April 17, 2010

Goldman Sachs, I pirati di Wall Street

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, News, Storia — Paolo @ 4:46 pm

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La Goldman Sachs, la Great American Bubble Machine—la definizione è di Matt Taibbi di Rolling Stones—ha sfornato un’altra crisi finanziaria di dimensioni planetarie.

A finire nei suoi ingranaggi questa volta è stato il governo Greco. Nel 2000 le autorità finanziare di Atene gli avevano affidato il compito di far quadrare il bilancio pubblico del paese in vista dell’entrata nell’euro. In risposta la Goldman aveva organizzato una serie di transazioni valutarie, di swap in questo caso, che utilizzando un ingegnoso stratagemma finanziario trasformavano miliardi di debiti in miliardi di profitto ed esponevano la Grecia ad un crescente pericolo di inadempienza. Compenso? 300 milioni di dollari su un prestito iniziale di un miliardo.

Al centro della polemica ci sono i famosi derivati, strumenti attraverso i quali (nel caso greco), scambiando dei debiti sanitari denominati in dollari con altri denominati in euro le autorità elleniche avevano cancellato 2,7 miliardi di euro di passività dal loro bilancio riuscendo così a mantenere il paese al di sotto della soglia massima di disavanzo permessa dall’eurozona.

Ma sebbene stiano destando disdegno a livello internazionale, le azioni della Goldman non sono inusitate. Anzi affondano le radici nella storia delle maggiori crisi finaziarie internazionali.

Nel 1929 il Blue Ridge e lo Shenandoah Trust, due consorzi creati dalla Goldman, fallirono lasciando un buco (valore attuale) di 475 miliardi di dollari. Negli anni 90 la Goldman è al centro della bolla dell’alta tecnologia, questa volta con un tecnica definita del laddering: gli investitori comprano un numero di azioni di una azienda al di sotto del valore di mercato mentre si impegnano contemporaneamente ad acquistarne altre ad un valore più alto. La pratica, oggi illegale, permise non solo ai geni della Goldman di gonfiare il prezzo delle azioni ma anche di controllare l’andamento di gran parte delle OPA di quegli anni. Delle startup lanciate sul mercato dalla banca statunitense oltre il 90 per cento fallirono nel giro di pochi mesi—18 in media—contribuendo alla creazione di una voragine di 5 trilioni di dollari.

“Negli anni della bolla immobiliare la Goldman si distinse per la creatività con la quale sfornava nuovi strumenti finanziari, sopratutto CDO, che servivano non solo a fare di un solo fascio di mutui buoni e di subprime ma anche a frazionare il rischio distribuendolo tra investitori sparsi in tutto il mondo”, afferma Max Keiser, un popolare commentatore economico inglese, “Per tutelarsi poi contro i potenziali rischi dei suoi investimenti, la Goldman aveva comprato delle swap, aveva scommesso in pratica che sarebbero falliti, causando così la crisi della AIG, il gigante delle assicurazioni statunitensi”.

Un altro buco di 85 miliardi di dollari che fu sanato dal TARP, il programma di salvataggio delle banche lanciato dell’amminsitazione Bush all’indomani del fallimento della Lehman Brothers. Di quegli 85 miliardi la Goldman ne incassò 13.

“Adesso Bernanke minaccia di investigare, ma dal momento che non c’è stata una chiara violazione della legge è difficile che ne esca qualcosa, sopratutto considerando il fatto che la Goldman ha molti santi in paradiso”, nota Richie Bennett, influente bloggista economico USA.

Robert Rubin e Hank Paulson, due dei più influenti segretari del tesoro USA, sono passati dalla Goldman. Tim Geithner, il segretario attuale, ha lavorato per ambedue e (all’epoca era alla FED di New York) approvò il salvataggio della AIG, interpretato da molti come un operazione trasversale per pagare la Goldman. Il corrente presidente della FED di New York è un uomo della Goldman, come lo è pure Jon Corzine, ex governatore del New Jersey e sei volte senatore USA. Larry Summers, direttore del consiglio economico di Obama, invece dalla Goldman aveva ricevuto 135 mila dollari per una sola giornata di lavoro poche settimane prima dell’elezione del nuovo presidente.  E la lista potrebbe diventare chilometrica.

“Non è una questione di legami politici”, afferma Brian Bethune, analista di Global Insight, “La Goldman è in grado di

zyzzybaloobah/flickr/creative commons

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personalizzare i contratti secondo le esigenze del cliente come nessun altro, e poi questa è l’ora degli speculatori finanziari, basta osservare i profitti che hanno realizzato dall’inizio della crisi”.

Nel caso della Goldman si parla di circa 45 miliardi di dollari nel solo 2009. Un ammontare che oltre a rappresentare un 103 per cento di crescita rispetto al 2008 segna anche il record storico del settore. E sebbene Lloyd Blankfein, il CEO della Goldman, avesse promesso che avrebbbe ridotto le gratifiche, l’anno scorso la banca americana ha distribuito oltre 16 miliardi di bonus, ovvero circa 600 mila dollari per ogni impiegato.

“Sono profitti realizzati al 70 per cento con il proprietary trading”, aggiunge Keiser, “Scommettendo cioè contro gli investimenti dei propri clienti o investendo in proprio in operazioni che anticipano quelle dei suoi clienti”.

Anche Phil Angelides, capo della Financial Crisis Inquiry Commission, ci trova da ridire. “La Goldman crea e vende titoli e poi ci scommette contro”, ha affermato Angelides, “E’ un’abitudine che torvo veramente sconcertante”.

Sebbene scettici molti—e tra questi c’è anche Bennett –sperano che nella sua riforma bancaria Obama troverà una maniera per porre fine a questo tipo di abusi.

“Difficile dire però se ci riuscirà davvero”, osserva Bennett, “Durante le presidenziali del 2008 Obama ha pur sempre ricevuto oltre 994 mila dollari di contributi dagli uomini della Goldman”.

April 10, 2010

Bolle cinesi

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, L'intervista, Mercati, Personaggi — Paolo @ 1:01 pm

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Adesso che non sono giusto i congressisti statunitensi a minacciare ritorsioni, ma che anche la Banca Mondiale si lamenta della politica valutaria cinese, il rimprovero internazionale nei confronti di Pechino è diventato pressoché universale.

Dalla disoccupazione americana al mancato decollo economico dei paesi emergenti, la valuta cinese è ritenuta responsabile di molti mali dell’economia internazionale. Frustrati dalla lentezza con la quale l’economia sta emergendo dalla Grande Recessione e dalle difficoltà che incontrano a far partire la ripresa nel loro paese, molti politici hanno preso di mira il renmimbi. L’accusa è quella di manipolazione monetaria. A Pechino viene contestato il fatto che legando il valore della sua moneta a quello del dollaro, la Cina mantiene il costo dei suoi prodotti artificialmente basso. Questo comportamento oltre ad essere anti competitivo corrisponde nei fatti ad una forma di sussidio. Un atto che non solo viola le regole del commercio internazionale ma che contribuisce ad incrementare il disavanzo della bilancia dei pagamenti degli altri paesi e a rendere i loro prodotti meno competitivi di quelli di Pechino.

Secondo stime correnti lo yuan è sottovalutato del 40 per cento rispetto al suo valore reale, gli analisti ritengono che una sua rivalutazione gioverebbe sia all’economia internazionale che a quella cinese. Da un lato renderebbe i prodotti di altri paesi più competitivi mentre dall’altro allevierebbe le pressioni—e non solo politiche–sulla Cina. Infatti uno yuan debole, a fronte di una crescita annuale del 9,5 per cento, alimenta le spinte inflazionistiche e incrementa il pericolo che si possa creare una bolla nell’economia del paese con conseguenze catastrofiche sia per Pechino che per il già asfittico quadro internazionale.

Ma sebbene il premier cinese Wen Jiabao abbia detto che lo yuan non si tocca, non tutti sono daccordo che ci si trovi in presenza di una crisi internazionale o che si rischi di innescare una nuova tornata di portezionismo globale. Sul fronte degli ottimisti si distingue certamente Allen Sinai.

Allen Sinai/Premiere Speaker Bureau

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Uno dei maggiori economisti statunitensi, Sinai ritiene che una volta superato la scollamento che esiste tra la posizione della classe politica del paese e quella dei suoi esponenti finanziari, la Cina non potrà fare a meno di rivalutare la sua moneta. Prima di ttutto perché è una misura che fa bene alla stessa economia cinese e poi anche perchè un paese che si avvia a diventare la maggiore potenza economica mondiale non può avere una moneta il cui cambio e’ calmierato.

Fondatore della Decision Economics, co-ideatore del DRI Model of the US Economy, un indice usato per formulare previsioni sulle dinamiche azionarie e i flussi monetari, Allen Sinai ha insegnato alla Boston University, al Massachusetts Institute of Technology e alla University of Chicago. Consulente di vari governi europei e asiatici, Sinai viene spesso consultato dal congresso americano sulle principali questioni di politica economica del paese. Lo abbiamo intervistato

La rabbia internazionale nei confronti del renmimbi cresce e il congresso USA minaccia l’imposizione di nuove tariffe sui prodotti cinesi, siamo al protezionismo?

Spero proprio di no, furono proprio atti protezionistici come lo Smoot-Hawley che aggravarono la Grande Depressione. Misure simili servirebbero solo ad acuire la crisi internazionale e alla fine si ritorcerebbero proprio contro l’America perché scatenerebbero una guerra tariffaria e una fuga dei capitali stranieri dalla nostra borsa.

Ma esiste un problema renmimbi?

Certo che esiste e non è solo un problema americano ma interessa tutte le economie mondiali, da quelle del primo mondo a quelle dei paesi emergenti. Se lo si facesse fluttuare liberamente lo yuan varrebbe dal 20 al 40 per cento in più. Questo significa che in condizioni normali, cioè se lo yuan non fosse mantenuto artificialmente basso come accade adesso, molti dei paesi che registrano un disavanzo dei pagamenti nei confronti di Pechino in breve potrebbero ridurre sgnificativamente il loro debito. E’ una situazione fortemente anti-competitiva, sopratutto per i paesi che producono gli stessi beni sfornati dalle fabbriche cinesi.

Come se ne esce?

TintaiMpresa/Flickr/Creative Commons

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Sfortunatamente il contenzioso si sta definendo in termini politici, come una questione bilaterale USA-Cina mentre invece è un problema di portata internazionale. Recentemente il FMI e la Banca Mondiale hanno cominciato ad intervenire. Io vedrei un loro ruolo più incisivo in questa direzione, forse nello stabilire una commissione internazionale che si faccia carico di pilotare con le autorità cinesi la rivalutazione dello yuan.

Che intende dire per pilotare?

Non si può mica far salire lo yuan del 40 per cento tutto d’un botto. Gli squilibri per l’economia internazionale sarebbero enormi. In Cina la produzione crollerebbe e nel resto del mondo si creerebbe una grave crisi finanziaria. Una crescita graduale—pilotata–del 5 o 10 per cento annuo è più consigliabile. Inizialmente la borsa cinese ne soffrirà ed alcuni capitali probabilmente cercheranno rifugio in altri mercati ma si tratterà di un fenomeno transitorio. L’economia cinese è molto stabile e viene gestita con grande accortezza, il mercato domestico sarà in grado di assorbire parte della riduzione dei consumi esteri e gli operatori internazionali disporrano del tempo necessario per calibrare i loro investimenti in Cina. Inoltre non bisogna mai sottovalutare le  lezioni della storia.

In che senso?

La storia ha dimostrato che fissare i tassi di cambio di una moneta al ribasso inizialmente funziona sempre: rilancia la produzione di un paese e rende i suoi prodotti estremamente competitivi; purtroppo nel lungo periodo finisce anche col distruggere la sua economia. Nel passato solo un paese s’è sottratto a questa regola, Hong-Kong, ma l’economia di scala degli scambi mondiali con la Cina è di svariate misure più grande di quella della ex colonia Britannica e non è pensabile che possano essere regolati da una moneta manipolata ad arte.

Crede che i cinesi accetteranno di rivedere la loro politica valutaria?

Per adesso no. Per ragioni domestiche sia gli statunitensi che i cinesi hanno politicizzato la polemica. Stanno mescolando la politica monetaria con quella commerciale. Lo scontro tra il congresso USA e la Cina non è produttivo, oscura il fatto che le preoccupazioni internazionali non hanno a che fare con motivi nazionalistici ma piuttosto con il timore che la Cina nel lungo periodo non possa riuscire sostenere la sua crescita con una moneta il cui valore viene manipolato artificialmente. Questa consapevolezza a livello di mercato esiste è a livello politico che le cose si complicano. Gli USA hanno a che fare con una marea crescente di disoccupati e i cinesi devono ancora affrancare centinaia di milioni di persone dalla povertà. E’ naturale che i burocarti di Pechino non vogliano abbandonare la politica valutaria che ha dato da lavorare a centinaia di milioni di persone mentre gli americani non possono ignorare il fatto che la debolezza della distinta cinese sta causando la chiusura di migliaia di aziende di piccole e medie. E’ la schizzofrenia del momento storico ma passerà e i politici cinesi alla fine si renderanno conto anche loro che il renmimbi va rivalutato.

Perché?

Ma perchè ci sono segni della formazione di una bolla in Cina, sopratutto nel settore immobiliare, e di una crescente pressione inflazionaria. Per ottenere una crescita sostenibile la Cina deve favorire il consumo interno e questo non si rafforza se il potere d’acquisto della valuta non cresce. Le autorità valutarie cinesi ne sono consapevoli, sono i politici che non ne vogliono sapere.

Crede che sia arrivato il momento di una nuova valuta di riferimento per gli scambi internazionali?

Si ma non è una cosa che si può imporre dall’alto. Adesso esiste una sorta di paniere del quale fanno parte le maggiori valute internazionali. Probabilmente lo si potrebbe razionalizzare e ufficializzare. Non conviene a nessuno averci una sola moneta di riferimento. Prenda per esempio quello che sta succedendo col petrolio il cui prezzo continua a salire mentre i consumi scendono. E’ una dinamica dovuta al deprezzamento del dollaro, questo ci dovrebbe spingere a creare un sitema che non risenta delle fluttuazioni monetarie ma che sia regolato invece dalla legge della domanda e dell’offerta.

March 26, 2010

Raffinato Manipolato. L’altra faccia della crisi

Filed under: Analisi, Glocanomica, Industry, Personaggi — Paolo @ 1:02 pm

NyNerd/Creative Commons

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Sembra appena ieri (era il 2008) che George W. Bush proponeva di trasformare le basi militari USA in disuso in raffinerie petrolifere. Il prezzo della benzina era arrivato alle stelle, 5 dollari il gallone, e l’economia statunitense minacciava di bloccarsi.
Fino all’inizio di quest’anno la convizione comune era che negli USA il fabbisogno di carburanti era destinaot a crescere senza soluzione di continuità. Ci credevano gli industriali, i politici, gli analisti e anche il pubblico. Sopratutto dopo il disastro di Katrina e di Ike. Si supponeva  che la necessità di ricostruire le aree devastate dai due uragani avrebbe determinato una robusta crescita della domanda di raffinati e invece—soorpresa—salta fuori che causa la crisi economica e l’adozione di abitudini di consumo maggiormente eco-compatibili sia negli USA che in Europa, hanno ridotto drasticamente la domanda di benziana e di altri raffinati del petrolio. Inoltre negli USA, dove gli americani guidano molto di meno di quanto facessero in passato, i consumatori si stanno spostando rapidamente verso macchine che consumano di meno—entro il 2016 il chilometraggio medio del parco automobilistico statunitense arriverà alle 35,5 miglia al gallone. Entro la stessa data si ridurrà anche il consumo di raffinato che scenderà di circa 1,8 milioni di barili l’anno. Così alla fine solo del 2016 gli USA consumeranno 3 milioni di barili di benzina in meno di quanti ne consuma adesso.
“Abbiasmo capacità in eccesso”, ha notato Lynn D. Westfall, economista della Tesopro Corporation. “Bisogna chiudere delle raffinerie. Gli anni d’oro delle raffinerie sono stati quelli a cavallo tra il 2003 e il 2006, hanno fatto fatto profitti da favola”, gli fa eco Tom Kloza, analista di Oil Price Information Service, “Adesso non solo la domanda è debole ma ci sono anche i biocarburanti a fargli concorrenza e a ridurre ulteriormente il bisogno di benziana nel futuro”.
Negli USA il numero delle rafinerie è passato dalle 300 del 1982 alle 150 attuali. Negli stessi anni spingendo al massimo le capacità produttive dei loro impianti gli operatori del settore USA furono in grado di incrementare la produzione del 13 per cento. Ma l’anno scorso l’industria della raffinazione statunitense operò all’85 della sua capacità, il livello più basso dal 1988, e il dipartimetno dei trasporti del paese prevede che dovrà scendere ulteriormente fino a raggiungere il 75 per cento della capacità che esprimeva 12 anni fa.
Già l’anno scorso la Valero Energy Corporation, la più grande raffineria degli USA, aveva chiuso il suo stabilimento di Delaware City, produzione quotidiana 250 mila barili. Quest’anno ha sospeso la produzione di un altro impianto che possiede ad Aruba (altri 160 mila barili) e il suo CEO ha fatto sapere che la ditta sta valutando l’opportunità di chiudere tutte le raffinerie della east coast. La Sunoco, un’altra delle maggiori raffinerie statunitensi, ha ridotto la sua capacità di un intero stabilimento e si appresta a chiudere le raffinerie di Eagle Point in New Jersey e il Western Refining Plant di Bloomsfield, in Nuovo Messico PER una capacità produttiva complessiva di oltre 160 mila barili , mentre la Chevron ha appena annunciato che chiuderà una delle sue raffinerie gallesi—250 mila barili—e licenzierà circa 2000 addetti. La Exxxon invece nel primo trimestre di quest’anno ha perso 230 milioni di dollari nelle sue attività raffinative.
“Non c’è scampo le raffinerie, devono chiudere”, afferma Fadel Gheit, analista della Oppenheimer & Co., “Se non si chiudono le raffinerie in eccesso sarà impossibile riportare il settore alla profitabilità”.
Secondo calcoli della Oppenheimer per ritornare alla profittabilità negli USA e in Europa, gli operatori del settore dovranno chiudere almeno 10 raffinerie di quelle che producono oltre 250 mila barili al giorno.
Ma non tutti accettano le spiegazioni dei petrolieri. La storia che la riduzione del consumo stia determinando la

cindymill/flickr/creative commons

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chiusura degli impianti non convince. C’è il sospetto che ci si trovi di fronte a manipolazioni belle e buone. Molti si domandano per esempio come mai le raffinerie pianificano le manutenzioni durante l’estate, uno dei periodi di maggiore consumo petrolifero negli USA, o perché tendano aguastarsi di più durante lo stesso periodo. Alcuni attivisti sospettano manovre concepite ad arte dall’industria per creare penurie di raffinato e spingere il prezzo dei carburanti liquidi.
“Questi sospetti sono confermati da documenti interni di varie compagni che operano nel settore dellaJeff Ramone/flickr/creative commonsraffinazionedell’industria informazioni contenuti”, afferma Tyson Socolum direttore del programma energetico di Public Citizen, un’agenzia di difesa dei diritti dei consumatori, “Si tratta d’una strategia deliberata diretta a strozzare il mercato”,. Secondo Socolum gran parte delle chiusure per manutenzione e dei guasti registrati dalle raffinerie USA l’anno scorso si giustificavano solo col desiderio di causare un rialzo del costo della benzina.
E mentre in occidente chiudono, le raffinerie stanno fanno affari d’oro in Asia, dove Cina, India  e Arabia Saudita quest’anno incrementeranno la loro produzione quotidiana di raffinato di 2 milioni di barili.

February 20, 2010

Petrolio avanti tutta

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, Industry, Mercati, News — Paolo @ 3:39 pm

Tapper Art/Flickr/Creative Commons

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Altro che tramonto dell’economia degli idrocarburi, altro che Peak Oil, se gli esperti energetici hanno ragione il ventunesimo sarà un altro secolo vissuto all’insegna del petrolio.
La carestia petrolifera—il peak oil–annunciata da molti analisti, non ultimi quelli della Goldman Sachs che nel 2008 avevano previsto erroneamente che il barile avrebbe superato i 200 dollari, è molto diversa da quello che ci si sarebbe potuti immaginare. Ce la descrive il Cambridge Research Institute (CERA), una delle maggiori think tank energetiche del pianeta, in “Peak Oil Demand in the Developed World: Its here”, uno dei suoi rapporti più recenti.
Secondo il CERA il Peak Oil non è un fenomeno planetario e non si presenta con code chilometriche di automobilisti disperati alle pompe di benzina, com’era accaduto nei settanta durante gli anni dell’austerità. E’ un fenomeno che interessa sopratutto i paesi occidentali e piuttosto che riferirsi all’esaurimento delle risorse si riferisce al loro utilizzo.  Ad aver raggiunto i limiti non è infatti la produzione petrolifera, che al contrario sta crescendo, ma bensì il consumo. Almeno nel primo mondo, dove in virtù di fattori tecnologici, politici e economici è in forte contrazione.
Ora è probabile che questa contrazione non si tradurrà in montagne di barili che si arruginiscono sui moli dei terminali petroliferi ma ad essere convinti che l’era del petrolio sia ben lontana dal tramonto non sono solo i petrolieri irrudicibili ma anche ambientalisti accreditati come Lester Brown, direttore dell’Earth Policy Institute, e analisti come Aaron Brady, direttore del dipartimento proiezioni di mercato di CERA, due individui che per la loro indipendenza intellettuale e integrità morale non sono sospettabili di simpatie nei confronti dei petrolieri.
“Prevedere che l’era del petrolio possa durare altri cento anni è esagerato. In campo energetico qualsiasi previsione che superi i sei mesi è fantapolitica, ma che per i prossimi anni la produzione continuerà a crescere e il consumo—nel primo mondo–a diminuire sono due dati incontrovertibili”, sostiene Brady, “A determinare il radicale cambiamento del quadro petrolifero internazionale contribuiscono sia fattori endogeni come il miglioramento delle tecniche di trivellazione e estrazione, che esogeni come il calo dei consumi in America e la crescita del peso dei carburanti alternativi”.
Brady, che è l’autore dello studio del CERA, sostiene che da qui al 2030 il consumo petrolifero dei paesi del primo mondo è destinato a mantenersi ai livelli del 2005, l’anno in cui s’era registrato il massimo storico.
“Correntemente i paesi del primo mondo accontano per oltre il 54 per cento del consumo petrolifero planetario”, afferma Brady, “Si tratta però di una percentuale destinata a diminuire, s’è realizzata una trasformazione irreversibile delle abitudini di consumo dei loro cittadini. I giovani americani per esempio non aspirano più a comprarsi una macchina non appena finita la scuola. Oggi per andare in giro si comprano una bici o utilizzano l’autobus”
E infatti nel 2009 solo negli USA i consumi petriloferi sono scesi del 9 per cento mente il parco automobilistico del paese conta 5 milioni di automobili in meno.
“E non finisce mica qui”, afferma Lester Brown, “Nel 2020 negli USA circoleranno 25 milioni di autovetture in meno a quelle che c’erano all’inizio del Grande Recessione, quelli che predicono una crescita del consumo di carburante nel primo mondo si dovranno  ricredere”. Di converso invece nel 2010 i consumi cinesi aumenteranno del 9 per cento mentre il paese ha già soffiato la corona di pricipale produttore automobilistico del pianeta agli USA.
Anche la International Energy Association ha ridimensionato le sue previsioni. Una agenzia internazionale di pronto intervento energetico fondata negli anni settanta dalle maggiori potenze industriali per far fronte alle emergenze petrolifere, la IEA per il 2010 proietta una contrazione della domanda petrolifera quotidiana dei paesi del primo mondo di oltre 300 mila barili.
Ma ad influenzare il quadro petrolifero internazionale, che tra l’altro registra un incremento significativo del consumo nei paesi del BRIC, (Brasile, Russia, India e Cina), non intervengono solo i cambiamenti determinati dalla recessione ma contribuiscono anche i progressi registrati nel campo delle trivellazioni e dell’estrazione. Progressi questi che hanno rimesso in discussione il destino dei pozzi esauriti.
“I pozzi in uso correntemente sono sottoutilizzati e quelli già esautiri

Pumpjack/Flick?Creative Commons

Pumpjack/Flick/Creative Commons

contengono riserve prima ritenute inutilizzabili e che invece adesso possono essere estratte con estrema facilità”, afferma John van Schaik, analista di Oil Market Intelligence, un periodico di settore, “Secondo calcoli resi noti dai maggiori operatori petroliferi del mondo, correntemente sfruttiamo meno del 40 per cento delle riserve di greggio contenute dai pozzi sviluppati. Utilizzando additivi polimerici, sostanze emulsive, nuove tecniche di trivellazione e pompe più potenti oggi si possono riportare in vita anche pozzi che sono chiusi da decenni”.
Questo è il caso per esempio dei pozzi petroliferi di Marmul in Oman, degli Hawkins Fields texani e di quelli di Schoonebeek in Olanda. Ritenuti troppo costosi per essere sfruttati, con il barile che s’è attestato al di sopra degli 80 dollari, di recente sono stati rimessi in funzione da una joint venture formata dalla Shell e dalla ExxonMobile. Secondo gli esperti della Shell solo a Schoonebeek le compagnie potrebbero recuperare circa un miliardo di barili di petrolio mentre a livello mondiale le risorse ancora presenti nei pozzi abbandonati supererebbero i 300 miliardi di barili.
“Quando il prezzo si aggirava intorno ai 40, 50 dollari non faceva nessun senso, sarebbero stati estratti in pareggio ma adesso col barile che supera gli 80 producono un profitto sull’investimento del 100 per cento”, aggiunge van Schaik.
E così applicata anche in Indonesia, Medio Oriente e Russia questa strategia ha permesso di incrementare la produzione di greggio di oltre un terzo su quella precedente–come nel caso dei pozzi russi di Samotlor, in Russia.
“Gli operatori si adattano e man mano che i pozzi invecchiano imparano nuovi trucchi per continuare ad estrarre petrolio”, continua van Schaik.
L’incremento del greggio non dipende però solo dalla riapertura dei pozzi abbandonati ma anche da un aumento sostanziale delle esplorazioni e delle trivellazioni.
Secondo stime della PFC Energy, una azienda di consulenza del settore energia, coaudivati dalla Total, dalla BP e dalla Exxon paesi come il Brasile, la Russia, l’Irak e la Nigeria—i paesi del Brink–nei prossimi anni saranno in grado di aggiungere oltre 10 milioni di barili di petrolio alla produzione mondiale quotidiana, mentre lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi, che nel 2020 produrranno altri 3,8 milioni di barili, già oggi produce circa 1,8 milioni di barili.
“Normalmente con un tale tifone di greggio in arrivo il prezzo del petrolio dovrebbe crollare e invece continua a mantenersi a livelli ingiustificabili, sia a fronte del costo d’estrazione che delle dinamiche di mercato”, osserva Neil Gamson, analista della Energy Information Administration statunitense, un’agenzia semigovernativa che segue l’andamento delle dimaniche energetiche del paese. La EIA prevede che il consumo petrolifero statunitense si manterrà ai livelli del 2008 fino alla fine del 2035 e che la crescita del consumo dei carburanti liquidi, un modestissimo 48 milioni di barili l’anno , verrà coperta dai biocarburanti.
A mantenere il barile in zona 80 dollari contribusicono però svariati fattori, non ultimi la crescente domanda dei mercati asiatici (con Cina e India che fanno la parte del leone), le pressioni di carattere politico—la transizione verso la rinnovabilità in America è materia oramai irreversibile—e quelle di natura finanziaria.
“Hedge funds e banche d’investimento giocano un ruolo determinante nel finanziamento di gran parte delle esplorazioni più rececenti mentre il petrolio è diventato un bene di rifugio per gli speculatori delle future”, afferma Tom Kloza, direttore di Opis Net e uno dei maggiori esperti petroliferi americani, “Anche se denominato in dollari oggi il greggio è l’unico investimento che garantisce ritorni da favola e per rendersene conto basta dare uno sguardo ai bilanci delle industrie petrolifere che continuano a stabilire nuovi record storici”.
E sebbene le energie rinnovabili stiano guadagando terreno sui carburanti tradizionali i petrolieri non hanno niente da temere, la EIA calcola infatti che fino al 2030 il petrolio acconterà ancora per circa il 78 per cento del consumo energetico mondiale.

January 27, 2010

iPad, immagini da fine impero

Filed under: Analisi, Events, Glocanomica, Industry, Innovazione, News, Personaggi, Silicon Valley, Tecnologia — Tags: — Paolo @ 5:23 pm

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Si c’ero pure io stamane al Yerba Buena Center all’evento tecnologico del momento. Jobs ha presentato liPad, la sua  favoleggita tavoletta, prodotto impressionante ma non rivoluzionario, si potrebbe fare di meglio. Job ne vorrebbe fare il centro della sua reputazione di innovatore, la cosa per la quale passerebbe alla storia, l’invenzione tutta sua di un nuovo universo multimediale dove immagini, musica, foto, film, pittura, grafica e scrittura convivono in maniera dinamica creando realta’ alternative, a quella nella quale viviamo. Anche mentre sediamo in queste poltrone nel centro di San Francisco. L’immedialita’–l’irrealta’ creata dal media–e’ tale che le storie di mutilazioni, bombardamenti e mitragliate che pure ci assalgono dalle pagine dei giornali che vediamo rappresentare sull’Pad, ci sembrano irreali, filmiche piuttosto che il rapporto di fatti di sangue gravissimi. Anche questo sviluppo fa parte dell’eredita’ culturale che secondo me Jobs e i signori del computer lasciano all’umanita’, la spettacolarizzazione finale dell’informazione e non mediante il ripaccheggiamento delle informazioni in formati televisivi o giornalistici ma perche fa un uso magistralmente creativo della tecnologia a sua disposizione riraccontare le news come se fossero favole. Le immagini di questo posting vengono dall’interno del Yerba Buena, mi sarei potuto fare pubblcita’ e mettere Glocanomica sull’iPad, devo imparare a promuovermi meglio. Intanto le foto di alcuni dei media che piu’ amo. E sono sicuro che questo vale anche per voi. L’immagine superiore e’ quella della Repubblica di oggi sull’iPad, ce l’ho messa io spazientendo l’handler della Apple che voleva invece passare la tavoletta a quelli della KBR.

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Duue immagini–sopra e sotto–del sito di Focus di oggi sull’Ipad

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Jobs seduto di fronte ad una imponente immagine dell’iPad, il guerriero ha combattuto una bella battaglia, adesso si riposa

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Per tutta la sua futuribilita’ questa di Jobs mi pare una immagine da fine impero

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I tre prodootti che secondo Jobs dovermmo tutti avere

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January 25, 2010

Bernanke, l’agnello sacrificale

Filed under: Analisi, Economia, Events, Glocanomica, Industry, News, Personaggi — Paolo @ 6:43 pm
madonihe/flickr/ccp

madonihe/flickr/ccp

Che Bernanke potesse essere immolato sull’altare della crisi sembrava fino a poco tempo fa un’eventualita’ remotissima. Avevo scritto un articolo discutendo proprio dell’ipotesi che rischiava di non essere confermato. M’ero guadagnato non poche critiche, molti ritenevano che si trattasse di un fenomeno marginale e che quella di Ben fosse una candidatura a prova di siluro. Adesso pero’ che Obama deve rimescolare le carte del gioco economico degli USA, il cauto Ben potrebbe fare la fine del vaso di coccio che viaggia tra quelli di ferro e vedersi mettere alla porta da un congresso che e’ diventato marcatamente populista, con la benedizione ovviamente di Obama che a distanza di un anno su questo fronte ha realizato ben poco, e al pubblico gli deve pur dare in pasto qualcuno.

Tempi duri per Ben Bernanke, il governatore della banca centrale statunitense. Dopo essersi guadagnato lodi sperticate per aver salvato l’economia americana dal baratro di una nuova Grande Depressione, oggi in congresso subisce il fuoco incorciato dei franchi tiratori che vogliono negargli la riconferma. E se si fosse trattato giusto di Ron Paul, il congressista repubblicano che ha ottenuto—sorprendendo tutti–l’appoggio di 317 dei suoi colleghi per una proposta di legge diretta a limitare i poteri della Federal Reserve, si potrebbe concludere che i dissapori sono di carattere ideologico—Paul è un libertario e propone l’abolizione della FED. Ma dal momento che i critici di Bernanke si addensano su ambedue i versanti dello schieramento politico si desume che i problemi sono di natura più profonda. Che si tratta di divergenze sostanziali sul suo operato e sulle posizioni che ha assunto dall’inizio della crisi. Vista però la veemenza dell’opposizione che suscita la candidatura di Bernanke vien fatto di domandarsi cosa abbia spinto Barak Obama a rinnovargli la nomina a governatore della banca centrale USA.
“Il problema è che la Casa Bianca non ha altri santi a cui votarsi”, afferma Anil Kashyap, economista della Graduate School of Business dell’università di Chicago, “E sebbene inizialmente sia stato lento a reagire alla crisi, Bernanke nel pieno del tifone s’è dimostrato un timoniere dalla mano ferma. Oggi molti gli fanno colpa di preoccuparsi troppo dell’inflazione o di preoccuparsene troppo poco, insomma vorrebbero che facesse quello che dicono loro ma Bernanke non è uno che danza al ritmo della musica altrui”.
Quando fu nominato alla carica di governatore nel 2006 dall’allora presidente Bush pochi si aspettavano, come afferma David Wessel nel suo libro In Fed We Trust: Ben Bernanke’s War on the Great Panic, che Bernanke sarebbe diventato l’uomo più potente—in termini economici—degli Sati Uniti. Il fatto che il neo-governatore della FED sarebbe potuto diventare un novello John Pierpont Morgan, come sostiene l’editorialista del Washington Post, sembrava una forzatura. Pochi ce lo vedevano a salvare il sistema finanziario come aveva fatto il fondatore della famosa banca d’affari JP Morgan nel 1907, quando aiutò il governo federale a porre un freno al panico bancario generato dal crollo—molto simile a quello attuale—di Wall Street. Ma questo è proprio quello che fece Bernanke.
Dalla fine del 2007 alla metà del 2008, adottando soluzioni che esulano dai canoni tradizionali della FED, decise di aprire lo sportello di sconto (quello al quale le banche tradizionali attingono i capitali a tassi d’interesse ridottisimi), anche alle banche di investimento e alle aziende in crisi. Non solo, ma creando dei nuovi programmi si mise anche a comprare le obbligazioni delle aziende private e creò una serie di programmi dai nomi fantasiosi: TAF; TESFL e PDCF che gli permisero di iniettare capitali direttamente nei settori più disparati dell’economia. Alla fine oltre 2000 miliardi di dollari verranno distribuiti a banche, imprenditori immobiliari, aziende automobilistiche, linee aeree e assicurazioni. Risultato? L’economia ricomincia a funzinare e per il 2010 la FED prevede un tasso di crescita di poco superiore al 3 per cento, risultato non indifferente per un’economia che era scesa al quasi meno 4 per cento nel corso degli ultimi due anni.
Cinquantaseiennne, riservato, esperto della Grande Depressione, più versato alle aule universitarie che alle udienze congressuali, Bernanke è persona semplice e diretta. Tutt’altro che il convoluto oratore che era stato il suo predecessore Allan Greenspan, che ammaliava i mercati con il suo lessico indecifrabile, Bernanke era arrivato alla FED forte  della sua trasparenza e della sua franchezza. Mitica poi la storia della sua ascesa ai vertici del gotha economico mondiale. Di come, da ragazzo, pur di studiare economia s’era preparato da solo in trigonometria riuscendo ad ottenere un risultato quasi perfetto all’esame d’ammissione universitario e di come lavorando in una bettola messicana per mantenersi agli studi avesse conseguito un paio di dottorati in economia dalla Harvard University e dall’MIT.
Il 1996 lo trova alla direzione del dipartimento di economia della Princeton University, dove tra l’altro si tirerà dietro anche il Nobel Paul Krugman, oggi tra i suoi critici più accesi. Ci resterà  fino al 2002, quando Bush lo chiama prima alla FED come membro del consiglio dei governatori e poi alla Casa Bianca (nel 2005) a capo del suo consiglio economico.
“Di indipendenza però Bernanke all’inizo ne dimostra ben poca”, afferma Joseph Gagnon, analista del Peterson Institute for International Studies, “Anzi continuò imperterrito con le politiche adottate dal suo predecessore e come questi anche lui si guardò bene dall’interferire con il clima speculativo che regnava a Wall Street”.
E infatti nel 2005 l’appiattimento di Bernanke sulle posizioni dell’amministrazione Bush è quasi totale. Nelle udienze che precedono la sua conferma alla guida della FED affermerà di voler seguire le politiche del suo predecessore. E quando confrontato nel 2007, giusto pochi mesi prima del crollo totale delle borse, con i problemi del mercato immobiliare statunitense dichiarerà come avevano fatto Bush e Hank Paulson (segretario del tesoro) prima di lui che l’economia americana non correva nessun rischio.  Anche il suo aderire alla decisione di far fallire la Lehman Brothers, che Bernanke riteneva una sciocchezza, avvenne in deferenza alla posizione di Paulson, che da ex CEO della Goldman Sachs non aveva mai avuto una grande opinione della Lehman.
“Ad essere problematiche non sono solo le sue posizioni passate ma sopratutto quelle che sostiene adesso”, afferma John Tamni, analista della H. C. Wainwright Economics, “E’ convinto che la crescita economica e una forte produttività generino inflazione e che per risolvere la crisi basta stampare nuova moneta. Convinzioni disastrose a fronte di un paese che ha bisogno di incrementare le esportazioni, consumare meno e creare nuova occupazione”.
E se questa è una critica “di sinistra” a sostegno di un maggiore impegno di Bernanke, come vorrebbe l’amministrazione USA, sul versante del mercato del lavoro, le critiche che gli arrivano dal campo conservatore sono anche più dure.
“Ma è possible che su 300 milioni di americani Obama non sia riuscito a trovare nessuno per sostituire Bernanke?”, si domanda  Desmond Lachman, analista dell’American Enterprise Insitute, “Il presidente si dimentica che la maggior parte dei subprime più disastrosi vennero sottoscritti proprio durante i primi due anni di Bernanke e questo a dispetto del fatto che l’FBI gli dicesse che si trattava di pratiche truffaldine”.
La litania di responsabilità che Lachman addebita a Bernanke è strabiliante. “Durante la sua tenuta la disoccupazione e la sottocupazione hanno raggiunto il 17 per cento, la perdita dei valori immobiliari ha superato i 500 miliardi di dollari, oltre 5 milioni di famiglie sono correntemente sull’orlo di perdere la casa e i salari in alcune aree sono crollati quasi del 25 per cento”, aggiunge Lachman.
“A questo punto la sfida di Bernanke è produrre iniziative che siano in grado di sostenere la Casa Bianca sul fronte della  creazione di nuovi posti di lavoro”, gli fa eco Kasyap, “Ma su quel fronte la FED è assente”.
Il Nobel Paul Krugman in un recente commento sul New York Times ha definito questo compito “The Unfinished Mission”, la missione incompleta di Bernanke. Krugman calcola che per continuare a crescere—più 2,8 per cento nell’ultimo quadrimestre—l’economia USA ogni mese deve creare 100 mila nuovi posti di lavoro, ma questo mese ne ha persi invece 11 mila, e che per rimanere competitiva nel corso dei prossimi 5 anni ne dovrà creare altri 18 milioni. Cosa sta facendo Bernanke? Si domanda provocatoriamente Krugman, aggiungendo poi che la FED si è adagiata in un ingiustificabile stato di appagamento che condanna milioni di americani alla disoccupazione, milioni di famiglie a bruciare i loro risparmi e milioni di giovani a ritardare l’entrata nel mercato del lavoro.
“Quella della FED è una posizione incomprensibile, ha la soluzione a portata di mano ma si rifiuta di adottarla”, afferma Gagnon, l’economista del Peterson Institute, “Basta che segua le strategie delineate dallo stesso Bernanke quando era ancora ricercatore a Princeton”.
La soluzione secondo Gagnon sarebbe quella di comprare altri 2000 miliardi di dollari di assetti tossici e titoli in crisi, casomai in collaborazione con la banche centrali dei paesi avanzati per un totale di 6 mila miliardi. Una suggerimento questo che Krugman non ha esitato ad abbracciare rilanciandolo dalle pagine del Times e che Bernanke, preocccupato dagli effetti inflazionari di un tale intervento, non è disposto a seguire.

December 15, 2009

Innovazione secondo De Bono: Un pensiero laterale

Filed under: Analisi, Glocanomica, L'intervista — Paolo @ 3:40 pm

Ottantadue libri tradotti in 41 lingue. Rhodes Scholar presso lo stesso istituto di Bill Clinton. Un giardinetto di dottorati di ricerca conseguiti, dalla Oxford University all’Università di Malta, negli atenei più prestigiosi del mondo. Fondatore del World Center for New Thinking—definita una sorta di Croce Rossa del pensiero—Edward De Bono è considerato uno dei maggiori innovatori planetari nel campo dell’educazione e del pensiero creativo. Ideatore del principio del lateral thinking, un metodo per affrontare qualsiasi problema esulando dalla dicotomia tra analisi critica e prassi, De Bono è un convinto sostenitore della necessità di trovare soluzioni creative ai maggiori problemi del nostro tempo. Piuttosto che insegnare alla gente ad analizzare e criticare sostiene che le scuole debbano istituire corsi che insegnano a pensare. Perché la creatività non è il prodotto di ispirazione momentanea ma un processo che si può riprodurre a richiesta. De Bono, il cui metodo educativo viene correntemte usato in oltre 20 paesi, e intervenuto ai recenti Nobel Colloquia di Trieste. Lo abbiamo intervistato.

La Grande Recessione, almeno nei paesi avanzati, non accenna minimamente a scemare, come se ne esce?

Con una serie di trovate creative, ma gli economisti sono molto bravi a descrivere e ad analizzare ma non a disegnare soluzioni e quindi non sono in grado di formulare programmi che sfuggono all’influenza dei fenomeni di rafforzamento, i cosiddeti loop, siano essi positivi o negativi.

E come si formulano queste soluzioni?

Le faccio un esempio: i valori immobilari non salgono perché la gente non compra; ma la gente non compra perché i valori immobiliari continuano a crollare. Adesso c’è bisogno di un meccanismo in grado di rompere questo circolo vizioso. Mettiamo che escogitiamo un metodo per vendere una proprietà ai prezzi correnti ma con la clausola che se perde diciamo un 10 o 20 per cento nel corso di un certo numero di anni l’acquirente verrà rimborsato di una percentuale equivalente. Così non c’è più nessuna ragione d’aspettare, l’acquirente è tutelato, se i prezzi crollano sarà rimborsato, ma intanto se tutti comprano non c’è nessuna ragione per la quale i prezzi debbano continuare a crollare.

Una soluzione creativa quindi, ma come si fa ad applicare la creatività all’inovazione?

Insegnado alla gente a pensare, per esempio io sostengo che il problema principale dell’umanità adesso non è quello dell’effetto serra ma l’incapacità di pensare.

Si spieghi per favore

E’ come una macchina che abbbia solo tre ruote, disponiamo di una buona abilità analitica, di modelli matematici corretti e informazioni accurate, ma ci manca la quarta ruota che è la creatività che ci porterà a disegnare una soluzione adatta.

Ci può fare qualche esempio per favore?

Certo prenda l’incontro sul clima di Copenhagen, piuttosto che focalizzarsi tutti sulle soluzioni avrebbero dovuto istituire due gruppi. Uno che raccoglieva tutte le informazioni e le ricerche sui cambiameti climatici e un altro che incaricato di genera nuove idée per risolvere quei problemi, avrebbe prodotto risultati milgiori di quelli che vediamo adesso.

Qualche compagnia che abbia applicato questi metodi con successo?

Svariate ma le faccio l’esempio della Nokia che è probabilmente quello più eclatante. Se si ricorda era una falegnameria, mi consultarono, sviluppammo sette idée guida e oggi, con il 38 per cento del mercato mondiale, sono l’azienda leader nel campo della costruzione delle apparecchiature per la telefonia mobile.

E i paesi che se la cavano meglio sul piano della creatività e dell’innovazione?

Quando si viene al pensiero creativo e all’innovazione producono tutti risultati inadeguati. Ci sono paesi come il Venezuela, la Cina e l’Australia che stanno sperimentando le mie tecniche nelle scuole pubbliche con un certo successo, ma questo da solo non basta bisogna sviluppare un rapporto tra azione e valori. La gente è affascinata dalla tecnologia, oggi affidiamo la soluzione di tanti problemi alla tecnologia, ma la tecnologia da sola non risolve i problemi. Prenda l’esempio della macchina, è un mezzo di trasporto utile ma dove andarà non dipende dalla tecnologia ma piuttosto dal suo guidatore. Alla stessa maniera la soluzione di tanti dei nostri problemi non dipende dalle tecnologie che adottiamo ma dai valori che ne informano il loro utilizzo.

Non un problema di mezzi quindi ma di morale?

Di valori piuttosto, è sempre un problema di valori e di intenti, una crisi del pensiero. Le faccio un esempio, prendiamo in esame il conflitto tra Israele e la Palestina. Mettiamo che gli israeliani decidessero di partecipare all’istituzione di un fondo a favore dei palestinesi diciamo di un tre miliardi di dollari l’anno, con la clausola però che ogni volta che lanciano un missile su Israele i palestinesi perdono 50 milioni di dollari. Adesso l’equazione diverrebbe diversa, non dubito che i palestinesi a quel punto comincerebbero a vedere la questione del lancio dei missili sotto tutt’altra luce. Vede si tratta di una soluzione che non giudica chi è buono e chi è cattivo ma sviluppa solo percorsi alternativi.

December 3, 2009

Il declino americano ?

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, Innovazione — Paolo @ 10:23 pm
Un articolo che ho pubblicato la settimana scorsa su L’espresso, notate l’interrogativo nel mio titolo e l’affermativo di L’espresso. L’argomento e’ interessante, difficle stabilire se si stia veramente assistendo ad una fase avanzata di declino statunitense o di glocalizzazione dell’innovazione.
RICERCA & SVILUPPO / USA ALLO SPECCHIO

Il declino americano

DI PAOLO PONTONIERE da San Francisco

mellowweschallahs photostream/Flickr/Creative Commons Photo

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Gli Stati Uniti hanno perso il tocco magico che ne faceva i primi del mondo nelle scienze e nelle tecnologie? Il quesito, discusso a mezza voce nei circoli economici del Paese, recentemente è stato posto con forza da Fareed Zakaria, uno dei maggiori opinion maker americani.

Intervenendo dalle pagine di ‘Newsweek’, Zakaria ha invitato gli statunitensi a riflettere sullo stato dell’innovazione nel Paese. Zakaria teme che gli Usa stiano retrocedendo rispetto ai paesi emergenti nei settori industriali che più contano per lo sviluppo dell’economia del futuro e che anche la ricerca scientifica si stia volgendo a Oriente. Secondo Zakaria gli studi che ancora indicano gli Usa come detentori del primato dell’innovazione, come quelli del World Economic Forum, peccano di soggettivismo e geocentrismo perché si basano su interviste con i Ceo delle maggiori aziende planetarie, in gran parte statunitensi, e non su dati statistici certi.

Un indicatore migliore, secondo l’analista di ‘Newsweek’, lo offrirebbero due studi prodotti da due think tank indipendenti, il Boston Consulting Group (Bcg) e la Information Technology and Innovation Foundation (Itif).

Secondo il Bcg oggi nella scala dell’innovazione gli Usa occupano l’ottavo posto, mentre per la Itif, sebbene se la cavino meglio, non superano la sesta posizione in classifica. Al vertice secondo i due istituti troviamo, rispettivamente, Singapore e la Svezia. Anche il Lussemburgo e l’Irlanda fanno meglio degli Usa, che offrono una prestazione ancora peggiore sul versante del tasso di innovazione registrato negli ultimi dieci anni: dove gli americani li troviamo al quarantesimo e ultimo posto. E non è diminuito solo il numero dei brevetti in uscita dagli Usa, di sicuro un meno 5 per cento nel settore farmaceutico a favore dell’India: le industrie americane sono arretrate anche sul versante dei capitali di ventura e dei fondi stanziati per la ricerca e lo sviluppo.

Fino al 1999 gli Usa assorbivano la quasi totalità degli investimenti a livello internazionale. Oggi, scesi in quarta

e quinta posizione (a seconda dello studio considerato), se la cavano peggio della Francia e della Germania. A crollare negli ultimi nove anni non sono stati solo gli investimenti governativi in R&D, ma anche quelli aziendali.

Ma mentre la contrazione sul versante pubblico – vista l’avversità per le scienze dell’amministrazione Bush – è comprensibile, quella dei privati è disastrosa. Gran parte degli investimenti in R&D americani vengono realizzati dalle imprese. Oggi gli Usa su questo versante sono a malapena quinti, dietro il Giappone, in testa alla classifica, e Singapore.

Secondo i due centri studi è diminuito anche il numero di giovani statunitensi che si laureano in materie scientifiche e che scelgono la ricerca. Adesso gli Usa possono contare su un numero di ricercatori per ogni mille occupati inferiore a quello della Svezia e sfornano meno laureati in discipline scientifiche della Francia.

Ma dove i due istituti di ricerca indicano ritardi particolarmente pesanti per gli Stati Uniti è nel campo delle energie pulite e rinnovabili, un settore di rilevanza strategica per l’economia del futuro e dal quale stanno emergendo le principali innovazioni tecnologiche.

Secondo l’Itif, in questi campi gli Usa sono già stati sorpassati dalle Tigri asiatiche (Cina, Giappone e Corea del Sud), ma non solo: nei prossimi cinque anni la spesa cleantech di questi paesi supererà di tre volte quella statunitense, raggiungendo 509 miliardi di dollari contro i 178 stanziati dal governo statunitense.

E sebbene gli americani si accaparrino ancora la stragrande maggioranza dei Nobel per la scienza, oltre il 70 per cento, e il 63 per cento delle citazioni delle pubblicazioni scientifiche internazionali si rifacciano a ricerche Usa, alcuni lamentano il fatto che questo sia più un riconoscimento di glorie passate che la premiazione di trend futuri. I Nobel statunitensi sono per lo più settuagenari onorati per scoperte che hanno realizzato decine di anni fa.

L’unica area nella quale gli americani detengono il primato, secondo i due centri studi, è quella dell’innovazione finanziaria, oltre il 40 per cento. Un dato, però, vista la recessione globale che i nuovi strumenti hanno finito per causare, della quale è difficile essere orgogliosi.

“Stabilire cos’è l’innovazione è complicato”, dice Rathindra Bose, direttore di The Ohio University Center for Innovation: “Non c’è dubbio che la competizione ha guadagnato terreno, ma da qui a sostenere che ci sia stato il sorpasso ce ne passa. Si tratta di dati legati alla crisi economica e alla fase politica che abbiamo appena attraversato, ma se si prendono in considerazione i risultati più recenti si vede che il trend si sta invertendo di nuovo a favore degli Usa”.

Bose si riferisce a dati resi noti dal CleanTech Group, una think tank statunitense delle tecnologie rinnovabili, secondo i quali nel terzo quadrimestre di quest’anno il 72 per cento dei capitali di ventura Usa sono finiti a start-up delle energie pulite, mentre a livello internazionale gli statunitensi hanno assorbito un terzo degli oltre 1,3 miliardi di dollari investiti dai privati, contro il 29 per cento degli europei e il 4 per cento degli asiatici. Anche sul versante dell’afflusso di capitali stranieri, di conseguenza anche di quelli cinesi, gli Usa se la sono cavata meglio della concorrenza, incamerando 40,2 miliardi di dollari nel solo mese di settembre, 10 miliardi più di quelli previsti dagli analisti finanziari. Quanto all’osservazione sui Nobel, anche quella è discussa, dal momento che per esempio Carol Greider, vincitore nel 2009 per la medicina, ha appena 48 anni e le sue scoperte sono arrivate alla fine degli anni Novanta.

“In periodi di crisi è comprensibile che alcuni tendano a vedere il bicchiere mezzo vuoto piuttosto che mezzo pieno”, spiega James Hosek, ricercatore della Rand Corporation, la maggiore think tank statunitense, e co-autore di US Competitiveness and Innovation, una ricerca che arriva a conclusioni opposte a quelle della Bcg e dell’Itif. “L’ascesa di nuovi centri dell’innovazione è probabilmente uno degli effetti migliori della globalizzazione”, sostiene Hosek: “Questa realtà non dovrebbe spaventare gli Usa, ma piuttosto spronarli a fare meglio”.

Intanto lo studio della Rand dice che gli Usa assommano ancora per il 40 per cento della spesa R&D mondiale, il 38 per cento dei brevetti e soprattutto occupano il 37 per cento dei ricercatori mondiali. E non solo: che 58 delle prime cento università del pianeta stanno in America. “Per non dire che in molti casi i tanto favoleggiati centri di ricerca stranieri appartengono a multinazionali statunitensi”, aggiunge Hosek. E infatti nell’ultimo decennio, cercando di aggirare le restrizioni imposte dall’amministrazione Bush alla ricerca scientifica e alla circolazione dei ricercatori, aziende come la Intel, la Microsoft, l’Ibm e la Cisco hanno aperto importanti centri studi in Cina e in India. Secondo Jim Sheriff, Ceo della Cisco China, l’Impero Celeste è destinato a diventare il centro mondiale dell’innovazione.

Ma non tutti tendono a schierarsi su un versante o l’altro del dibattito. Secondo Robert Reich, ex ministro del Lavoro nell’amministrazione guidata da Bill Clinton e consigliere economico di Obama, la discussione sull’innovazione è superata dagli eventi:”La grande recessione ci impone di rompere le nostre gabbie mentali”, afferma Reich. “Se prima pensavamo che lo stato di salute di un paese avesse come suo principale indicatore il livello del Prodotto interno lordo, adesso sappiamo che conta anche l’indice di felicità della popolazione. Lo stesso vale per l’innovazione: piuttosto che quantificarla in termini di investimenti o di posti di lavoro, probabilmente dovremmo misurarla per la sua capacità di risolvere i problemi reali dei cittadini e di contribuire al loro appagamento spirituale. E da questo punto di vista abbiamo tutti ancora tanta strada da fare”. n

(27 novembre 2009)

November 16, 2009

Al Far West delle carbon offset

Filed under: Analisi, Glocanomica, Industry, Innovazione, Mercati, News — Paolo @ 2:21 pm

London Permaculture/Flickr/Creative Commons

Gli statunitensi la chiamano mertonianamente (da Robert K. Merton il socologio che la formulo’), la legge delle conseguenze involontarie, the law of unintended consequences. Niente di scientifico, piuttosto una constatazione di fatto, la legge sostiene che spesso un’azione finisce col produrre risultati imprevedibili. Molte volte postivi, altre purtroppo con effetti perversi, che incentivano le conseguenze negative di un’azione. Alcuni sostengono per esempio che il Trattato di Versailles, che intendeva riportare la pace nel mondo dopo il primo conflitto planetario, abbia invece spianato la strada alla seconda Guerra Mondiale. Adesso questo sarebbe anche il caso del cap and trade, la proposta di bloccare le emissioni di anidride carbonica ad un livello precedente a quello attuale e, dopo averle ripartite tra le nazioni del mondo, permettere alle industrie di commercializzare le quote che non utilizzano. Secondo alcuni osservatori economici questa proposta invece di ridurre le emissioni starebbe fomentando una nuova tornata di investimenti a rischio.
Concepita per limitare e eventualmente eliminare le emissioni di anidride carbonica, la cap and trade rischia di trasformarsi nella nuova frontiera della speculazione finanziaria mondiale. Almeno questo è quello di cui si preoccupa Bart Chilton, componente della Commodity Futures Trading Commission, la commissione statunitense di sorveglianza del mercato delle future. Chilton è dell’idea che il congresso debba stabilire delle regole feree per impedire che si formi un’altra bolla economica, questa volta di colore verde.
Nel mirino dei regolatori ci sono le cosiddette carbon offset, una sorta di cedola di credito, comprandole si può rimediare alle emissioni prodotte da qualsiasi attività umana. Caldeggiate come uno strumento in grado di diffondere a livello di massa l’uso di soluzioni che permettono di contene l’effetto serra, le carbon offset si stanno trasformando in una sorta di bazaar nel quale gli interessi degli operatori di borsa potrebbero prendere il sopravvento su quelli degli enti locali e del pubblico.
Correntemente le carbon offset vengono utilizzate per rimediare all’inquinamento atomsferico prodotto dalle attività quotidiane individuali più disparate. Attività che spaziano dall’uso dei computer ai viaggi aerei e dal chilometraggio casa ufficio dei pendolari all’elettricità utilizzata dagli elettrodomestici casalinghi. Il novero delle situazioni nelle quali vengono proposte è così ampio che si prefigura l’emergenza di un nuovo mercato degli investimenti di dimensioni difficilmente misurabili, sicuramente enorome, e che per la sua natura variegata può offrire opportunità per tutti i palati.
Intervenendo di recente sull’argomento il prestigioso Washington Post non ha esitato a paragonare l’ebullienza che contraddistingue questi investimenti all’avventurismo sfrenato che caratterizzò la colonizzazione del West da parte dei pionieri americani.
E così dal dibattito sul che fare per salvare il pianeta piuttosto che emergere politiche in grado di unificare l’inziativa internazionale sul fronte dell’effetto serra è emerso invece un mercato dove le buone intenzioni di progetti a carattere eco-conservativo si intrecciano con gli interessi speculativi degli operatori di borsa. Questo è per esempio il caso del Chicago Climate Exchange, dove adesso le offset vengono cedolizzate come si soleva fare qualche tempo fa con i subrpime e rivendute sul mercato delle equity, mentre al San Francisco International Airport quelli che vogliono neutralizzare gli effetti deleteri del loro volo aereo possono acquistare le offset da alcuni chioschi elettronici che le distribuiscono come se fossero caramelle.
Nel caso dell’aeroporto di San Francisco le offset sono garantite da una serie di organizzazioni ambientalistiche e variano dai pochi dollari di un volo locale a circa un centinaio nel caso di un volo intercontinentale. Ma il problema di chi le garantisce e se davvero riducono la produzione di nuovi gas inquinanti è reale.
Secondo Joe Romm, direttore del periodico Climate Progress e esperto di clima del Center for American Progress, le carbon offset dovrebbero essere ribattezzate ripoffset, ruberie per farla breve. Romm, che il settimanale Rolling Stone considea una delle 100 persone che cambieranno il corso della storia, sostiene infatti che nel caso delle offset più popolari, come quella di pagare qualcuno per piantare alberi in Medio Oriente, nelle zone desertiche e disboscate, i benefici sono discutibili. Per esempio resta ancora da dimostrare che ripiantare gli alberi riesca realmente ad assorbire più anidride carbonica di quanta ne produca e  poi cosa succede se gli alberi muoino a causa di una siccità o se la raffineria di biocarburanti che avevamo finanziato finisce col fallire?
Esiste poi, come scrive David Fahrenthold nel Washington Post una questione di addizionalità. Ovvero a che servono le offset se i progetti finanziati sarebbero stati realizzati comunque a prescindere dalla loro esistenza?
Questo sarebbe per esempio il caso delle centrali elettriche cinesi alimentate a carbone. I cinesi stanno vendendo centinaia di milioni di dollari di offset sul mercato di Chicago, servono a finanziare la chiusura e la riconversione di quelle centrali. Il problema in questo caso è però che i cinesi quelle modifiche le avrebbero dovute fare lo stesso a prescindere dalle offset. Così piuttosto che ridurre le emissioni queste diventano un metodo conveniente per rastrellare capitali dalle tasche degli ambientalisti.
E se a San Francisco è l’amministrazione aeroportuale a promuovere l’offsetting, in Florida sono i ranger che gestiscono i parchi pubblici, e organizzazioni ambientalistiche come Naturalist Journeys, che propongono ai visitatori delle meraviglie  naturali dello stato—per esempio le Everglades–di neutralizzare l’impatto ambientale della loro visita finanziando la costruzione di sentieri e di altri progetti di restaurazione ambientale mentre a Los Angeles, New Orleans, Millbrae (California), Northampton (Massachusetts) e Carpinteria (California) in alcuni ristoranti adesso può accadere che nel conto il consumatore oltre al costo del servizio ci possa trovare anche quello dell’offset dell’anidride carbonica prodotta nella produzione e nel trattamento delle pietanze che ha appena consumato. Si tratta qui non solo di alcune delle principali catene alimentari come la Yum Brands (Taco Bell, Kentucky Fried Chicken e Pizza Hut) ma anche di osterie locali. E non solo ma un numero crescente di centri per l’intrattenimento spettacolare, sopratutto sulla costa West hanno cominciato a spingere le offset. A Gennaio scorso la band emo Panic at The Disco ha addirittura organizzato un carbon offset tour in collaborazione con la Honda e alla fine uno spettatore fortunato ha vinto un ibrido personalizzato dai componenti della band. Nel south-west degli USA anche aziende energetiche come la Pacific Gas and Electricity, una delle principali produttrici di elettricità del paese, hanno cominciato a vendere offset. Le utilizzano per prendersi cura delle linee elettriche e delle foreste che possiedono nel nord del paese, un’area nella quale la compagnia è stata consistentemente negligente negli ultimi anni e per la quale ha ricevuto parecchie multe dagli organi di controllo californiani.
Ma il mercato delle offset non è popolato solo da iniziative discutibili o eccentriche, ci sono anche organizzazioni che riescono ad usarle sia per prendersi cura dell’effetto serra che per migliorare le condizioni di vita e lavorative delle popolazioni che vivono in aree svantaggiate e depresse del paese come nel caso della Native Energy ,una compagnia del Vermont che ha utilizzato i fondi raccolti per costruire 34 centrali solari e creare occupazione verde nelle riserve indiane, o come nel caso di TerraPass che sceglie i progetti da finanziare solo dopo averli discussi con i consumatori di carbon offset e una volta finanziatili riporta i loro progressi in tempo reale. Differente invece il caso del Climate Trust, un network di varie compagnie che operano nel campo delle offset che si è specializzato in proposte dirette ad aziende ed ad altre organizzazioni commerciali, oggi viene ritenuto tra i migliori esistenti sul versante del controllo e della trasparenza degli investimenti.
Ma il periodo dell’opacità potrebbe presto volgere al tramonto, si stano infatti moltiplicando le organizzazioni che si fanno carico di garantire l’affidabilità dell’offset e la sua utilità. Tra queste fanno spicco agenzie come la International Carbon Reduction and Offset Alliance,  e la David Suzuki Foundation che si battono per l’adozione di uno standard internazionali, The Gold Standard lo chiamano ed è stato formulato dai creatori del Protocollo di Kyoto ed è sostenuto dal WWF e da Greenpeace.

October 29, 2009

In Cerca di Una Nuova Vita

Filed under: Analisi, Economia, Events, Glocanomica, Personaggi, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 4:09 am

Questo e’ il catalogo di una mostra sull’immigrazione italiana in California che di recente ho co-curato per il Museo ItaloAmericano di San Francisco. Io mi sono interessato sopratutto della Terza Ondata. Spero di poter fare un upload a breve della mostra vera e propria.

October 23, 2009

Declinismo monetario

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, News — Paolo @ 11:48 am

Questa e’ una versione piu’ approfondita di un articol che ho pubblicato di recente sul L’espresso a proposito del declini del dollaro e del suo impatto sull’economia internazionale.

Dollar re-de$ign competition/Peter Le

Dollar Re-De$ign competition/Peter Le

Negli ambienti monetari internazionali circola un nuovo neologismo, “dollar declinism”, il declinismo del dollaro. Lo hanno coniato gli esperti valutari per descivere la proclività al ribasso della moneta statunitense dall’inizo della ripresa.
Valuta di riferimento indiscussa a livello internazionale e giusto qualche mese fa rifugio prediletto di coloro che cercavano di sfuggire alle incertezze della Grande Recessione, il greenback è diventato il paria dei mercati valutari internazionali. In meno di sei mesi s’è deprezzato del 12 per cento, scendendo del 40 per cento rispetto ai valori che esprimeva nel 2002, anno in cui registrò i massimi storici contro l’euro.
Oggi un euro vale quasi un dollaro e 50, e secondo Steve Englanders, stratega monetario della Barcalys Capital, entro la fine dell’anno ne varrà uno e 55. E questo a dispetto delle dichiarazioni a favore di un dollaro forte proferite dalla Casa Bianca.
La repentinità con la quale sono mutate le fortune della valuta statunitense spinge alcuni economisti a temere uno sdipanamento caotico degli equilibri monetari internazionali. C’e anche chi, come il Nobel per l’economia Paul Samuelson, teme che ci si trovi di fronte ad una manovra speculativa diretta a causare l’abbandono subitaneo e sregolato della moneta statunitense da parte dei maggiori operatori finanziari mondiali.
“Potrebbe trattarsi di un assalto al dollaro”, afferma Samuelson. E ad osservare i dati, ci sarebbe quasi da dargli ragione.

Dollar Re-De$isgn Competition/Arama Asarian

Dollar Re-De$ign Competition/Arama Asarian

Il Greenback, che oramai rappresenta meno del 63 per cento delle riserve valutarie mondiali, sembra aver perso il lustro di moneta di riserva per antonomasia che deteneva dalla fine della Prima Guerra mondiale. “Allora il dollaro era preferito all’oro”, ricorda Samuelson, “Non solo era più richiesto ma pagava anche gli interessi”.
E secondo Gary Schlossberg, manager dei Wells Capital Fund, uno dei principali fondi di investimento USA, il problema del greenback è proprio quello: non paga praticamente interessi. Come se non bastasse poi l’amministrazione USA continua a stamparne a miliardi per finanziare il suo piano di rilancio economico, incrementando così le tendenze inflazionistiche del mercato e spingendo paesi come la Cina, che tra le sue riserve annovera oltre 800 miliardi di valuta statunitense, e le altre economie emergenti a rivedere la loro relazione con la moneta americana.
“La fuga dal dollaro è un effetto diretto della politica economica USA”, spiega Schlossberg, “Tassi di interesse inesistenti e un crescente disavanzo della spesa pubblica non creano certamente un clima di fiducia nei confornti della nostra moneta. I nostri partner commerciali non sono disposti a sostenere all’infinito il nostro deficit mettendo a rischio le loro esportazioni e il valore delle loro riserve, e così hanno cominciato a diversificare. Stanno acquistando più euro, più yen e anche più dollari australiani”.
Nell’ultimo trimestre la quota delle riserve valutarie denominate in dollari è diminuita del 2,2 per cento, il calo più siginificativo dal 2002, quando scesero per la prima volta al di sotto della soglia del 70 per cento. Oggi un mero 37 per cento delle nuove riserve monetarie viene denominato in dollari, nel 1999 il loro ammontare superava il 63 per cento.
Secondo dati resi noti dalla Merrill Lynch, da Marzo di quest’anno i paesi emergenti hanno trasformato una media mensile di 30 miliardi di dollari in euro e yen.

Dollar Re-De$sign Competition/Dean Potter

Dollar Re-De$ign Competition/Dean Potter

“Siamo di fronte ad una compressione valutaria di lunga durata e che è determinata sopratutto dall’enormità del deficit pubblico statunitense”, afferma Stephen Roach, CEO della Morgan Stanley Asia, “Per finanziare la ripresa gli USA dovranno continuare a stampare denaro e così il dollaro rimarrà debole per anni a venire”.
Un’eventualità questa che preoccupa non poco paesi come il Giappone, la Germania e le altre nazioni europee i cui prodotti perdono terreno nei confronti di quelli americani che, grazie al deprezzamento del dollaro, adesso sono meno costosi.
Ne sanno qualcosa per esempio aziende come la Toyota e la Airbus i cui prodotti dallo scorso aprile costano in media un 11 per cento in più. “L’apprezzamento dello yen è un evento doloroso”, ha dichiarato di recente Yukitoshi Funo, CEO della compagnia giapponese, mentre Fabrice Bregier, CEO della compagnia europea, ha definito “difficoltoso”, il clima commerciale creato dall’apprezzamento dell’euro.
Anche i cinesi, che sono tra i maggiori finanziatori del deficit USA, non hanno mancato di rimarcare la loro scontentezza con la politica di grandi spese pubbliche e di tassi di interesse inesistenti promossa dall’amministrazione USA.
“I paesi che emettono le maggiori valute internazionali dovrebbero cosiderare le implicazioni della loro politica monetaria, sia sul piano interno che su quello internazionale”, ha ammonito Hu Jintao, presidente Cinese, al recente G20 di Pittsburg. “La dovrebbero bilanciare con la necessità di stabilizzare i mercati finanziari internazionali”, ha concluso Jintao accusando implicitamente gli USA di destabilizzare i mercati esteri per il proprio tornaconto.
E infatti sostenuto dal rafforzamento delle esportazioni il disavanzo della bilancia commerciale USA nell’ultimo trimestere s’è ridotto del 2,9 per cento. Anche il recente rally di Wall Street, con il Dow che ha superato la soglia dei 10 mila e il rilancio dell’industria manifatturiera americana possono essere fatti risalire all’indebolimento del dollaro.
“Basta guardarsi attorno nei mall per capire che ai commercianti americani il deprezzamento del dollaro fa bene”, dichiara Colin J, Healy, analista della HighTower Advisors, un fondo di investimento dal valore di 15 miliardi di dollari, “Sono pieni di canadesi e europei che spendono a man bassa”. Healy inoltre nota che dal monento che le più grandi corporazioni USA realizzano oltre il 40 per cento dei loro fatturati all’estero, il crescente divario che corre tra il valore del dollaro e le principali monete internazionali si trasforma in un moltiplicatore di guadagni. Una volta riportati negli USA, i ricavi realizzati all’estero sono infatti automaticamente incrementati dalla conversione in dollari.

Dollar Re-De$sign Competition/Yordan Silveira

Dollar Re-De$ign Competition/Yordan Silveira

Così dalla Caterpillar, alla TRW Automotive Holdings e dalla Intel alla Walt Disney—tutte aziende con una forte presenza estera—le grandi multinazionali USA grazie alle rimesse estere stanno superando le aspettattive degli analisti.
Intanto si ingrossano le fila di coloro che vogliono trovare una alternativa al dollaro.
A Marzo il premier cinese Wen Jiabao aveva suggerito di sostituire il dollaro con gli SDR, gli special drawing rights, l’unità valutaria nella quale sono denominate le obbligazioni emesse dal Fondo Monetario Internazionale. Un misto di dollaro, euro, sterlina e yen, gli SDR sono più un’escamotage amministrativo che una moneta vera e propria.
All’inizo di Ottobre aveva poi fatto scalpore la notizia (smentita dagli interessati), che arabi, cinesi, russi, giapponesi e francesi avevano approntato un piano segreto per sostituire il dollaro nelle transazioni petrolifere con un paniere di monete che oltre all’euro e lo yen avrebbe incluso anche lo yuen, una futura moneta unica degli stati del Golfo Persico e l’oro.
Di recente anche il presidente della Banca Mondiale, lo statunitense Robert Zoellick, ha espresso una certa impazienza con la politica monetaria USA.
“Gli Stati Uniti fanno male a comportarsi come se il predominio del dollaro fosse un fatto inevitabile”, ha ammonito Zoellick.

Dollar Re-De$isgn Competition/James Haless

Dollar Re-De$ign Competition/James Haless

Ma la caduta del dollaro non presenta solo aspetti negativi. Anzi alcuni sostengono che si tratti di uno sviluppo postitivo per l’economia internazionale. Tra questi figura George Koo, membro del consiglio d’amministrazione della Las Vegas Sands Corp, una multinazionale dal valore di 10 miliardi di dollari con sostanziosi investimenti in Asia.
“Il declino del dollaro costringe l’economia globale a riallinearsi e ridirige quella statunitense verso la produzione di beni per l’esportazione e per la riduzione delle importazioni”, afferma Koo, “Del resto dalla recessione internazionale non si esce cambiando semplicemente la moneta di riferimento”.
Una massima popolare Americana sostiene che bisogna badare  a quello che si desidera perché c’è il rischio che lo si possa ottenere. Il declino del dollaro sembra appartenere a questo genere di eventi. Favoleggiato a lungo da detrattori e speculatori adesso è alle porte ma il mondo non dispone di un’alternativa credibile.

October 5, 2009

Ramen Profitability: Meno male che c’e’ la crisi

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, Personaggi, Silicon Valley — Paolo @ 9:13 pm

Meno male che è arrivata la recessione. Parola di John Tayman, numero uno di Motormouths. com: «La crisi offre grandi opportunità di crescita. Aguzza l’ingegno a chi prima faceva un lavoro abitudinario. E quando ci si trova per strada, s’inventa sempre qualcosa di nuovo. Basta un gruppo di professionisti decisi, la disponibilità a lavorare gratis per un breve periodo e il gioco è fatto». Certo, a molti il signor Tayman può sembrare un po’ troppo ottimista. Ma in fondo racconta quello che è accaduto a lui, giornalista esperto di automobili che si è sempre occupato, per svariate testate, di recensioni su motori e dintorni. A un certo punto alcune di queste testate hanno chiuso, altre gli hanno dimezzato i pagamenti e lui si è dovuto inventare qualcosa di nuovo per sbarcare il lunario. Così ha lanciato il sito Motormouths.com, un notiziario automobilistico di divulgazione, nel quale il lettore trova la traduzione in linguaggio comune del gergo dei maggiori critici automobilistici, messi anche a confronto tra loro. «Abbiamo standardizzato il formato: adesso il sito è una via di mezzo tra Rottentomatoes.com e il Kelly Blue Book», dice. Tayman si riferisce a due delle più popolari fonti di informazione dei consumatori americani. Il primo è un sito Web che viene consultato per la scelta dei film da vedere; il secondo stabilisce il valore di mercato dell’usato automobilistico, un po’ come “Quattroruote” da noi. L’idea di Tayman ha preso immediatamente il volo. Dopo nemmeno sei mesi il sito contava già 10 mila visitatori settimanali, s’era assicurato il finanziamento di Y Combinator, un piccolo venture capital della Silicon Valley, e aveva raggiunto la profittabilità con la vendita di una singola manchette pubblicitaria. Oggi Tayman ha uno staff virtuale, gente che collabora dall’Ucraina al Giappone, di 20 impiegati e costi di gestione che non superano i 75 dollari mensili: «Giusto l’elettricità e il collegamento Internet», racconta. E aggiunge: «Il tutto investendo meno di 10 mila dollari. Mica male, la grande recessione». Tayman è convinto che se non fosse stato per la crisi, non sarebbe mai riuscito a trovare i programmatori e i giornalisti che hanno reso possibile il lancio del suo sito. «La crisi ha ridotto la competizione, i talenti sono disposti a guadagnare di meno e anche a lavorare in cambio di azioni della compagnia», spiega. La sua storia non è unica. Il livello di diffusione raggiunto dai collegamenti Internet e i costi quasi nulli di un’azienda virtuale hanno favorito l’avvento di una nuova classe di start-up, che sfugge alla stretta del credito e ai diktat dei capitalisti di ventura. “Time magazine” per descrivere il fenomeno ha creato il neologismo “LiLo, a little in a lot out”: hanno infatti costi di gestione bassissimi (”a little in”) e ci mettono poco a diventare profittevoli (”a lot out”). Sono start-up anticonformiste, che vengono lanciate senza seguire la trafila tradizionale, da imprenditori che spesso non hanno nemmeno confidenza con il Web o con la tecnologia. «Il fatto di non dover dipendere da nessuno ci ha permesso di partire quando volevamo e di raggiungere immediatamente quella che viene definita “ramen profitability”», dice Brian Chesky, cofondatore di AirBnB.com, un sito che offre sistemazioni alternative a quelle alberghiere. Il termine “ramen profitability” descrive una fase di sviluppo aziendale nella quale la start-up, o la piccola azienda, riesce a guadagnare abbastanza da coprire le spese e permettere ai suoi promotori di sopravvivere mangiando ramen, gli spaghetti di riso di origine nipponica che costano pochi centesimi. Come dire, appena sopra il pareggio. L’espressione è stata inventata da Paul Graham, il capitalista di ventura il cui gruppo si rivolge proprio alle LiLo con finanziamenti di poche migliaia di dollari. Nel caso di AirBnB la “fase ramen” è durata giusto una settimana, dopo la quale Chesky e compagni avevano già guadagnato mille dollari. Lanciato a San Francisco in un’affollata convention di architetti, AirBnB intendeva essere solo una maniera ingegnosa per affittare una stanza vuota a qualche conferenziere che non riusciva a trovare posto in albergo. «Ci aspettavamo di attrarre giovani squattrinati con il sacco a pelo e invece ci trovammo di fronte un avvocato, un padre di famiglia dello Utah e un imprenditore Internet. Evidentemente la crisi aveva allargato gli orizzonti di molte persone e il mercato era più vasto di quello che si poteva intuire», dice Chesky. Oggi AirBnB conta 20 mila abbonati, offre oltre 3 mila camere in altrettante case private sparse per gli Usa e si appresta a sbarcare in Gran Bretagna e in Asia. Ma il boom delle start-up non è un fenomeno solo tecnologico. Secondo “The Coming Entrepreneurship Booms”, uno studio molto discusso del think-tank Marion Ewing Kaufman Foundation, negli Usa si assisterebbe a un vero boom della micro imprenditoria privata. «E a spingerlo non c’è solo la crisi, ma anche fattori di carattere demografico», spiega l’analista Dane Stangler: «La popolazione sta invecchiando e gli anziani, un po’ per la mancanza di welfare e molto perché godono di ottime condizioni di salute, sempre più spesso si trasformano in imprenditori». Secondo Kaufman il numero delle start-up lanciate da imprenditori tra i 55 e i 65 anni supera di un buon terzo quello delle operazioni messe in piedi da coloro che hanno un’età compresa tra i 24 e i 64 anni. E il boom non è un fenomeno di carattere marginale. Secondo dati resi noti dalla US Small Business Administration, nell’ultimo anno i numero delle start-up è cresciuto dell’8,1 per cento. Il 64 per cento dei posti di lavoro creati dall’economia americana sono stati generati da piccole aziende a conduzione individuale e nel secondo trimestre del 2009 l’8,7 per cento di coloro che hanno trovato lavoro lo hanno fatto creandoselo in proprio. Come Ken MacKenzie, fondatore di Republic Tequila, la prima distilleria al mondo a produrre liquore organico. Arrivata in enoteca alla fine di agosto, la Republic Tequila è gia diventata un prodotto di culto per i bevitori con l’anima ecologica. n


September 24, 2009

Cibo, cibo, glorioso cibo!

Filed under: Analisi, Glocanomica, News, Personaggi, Storia — Paolo @ 6:54 pm

“Cibo, cibo, cibo glorioso”, cantano gli scugnizzi di Oliver, il musical del britannnico Lionel Bart e ispirato dall’omonimo romanzo di Charles Dickens. I trovatelli danno voce all’aspirazione prrincipale di tutti i derelitti della terra: assicurarsi almeno una zuppa calda al giorno. Esigenza questa che molti in molte parti del mondo in questi tempi di crisi possono soddisfare so;o grazie all’aiuto delle opere caritatevole.

Nel film Miseria e Nobiltà Totò si riempie le tasche di spaghetti, la soddisfazione momentanea dei morsi della fame non è tale da fargli dimenticare di mettere da parte un pò di cibo in vista di tempi più duri. Panem et Circenses dicevano i romani! Insomma cosa non si fa per il cibo. E cosa non fa il cibo per noi, dovremmo aggiungere.

A sentire Tom Standagate il mondo corre il rischio di cacciarsi in una serie di guerre alimentari, dettate da eventi climatici, economici, migrazioni e sommovimenti sociali. Adesso alle guerre dell’acqua ci abbiamo fatto in qualche maniera l’orecchio, fanno parte del nostro immaginario. Siamo possibilisti anche se solo in termini ipotetici, a quelle alimentari non c’eravamo preparati, ci colgono di sorpresa. Non così per Standgate, che ha appena—qualche mese fa—[ubblicato An Edible History of Humanity, Una storia Commestibile dell’Umanità. Giornalista economico del Financial Times, Standgate prova che i cambiamenti alimentari non solo hanno causato lo scoppio di conflitti come quello israelo-palestinese ma hanno determinato anche profondi cambiamenti politici ed economici. Quali? Ma per esempio la Rivoluzione Francese e quella industriale. Lo abbiamo intervistato.

Un altro libro sul cibo, non le pare un terreno arato?

La storia commestibile dell’umanità non ha niente a che fare con il libri di cucina nei quali la gente parla di come è bello mangiare le pietanze cucinate dalla nonna, o di come vivere d’una dieta fatta di cibi cresciuti localmente o di come vivere per un anno facendo la vita dei nomadi primitivi. Questo libro non ha niente  a che fare nemmeno con le questioni politiche che circondano la distribuzione del cibo e la critica delle grandi industrie alimentary. Libri come Fast Food Nation per intenderci. Infine ci sono poi libri che hanno a che fare col galateo e con le buone maniere a tavola, come quello di Michael Pollan, e altri che hanno a che fare con la storia di come alcuni ingredienti si sono intrufolati nelle pietanze tradizionali. Insomma in genere i libri sul cibo ci raccontano come la storia ha modificato il  gusto culinario e le abitudini alimentari della gente. Il mio libro percorre il senso inverso, cerca di esplorare in che maniera i cibi hanno influenzato il corso  della storia umana, e com’è che quello che la gente mangia ha cambiato la storia.

E quanyi sono le maniere in cui l’alimentazione ha cambiato la storia?

Secondo me sono sei maniere ma la più importante è stata attraverso l’introduzione dell’agricoltura, un’innovazione necessaria a farci passare dalla condizione nomadica a quella stabile e che ha incrementato la varietà di cibo di cui disponevamo e anche la sua abondanza, apparentemente un miglioramento ma non porprio totalmente auspicabile.

Perché?

Perché prima gli hunters gatherers vivevano una vita più rilassata, non erano costretti a distruggersi lavorando la terra e non dipendevano dalle bizzarrie del tempo e per assurdo che possa sembrare le loro aspettative di vita erano molto migliori di quelle dei contadini.

E parlando di cibi specifici?

Le patate per esempio che permisero l’espansione industriale europea, sopratutto in Indilterra dove era in corso la rivoulzione industriale, o la mancanza di cibo che ispirò la rivoluzione francese, o anche quella Americana che fu nei fatti innescata dalla tassazione del te. Ma la fondazione della vita moderna è basata su tre cibi: il grano; il riso e il mais. Un trio che io chiamo la fondazione commestibile della civiltà moderna. Anche le spezie, il desiderio delle spezie degli europei incoraggiò l’esplorazione dell’America e delle Indie, una cosa che portò a sua volta alla colonizzazione di grandi regioni della Terra da parte dagli imperi coloniali.  Ai tempi della rivoluzione indistriale le patate permisero per esempio all’Indilterra di sviluppare un nord indistriale e un sud agricolo. Il nord industriale perché le patate erano semplici da coltivare e crescevano in abbondanza nel clima rigido settentrionale. Le patate inoltre presenstavano il vantaggio di poter essere coltivate su appezzamenti più piccoli facendo così spazio allo sviluppo industriale delle terre risparmiate. Il sud allo stesso si specializza in agriccoltura e nella coltivazione del grano, inoltre importando zucchero dai caraibi la Gran Bretagna (che era pur sempre un impero), potè liberare ulteriori fette di terra da dedicare allo sviluppo industriale. Ed infatti verso la metà del diciannovesimo secolo la maggioranza delle calorie consumate dai lavoratori provenivano dal pane, dalle patate, dallo zucchero e dal te. Questa alimentazione però rese possible la liberazione della gente dalla necessità di dover coltivare la terra e di dedicarsi all’industria, nei fatti determina la nascita del proletariato industriale.

Altri eventi storici determinati dalle necessità alimentari?

La rivoluzione francese, quella statunitense. Tutti rammentano la storia secondo la quale Maria Antonietta a quelli che gli dicevano che il popolo non aveva pane gli aveva risposto “fategli mangiare torta”, ma probabilmente gli deve aver invece detto fategli mangiare patate perché mentre erano poplarizzate in Indilterra, in Francia dei nobili le proponevano patate come mezzo economico per sfamare i poveri.

La rivoluzione verde asiatica, ovvero l’introduzione del riso di gran produzione in Cina e India, che porta al lancio della rivoluzione industriale anche in quei paesi.

Tutti i salti produttivi dell’umanità sono stati preceduti sempre da una rivoluzione della produzione alimentare. Nel caso della Cina e dell’India era questo riso, una disastro ambientale dal punto di vista di alcuni perché richiede più acqua e fertilizzanti di altre colture. Ma se lo si vede dal punto di vista del mezzo miliardo di persone che sono state sollevate dalla fame lo si concepisce come un successo. E di nuovo, è il cibo che determina questi cambiamenti.

Guerre del cibo?

Young Standgate

Young Standgate

Si verso la fine di questo secolo quando i cambiamenti climatici si manifesteranno sotto forma di carestie alimentari, perché cambierà il corso delle stagioni, delle pioggie, la stessa natura dei terreni e non c’è dubbio che questo porterà a scontri sulle terre fertili e sulle acque che le irrigano. Lo scenario ottimista è quello che troviamo una maniera per porre rimedio alle fluttuazioni alimentari determinate dalle variazioni climatiche, usando tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione, anche quelle questionabili come la genetica. L’altra è che assisteremo a grandi guerre sul cibo e le acque. In alcuni sensi la Guerra dei Sei Giorni era stata una guerra alimentare. Alcuni sostengono che era stata scatenata dal desiderio israeliano di assicurarsi l’accesso alle acque del Golan. Altri sostengono che il conflitto in Sudan è collegato a questioni alimentari. La Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino sono pure loro eventi, in qualche maniera di natura alimentare. Il grande lift organizzato da Kennedy per salvare Berlino mentre e la caduta del Muro era stato preceduto da grandi scarsità alimentari in Germania Est. E non credo che si tratti di un’esagerazione dal momento che lo stesso primo ministro sovietico dell’epoca affermò che l’Unione Sovietica era caduta proprio perché non riusciva più a sfamare la sua popolazione. Anche, si immagini una situazione molto probabile di un innalzamento delle acque in Bangladesh con una forte dislocazione delle popolazioni costiere, questa è un’altra eventualità che potrebbe creare grandi instabilità regionali. Anche in Africa gli alluvioni e le siccità potranno portare a situazioni di scontro armato e molte volte non sarà nemmeno ovvio ma gli scontri saranno sempre legati a difficoltà di accesso alle terre coltivabili e alle risorse naturali necessarie per trasformarle in terreni agricoli. La popolazione mondiale raggiungerà l’apice nel 2070, il trucco è produrre abbastanza cibo da superare quel dosso una vota che la popolazione comincia a diminuire la situazione migliorerà nettamente.

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