February 22, 2010

Il convegno della American Association for the Advancement of Science, una prima fotostoria

Filed under: Events, Glocanomica, Innovazione, Tecnologia — Paolo @ 10:48 pm

Fred kavli annuncia l'istituzione di un nuovo premio scientifico che finaanzia i ricercatori in perpetutita'

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Allergie, anche Braccio di Ferro ne soffriva

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Krzysztof Maruszewski, JRC Institute for Reference Materials and Measurements, oggi esistono molti strumenti per misurare sostanze allergeniche nei cibi

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La mappa delle allergie in Europa, chi soffre di cosa

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Realta' incontrovertibili

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Le etichette piu' complete...quelle europee

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Il Codex Alimentarius

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Exposure Risk and threshold

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Stefano Luccioli, FDA, Office of Food Additive Safety, informare...si puo' sopratutto su dosaggi e soglie di sicurezza

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macrophage nella reazione allergica

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Andrew Clark, National Health Service Trust,...una cura potrebbe essere a portata di mano

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uno degli esperimenti per risolvere la sensibilita'

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L’Atleta Vittorioso e’ nostro, Julie Jaksol, portavoce del Getty

Filed under: L'intervista, Mercati, News, Personaggi, Storia — Paolo @ 7:20 am

Sig.ra Jacksol perchè il Getty si rifiuta di rimandare un’opera d’arte alla nazione dalla quale fu sottratta?
Prima di tutto bisogna dire che l’Atleta Vittorioso è greco e non italiano e poi non l’abbiamo sottratta, all’epoca il museo la pagò appropriatamente, non c’è stato niente di criminale nelle nostre azioni.

Mi pare una questione di lana caprina. L’Italia e la Grecia sono appartenute a lungo allo stesso impero, il problema del popolo italiano con l’Atleta Vittorioso non è di natura specificamente criminale ma quanto più di diritti culturali. Non pensa che gli artifatti di un popolo, sottratti a qualsiasi titolo, debbano essere sempre restituiti al paese d’origine?

Questa e’ una discussione in pieno svolgimento a livello internazionale e noi siamo simpatetici, ma la storia dell’Atleta Vittorioso è differente, la statua non appartiene all’Italia.

Eppure non avete avuto problemi a riportare in Italia altri artifatti, perché questo no?
Di nuovo perchè non appartiene all’Italia, fu trovata in acque internazionali. Se fosse stata riconducibile all’Italia, come gli altri artifatti che abbiamo restituito al vostro pase, ve l’avremmo già ridata.

Quindi se si riuscisse per ipotesi a provare che questa statua era stata trovata in acque territoriali italiane o che era partita dall’Italia, la restituireste senza problemi?

Certamente, senza esitazioni, come per altro abbiamo gia fatto con altri artifatti. Non vogliamo mica impadronirci illegalmente delle proprietà artistiche altrui e particolarmente di quelle italiane, un paese col quale abbiamo cercato di appianare tutte le differenze.

Il GIP di Pesaro non la pensa così, è sicuro che la statua appartiene all’Italia

La posizione dei giudici di Pesaro è in contraddizione sia con una sentenza della corte di Cassazione Italian che una sentenza dell stesso tribunale di Pesaro del 2007 nella quale il magistrato riconosceva come lecita la posizione del Getty. Non ci vedo nessun problema. Per noi la situazione è chiara e certa: la statua fu trovata in acque internazionali e il Getty l’ha comprata  regolarmente. Non c’e’ dolo.

Come fate ad essere sicuri che si trattasse proprio di acque internazionali?

Facemmo una ricerca, verificammo la sua provenienza. In ogni caso non è solo il Getty a pensarla così ma si tratta di un dato accettato universalmente.

Non le pare che appellarsi ad una sentenza di 40 anni fa, quella della Corte di Cassazione, sia un tantino pretestuoso? 40 anni fa negli USA esisteva ancora la segregazione, nessuno si sentirebbe oggi di dire che le regole di allora sono ancora valide, nessuno se la sentirebbe di sostenere ad occhi chiusi l’inoppugnabilità delle delibere della Corte Suprema, perché la ritenete vincolante?
Guardi adesso scadiamo nella polemica, non credo che sia produttivo ingaggiarla in una tale discussione. Le posso solo dire che le nostre posizioni sono corrette e che noi siamo decisi a difindere i nostri diritti.
Insomma sostenete che siccome l’avete pagata 4 milioni di dollari ve la terrete?
Ma per niente e non lo diciamo nemmeno nel nostro comunicato stampa. Quello che sosteniamo è che ci sono state varie sentenze di vari tribunali italiani con le quali è stato stabilito che la statua fu trovata in acque internazionali, che l’Italia non ha niente a pretendere e che nella vendita della statua al Getty non è stato commesso nessun crimine. Questa è la posizione alla quale ci siamo attenuti costantemente e questo è quello che abbiamo dichiarato nel nostro comunicato stampa di stamane. Questo è tutto ciò di cui siamo certi ed e’ quello a cui ci atterremo.

Difenderete la vostra posizione in tribunale?

Lo abbiamo già scritto nel nostro comunicato. Abbiamo affidato la difesa dei nostri interessi ad un avvocato italiano. Il Getty difenderà legalmenete i suoi diritti in tribunale e a questo punto non c’è altro da aggiungere.

February 20, 2010

Petrolio avanti tutta

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, Industry, Mercati, News — Paolo @ 3:39 pm

Tapper Art/Flickr/Creative Commons

Tapper Art/Flickr/Creative Commons

Altro che tramonto dell’economia degli idrocarburi, altro che Peak Oil, se gli esperti energetici hanno ragione il ventunesimo sarà un altro secolo vissuto all’insegna del petrolio.
La carestia petrolifera—il peak oil–annunciata da molti analisti, non ultimi quelli della Goldman Sachs che nel 2008 avevano previsto erroneamente che il barile avrebbe superato i 200 dollari, è molto diversa da quello che ci si sarebbe potuti immaginare. Ce la descrive il Cambridge Research Institute (CERA), una delle maggiori think tank energetiche del pianeta, in “Peak Oil Demand in the Developed World: Its here”, uno dei suoi rapporti più recenti.
Secondo il CERA il Peak Oil non è un fenomeno planetario e non si presenta con code chilometriche di automobilisti disperati alle pompe di benzina, com’era accaduto nei settanta durante gli anni dell’austerità. E’ un fenomeno che interessa sopratutto i paesi occidentali e piuttosto che riferirsi all’esaurimento delle risorse si riferisce al loro utilizzo.  Ad aver raggiunto i limiti non è infatti la produzione petrolifera, che al contrario sta crescendo, ma bensì il consumo. Almeno nel primo mondo, dove in virtù di fattori tecnologici, politici e economici è in forte contrazione.
Ora è probabile che questa contrazione non si tradurrà in montagne di barili che si arruginiscono sui moli dei terminali petroliferi ma ad essere convinti che l’era del petrolio sia ben lontana dal tramonto non sono solo i petrolieri irrudicibili ma anche ambientalisti accreditati come Lester Brown, direttore dell’Earth Policy Institute, e analisti come Aaron Brady, direttore del dipartimento proiezioni di mercato di CERA, due individui che per la loro indipendenza intellettuale e integrità morale non sono sospettabili di simpatie nei confronti dei petrolieri.
“Prevedere che l’era del petrolio possa durare altri cento anni è esagerato. In campo energetico qualsiasi previsione che superi i sei mesi è fantapolitica, ma che per i prossimi anni la produzione continuerà a crescere e il consumo—nel primo mondo–a diminuire sono due dati incontrovertibili”, sostiene Brady, “A determinare il radicale cambiamento del quadro petrolifero internazionale contribuiscono sia fattori endogeni come il miglioramento delle tecniche di trivellazione e estrazione, che esogeni come il calo dei consumi in America e la crescita del peso dei carburanti alternativi”.
Brady, che è l’autore dello studio del CERA, sostiene che da qui al 2030 il consumo petrolifero dei paesi del primo mondo è destinato a mantenersi ai livelli del 2005, l’anno in cui s’era registrato il massimo storico.
“Correntemente i paesi del primo mondo accontano per oltre il 54 per cento del consumo petrolifero planetario”, afferma Brady, “Si tratta però di una percentuale destinata a diminuire, s’è realizzata una trasformazione irreversibile delle abitudini di consumo dei loro cittadini. I giovani americani per esempio non aspirano più a comprarsi una macchina non appena finita la scuola. Oggi per andare in giro si comprano una bici o utilizzano l’autobus”
E infatti nel 2009 solo negli USA i consumi petriloferi sono scesi del 9 per cento mente il parco automobilistico del paese conta 5 milioni di automobili in meno.
“E non finisce mica qui”, afferma Lester Brown, “Nel 2020 negli USA circoleranno 25 milioni di autovetture in meno a quelle che c’erano all’inizio del Grande Recessione, quelli che predicono una crescita del consumo di carburante nel primo mondo si dovranno  ricredere”. Di converso invece nel 2010 i consumi cinesi aumenteranno del 9 per cento mentre il paese ha già soffiato la corona di pricipale produttore automobilistico del pianeta agli USA.
Anche la International Energy Association ha ridimensionato le sue previsioni. Una agenzia internazionale di pronto intervento energetico fondata negli anni settanta dalle maggiori potenze industriali per far fronte alle emergenze petrolifere, la IEA per il 2010 proietta una contrazione della domanda petrolifera quotidiana dei paesi del primo mondo di oltre 300 mila barili.
Ma ad influenzare il quadro petrolifero internazionale, che tra l’altro registra un incremento significativo del consumo nei paesi del BRIC, (Brasile, Russia, India e Cina), non intervengono solo i cambiamenti determinati dalla recessione ma contribuiscono anche i progressi registrati nel campo delle trivellazioni e dell’estrazione. Progressi questi che hanno rimesso in discussione il destino dei pozzi esauriti.
“I pozzi in uso correntemente sono sottoutilizzati e quelli già esautiri

Pumpjack/Flick?Creative Commons

Pumpjack/Flick/Creative Commons

contengono riserve prima ritenute inutilizzabili e che invece adesso possono essere estratte con estrema facilità”, afferma John van Schaik, analista di Oil Market Intelligence, un periodico di settore, “Secondo calcoli resi noti dai maggiori operatori petroliferi del mondo, correntemente sfruttiamo meno del 40 per cento delle riserve di greggio contenute dai pozzi sviluppati. Utilizzando additivi polimerici, sostanze emulsive, nuove tecniche di trivellazione e pompe più potenti oggi si possono riportare in vita anche pozzi che sono chiusi da decenni”.
Questo è il caso per esempio dei pozzi petroliferi di Marmul in Oman, degli Hawkins Fields texani e di quelli di Schoonebeek in Olanda. Ritenuti troppo costosi per essere sfruttati, con il barile che s’è attestato al di sopra degli 80 dollari, di recente sono stati rimessi in funzione da una joint venture formata dalla Shell e dalla ExxonMobile. Secondo gli esperti della Shell solo a Schoonebeek le compagnie potrebbero recuperare circa un miliardo di barili di petrolio mentre a livello mondiale le risorse ancora presenti nei pozzi abbandonati supererebbero i 300 miliardi di barili.
“Quando il prezzo si aggirava intorno ai 40, 50 dollari non faceva nessun senso, sarebbero stati estratti in pareggio ma adesso col barile che supera gli 80 producono un profitto sull’investimento del 100 per cento”, aggiunge van Schaik.
E così applicata anche in Indonesia, Medio Oriente e Russia questa strategia ha permesso di incrementare la produzione di greggio di oltre un terzo su quella precedente–come nel caso dei pozzi russi di Samotlor, in Russia.
“Gli operatori si adattano e man mano che i pozzi invecchiano imparano nuovi trucchi per continuare ad estrarre petrolio”, continua van Schaik.
L’incremento del greggio non dipende però solo dalla riapertura dei pozzi abbandonati ma anche da un aumento sostanziale delle esplorazioni e delle trivellazioni.
Secondo stime della PFC Energy, una azienda di consulenza del settore energia, coaudivati dalla Total, dalla BP e dalla Exxon paesi come il Brasile, la Russia, l’Irak e la Nigeria—i paesi del Brink–nei prossimi anni saranno in grado di aggiungere oltre 10 milioni di barili di petrolio alla produzione mondiale quotidiana, mentre lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi, che nel 2020 produrranno altri 3,8 milioni di barili, già oggi produce circa 1,8 milioni di barili.
“Normalmente con un tale tifone di greggio in arrivo il prezzo del petrolio dovrebbe crollare e invece continua a mantenersi a livelli ingiustificabili, sia a fronte del costo d’estrazione che delle dinamiche di mercato”, osserva Neil Gamson, analista della Energy Information Administration statunitense, un’agenzia semigovernativa che segue l’andamento delle dimaniche energetiche del paese. La EIA prevede che il consumo petrolifero statunitense si manterrà ai livelli del 2008 fino alla fine del 2035 e che la crescita del consumo dei carburanti liquidi, un modestissimo 48 milioni di barili l’anno , verrà coperta dai biocarburanti.
A mantenere il barile in zona 80 dollari contribusicono però svariati fattori, non ultimi la crescente domanda dei mercati asiatici (con Cina e India che fanno la parte del leone), le pressioni di carattere politico—la transizione verso la rinnovabilità in America è materia oramai irreversibile—e quelle di natura finanziaria.
“Hedge funds e banche d’investimento giocano un ruolo determinante nel finanziamento di gran parte delle esplorazioni più rececenti mentre il petrolio è diventato un bene di rifugio per gli speculatori delle future”, afferma Tom Kloza, direttore di Opis Net e uno dei maggiori esperti petroliferi americani, “Anche se denominato in dollari oggi il greggio è l’unico investimento che garantisce ritorni da favola e per rendersene conto basta dare uno sguardo ai bilanci delle industrie petrolifere che continuano a stabilire nuovi record storici”.
E sebbene le energie rinnovabili stiano guadagando terreno sui carburanti tradizionali i petrolieri non hanno niente da temere, la EIA calcola infatti che fino al 2030 il petrolio acconterà ancora per circa il 78 per cento del consumo energetico mondiale.

February 15, 2010

Presentazione di Buzz, una foto storia

Bradeley Horowitz prima di Buzz

Bradeley Horowitz prima di Buzz

Horwitz dopo Buzz

Horowitz dopo Buzz

Todd Jackson dimostra cosa puo' fare Buzz

Todd Jackson dimostra cosa puo' fare Buzz

Buzz in 5 punti

Buzz in 5 punti

Ed 3 modi per usare Buzz mobile

Ed 3 modi per usare Buzz mobile

Seguiti da Buzz

Seguiti da Buzz

Il team di Buzz con Sergey Brin

Il team di Buzz con Sergey Brin

Brin si appresta a rispondere ad una domanda

Brin si appresta a rispondere ad una domanda

February 6, 2010

Escape dal Blogging. Negli USA tra i giovani il blogging e’ sorpassato

Filed under: Glocanomica, News, Silicon Valley, Storia, Tecnologia — Paolo @ 12:26 pm
E8 Album HQR

E8 Album HQR/Flickr/CCP

Blogging? E’ cosi démodé che adesso negli USA lo fanno con una certa regolarita, uno su dieci, solo gli adulti. I trentenni e su di li per intenderci. Proprio quelli dei quali negli anni sessanta—altro decennio di grandi sommovimenti epocali—tutti i giovani dicevano di dover diffidare. La notizia è stata resa nota proprio in questi giorni dal Pew Internet & American Life Project, la maggiore think-tank statunitense sulle questioni di internet e società. Secondo i ricercatori del centros studi statunitense, il blogging tra i giovani americani averebbe fatto la fine del telefono e delle poste elettroniche: ancora utile ma certamente non di moda.

Condotta su un campione di circa tremila intervistati, la ricerca del Pew ha rivelato che tra i webnauti compresi tra i 12 e i 17 anni la percentuale di quelli che mantengono un blog è scesa dal circa 30 per cento del 2006 al 14 per cento attuale, e quando si viene poi all’aggiornamento e al postaggio di commenti la percentuale di quelli che continuano a farlo si è ridotta di oltre il 70 per cento rispetto allo stesso anno. Il trend si conferma quasi identico anche tra i giovani nella fascia d’eta tra i 18 e i 29 anni. Dove le cose vanno meglio è invece tra i trentenni , dove si è registrato un—quasi—2 punti di crescita. In crescista rapida invece la percentuale tra gli adulti, gli ultraqiuarantenni pe rintenderci, che è passatta dal 7 per cento del 2007 al quasi 11 per cento attuale.
E l’abbandono del blogging non si registra solo sui siti dove viene fatto in forma lunga, Wordpress, Blogger e similari, ma anche sui siti del microblogging e dei 140 carattteri come Twitter, che sebbene registri un’impennata tra le studentesse di scuola superiore (e purtroppo i ricercatori del POew non ci dicono perché), tra i giovani dai 17 ai 29 anni registra un usaggio che arriva malappena all’8 per cento.
Ma se non bloggano cosa ci fanno sull’Internet questi giovani? Proprio in questi giorni un altro studio, questa volta della Kaiser Family Foundation, ha rilevato infatti che i teenagers statunitensi compresi tra gli 8 e i 18 anni d’età passano una media di sette ore e mezzo al giorno utilizzando media elettronici mentre oltre il 93 per cento naviga il web quotidianamente.

“I giovani utilizano i mezzi elettronici che gli fanno più comodo e che possono usare con più immediatezza , quando si viene all’espressione di sé stessi si rivolgono invece ad altri siti, e in questa fase significa sopratutto i siti del social networking”, afferma Danah Boyd, ricercatrice del Berkman Center for Internet and Society, “Vi rocordate cosa successe con AOL, che la famosa frase You’ve Got Mail era diventata un tormentone? Ci avevano fatto anche un film. Sembrava che la posta elettronica fosse diventata una cosa della quale nessuno poteva fare più a meno e che AOL ne aveva il monopolio. Oggi AOL è praticamente un dinosauro e i giovani all’e-mail preferiscono il texting o gli aggiornamenti sul loro profile sociale, e possibilmente in versione mobile, perché un numero crescente al computer non ci va quasi mai”.

La ricerca del Pew ha infatti rilevato che quasi il 75 per cento dei giovani compresi tra i 12 e I 17 anni si reca almeno una volta al giorno su un social network—nel 2005 la loro percentuale raggiungeva a stento il 50 per cento. L’inchiesta del Pew conferma inoltre anche l’affermazione della Boyd sulla mobilità degli utenti giovani, dal momento che nella fascia 18-29 i giovani accedono al social networking utilizzando esclusivamente i loro telefonini. Ma attenzione a non commettere l’errore di fare di tutte le erbe un solo fascio. C’è social networking e social networking. Anche nell’uso dei social network si sta verificando una stratificazione con i giovani—il 66 per cento—che preferiscono MySpace e gli adulti—73 per cento di quelli che fanno social networking—che invece scelgono Facebook.
Secondo Amanda Lenhart, autrice della ricerca del Pew Center, la fuga dei giovani dal blogging e da alcuni siti del social networking potrebbe essere il risultato di istanze in cui gli adulti hanno utilizzato quei mezzi per compiere grandi operazioni mediatiche di massa, come realizzate quelle per esempio da Lance Armstrong, che twittava durante l’ultimo Tour de France, e di John King. Anchor della CNN King ha invece utilizato Twitter e Facebook per coprire il recente discorso del Presidente Obama sullo stato dell’Unione.
“Proprio il tipo di attività che hanno convinto i giovani che twittare è una cosa che fanno gli adulti e le celebrità”, ha affermato la Lenhart.

 

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