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Altro che tramonto dell’economia degli idrocarburi, altro che Peak Oil, se gli esperti energetici hanno ragione il ventunesimo sarà un altro secolo vissuto all’insegna del petrolio.
La carestia petrolifera—il peak oil–annunciata da molti analisti, non ultimi quelli della Goldman Sachs che nel 2008 avevano previsto erroneamente che il barile avrebbe superato i 200 dollari, è molto diversa da quello che ci si sarebbe potuti immaginare. Ce la descrive il Cambridge Research Institute (CERA), una delle maggiori think tank energetiche del pianeta, in “Peak Oil Demand in the Developed World: Its here”, uno dei suoi rapporti più recenti.
Secondo il CERA il Peak Oil non è un fenomeno planetario e non si presenta con code chilometriche di automobilisti disperati alle pompe di benzina, com’era accaduto nei settanta durante gli anni dell’austerità. E’ un fenomeno che interessa sopratutto i paesi occidentali e piuttosto che riferirsi all’esaurimento delle risorse si riferisce al loro utilizzo. Ad aver raggiunto i limiti non è infatti la produzione petrolifera, che al contrario sta crescendo, ma bensì il consumo. Almeno nel primo mondo, dove in virtù di fattori tecnologici, politici e economici è in forte contrazione.
Ora è probabile che questa contrazione non si tradurrà in montagne di barili che si arruginiscono sui moli dei terminali petroliferi ma ad essere convinti che l’era del petrolio sia ben lontana dal tramonto non sono solo i petrolieri irrudicibili ma anche ambientalisti accreditati come Lester Brown, direttore dell’Earth Policy Institute, e analisti come Aaron Brady, direttore del dipartimento proiezioni di mercato di CERA, due individui che per la loro indipendenza intellettuale e integrità morale non sono sospettabili di simpatie nei confronti dei petrolieri.
“Prevedere che l’era del petrolio possa durare altri cento anni è esagerato. In campo energetico qualsiasi previsione che superi i sei mesi è fantapolitica, ma che per i prossimi anni la produzione continuerà a crescere e il consumo—nel primo mondo–a diminuire sono due dati incontrovertibili”, sostiene Brady, “A determinare il radicale cambiamento del quadro petrolifero internazionale contribuiscono sia fattori endogeni come il miglioramento delle tecniche di trivellazione e estrazione, che esogeni come il calo dei consumi in America e la crescita del peso dei carburanti alternativi”.
Brady, che è l’autore dello studio del CERA, sostiene che da qui al 2030 il consumo petrolifero dei paesi del primo mondo è destinato a mantenersi ai livelli del 2005, l’anno in cui s’era registrato il massimo storico.
“Correntemente i paesi del primo mondo accontano per oltre il 54 per cento del consumo petrolifero planetario”, afferma Brady, “Si tratta però di una percentuale destinata a diminuire, s’è realizzata una trasformazione irreversibile delle abitudini di consumo dei loro cittadini. I giovani americani per esempio non aspirano più a comprarsi una macchina non appena finita la scuola. Oggi per andare in giro si comprano una bici o utilizzano l’autobus”
E infatti nel 2009 solo negli USA i consumi petriloferi sono scesi del 9 per cento mente il parco automobilistico del paese conta 5 milioni di automobili in meno.
“E non finisce mica qui”, afferma Lester Brown, “Nel 2020 negli USA circoleranno 25 milioni di autovetture in meno a quelle che c’erano all’inizio del Grande Recessione, quelli che predicono una crescita del consumo di carburante nel primo mondo si dovranno ricredere”. Di converso invece nel 2010 i consumi cinesi aumenteranno del 9 per cento mentre il paese ha già soffiato la corona di pricipale produttore automobilistico del pianeta agli USA.
Anche la International Energy Association ha ridimensionato le sue previsioni. Una agenzia internazionale di pronto intervento energetico fondata negli anni settanta dalle maggiori potenze industriali per far fronte alle emergenze petrolifere, la IEA per il 2010 proietta una contrazione della domanda petrolifera quotidiana dei paesi del primo mondo di oltre 300 mila barili.
Ma ad influenzare il quadro petrolifero internazionale, che tra l’altro registra un incremento significativo del consumo nei paesi del BRIC, (Brasile, Russia, India e Cina), non intervengono solo i cambiamenti determinati dalla recessione ma contribuiscono anche i progressi registrati nel campo delle trivellazioni e dell’estrazione. Progressi questi che hanno rimesso in discussione il destino dei pozzi esauriti.
“I pozzi in uso correntemente sono sottoutilizzati e quelli già esautiri

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contengono riserve prima ritenute inutilizzabili e che invece adesso possono essere estratte con estrema facilità”, afferma John van Schaik, analista di Oil Market Intelligence, un periodico di settore, “Secondo calcoli resi noti dai maggiori operatori petroliferi del mondo, correntemente sfruttiamo meno del 40 per cento delle riserve di greggio contenute dai pozzi sviluppati. Utilizzando additivi polimerici, sostanze emulsive, nuove tecniche di trivellazione e pompe più potenti oggi si possono riportare in vita anche pozzi che sono chiusi da decenni”.
Questo è il caso per esempio dei pozzi petroliferi di Marmul in Oman, degli Hawkins Fields texani e di quelli di Schoonebeek in Olanda. Ritenuti troppo costosi per essere sfruttati, con il barile che s’è attestato al di sopra degli 80 dollari, di recente sono stati rimessi in funzione da una joint venture formata dalla Shell e dalla ExxonMobile. Secondo gli esperti della Shell solo a Schoonebeek le compagnie potrebbero recuperare circa un miliardo di barili di petrolio mentre a livello mondiale le risorse ancora presenti nei pozzi abbandonati supererebbero i 300 miliardi di barili.
“Quando il prezzo si aggirava intorno ai 40, 50 dollari non faceva nessun senso, sarebbero stati estratti in pareggio ma adesso col barile che supera gli 80 producono un profitto sull’investimento del 100 per cento”, aggiunge van Schaik.
E così applicata anche in Indonesia, Medio Oriente e Russia questa strategia ha permesso di incrementare la produzione di greggio di oltre un terzo su quella precedente–come nel caso dei pozzi russi di Samotlor, in Russia.
“Gli operatori si adattano e man mano che i pozzi invecchiano imparano nuovi trucchi per continuare ad estrarre petrolio”, continua van Schaik.
L’incremento del greggio non dipende però solo dalla riapertura dei pozzi abbandonati ma anche da un aumento sostanziale delle esplorazioni e delle trivellazioni.
Secondo stime della PFC Energy, una azienda di consulenza del settore energia, coaudivati dalla Total, dalla BP e dalla Exxon paesi come il Brasile, la Russia, l’Irak e la Nigeria—i paesi del Brink–nei prossimi anni saranno in grado di aggiungere oltre 10 milioni di barili di petrolio alla produzione mondiale quotidiana, mentre lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi, che nel 2020 produrranno altri 3,8 milioni di barili, già oggi produce circa 1,8 milioni di barili.
“Normalmente con un tale tifone di greggio in arrivo il prezzo del petrolio dovrebbe crollare e invece continua a mantenersi a livelli ingiustificabili, sia a fronte del costo d’estrazione che delle dinamiche di mercato”, osserva Neil Gamson, analista della Energy Information Administration statunitense, un’agenzia semigovernativa che segue l’andamento delle dimaniche energetiche del paese. La EIA prevede che il consumo petrolifero statunitense si manterrà ai livelli del 2008 fino alla fine del 2035 e che la crescita del consumo dei carburanti liquidi, un modestissimo 48 milioni di barili l’anno , verrà coperta dai biocarburanti.
A mantenere il barile in zona 80 dollari contribusicono però svariati fattori, non ultimi la crescente domanda dei mercati asiatici (con Cina e India che fanno la parte del leone), le pressioni di carattere politico—la transizione verso la rinnovabilità in America è materia oramai irreversibile—e quelle di natura finanziaria.
“Hedge funds e banche d’investimento giocano un ruolo determinante nel finanziamento di gran parte delle esplorazioni più rececenti mentre il petrolio è diventato un bene di rifugio per gli speculatori delle future”, afferma Tom Kloza, direttore di Opis Net e uno dei maggiori esperti petroliferi americani, “Anche se denominato in dollari oggi il greggio è l’unico investimento che garantisce ritorni da favola e per rendersene conto basta dare uno sguardo ai bilanci delle industrie petrolifere che continuano a stabilire nuovi record storici”.
E sebbene le energie rinnovabili stiano guadagando terreno sui carburanti tradizionali i petrolieri non hanno niente da temere, la EIA calcola infatti che fino al 2030 il petrolio acconterà ancora per circa il 78 per cento del consumo energetico mondiale.