnare abbastanza da coprire le spese e permettere ai suoi promotori di sopravvivere mangiando ramen, gli spaghetti di riso di origine nipponica che costano pochi centesimi. Come dire, appena sopra il pareggio. L’espressione è stata inventata da Paul Graham, il capitalista di ventura il cui gruppo si rivolge proprio alle LiLo con finanziamenti di poche migliaia di dollari. Nel caso di AirBnB la “fase ramen” è durata giusto una settimana, dopo la quale Chesky e compagni avevano già guadagnato mille dollari. Lanciato a San Francisco in un’affollata convention di architetti, AirBnB intendeva essere solo una maniera ingegnosa per affittare una stanza vuota a qualche conferenziere che non riusciva a trovare posto in albergo. «Ci aspettavamo di attrarre giovani squattrinati con il sacco a pelo e invece ci trovammo di fronte un avvocato, un padre di famiglia dello Utah e un imprenditore Internet. Evidentemente la crisi aveva allargato gli orizzonti di molte persone e il mercato era più vasto di quello che si poteva intuire», dice Chesky. Oggi AirBnB conta 20 mila abbonati, offre oltre 3 mila camere in altrettante case private sparse per gli Usa e si appresta a sbarcare in Gran Bretagna e in Asia. Ma il boom delle start-up non è un fenomeno solo tecnologico. Secondo “The Coming Entrepreneurship Booms”, uno studio molto discusso del think-tank Marion Ewing Kaufman Foundation, negli Usa si assisterebbe a un vero boom della micro imprenditoria privata. «E a spingerlo non c’è solo la crisi, ma anche fattori di carattere demografico», spiega l’analista Dane Stangler: «La popolazione sta invecchiando e gli anziani, un po’ per la mancanza di welfare e molto perché godono di ottime condizioni di salute, sempre più spesso si trasformano in imprenditori». Secondo Kaufman il numero delle start-up lanciate da imprenditori tra i 55 e i 65 anni supera di un buon terzo quello delle operazioni messe in piedi da coloro che hanno un’età compresa tra i 24 e i 64 anni. E il boom non è un fenomeno di carattere marginale. Secondo dati resi noti dalla US Small Business Administration, nell’ultimo anno i numero delle start-up è cresciuto dell’8,1 per cento. Il 64 per cento dei posti di lavoro creati dall’economia americana sono stati generati da piccole aziende a conduzione individuale e nel secondo trimestre del 2009 l’8,7 per cento di coloro che hanno trovato lavoro lo hanno fatto creandoselo in proprio. Come Ken MacKenzie, fondatore di Republic Tequila, la prima distilleria al mondo a produrre liquore organico. Arrivata in enoteca alla fine di agosto, la Republic Tequila è gia diventata un prodotto di culto per i bevitori con l’anima ecologica. n


July 27, 2009

Di rosa negli USA si colora anche la tecnologia

Donne in Tecnologia, OpenTech 2009

Quando si viene alle donne in tecnologia, che si tratti di USA o Europa, gli stereotipi in voga sono sempre gli stessi” afferma  Cindy Tetro, direttore di Women in Technology, “Sono maschilisti e riflettono ancora lo spirito solipsista delle strip di Dilbert”. Creato da John Adams, Dilbert è il più famoso fumetto di ispirazione aziendale dell’era digitale. Nell’universo corporativo di Dilbert gli archetipi femminili sono due.
Da un lato c’è il tipo Alice. Bacchettona, iraconda, dalla capigliatura straripante e probabilmente zitella, Alice è esperta di ingeneria. Frustrata dalla mancanza di riconoscimento da parte dei colleghi maschi, e dalle discriminazioni sessuali della società in generale, è pronta a scaricare la sua rabbia su tutti quelli che gli capitano a tiro.
Dall’altro c’è Carol, la segretaria del boss, la enabler, quella che seppure priva di qualsiasi competenza tecnologica rende possibile la realizzazione di tutte le imprese aziendali. Pure Carol è frustrata e prona all’abuso verbale.
Non stupisce quindi che qualsiasi discorso sulle donne e la tecnologia rischia di essere rintuzzato immediatamente da accuse di sessismo e di pochezza cerebrale. E a contestarlo sono sopratutto le donne che hanno fato carriera.
Una bella lavata di testa queste di recente l’hanno fatta anche a Fast Company, un periodico finanziario statunitense i cui redattori si sono azzardati a produrre un paio di servizi sulle donne più influenti del Web 2.0. Apriti cielo, non l’avessero mai fatto. S’è scatenato un’immediato putiferio.  Il dibattito che né è seguito, sia sui giornali che sull’Internet, è stato caratterizzato da animatissimi scontri verbali. Così infuocati che Digg, il più noto aggregatore di notizie del web, ha dovuto addirittura censurare decine di utenti a causa delle parole forti che stavano usanto nei loro interventi.
“Ingannevole, fuorviante, una bella manovra pubblicitaria”, era stato il commento di Kelly Sogar, una dirigente della Coca Cola. “E’ un peccato che Fast Company stia trivializzando un argomento così importante e sminuendo il riconoscimento che dovrebbe essere accordato a tutte le donne che hanno fatto carriera”, aveva aggiunto Emile Loza, un’altra lettrice. E i commenti, tra plausi (pochi) e critiche (tantissime), si sviluppavano quasi tutti lungo la falsariga del biasimo.
Biasimo per la decisione di dedicare degli articoli a questo tipo di argomento; messa in discussione della rappresentatività delle donne inserite negli articoli e dubbi sul fatto che un manipolo così ridotto tecnorate possa adirittura scalfire il soffitto silicio col quale si scontrano le donne che vogliono fare carriera nell’industria hi-tech. Lo stesso Fast Company, in un articlo a seguire aveva dovuto riconoscere che le sue scelte erano  opinabili e che il panorama offerto era soggettivo ed incompleto. Diamine, ammettavono i redattori del periodico, anche alla Berkeley University il numero delle donne che conseguono una laurea in scienza dei computer è in diminuzione: è passato dal 27 per cento del 1999 al 12 per cento del 2008.
Eppure malgrado stia diminuendo sul versante dell’ingegneria informatica, il numero delle donne che scelgono di studiare materie scientifiche e tecnologiche  sta aumentando esponenzialmente.
Secondo una ricerca della Columbia University sarebbe ai massimi storici, sopratutto quando si tratta di conseguire dottorati in quelli che vengono definti gli STEM fields (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), dove le donne costituiscono il 50 per cento dei laureati in medicina, il 75 per cento dei laureati in veterinaria, il 43 per cento dei laureati in scienze sociali e il 67 per cento dei laureati in scienze scienze naturali e biologiche. Anche quando si viene ai PhD, il livello di istruzione più alto raggiungibile negli USA, le donne sono in forte aumento: quasi il 40 per cento nel campo dell’ingeneria, nel 1966 erano solo l’8 per cento; oltre il 30 per cento in matematica; il 44 per cento in biologia e il 22 per cento nelle scienze informatiche. E le cose in prospettiva dovrebbero andare anche meglio. Secondo stime formulate da Maria Klawe, presidente dell’Harvey Mudd College—una dei principali campus hi-tech del Nord America–la classe del 2011 del CalTech, uno dei maggiori istituti tecnologici degli USA, sarà costituita per il 37 per cento da donne; a Princeton il 40 per cento dei laureati dalla facolta di ingegneria nello stesso anno saranno pure loro donne mentre all’MIT—il più famoso istituto tecnologico degli USA–nello stesso anno le donne costituiranno il 46 per cento del corpo studentesco.
Anche sul piano dell’associativismo professionale la presenza delle donne in tecnologia si esprime con maggiore evidenza di quanto accadesse nel passato. Secondo stime dell’Anita Borg Institute, un istituto di ricerca e della Silicon Valley californiana, correntemente negli Stati Uniti ci sono oltre 3000 advocacy group, gruppi di pressione, che si battono per far aumentare il numero delle donne che raggiungono posizioni leader nel mondo dell’alta tecnologia.
Sono isitituti come lo stesso Borg, che ogni anno assegna il Women of Vision Award— un premio considerato il Goldman della tecnologia—e che viene asseganto alle donne che hanno influenzato profondamente il settore tecnologico nel quale lavorano. Quest’anno lo hanno ricevuto Mitchell Baker, presidente della Mozilla Corporation; Yuqin Gao ricercatrice della IBM e Jan Cuny direttore della National Science Foundation. Ma sono anche gruppi scolastici, plotoni di Girl Scout, concorsi a premio e un’altra miriade di inziative che mirano a coinvolgere le donne, e le loro famiglie, fin dall’infanzia nel discorso tecnologico della nazione.
“Il ruolo della famiglia è fondamentale”, sostiene Kim Polese, CEO di SpikeSource, “Prima le famiglie erano un ostacolo sulla strada delle figlie adesso invece le incoraggiano a prendere la via delle scienze”. Polese ha giocato un ruolo determinante nel gruppo che disegnò Java, fondò la Marimba e adesso è una delle maggiori esperte americane di sicurezza dei sistemi open-source.
Ed è proprio quando si arriva ai giovani e alla Gen X, al plasma che alimenta il motore del Web 2.0, quello nel quale convergeranno le tecnologie digitali, l’ambientalismo e l’ecologia della mente, che si registra la frattura tra le baby-boomer che si sono dovute scontrare con il soffittto di silicio e le “She’s Geeky” di Silicon Valley, che invece il web lo stanno creando a loro imagine e somiglianza. Un movimento di programmatrici post-boom con tanto di cuoio, attitudine e computer superaccessorizzati, le She’s Geeky invece di sfidare i maschi sul piano della scalata aziendale li incalzano sul versante della creatività e del sapere tecnologico. Questo è per esempio il caso di Janet McGonigal, una giovane PhD dell’università di Berkeley considerata la guru planetaria dei disegnatori di videogiochi e che è la creatrice del campo di ricerca dell’happiness hacking.
“La realtà è rotta”, ha affermato la McGonigal, intervendo alla recente Game Developers Conference di San Francisco. “Perchè non ci si provano i disegnatori di videogiochi a ripararla?”, ha chiesto poi provocatoriamente ai suoi colleghi, invitandoli a sviluppare giochi che rendano i loro utenti più felici.
L’ondata montante del potere femminile si fa sentire anche nelle frontiere più remote del web come quelle del blogging, un universo questo di 36 milioni di individui di cui oltre la metà ha meno di 30 anni e dove, secondo una ricerca del Pew Internet & American Life Project, il 46 per cento sarebbero proprio donne. Persone come Charlene Li, ex analista della Forrester Research e autrice del best-seller Groundswell e come Jory Des Jardins e Heather Armstrong, cocreatrici del social network blogher.com.
Il potere della creatività tecnologica femminile però non si esprime solo in esperienze di frontiera, si fa sentire anche tra i giganti del web e le aziende storiche dell’Hi-tech. A Google c’è Marissa Mayer, una che il periodico techno-gossip online ValleyWag ha soprannominato “The Queen of Cup-cake”, per la passione sfegatata che nutre per quel tipo di dolce americano fatto in casa, e che Time invece definisce “The High Priestess of Simplicity”. Dalla Mayer dipendono l’apparenza del portale di Goggle e tutte le nuove inziative che sfornano i cervelloni di Mountain Valley.
A Facebook c’è Sheryl Sandberg, chief operating officer, una che nemeno quarantenne è già passata dalla World Bank, dal tesoro statunitense in veste di chief of staff di Lawrence Summers e dopo una puntata a Google (dove ha lanciato gli AdWords, il sistema pubblicitario del motore di ricerca), è passata al social network creato da Mark Zuckerberg.
Alla Xerox, due anni fa la carica di CTO—chief technology officer—la terza in ordine di importanza–è stata assunta da Sophie Vandebroek, una quarantaquattrenne dall’antica elenganza mittleuropea e dall’energia di una dinamo. Presidente anche dello Xerox Innovation Group, la Vandebroek controlla 15 miliardi di laboratori sparsi in giro per il mondo e sta tracciando la rotta che seguirà la Xerox verso un futuro sostenibile. I suoi laboratori stanno sfornando invenzioni come la carta ristampabile, le cellule solari miniaturizzate, gli impianti di depurazione delle acque tascabili e nuovi metodi per rilevare la presenza di sotanze tossiche nell’ambiente.
“Quando ci si muove ai nostri livelli quello che conta è la prestazione. I colleghi badano solo alla capacià di una persona di realizzare un lavoro, non al suo sesso”, afferma la Vanderbroek, “Certo per adesso le donne ai vertici delle grandi aziende hi-tech sono ancora una minoranza ma le cose sono destinate a cambiare col tempo. Anche in virtù dei trend demografici il futuro tecnologico, non c’è dubbio, appartiene alle donne”.

June 26, 2009

La paga pappa e ciccia

Filed under: Glocanomica, Industry, Innovazione, News, Silicon Valley — Paolo @ 9:13 pm
Gener 2009/Flickr-Creative Commons

Gener 2009/Flickr-Creative Commons

Mentre per gli addetti all’hi-tech è recessione fino all’ultimo respiro e la disoccupazione a livello statale supera la soglia storica dell’11 per cento, nella Silicon Valley californiana gli investigatori della Commissione Anti Trust statunitense stanno lavorano a tempo pieno. Ad essere finite nel loro mirino questa volta sono le politiche occupazionali delle maggiori aziende informatiche e biotecnologiche dello stato. Compagnie come Google, Yahoo, Genentech, Intel, Apple e Microsoft, che secondo i segugi dell’organismo per la lotta ai monopoli si sarebbero messe d’accordo per condizionare il mercato del lavoro della Valley redigendo addiritttura una lista di impiegati off-limits, sui quali i contraenti del patto si sono impegnati a non farsi concorrenza.
Resa nota alla metà di Giugno dal Washington Post e dal New York Times, l’inchiesta ha inizialmente destato molto scetticismo, partcilarmente alla luce del fatto che la regione è famosa per la feroce competizione che le varie ditte del Web 2.0, aziende proprio come Google, Facebook, MySpace e similari si fanno per soffiarsi gli impiegati più brillanti.
“Si tratta probabilmente di un’inchiesta che prende il via dalle denunce presentate di recente da alcune aziende hi-tech contro alcuni impiegati che erano passati alla competizione”, osserva Joe Maxwell, direttore di Silicon Talent, un’agenzia di head hunter del settore hi-tech, “La cosa ha fatto rizzare le orecchie agli investigatori del dipartimento della giustizia ma è come uno scrittore che non ha niente da scrivere e improvvisamente si vede cascare una storia sulle ginocchia. L’occasione era troppo buona per ignorarla”.
E ad osservare alcuni dei trasferimenti avvenuti l’anno scorso si potrebbe concludere che Maxwell ha ragione. La prova ne sarebbero defezioni come quelle di Bradley Horowitz e Yoelle Maarek. Direttore della divisione ricerche avanzate di Yahoo il primo, è passato a dirigere il dipartimento sviluppo prodotti di Google mentre la seconda, ingegnere capo dell’Haifa Engineering Center di Google, si è spostata in direzione opposta divenendo direttore della ricerca a Yahoo.
Ma i Fed sono convinti che invece quando si viene agli impiegati chiave, tra le aziende della regione esista un accordo esplicito che ne blocca il trasferimento. A sostegno della loro tesi, in una investigazione che diventa progressivamente più convoluta e misteriosa, citano l’esistenza di un documento e di una testimonianza incriminante. Resa da un ex reclutatore di Google questa sosterrebbe che la lista viene addirittura aggiornata periodicamente.
Secondo Gary Reback, avvocato esperto di anti trust, fu lui nel 1996 a guidare l’assalto al monopolio della Microsoft, l’esistenza di un elenco siffatto non è una novità e non è necessariamente illegale.
“Bisogna dimostrare che si tratta di un complotto per soffocare la competizione e contenere i salari”, afferma Reback, “Ma due o più compagnie possono avere ragioni lecite per decidere di non competere sul piano delle assunzioni”.
Il Dipartimento della Giustizia ritiene però che un accordo del genere possa finire coll’influire negativamente non solo sui salari degli addetti dell’alta tecnologia, mantenendoli artificialmente bassi, ma che alla fine possa compromettere la stessa innovazione.
“La posizione del Dipartimento della Giustizia è comprensibile”, afferma Bert Foer, presidente dell’American Anti Trust Institute, “Le pratiche anti competitive a livello di salario forzano i professionisti che ne sono affetti in una sorta di schiavitù occupazionale e non solo mantengono basse le paghe ma impediscono anche l’innovazione. I lavoratori di Silicon Valley sono come api che si muovono di fiore in fiore, se li si blocca si ferma l’impollinazione e le idee nuove non nasconono più”.
Il San Jose Mercury News, il maggiore quotidiano di Silicon Valley, specula però che il rinnovato attivismo dell’Anti Trust segnali la volontà dell’amministrazione Obama di applicare in maniera più puntuale le leggi in difesa della competitività e dei consumatori. I redattori del quotidiano notano infatti che Sonia Sotomayor, il giudice che Obama vorrebbe alla Corte Suprema, ha già esperienza in materia. Nel 2001, facendo storia, aveva stabilito che le compagnie petrolifere stavano cospirando per deprimere i salari dei loro addetti.

June 6, 2009

Arrivano i super angeli a salvare le startup

Filed under: Glocanomica, Industry, Innovazione, News, Silicon Valley — Paolo @ 7:10 pm
Flickr Photos Creative Comons

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Latitanti i capitalisti di ventura, spariti gli angel investors negli Stati Unit si fanno largo i Super Angels, investitori che si muovono controtendenza e che osano investire in ambiti dove anche i VC piu’ scafati temono di intervenire. Lo fanno ottenendo termini molto piu’ vantaggiosi di quelli delle VC tradizionali e adottando strategie che mirano a rendere le startup vendibili piuttosto che profittevoli. Gli osservatori li acclamano come i salvatori dello spirito innovativo dell’industria americana e del primato tecnologico statunitense, loro intanto stanno ridisegnado la mappa del potere tecnologico statunitense spostandolo al di fuori di Silicon Valley e hanno creato un nuovo settore del mercato degli investimenti che precede anche quello in cui operano i capitalisti di ventura tradizionali e lo fanno con ritorni del 20 per cento sui capitali investiti.Ecco un interessante articolo di Business Week su questo soggetto.

The Future of Tech May 21, 2009, 5:00PM EST text size: TT

‘Super Angels’ Shake Up Venture Capital

As large VC firms cut back, a hungry bunch of seed-stage investors are helping entrepreneurs get their ideas off the ground

Earlier this year, as the stock market plunged, most bankers and other financiers hoarded capital and throttled back on new deals. But not Josh Kopelman. Even in the bleakest months, the co-founder of the venture capital firm First Round Capital hustled after startups to write them checks.

Take one sunny morning in February. Kopelman sits in the San Francisco loft of First Round’s West Coast office across a table from Gary Briggs. A veteran entrepreneur, Briggs just took over as CEO at Plastic Jungle, a startup building an online marketplace where consumers can buy, sell, or trade gift cards. “There’s about $40 billion of unused gift cards on retailers’ balance sheets,” says Briggs, so focused he doesn’t touch the salad ordered in for his lunch.

Kopelman hops up to sketch on a whiteboard. He wants Briggs to describe in detail how Plastic Jungle makes money. “So you get a fee here?” Kopelman asks, drawing a thicket of lines and figures. The CEO explains that with each sale or transfer of a gift card, the company takes a commission. The VC ends the meeting by saying he wants to “kick the site’s tires” and confirm retailers’ willingness to sell cards on the site. A week later, First Round agrees to pay $1 million for an equity stake.

Even faced with a financial world aflame, Kopelman and a wave of new investors are running straight for the fire. It may be bravery or foolishness, but they’re funding startups and entrepreneurs at a time when almost everyone else is holding back. In the latest sign of conflagration, venture capital investment plummeted 61% in the first quarter, to $3 billion, the lowest level since 1997. Only $169 million of that went to companies seeking their first round of venture money, what’s known as seed-stage investments.

Kopelman thinks the problems in venture capital go beyond the recession. He says many old-line firms have gotten too big and unwieldy to build innovative companies the way they used to, and many angels, individuals who invest in startups, don’t have enough money to back most high-tech ideas. Kopelman and a band of up-and-comers are championing a different tack. They want to reinvigorate venture capital by taking it back to its roots, when firms were smaller, more nimble, and more likely to help startups get off the ground. “I don’t think a lot of people have been entrepreneurial about venture capital,” says Kopelman.

Besides First Round, these “super angels,” as they’re called in the industry, include Baseline Ventures, Maples Investments, and Felicis Ventures. They’re pushing ahead and financing startups even as big-name venture firms cut back and conserve capital until the economy improves. First Round Capital has quietly become the country’s most active seed-stage investor, outpacing such marquee names as Sequoia Capital and Kleiner Perkins Caufield & Byers. In fact, First Round bet on the online personal finance site Mint.com after Sequoia took a pass on the deal—and watched the startup blossom into a rival to Intuit (INTU). “They took a risk on a 25-year-old kid,” says Mint.com chief Aaron Patzer, who’s now 28.

Kopelman’s aggressiveness stands in sharp contrast to the accepted wisdom on Sand Hill Road, the heart of the venture business in Silicon Valley. Last fall Sequoia gave a presentation to its portfolio companies, entitled “R.I.P. Good Times,” urging them to slash spending quickly. It was a defining moment in the downturn: Many venture firms took it as a wake-up call to shut struggling startups and halt most new investments.

Kopelman could pay a steep price for moving in the opposite direction. While he has a track record of strong returns and is considered a rising star in the venture field, he has never faced the risks he does today. Not only does he confront the usual challenges of startups but he also could get tripped up by a litany of economic problems. “Investing in young companies is always risky,” says Josh Lerner, a professor at Harvard Business School. “Investing in young companies during a time of enormous economic uncertainty is particularly risky.”

Getting the venture model right may be crucial for the U.S. economy, whether it’s done by Kopelman or someone else. Over the past 60 years the money and expertise provided by venture firms has led to the creation of thousands of companies, including Intel (INTL), Genentech (DNA), FedEx (FDX), and Google (GOOG). A study by the National Venture Capital Assn. found that U.S. venture-backed companies generated 10 million jobs and 18% of the nation’s gross domestic product from 1970 to 2005.

FLY ON THE WALL

Kopelman got an early start in the business. His grandfather, Herman Fialkov, founded chip pioneer General Transistor and later started the venture firm Geiger & Fialkov. Kopelman interned at the firm the summer after he finished high school, tagging along with his grandfather to board meetings and to hunt for deals on Long Island. “I was the fly-on-the-wall note taker,” says Kopelman.

Now 38, Kopelman crisscrosses the U.S. twice a month from his Philadelphia home to look over 2,300 potential deals a year and stay on top of companies he’s backing. We first met over lunch in a Manhattan eatery. As he sat down, Kopelman argued the traditional venture approach is fundamentally flawed: “When you look at the math of venture, I think it is broken.”

Kopelman grabbed a napkin and began scribbling. Venture firms raise money from institutional investors and wealthy individuals in discrete funds (usually known by such names as First Capital I, First Capital II, etc.). To give a fund’s investors a 20% annual return, the firm needs to triple the money raised within a six-year period, Kopelman said. For a $400 million fund, that means returning $1.2 billion to investors. Since VCs typically don’t want the risk of holding more than 20% of the companies they invest in, they have to help build a few companies with a total of $6 billion in market value. But in the past few years only a handful of companies have sold or gone public for more than $1 billion. “You sit there and say, ‘Holy crap, that model doesn’t work,’ ” said Kopelman.

What’s a venture capitalist to do? For Kopelman and other super angels, the answer is to get small. Over the past five years they have launched funds with $100 million or less and financed hundreds of companies, including Facebook, Digg, and Twitter. Ten years ago, when it cost $5 million to launch a startup, firms such as First Round couldn’t exist. But thanks to plummeting technology costs, Kopelman & Co. can help companies launch products today for less than $1 million. “Five hundred thousand is the new $5 million,” says Mike Maples Jr., who founded Maples Investments three years ago.

Super angels still aim for billion-dollar exits, but their model doesn’t hinge on home runs. Instead, they can profit by hitting singles and doubles and reducing their strikeouts. First Round’s second fund, raised in 2007, was $50 million. So Kopelman needs to return $150 million to the investors to hit a 20% annual return. His firm has done better than that: Its first two funds have generated a 35% annual rate of return after fees, says one investor in the funds. Among its successes: StumbleUpon, a Web recommendation tool bought by eBay, and search engine Powerset, acquired by Microsoft.

Established venture firms argue that the super-angel model has limits. Michael Moritz, whose Sequoia Capital backed Google, Cisco Systems (CSCO), and Electronic Arts (ERTS), says big venture firms can do certain kinds of deals that smaller ones can’t. With $1 billion, for example, you can back capital-intensive startups in green energy or explore deals in China and elsewhere abroad. Still, super angels play an important and growing role, Moritz says. “My guess is more of it happens over the next few years because of the dearth of financing [for early-stage deals],” he says.

NOT FOR THE FAINTHEARTED

Kopelman’s strategy—and strong returns—have won him deep-pocketed supporters. The endowments at Yale, Princeton, and Northwestern universities signed up for First Round’s third fund, a $125 million vehicle raised last year. Another backer is Christopher A. Douvos, co-head of private equity investing for the Investment Fund for Foundations, an investment adviser for nonprofits. He agreed to put tens of millions into the third fund. Still, he says there are clear risks to investing in such early-stage deals. “You have to have courage to invest in this strategy,” Douvos says.

One day this spring, Kopelman lines up back-to-back-to-back meetings in his San Francisco outpost. The loft has tall ceilings and a foosball table. After interrogating a young entrepreneur in the first meeting, Kopelman quickly lets him know his idea needs refinement. “There’s one thing I’ve learned about entrepreneurs’ business plans,” he says, bringing the meeting to a close. “Every one is wrong.”

Kopelman would know. His early experience in venture capital gave him the confidence to hatch a startup while still an undergraduate at the Wharton School of the University of Pennsylvania. He took the company public in 1996 when he was just 25. In 1999 he left to start an online marketplace, Half.com, for used books and videos. A year later, eBay (EBAY) bought Half.com for $312 million.

Today, Kopelman sees a wealth of opportunities in building businesses on information freely available on the Web (what he calls “data exhaust”) or ones that are disrupting markets with cheaper Web technology. After the first meeting, Kopelman settles in to brainstorm with one of those disruptors. Kevin Reeth is CEO of Outright.com, a provider of online bookkeeping software that just launched its first product.

In this exchange, Kopelman switches roles, becoming more parent than prosecutor. After Reeth explains his main challenge is customer acquisition, Kopelman suggests hiring a marketing exec and launching a guerrilla marketing campaign. The idea: Set up a Web site, canyougetconfirmed.com, that would play off of the troubles former Senator Tom Daschle ran into when Obama nominated him for a Cabinet post. The site would lure customers with free tax tips. Reeth likes it.

Kopelman and partner Rob Hayes adjourn the meeting and scramble to make a flight to Southern California. An assistant hands them their bags, tickets, and travel info, and they whirl out the door. “Welcome to Josh’s world,” says the assistant.

STRESS-TESTING BUSINESS PLANS

In March, Kopelman meets with Jose Ferreira, chief executive of an online education startup called Knewton, at its spartan headquarters in New York’s Greenwich Village. Knewton sells LSAT and GMAT prep courses online, in competition with giants Kaplan and Princeton Review (REVU), but its aim is to use the Web to offer better teaching for less money. Whereas textbooks provide the same material to everyone, Knewton has developed an adaptive technology tailored to the strengths and weaknesses of each student. Knewton is betting its software may be adopted by publishers and other education companies.

Knewton’s board has already approved two partnerships, including one deal to license its technology to a publisher. Ferreira wants to cut more deals. But Kopelman says he is concerned that if Knewton does more deals it will spread itself too thin. Tension fills the air. “The most powerful word a CEO can say is no,” Kopelman tells Ferreira.

“What happens if Princeton Review comes to us and wants to make a deal?” asks Ferreira.

Kopelman does not budge. “It’s worth going to Boston to see them,” he says. “But promise me you won’t sign anything. I want to see deal points.” Ferreira agrees.

Kopelman knows First Round needs to keep taking risks. That’s why his firm just launched an event called Office Hours, a sort of American Idol for aspiring entrepreneurs. Several times a year, First Round will offer anyone the opportunity to get 10 minutes with Kopelman and his partners to stress-test their business plan. “We think it’s important when a lot of VCs are cutting back that we get out there and see as many people as we can,” he says.

One recent gathering took place at Live Bait, a watering hole in New York’s Flatiron district. An intern at the firm asks everyone to sign a log-in sheet. It’s first come, first served. At 2 p.m. Kopelman orders a sandwich at the bar, sits down at a table, and starts talking. First Round partner Howard Morgan grabs another table. The atmosphere recalls the informality of the early venture days, when firms such as Sequoia and the Mayfield Fund would meet at the Mark Hopkins Hotel in San Francisco for lunch and bat around ideas.

Entrepreneurs arrive, then mill around the bar. By 2:45, 35 people have showed up, including two who drove 90 minutes from Philadelphia. “My hands are cold,” says Yasmine Mustafa to her partner, Aaron Hoffer-Perkins. “That means I am nervous.” The duo are quitting their jobs to launch a company that helps bloggers make money from their sites.

When the intern says it’s their turn, Yasmine springs up and the two walk over to meet Kopelman. Ten minutes later they head back to the bar for a drink on First Round’s tab. “It was awesome,” says Yasmine. “It actually spawned new ideas, which is what we want before we develop the product.”

“Always fast, always to the point, no B.S.,” adds Aaron.

I check in with Kopelman around 3:15. With the deep troubles on Wall Street, Kopelman says he’s surprised at the level of entrepreneurial action in New York. “It’s going great,” he says. Peering down at his notebook, Kopelman says he has already met with eight entrepreneurs and heard two original ideas. “Several ideas we are going to follow up with,” he says. Then he quickly heads back in to meet more entrepreneurs.

April 29, 2009

Febbre Suina, cui bono? Ovvero tasca mia fatti capanna

Filed under: Analisi, News, Personaggi, Silicon Valley — Paolo @ 8:26 am

(Translate Into English) La repentinità con la quale si è sviluppata la crisi della febbre suina non poteva non far ritornare alla mente le polemiche che s’erano sviluppate nel 2005 in occasione dell’ultimo scoppio di avaria in Asia. All’epoca si scoprì che il governo americano stava comprando in tutta fretta milioni di dosi di farmaco anti-virale, il Tamiflu, da una ditta nella quale investivano pesantemente sia l’allora ministro della difesa Donald Rumsfeld—anzi prima di trafserirsi al Pentagono Rumsfeld era stato addirittura CEO della compagnia che ha scoperto il Tamiflu –e l’ex segretario di stato nell’amministrazione Reagan George Schultz. E infatti anche in questa occasione il titolo della Roche, la casa farmaceutica che produce l’anti virale su licenza della californiana Gilead Sciences Inc ha registrato un bel salto in borsa. Ora si scopre che l’esercito USA ha continuato a comprare dosi di Tamiflu a piene mani per distribuirle alle sue truppe—sebbene il farmaco sia efficace solo nelle prime 48 ore dall’infezione—e che i milioni di dosi messi a dispozione dei vari stati dal segretario dell’Homeland Security provengono proprio dalla riserva strategica dei militari. Una riserva che adesso il Pentagono dovrà ricostituire, anche nel caso in cui non si verficherà nessuna fatalità, mediante l’acquisto di nuove dosi di Tamiflu.
Ma la Roche e i neo-cons non sono gli unici a beneficiare della pandemica. Secondo un rapporto di Thomson Reuters Private Equity sarebbe infatti una delle maggiori venture capital di Silicon Valley, la Kleiner Perkins Caufiled & Byers, a guadagnarci di più. Degli otto titoli del settore bio difesa presenti nel suo protafoglio due, la BioCryst Pharmaceuticals e la Novavax, hanno registrato  rispettivamente una impennata del 25 e del 75 per cento.
La Novavax, che sostiene di poter produrre un vaccino per un nuovo tipo di influenza in giusto 12 settimane ha addirittura contattato il CDC per offrirgli la sua assistenza.

February 10, 2009

Nel Mid West, alla ricerca della prossima youtube

Filed under: News, Silicon Valley — Paolo @ 11:45 pm

Qualche anno fa bastava giusto menzionare l’idea di sviluppo digitale del Mid West Statunitense che la gente ti guardava come se fossi stato un folle. Lo scetticismo, malappena contenuto, veniva cortesemente celato da sguradi assenti o nel peggiore dei casi accolto con sonore risate. Dopodichè  si tornava alle occupazioni tradizionali del circondario. Cose come crescere il Mais e allevare il bestiame.
Eppure quest’indifferenza contrasta fortemente con il quoziente tecnologico della regione centrale statunitense che registra la presenza di alcuni degli atenei tecnologici più avanzati del paese: l’Istituto Fermi che fa capo alla Univeristy of Chicago; la University of Illinois at Urbana, che ospita uno dei più prestigiosi dipartimenti di matematica del paese e il Yerkes Observatory—l’osservatorio astonomico dove Albert Einstein apportò gli ultimi tocchi alla teoria della relatività. Ma chissà com’è la gravitas intellettuale di queste istituzioni ha sempre stentato a tradursi in inziative aziendali di rilievo.

Nel 1993 Paul Harvey, uno dei principali conduttori radiofonici dell’Indiana avava lanciato l’idea di trasformare le pianure degli hosiers nella Silicon Valley dei veivoli elettrici. Un progetto questo che, mai decollato veramente, di recente ha subito una seria battuta d’arresto quando la Tesla Motors, il primo vero produttore di automobili elettriche per il consumo di massa, ha annunciato che avrebbe costruito il primo stabilimento proprio a San Jose, uno dei maggiori centri della Silicon Valley California.
Del resto, a differenza della Silicon Valley californiana, nel Mid West americano fino a pochi anni fa mancavano quell’indotto industriale e quel substrato di capitalisti di ventura e operatori finanziari che nella valle californiana invece rendono possibile il trasferimento rapido di  un concetto scientifico dai laboratori universitari di Stanford, Berkeley, CalPoly e UCSF alla linea di montaggio industriale. E questo a dispetto del fatto che giganti della tecnologia come la General Motors, la Allison Transmission e la Remy International hanno il loro quartier generale proprio nel Mid West statunitense.

Consapevoli dei limiti che presentava vivere alla periferia dello sviluppo digitale, gente come Steven Chen, co-creatore di YoutTube, e Mark Andresseen, creatore di Netscape, che avevano studiato ambedue all’università di Chicago scelsero per esempio di abbandonare la “windy city” per le colline della California settentrionale.

“Nel Mid West un ingegnere informatico viene ancor’oggi guardato con diffidenza”, affermava Chen

Chen e Hurley

Chen e Hurley

intervenendo al 2008 National Summit on American Competitiveness di Chicago. Chen, che è diventato megamilionario da quando YouTube fu acquistato da Google per 1,65 miliardi di dollari,  il pallino dell’inventore ce l’aveva sin da bambino ed era stato proprio per realizzare il suo sogno che aveva lasciato Taiwan per studiare alla University of Illinois. Ma sebbene fosse atterrato in una delle mecche tecnologiche degli USA, per realizzarlo s’era dovuto trasferire in California.“La Silicon Valley è il paradiso delle stratup”, ha dichiarato Chen, “La comunità tecnologica della Valley è giovane e fa di tutto per incoraggiare le gente con idée a realizzarle”.

Infatti per lanciare YouTube, che ne frattempo è diventato lo standard di riferimento per la pubblicazione dei video sul web, Chen ed Hurley—l’altro co-creatore del sito—non avevano dovuto far altro che procurarsi un computer, delle applicazioni software disponibili commercialmente e la carta di credito di Chen per acquistare un paio di server.

Ma in questi ultimi anni la traiettoria descritta da Chen e Andreessen ha cominciato ad invertirsi. Stanchi dell’inurbamento asfissiante californiano e di quella che tra gli americani viene definita la “rat race”, la corsa contro il tempo per lavorare a più non posso, molti dei talenti tecnologici che si erano spostati dal Midwest verso la Silicon Valley se ne stanno tornando a casa.

“In parte è colpa della crisi economica ma è anche merito della crescita negli ultimi anni di hub universitari che sono in grado di competere con quelli della Bay Area di San Francisco”, afferma Jonathan Weber, direttore di New West Net, un premiatissimo giornale online che pubblica da Missoula in Montana. Weber è una icona della cultura digitale americana, ha diretto l’Internet Industry Standard, il settimanale che aveva narrato l’epica della nuova economia e che aveva raccontato tantissimi dei giganti digitali contemporanei quando erano ancora in fascie. Weber dopo aver navigato l’onda lunga del boom digitale, all’inzio della parabola discendente della neteconomy s’è ritirato all’università del Montana ad insegnare giornalismo e oggi guida di un piccolo impero internet che spazia dal Colorado, allo Utah, dal Montana al’Oregon, da Washington al Wyoming e dall’Idaho all’Iowa. Correntemente New West Net è impegnato in una manovra di fusione con il SunValleyonline, un altro dei nuovi media internet (questo dell’Idaho), diretto a creare un nuovo network informativo, Next News Net, che mira ad aiutare i media della carta stampata tradizionale ultralocale a transitare sull’Interent.

E quello di Weber non è un caso isolato. Dave Chase, fondatore di SunValleyonline, è un ex direttore del marketing della Microsoft. In quel ruolo ha curato il lancio di Encarta, SideWalk e HomeAdvisor, tre siti web della Microsoft ad essere stati in grado per primi di realizzare un profitto.

Nel Mid-west se n’è toranto anche Jawed Karim, il terzo ideatore di Youtube. Meno noto, e più riservato di

Karim

Karim

Hurley e Chen, Karim aveva preferito tornarsene alla Stanford a studiare scienza dei computer. Multimilionario, 64 milioni il valore del pacchetto azionario della Google che ricevette all’epoca dell’acqusitoa di Youtube, Karim rompendo con la Bay Area, nella quale riteneva che si respirasse aria di bolla, prima del grande crollo dei mercati s’era ritirato pure lui in Minnesota. Da qui capitalizzando sulla sua esperienza a PayPal, il programma di sicurezza del sistema di pagamento su internet l’ha scritto proprio lui, Karim ha lanciato Youniversity Venture, una venture capital che fa scouting di talenti tecnologi e startup tra gli studenti dalle aule universitarie dell’area della Twin Cities, le città confinanti di Minneapolis e St.Paul, e della Bay Area di San Francisco. Operando da un ufficio di St. Paul offre dai 50 ai 300 mila dollari di capitale iniziale a giovani imprenditori con idee nuove, magari un’altra YouTube, che mette in onda le inziative più futuristiche del momento.

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