January 25, 2010

Bernanke, l’agnello sacrificale

Filed under: Analisi, Economia, Events, Glocanomica, Industry, News, Personaggi — Paolo @ 6:43 pm
madonihe/flickr/ccp

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Che Bernanke potesse essere immolato sull’altare della crisi sembrava fino a poco tempo fa un’eventualita’ remotissima. Avevo scritto un articolo discutendo proprio dell’ipotesi che rischiava di non essere confermato. M’ero guadagnato non poche critiche, molti ritenevano che si trattasse di un fenomeno marginale e che quella di Ben fosse una candidatura a prova di siluro. Adesso pero’ che Obama deve rimescolare le carte del gioco economico degli USA, il cauto Ben potrebbe fare la fine del vaso di coccio che viaggia tra quelli di ferro e vedersi mettere alla porta da un congresso che e’ diventato marcatamente populista, con la benedizione ovviamente di Obama che a distanza di un anno su questo fronte ha realizato ben poco, e al pubblico gli deve pur dare in pasto qualcuno.

Tempi duri per Ben Bernanke, il governatore della banca centrale statunitense. Dopo essersi guadagnato lodi sperticate per aver salvato l’economia americana dal baratro di una nuova Grande Depressione, oggi in congresso subisce il fuoco incorciato dei franchi tiratori che vogliono negargli la riconferma. E se si fosse trattato giusto di Ron Paul, il congressista repubblicano che ha ottenuto—sorprendendo tutti–l’appoggio di 317 dei suoi colleghi per una proposta di legge diretta a limitare i poteri della Federal Reserve, si potrebbe concludere che i dissapori sono di carattere ideologico—Paul è un libertario e propone l’abolizione della FED. Ma dal momento che i critici di Bernanke si addensano su ambedue i versanti dello schieramento politico si desume che i problemi sono di natura più profonda. Che si tratta di divergenze sostanziali sul suo operato e sulle posizioni che ha assunto dall’inizio della crisi. Vista però la veemenza dell’opposizione che suscita la candidatura di Bernanke vien fatto di domandarsi cosa abbia spinto Barak Obama a rinnovargli la nomina a governatore della banca centrale USA.
“Il problema è che la Casa Bianca non ha altri santi a cui votarsi”, afferma Anil Kashyap, economista della Graduate School of Business dell’università di Chicago, “E sebbene inizialmente sia stato lento a reagire alla crisi, Bernanke nel pieno del tifone s’è dimostrato un timoniere dalla mano ferma. Oggi molti gli fanno colpa di preoccuparsi troppo dell’inflazione o di preoccuparsene troppo poco, insomma vorrebbero che facesse quello che dicono loro ma Bernanke non è uno che danza al ritmo della musica altrui”.
Quando fu nominato alla carica di governatore nel 2006 dall’allora presidente Bush pochi si aspettavano, come afferma David Wessel nel suo libro In Fed We Trust: Ben Bernanke’s War on the Great Panic, che Bernanke sarebbe diventato l’uomo più potente—in termini economici—degli Sati Uniti. Il fatto che il neo-governatore della FED sarebbe potuto diventare un novello John Pierpont Morgan, come sostiene l’editorialista del Washington Post, sembrava una forzatura. Pochi ce lo vedevano a salvare il sistema finanziario come aveva fatto il fondatore della famosa banca d’affari JP Morgan nel 1907, quando aiutò il governo federale a porre un freno al panico bancario generato dal crollo—molto simile a quello attuale—di Wall Street. Ma questo è proprio quello che fece Bernanke.
Dalla fine del 2007 alla metà del 2008, adottando soluzioni che esulano dai canoni tradizionali della FED, decise di aprire lo sportello di sconto (quello al quale le banche tradizionali attingono i capitali a tassi d’interesse ridottisimi), anche alle banche di investimento e alle aziende in crisi. Non solo, ma creando dei nuovi programmi si mise anche a comprare le obbligazioni delle aziende private e creò una serie di programmi dai nomi fantasiosi: TAF; TESFL e PDCF che gli permisero di iniettare capitali direttamente nei settori più disparati dell’economia. Alla fine oltre 2000 miliardi di dollari verranno distribuiti a banche, imprenditori immobiliari, aziende automobilistiche, linee aeree e assicurazioni. Risultato? L’economia ricomincia a funzinare e per il 2010 la FED prevede un tasso di crescita di poco superiore al 3 per cento, risultato non indifferente per un’economia che era scesa al quasi meno 4 per cento nel corso degli ultimi due anni.
Cinquantaseiennne, riservato, esperto della Grande Depressione, più versato alle aule universitarie che alle udienze congressuali, Bernanke è persona semplice e diretta. Tutt’altro che il convoluto oratore che era stato il suo predecessore Allan Greenspan, che ammaliava i mercati con il suo lessico indecifrabile, Bernanke era arrivato alla FED forte  della sua trasparenza e della sua franchezza. Mitica poi la storia della sua ascesa ai vertici del gotha economico mondiale. Di come, da ragazzo, pur di studiare economia s’era preparato da solo in trigonometria riuscendo ad ottenere un risultato quasi perfetto all’esame d’ammissione universitario e di come lavorando in una bettola messicana per mantenersi agli studi avesse conseguito un paio di dottorati in economia dalla Harvard University e dall’MIT.
Il 1996 lo trova alla direzione del dipartimento di economia della Princeton University, dove tra l’altro si tirerà dietro anche il Nobel Paul Krugman, oggi tra i suoi critici più accesi. Ci resterà  fino al 2002, quando Bush lo chiama prima alla FED come membro del consiglio dei governatori e poi alla Casa Bianca (nel 2005) a capo del suo consiglio economico.
“Di indipendenza però Bernanke all’inizo ne dimostra ben poca”, afferma Joseph Gagnon, analista del Peterson Institute for International Studies, “Anzi continuò imperterrito con le politiche adottate dal suo predecessore e come questi anche lui si guardò bene dall’interferire con il clima speculativo che regnava a Wall Street”.
E infatti nel 2005 l’appiattimento di Bernanke sulle posizioni dell’amministrazione Bush è quasi totale. Nelle udienze che precedono la sua conferma alla guida della FED affermerà di voler seguire le politiche del suo predecessore. E quando confrontato nel 2007, giusto pochi mesi prima del crollo totale delle borse, con i problemi del mercato immobiliare statunitense dichiarerà come avevano fatto Bush e Hank Paulson (segretario del tesoro) prima di lui che l’economia americana non correva nessun rischio.  Anche il suo aderire alla decisione di far fallire la Lehman Brothers, che Bernanke riteneva una sciocchezza, avvenne in deferenza alla posizione di Paulson, che da ex CEO della Goldman Sachs non aveva mai avuto una grande opinione della Lehman.
“Ad essere problematiche non sono solo le sue posizioni passate ma sopratutto quelle che sostiene adesso”, afferma John Tamni, analista della H. C. Wainwright Economics, “E’ convinto che la crescita economica e una forte produttività generino inflazione e che per risolvere la crisi basta stampare nuova moneta. Convinzioni disastrose a fronte di un paese che ha bisogno di incrementare le esportazioni, consumare meno e creare nuova occupazione”.
E se questa è una critica “di sinistra” a sostegno di un maggiore impegno di Bernanke, come vorrebbe l’amministrazione USA, sul versante del mercato del lavoro, le critiche che gli arrivano dal campo conservatore sono anche più dure.
“Ma è possible che su 300 milioni di americani Obama non sia riuscito a trovare nessuno per sostituire Bernanke?”, si domanda  Desmond Lachman, analista dell’American Enterprise Insitute, “Il presidente si dimentica che la maggior parte dei subprime più disastrosi vennero sottoscritti proprio durante i primi due anni di Bernanke e questo a dispetto del fatto che l’FBI gli dicesse che si trattava di pratiche truffaldine”.
La litania di responsabilità che Lachman addebita a Bernanke è strabiliante. “Durante la sua tenuta la disoccupazione e la sottocupazione hanno raggiunto il 17 per cento, la perdita dei valori immobiliari ha superato i 500 miliardi di dollari, oltre 5 milioni di famiglie sono correntemente sull’orlo di perdere la casa e i salari in alcune aree sono crollati quasi del 25 per cento”, aggiunge Lachman.
“A questo punto la sfida di Bernanke è produrre iniziative che siano in grado di sostenere la Casa Bianca sul fronte della  creazione di nuovi posti di lavoro”, gli fa eco Kasyap, “Ma su quel fronte la FED è assente”.
Il Nobel Paul Krugman in un recente commento sul New York Times ha definito questo compito “The Unfinished Mission”, la missione incompleta di Bernanke. Krugman calcola che per continuare a crescere—più 2,8 per cento nell’ultimo quadrimestre—l’economia USA ogni mese deve creare 100 mila nuovi posti di lavoro, ma questo mese ne ha persi invece 11 mila, e che per rimanere competitiva nel corso dei prossimi 5 anni ne dovrà creare altri 18 milioni. Cosa sta facendo Bernanke? Si domanda provocatoriamente Krugman, aggiungendo poi che la FED si è adagiata in un ingiustificabile stato di appagamento che condanna milioni di americani alla disoccupazione, milioni di famiglie a bruciare i loro risparmi e milioni di giovani a ritardare l’entrata nel mercato del lavoro.
“Quella della FED è una posizione incomprensibile, ha la soluzione a portata di mano ma si rifiuta di adottarla”, afferma Gagnon, l’economista del Peterson Institute, “Basta che segua le strategie delineate dallo stesso Bernanke quando era ancora ricercatore a Princeton”.
La soluzione secondo Gagnon sarebbe quella di comprare altri 2000 miliardi di dollari di assetti tossici e titoli in crisi, casomai in collaborazione con la banche centrali dei paesi avanzati per un totale di 6 mila miliardi. Una suggerimento questo che Krugman non ha esitato ad abbracciare rilanciandolo dalle pagine del Times e che Bernanke, preocccupato dagli effetti inflazionari di un tale intervento, non è disposto a seguire.

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