Ultimo avvistamento? Parigi 1922. Ad un concerto di Luigi Russolo in fuga dai fascisti. Poi l’Intonarumori, lo strumento sacro della musica futurista, era sparito sotto le bombe della Seconda Guerra mondiale.
Questo fino al concerto organizzato a meta’ Ottobre a San Francisco dal Museo D’arte Moderna della città e il locale Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Performa, un’organizzazione culturale che gestisce la Biennale di New York.
Celebrando il centenario della pubblicazione del Manifesto Futurista, le tre organizzazioni hanno fatto risorgere lo strumento dalle sue ceneri. Non solo ne hanno commissionato la ricostruzione ad un liutaio della regione, ma hanno anche ricreato la performance che Russolo e Ugo Piatti—i due pittori e musicisti futuristi che inventarono lo strumento–diedero nel 1913 al teatro di Ugo Storchi di Modena annunciando al mondo la morte definitiva del silenzio.
Così sedici intonarumori diretti da Luciano Chessa, il giovane compositore d’origine sarda che ha supervisionato la ricostruzione dello strumento, si sono esibiti in una serie di composizioni prodotte dai maggiori musicisti d’avanguardia del momento. Gente come Mike Patton, Paolo Buzzi, Pablo Ortiz, Ellen Fullman e lo stesso Chessa.
Ma quello di San Francisco è solo un debutto. A Novembre gli intonarumori si sono trasferiti a New York, dove Performa li ha usati per dare il via ad una tre settimane di futurismo italiano rivisitato dai maggiori artisti statunitensi.
“Rivisitato perché la concezione europea del futurismo è quella di uno stile pittorico e letterario, ma il futurismo non era solo pittura e parole in libertà, era un evento totale, uno stile di vita” afferma RoseLee Goldberg, direttore di Performa, “Comprenderne la vera natura è essenziale, sopratutto adesso che stiamo tutti cercando idée per proiettarci nel futuro”.
Bio-SPK i Biocarburanti Volano Il mercato dei biocarburanti e’ pronto a prendere il volo, con l’annuncio della Continental e dalla Air New Zeland che sono pronte a far volare i loro aerei utilizzando biocarburanti si apre improvvisamente–l’esperimento era in corso da anni ma solo questa setitmana e’ arrivato l’annuncio a ciel sereno–un mercato di grande assorbimento per i produttori di carburanti verdi, aggiungendo un 12 miliardi di dollari annui ai 100 gia fatturati dagli operatori del settore. E non si tratta piu’ di olio di palma, considerato anti ambientalista, ma di erbe grasse, di jotropa, sorgo, alghe marine e altre coltivazioni che non competono con quelle alimentari, che non distruggono terre coltivabil e che sopratutto servono a creare occupazione (prevalenteemte nei paesi emergenti) e ad avanzare la ricerca e lo sviluppo attraverso la creazione di nuove tecnologie. E a crederci non solo solo gli ambientalisti ma anche vecchie ditte del petrolio come la BP e la Chevron, che investono centinaia di milioni di dollari nel settore. E mentre gli italiani giocano un ruolo di rilievo il settore e’ destinato a decollare con l’approvazione di nuove leggi negli USA, che stanno pure loro investendo svariati miliardi di dollari per lo sviluppo di un’industria nazionale dei biocarburanti che non dipendano piu’ dal mais. E sui biocarburanti adesso puntano pure i militari con ricerche finaziate dal DARPA.
La corsa a resuscitare i marchi in crisi
La Golden Gate Partners ha pagato 300 milioni di dollari per la defunta Eddie Bauer, il Penske Group sta sborsando centinaia di milioni di dollari per comrparsi la Saturn dalla GM, la Hilco Consumers Capital s’e’ comprata la Polaroid e la Patriarch Partners ha rilevato Stila Cosmetics, in America si sta verificando una verea e propria corsa a resuscitare marchi di prestigio che sono finiti in bancarotta con accordi che molte volte richiedono di sborsare cifre irrosorie–un milione di dollari e anche meno. Perche’ in tempi di crisi il potere di un marchio puo’ essere massimizzato e perche’ il rapporto costo/valore e’ a favore dell’acquirente e adesso ci sei gettano anche i cinesi e gli europei.
Gli statunitensi la chiamano mertonianamente (da Robert K. Merton il socologio che la formulo’), la legge delle conseguenze involontarie, the law of unintended consequences. Niente di scientifico, piuttosto una constatazione di fatto, la legge sostiene che spesso un’azione finisce col produrre risultati imprevedibili. Molte volte postivi, altre purtroppo con effetti perversi, che incentivano le conseguenze negative di un’azione. Alcuni sostengono per esempio che il Trattato di Versailles, che intendeva riportare la pace nel mondo dopo il primo conflitto planetario, abbia invece spianato la strada alla seconda Guerra Mondiale. Adesso questo sarebbe anche il caso del cap and trade, la proposta di bloccare le emissioni di anidride carbonica ad un livello precedente a quello attuale e, dopo averle ripartite tra le nazioni del mondo, permettere alle industrie di commercializzare le quote che non utilizzano. Secondo alcuni osservatori economici questa proposta invece di ridurre le emissioni starebbe fomentando una nuova tornata di investimenti a rischio.
Concepita per limitare e eventualmente eliminare le emissioni di anidride carbonica, la cap and trade rischia di trasformarsi nella nuova frontiera della speculazione finanziaria mondiale. Almeno questo è quello di cui si preoccupa Bart Chilton, componente della Commodity Futures Trading Commission, la commissione statunitense di sorveglianza del mercato delle future. Chilton è dell’idea che il congresso debba stabilire delle regole feree per impedire che si formi un’altra bolla economica, questa volta di colore verde.
Nel mirino dei regolatori ci sono le cosiddette carbon offset, una sorta di cedola di credito, comprandole si può rimediare alle emissioni prodotte da qualsiasi attività umana. Caldeggiate come uno strumento in grado di diffondere a livello di massa l’uso di soluzioni che permettono di contene l’effetto serra, le carbon offset si stanno trasformando in una sorta di bazaar nel quale gli interessi degli operatori di borsa potrebbero prendere il sopravvento su quelli degli enti locali e del pubblico.
Correntemente le carbon offset vengono utilizzate per rimediare all’inquinamento atomsferico prodotto dalle attività quotidiane individuali più disparate. Attività che spaziano dall’uso dei computer ai viaggi aerei e dal chilometraggio casa ufficio dei pendolari all’elettricità utilizzata dagli elettrodomestici casalinghi. Il novero delle situazioni nelle quali vengono proposte è così ampio che si prefigura l’emergenza di un nuovo mercato degli investimenti di dimensioni difficilmente misurabili, sicuramente enorome, e che per la sua natura variegata può offrire opportunità per tutti i palati.
Intervenendo di recente sull’argomento il prestigioso Washington Post non ha esitato a paragonare l’ebullienza che contraddistingue questi investimenti all’avventurismo sfrenato che caratterizzò la colonizzazione del West da parte dei pionieri americani.
E così dal dibattito sul che fare per salvare il pianeta piuttosto che emergere politiche in grado di unificare l’inziativa internazionale sul fronte dell’effetto serra è emerso invece un mercato dove le buone intenzioni di progetti a carattere eco-conservativo si intrecciano con gli interessi speculativi degli operatori di borsa. Questo è per esempio il caso del Chicago Climate Exchange, dove adesso le offset vengono cedolizzate come si soleva fare qualche tempo fa con i subrpime e rivendute sul mercato delle equity, mentre al San Francisco International Airport quelli che vogliono neutralizzare gli effetti deleteri del loro volo aereo possono acquistare le offset da alcuni chioschi elettronici che le distribuiscono come se fossero caramelle.
Nel caso dell’aeroporto di San Francisco le offset sono garantite da una serie di organizzazioni ambientalistiche e variano dai pochi dollari di un volo locale a circa un centinaio nel caso di un volo intercontinentale. Ma il problema di chi le garantisce e se davvero riducono la produzione di nuovi gas inquinanti è reale.
Secondo Joe Romm, direttore del periodico Climate Progress e esperto di clima del Center for American Progress, le carbon offset dovrebbero essere ribattezzate ripoffset, ruberie per farla breve. Romm, che il settimanale Rolling Stone considea una delle 100 persone che cambieranno il corso della storia, sostiene infatti che nel caso delle offset più popolari, come quella di pagare qualcuno per piantare alberi in Medio Oriente, nelle zone desertiche e disboscate, i benefici sono discutibili. Per esempio resta ancora da dimostrare che ripiantare gli alberi riesca realmente ad assorbire più anidride carbonica di quanta ne produca e poi cosa succede se gli alberi muoino a causa di una siccità o se la raffineria di biocarburanti che avevamo finanziato finisce col fallire?
Esiste poi, come scrive David Fahrenthold nel Washington Post una questione di addizionalità. Ovvero a che servono le offset se i progetti finanziati sarebbero stati realizzati comunque a prescindere dalla loro esistenza?
Questo sarebbe per esempio il caso delle centrali elettriche cinesi alimentate a carbone. I cinesi stanno vendendo centinaia di milioni di dollari di offset sul mercato di Chicago, servono a finanziare la chiusura e la riconversione di quelle centrali. Il problema in questo caso è però che i cinesi quelle modifiche le avrebbero dovute fare lo stesso a prescindere dalle offset. Così piuttosto che ridurre le emissioni queste diventano un metodo conveniente per rastrellare capitali dalle tasche degli ambientalisti.
E se a San Francisco è l’amministrazione aeroportuale a promuovere l’offsetting, in Florida sono i ranger che gestiscono i parchi pubblici, e organizzazioni ambientalistiche come Naturalist Journeys, che propongono ai visitatori delle meraviglie naturali dello stato—per esempio le Everglades–di neutralizzare l’impatto ambientale della loro visita finanziando la costruzione di sentieri e di altri progetti di restaurazione ambientale mentre a Los Angeles, New Orleans, Millbrae (California), Northampton (Massachusetts) e Carpinteria (California) in alcuni ristoranti adesso può accadere che nel conto il consumatore oltre al costo del servizio ci possa trovare anche quello dell’offset dell’anidride carbonica prodotta nella produzione e nel trattamento delle pietanze che ha appena consumato. Si tratta qui non solo di alcune delle principali catene alimentari come la Yum Brands (Taco Bell, Kentucky Fried Chicken e Pizza Hut) ma anche di osterie locali. E non solo ma un numero crescente di centri per l’intrattenimento spettacolare, sopratutto sulla costa West hanno cominciato a spingere le offset. A Gennaio scorso la band emo Panic at The Disco ha addirittura organizzato un carbon offset tour in collaborazione con la Honda e alla fine uno spettatore fortunato ha vinto un ibrido personalizzato dai componenti della band. Nel south-west degli USA anche aziende energetiche come la Pacific Gas and Electricity, una delle principali produttrici di elettricità del paese, hanno cominciato a vendere offset. Le utilizzano per prendersi cura delle linee elettriche e delle foreste che possiedono nel nord del paese, un’area nella quale la compagnia è stata consistentemente negligente negli ultimi anni e per la quale ha ricevuto parecchie multe dagli organi di controllo californiani.
Ma il mercato delle offset non è popolato solo da iniziative discutibili o eccentriche, ci sono anche organizzazioni che riescono ad usarle sia per prendersi cura dell’effetto serra che per migliorare le condizioni di vita e lavorative delle popolazioni che vivono in aree svantaggiate e depresse del paese come nel caso della Native Energy ,una compagnia del Vermont che ha utilizzato i fondi raccolti per costruire 34 centrali solari e creare occupazione verde nelle riserve indiane, o come nel caso di TerraPass che sceglie i progetti da finanziare solo dopo averli discussi con i consumatori di carbon offset e una volta finanziatili riporta i loro progressi in tempo reale. Differente invece il caso del Climate Trust, un network di varie compagnie che operano nel campo delle offset che si è specializzato in proposte dirette ad aziende ed ad altre organizzazioni commerciali, oggi viene ritenuto tra i migliori esistenti sul versante del controllo e della trasparenza degli investimenti.
Ma il periodo dell’opacità potrebbe presto volgere al tramonto, si stano infatti moltiplicando le organizzazioni che si fanno carico di garantire l’affidabilità dell’offset e la sua utilità. Tra queste fanno spicco agenzie come la International Carbon Reduction and Offset Alliance, e la David Suzuki Foundation che si battono per l’adozione di uno standard internazionali, The Gold Standard lo chiamano ed è stato formulato dai creatori del Protocollo di Kyoto ed è sostenuto dal WWF e da Greenpeace.
Che Newsweek avesse ragione? Che la California sia finita e che il futuro appartenga veramente al Texas?
Sorprendendo i lettori il settimanale statunitense recentemente aveva sostenuto proprio questa tesi. A confermarla ci sarebbero stati non solo i dati relativi alla crisi economica e sociale del Golden State ma anche storie di sviluppo economico in arrivo dal Lone Star State.
Il Texas, sostenevano queste storie, stava assumendo il predominio di ambiti industriali nei quali la California prima deteneva la lidership indiscussa e nei quali adesso deve invece competere con altre realtà come quelle texane. Una di queste storie ha a che fare con l’area di Brownsville- Matamoros.
Una twin cities transnazionale affacciata sul Golfo del Messico alle foci del Rio Grande, la regione di Brownsville-Matamoros recentemente è stata dichiarata l’area degli USA nella quale conviene investire maggiormente da Foreign Direct Investment, il bimestrale del Financial Times ritenuto la bibbia degli investitori esteri.
Dodici parchi industriali con aziende come la Tyco e la Delphi, centinaia di industrie consociate con compagnie messicane, piuttosto che la patria dei falchi pescatori, che all’inbrunire si tuffano repentini nelle acque di South Padre Island, l’area di Brownsville-Matamoros dovrebbe essere terra di rapina economica e dissesto ambientale. La sua dovrebbe essere la tipica storia di NAFTA, il trattato per il mercato commune US-Messico-Canada, con capitali che si muovo verso nord, per la gran parte verso gli Stati Uniti, e la contaminazione ambientale che si muove verso il sud. Tutta verso il Messico.
In fondo Brownsville-Matomoros è la culla delle Maquilladora. Fu qui che nel 1960 gli Stati Uniti e il Messico studiarono per prima l’ipotesi di stabilire zone franche per ditte con stabilimenti su ambedue i versanti del confine. Con il passaggio di NAFTA nel 1994, l’esperienza fu estesa al resto del confine Messico-USA e coinvolse anche il Canada.
Ma il tandem Brownsville-Matamoros sembra sfuggire a questo luogo commune. Le industrie della Rio Grande Valley, questo è il nome della regione, piuttosto che inquinare cercano invece di risolvere i problemi di inquinamento causati da altre attività industriali. Questo è per esempio il caso della Esco Marine, un’azienda che opera nell’ambito del riciclaggio eco-compatibile delle navi di grande tonnellaggio e che è in grado di riutillizzare e reintrodurre in produzione oltre il 90 per cento del materiale ricavato dalla rottamazione dei vascelli. Grazie ad una serie di processi propietari infatti la Esco Marine è capace di disporre di veleni come la diossina e l’asbesto senza pericoli per l’ambiente e di riutilizzare metalli come il ferro, il rame, il bronzo, il mercurio, il titanio e il piombo che correntemente scarseggiano sul mercato delle future.
“Non ci danno nessun problema nemmeno i prodotti petroliferi”, afferma Richard Jarros, CEO della Esco Marine, “Anche per le sostanze più inquinanti come l’arsenico e le scorie radiottive abbiamo sviluppato processi di lavorazione che li contengono senza causare danni ecologici”. E buona parte del riutilizzabile viene reintrodotto sul mercato mediante l’internet.
Ma le maquilladoras della Valle del Rio Grande non si distinguono dalle altre disseminate lungo il confine statunitense solo perché non inquinano ma anche per il grado di innovazione che introducono e per il loro quoziente tecnologico.
Forte di una popolazione giovane, media 27 anni, e di un livello di istruzione elevato della forza lavoro—sul versante messicano il 35 per cento dei lavoratori sono dotati di diploma di scuola tecnica superiore e di laurea scientifica, alcune conseguite anche all’MIT di Boston—la regione di Brownsville-Matamoros è diventata un magnete per industrie e startup dell’alta tecnologia e delle energie rinnovabili. Multinazionali del calibro della Keppel AmFELS, una delle maggiori costruttrici mondiali di piattaforme oceaniche, giganti dell’elettronica come la Cyoptics e startup delle energie rinnovabili come la SPIgoGreen (dell’italiano Gianluca Ferrario), e la Photon8, hanno eletto tutte di stabilire bottega in zona. Ad attirarle non sono solo le agevolazioni fiscali e i contributi a fondo perduto messi a disposizione degli investitori dagli enti locali ma anche la vicinanza di strutture portuali, aeroportuali e educative di prima qualità.
“Il porto di Brownsville è uno dei maggiori centri di smistamento della costa est del paese”, afferma Gilberto Salinas, vicepresidente del Brownsville-Matamoros Economic Development Council, “Inoltre l’università del Texas e il Matamoros Technical Institute sfornano un numero costante di tecnici in grado di espletare le mansioni più complesse nel campo delle nanotecnologie, delle biotecnologie, delle energie rinnovabili e della progettazione industriale”.
Sarà per questo o per il fatto che in zona si sono spostate anche aziende come la NASA e la VTI Technologies che adesso si parla di questa regione come della Silicon Valley del futuro, ma una Valley che al contrario di quella californiana è transnazionale ed è completamente integrata.
“La popolazioni sui due versanti del confine si percepiscono come una sola comunità, infatti la maggioranza è bilingue”, afferma Roberto Mattus Rivera, CEO della Associacion de Maquilladoras de Matamoros, la confindustria delle aziende transnazionali della regione, “Le materie prime e i prodotti finiti poi si muovo tra i due paesi senza barriere doganali o ostacoli burocratici, lo stesso purtroppo non si può dire delle persone che dall’11 Settembre del 2001 vengono sottoposte a severe restrizioni”.
Una situazione questa che ha già causato una contrazione del traffico studentesco tra le due realtà e che ha spinto l’International Technology Education Center della University of Texas at Brownsville, un centro di istruzione dell’alta tecnologia e un incubatore di startup, a lanciare una serie di corsi video di inglese, matematica e business diretti ai cittadini messicani che non possono attraversare il confine.
“Non ci possiamo mica bloccare a causa della sicurezza nazionale”, afferma Irvin Downing, presidente del centro della UTB, “La competitività di questa regione dipende dal grado di integrazione civile ed economica che corre tra le due realtà transnazionali”.
E a puntare sull’economia del binomio Brownsville-Matamoros non sono solo gli operatori locali ma anche operatori messicani, cinesi, spagnoli e tedeschi che in anni recenti investono nell’economia locale al tono d’una decina di miliardi di dollari l’anno.
“Non è certamente il centro del mondo ma si sta espandendo a ritmi molto accelerati”, afferma Fabio Urbani. Romano, docente di ingegneria alla UTB, Urbani sta progettando una rete di sensori wireless per il riconoscimento degli oggetti tridimensionali nello spazio. Anch’essa di carattere internazionale, questa inziativa è finanziata in parte dalla Comunità Europea ed è frutto di una collaborazione con l’università di Reggio Calabria.