Questo e’ il catalogo di una mostra sull’immigrazione italiana in California che di recente ho co-curato per il Museo ItaloAmericano di San Francisco. Io mi sono interessato sopratutto della Terza Ondata. Spero di poter fare un upload a breve della mostra vera e propria.
Questa e’ una versione piu’ approfondita di un articol che ho pubblicato di recente sul L’espresso a proposito del declini del dollaro e del suo impatto sull’economia internazionale.
Dollar Re-De$ign competition/Peter Le
Negli ambienti monetari internazionali circola un nuovo neologismo, “dollar declinism”, il declinismo del dollaro. Lo hanno coniato gli esperti valutari per descivere la proclività al ribasso della moneta statunitense dall’inizo della ripresa.
Valuta di riferimento indiscussa a livello internazionale e giusto qualche mese fa rifugio prediletto di coloro che cercavano di sfuggire alle incertezze della Grande Recessione, il greenback è diventato il paria dei mercati valutari internazionali. In meno di sei mesi s’è deprezzato del 12 per cento, scendendo del 40 per cento rispetto ai valori che esprimeva nel 2002, anno in cui registrò i massimi storici contro l’euro.
Oggi un euro vale quasi un dollaro e 50, e secondo Steve Englanders, stratega monetario della Barcalys Capital, entro la fine dell’anno ne varrà uno e 55. E questo a dispetto delle dichiarazioni a favore di un dollaro forte proferite dalla Casa Bianca.
La repentinità con la quale sono mutate le fortune della valuta statunitense spinge alcuni economisti a temere uno sdipanamento caotico degli equilibri monetari internazionali. C’e anche chi, come il Nobel per l’economia Paul Samuelson, teme che ci si trovi di fronte ad una manovra speculativa diretta a causare l’abbandono subitaneo e sregolato della moneta statunitense da parte dei maggiori operatori finanziari mondiali.
“Potrebbe trattarsi di un assalto al dollaro”, afferma Samuelson. E ad osservare i dati, ci sarebbe quasi da dargli ragione.
Dollar Re-De$ign Competition/Arama Asarian
Il Greenback, che oramai rappresenta meno del 63 per cento delle riserve valutarie mondiali, sembra aver perso il lustro di moneta di riserva per antonomasia che deteneva dalla fine della Prima Guerra mondiale. “Allora il dollaro era preferito all’oro”, ricorda Samuelson, “Non solo era più richiesto ma pagava anche gli interessi”.
E secondo Gary Schlossberg, manager dei Wells Capital Fund, uno dei principali fondi di investimento USA, il problema del greenback è proprio quello: non paga praticamente interessi. Come se non bastasse poi l’amministrazione USA continua a stamparne a miliardi per finanziare il suo piano di rilancio economico, incrementando così le tendenze inflazionistiche del mercato e spingendo paesi come la Cina, che tra le sue riserve annovera oltre 800 miliardi di valuta statunitense, e le altre economie emergenti a rivedere la loro relazione con la moneta americana.
“La fuga dal dollaro è un effetto diretto della politica economica USA”, spiega Schlossberg, “Tassi di interesse inesistenti e un crescente disavanzo della spesa pubblica non creano certamente un clima di fiducia nei confornti della nostra moneta. I nostri partner commerciali non sono disposti a sostenere all’infinito il nostro deficit mettendo a rischio le loro esportazioni e il valore delle loro riserve, e così hanno cominciato a diversificare. Stanno acquistando più euro, più yen e anche più dollari australiani”.
Nell’ultimo trimestre la quota delle riserve valutarie denominate in dollari è diminuita del 2,2 per cento, il calo più siginificativo dal 2002, quando scesero per la prima volta al di sotto della soglia del 70 per cento. Oggi un mero 37 per cento delle nuove riserve monetarie viene denominato in dollari, nel 1999 il loro ammontare superava il 63 per cento.
Secondo dati resi noti dalla Merrill Lynch, da Marzo di quest’anno i paesi emergenti hanno trasformato una media mensile di 30 miliardi di dollari in euro e yen.
Dollar Re-De$ign Competition/Dean Potter
“Siamo di fronte ad una compressione valutaria di lunga durata e che è determinata sopratutto dall’enormità del deficit pubblico statunitense”, afferma Stephen Roach, CEO della Morgan Stanley Asia, “Per finanziare la ripresa gli USA dovranno continuare a stampare denaro e così il dollaro rimarrà debole per anni a venire”.
Un’eventualità questa che preoccupa non poco paesi come il Giappone, la Germania e le altre nazioni europee i cui prodotti perdono terreno nei confronti di quelli americani che, grazie al deprezzamento del dollaro, adesso sono meno costosi.
Ne sanno qualcosa per esempio aziende come la Toyota e la Airbus i cui prodotti dallo scorso aprile costano in media un 11 per cento in più. “L’apprezzamento dello yen è un evento doloroso”, ha dichiarato di recente Yukitoshi Funo, CEO della compagnia giapponese, mentre Fabrice Bregier, CEO della compagnia europea, ha definito “difficoltoso”, il clima commerciale creato dall’apprezzamento dell’euro.
Anche i cinesi, che sono tra i maggiori finanziatori del deficit USA, non hanno mancato di rimarcare la loro scontentezza con la politica di grandi spese pubbliche e di tassi di interesse inesistenti promossa dall’amministrazione USA.
“I paesi che emettono le maggiori valute internazionali dovrebbero cosiderare le implicazioni della loro politica monetaria, sia sul piano interno che su quello internazionale”, ha ammonito Hu Jintao, presidente Cinese, al recente G20 di Pittsburg. “La dovrebbero bilanciare con la necessità di stabilizzare i mercati finanziari internazionali”, ha concluso Jintao accusando implicitamente gli USA di destabilizzare i mercati esteri per il proprio tornaconto.
E infatti sostenuto dal rafforzamento delle esportazioni il disavanzo della bilancia commerciale USA nell’ultimo trimestere s’è ridotto del 2,9 per cento. Anche il recente rally di Wall Street, con il Dow che ha superato la soglia dei 10 mila e il rilancio dell’industria manifatturiera americana possono essere fatti risalire all’indebolimento del dollaro.
“Basta guardarsi attorno nei mall per capire che ai commercianti americani il deprezzamento del dollaro fa bene”, dichiara Colin J, Healy, analista della HighTower Advisors, un fondo di investimento dal valore di 15 miliardi di dollari, “Sono pieni di canadesi e europei che spendono a man bassa”. Healy inoltre nota che dal monento che le più grandi corporazioni USA realizzano oltre il 40 per cento dei loro fatturati all’estero, il crescente divario che corre tra il valore del dollaro e le principali monete internazionali si trasforma in un moltiplicatore di guadagni. Una volta riportati negli USA, i ricavi realizzati all’estero sono infatti automaticamente incrementati dalla conversione in dollari.
Dollar Re-De$ign Competition/Yordan Silveira
Così dalla Caterpillar, alla TRW Automotive Holdings e dalla Intel alla Walt Disney—tutte aziende con una forte presenza estera—le grandi multinazionali USA grazie alle rimesse estere stanno superando le aspettattive degli analisti.
Intanto si ingrossano le fila di coloro che vogliono trovare una alternativa al dollaro.
A Marzo il premier cinese Wen Jiabao aveva suggerito di sostituire il dollaro con gli SDR, gli special drawing rights, l’unità valutaria nella quale sono denominate le obbligazioni emesse dal Fondo Monetario Internazionale. Un misto di dollaro, euro, sterlina e yen, gli SDR sono più un’escamotage amministrativo che una moneta vera e propria.
All’inizo di Ottobre aveva poi fatto scalpore la notizia (smentita dagli interessati), che arabi, cinesi, russi, giapponesi e francesi avevano approntato un piano segreto per sostituire il dollaro nelle transazioni petrolifere con un paniere di monete che oltre all’euro e lo yen avrebbe incluso anche lo yuen, una futura moneta unica degli stati del Golfo Persico e l’oro.
Di recente anche il presidente della Banca Mondiale, lo statunitense Robert Zoellick, ha espresso una certa impazienza con la politica monetaria USA.
“Gli Stati Uniti fanno male a comportarsi come se il predominio del dollaro fosse un fatto inevitabile”, ha ammonito Zoellick.
Dollar Re-De$ign Competition/James Haless
Ma la caduta del dollaro non presenta solo aspetti negativi. Anzi alcuni sostengono che si tratti di uno sviluppo postitivo per l’economia internazionale. Tra questi figura George Koo, membro del consiglio d’amministrazione della Las Vegas Sands Corp, una multinazionale dal valore di 10 miliardi di dollari con sostanziosi investimenti in Asia.
“Il declino del dollaro costringe l’economia globale a riallinearsi e ridirige quella statunitense verso la produzione di beni per l’esportazione e per la riduzione delle importazioni”, afferma Koo, “Del resto dalla recessione internazionale non si esce cambiando semplicemente la moneta di riferimento”.
Una massima popolare Americana sostiene che bisogna badare a quello che si desidera perché c’è il rischio che lo si possa ottenere. Il declino del dollaro sembra appartenere a questo genere di eventi. Favoleggiato a lungo da detrattori e speculatori adesso è alle porte ma il mondo non dispone di un’alternativa credibile.
Controllano piu’ di 10 trilioni di dollari, e no non sono come quella nella foto. Si posizionan tra la fine dei quaranta e quella dei 50–gente come me ionsomma–si avvicinano al pensionamento–non io–e sono spaventati da quello che sta succedendo a Wall Street e cosi’ stanno gradualmente spostando i loro risparmi verso forme di investimento piu’ sicure e questa per i trader e’ una cattiva notizia che potrebbe segnare l’inzio d’una nuova epoca di contrazione a Wall Street la chiamano la Boomer Bomb.
Il branding a Tinseltown
La caduta dei boss della Disney e della Universal seganala non solo l’arrivo della crisi anche ad Hollywood–difficile trovare uno che in questi tempi di magra sia disposto ad investire 150 milioni per fare un film–ma anche un cambiamento del modello commerciale delle majors. I nuovi arrivati piu’ che essere esperti di cinema sono esperti di marketing, gestiscono propieta’ immobiliari non studios, il prodotto non e’ piu’ artistico o mediatico ma e’ branding. Le star, gli spettacoli per loro sono mercanzia comune, linee di prodotti che vanno comemrcializzati ad ampio raggio, dalla muscia alla moda.
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La Bolla dei Baba’
Veramente si chiamano cup-cake, sono dei piccoli dolci che potrebbero essere paragonati ai baba per la loro popolarita’. Diventate un must di tutti gli eventi festaioli USA durante il periodo di boom economico si sono sviluppate catene che le vendono in tutti gli angoli degli USA. Per adesso sembrano sfuggire alle dinamiche depressive della crisi. Anzi le vendite dall’inizio del 2007 sono aumentate, bella forza si tratta pur sempre d’un cibo di conforto. Da Los Angeles a New York s’e’ scatenata una vera e propria mania, il costo e’ ragionevole–meno di tre dollari l’una–il boccone e’ saporito, l’affitto dei negozi e’ ribassato e cosi’ schiere di disoccupati/e hanno trasformato la produzione e la vendita di cup-cake in un’industria profittevole e di rifugio. Dai rigori del mercato si intende. Franchise come Georgetown Cupcake, Red Velvet, Sprinklers e Crumbs hanno negozi sparsi in tutte le maggiori citta’ americane e fanno concorrenza a catene come Starbuck, che sul versante dei dolci lasciano molto a desiderare. Il fenomeno di recente ha attirato anche l’atttenzione dei maggiori media americani che gia’ cominciano a parlare di pericolo bolla.
bamboccioni-alla-riscossa.org
Il comitato del fallimento
E basta con le previsioni continue di disastri economici! Non ce la si fa proprio piu’. Almeno e’ questo quello che pensa un buon numero di blogger statunitensi. Cominciano a non poterene piu’ di quelli che continuano a fare previsioni economiche funeste e cosi’ hanno creato un comitato. Il comitato del fallimento, il Failure Caucus. Dentro ci hanno messo come ci si sarebbe aspettati Nouriel Roubini, Mr. Doom per antonomasia, e Paul Krugman e poi Peter Schiff, Niall Ferguson, Michael Darda, i repubblicani, gli esperti di proiezioni statistiche, gli analisti economici e anche i blue dogs democrats. Prossima mossa? Zittirli tutti una volta per sempre
Meno male che è arrivata la recessione. Parola di John Tayman, numero uno di Motormouths. com: «La crisi offre grandi opportunità di crescita. Aguzza l’ingegno a chi prima faceva un lavoro abitudinario. E quando ci si trova per strada, s’inventa sempre qualcosa di nuovo. Basta un gruppo di professionisti decisi, la disponibilità a lavorare gratis per un breve periodo e il gioco è fatto». Certo, a molti il signor Tayman può sembrare un po’ troppo ottimista. Ma in fondo racconta quello che è accaduto a lui, giornalista esperto di automobili che si è sempre occupato, per svariate testate, di recensioni su motori e dintorni. A un certo punto alcune di queste testate hanno chiuso, altre gli hanno dimezzato i pagamenti e lui si è dovuto inventare qualcosa di nuovo per sbarcare il lunario. Così ha lanciato il sito Motormouths.com, un notiziario automobilistico di divulgazione, nel quale il lettore trova la traduzione in linguaggio comune del gergo dei maggiori critici automobilistici, messi anche a confronto tra loro. «Abbiamo standardizzato il formato: adesso il sito è una via di mezzo tra Rottentomatoes.com e il Kelly Blue Book», dice. Tayman si riferisce a due delle più popolari fonti di informazione dei consumatori americani. Il primo è un sito Web che viene consultato per la scelta dei film da vedere; il secondo stabilisce il valore di mercato dell’usato automobilistico, un po’ come “Quattroruote” da noi. L’idea di Tayman ha preso immediatamente il volo. Dopo nemmeno sei mesi il sito contava già 10 mila visitatori settimanali, s’era assicurato il finanziamento di Y Combinator, un piccolo venture capital della Silicon Valley, e aveva raggiunto la profittabilità con la vendita di una singola manchette pubblicitaria. Oggi Tayman ha uno staff virtuale, gente che collabora dall’Ucraina al Giappone, di 20 impiegati e costi di gestione che non superano i 75 dollari mensili: «Giusto l’elettricità e il collegamento Internet», racconta. E aggiunge: «Il tutto investendo meno di 10 mila dollari. Mica male, la grande recessione». Tayman è convinto che se non fosse stato per la crisi, non sarebbe mai riuscito a trovare i programmatori e i giornalisti che hanno reso possibile il lancio del suo sito. «La crisi ha ridotto la competizione, i talenti sono disposti a guadagnare di meno e anche a lavorare in cambio di azioni della compagnia», spiega. La sua storia non è unica. Il livello di diffusione raggiunto dai collegamenti Internet e i costi quasi nulli di un’azienda virtuale hanno favorito l’avvento di una nuova classe di start-up, che sfugge alla stretta del credito e ai diktat dei capitalisti di ventura. “Time magazine” per descrivere il fenomeno ha creato il neologismo “LiLo, a little in a lot out”: hanno infatti costi di gestione bassissimi (”a little in”) e ci mettono poco a diventare profittevoli (”a lot out”). Sono start-up anticonformiste, che vengono lanciate senza seguire la trafila tradizionale, da imprenditori che spesso non hanno nemmeno confidenza con il Web o con la tecnologia. «Il fatto di non dover dipendere da nessuno ci ha permesso di partire quando volevamo e di raggiungere immediatamente quella che viene definita “ramen profitability”», dice Brian Chesky, cofondatore di AirBnB.com, un sito che offre sistemazioni alternative a quelle alberghiere. Il termine “ramen profitability” descrive una fase di sviluppo aziendale nella quale la start-up, o la piccola azienda, riesce a guadagnare abbastanza da coprire le spese e permettere ai suoi promotori di sopravvivere mangiando ramen, gli spaghetti di riso di origine nipponica che costano pochi centesimi. Come dire, appena sopra il pareggio. L’espressione è stata inventata da Paul Graham, il capitalista di ventura il cui gruppo si rivolge proprio alle LiLo con finanziamenti di poche migliaia di dollari. Nel caso di AirBnB la “fase ramen” è durata giusto una settimana, dopo la quale Chesky e compagni avevano già guadagnato mille dollari. Lanciato a San Francisco in un’affollata convention di architetti, AirBnB intendeva essere solo una maniera ingegnosa per affittare una stanza vuota a qualche conferenziere che non riusciva a trovare posto in albergo. «Ci aspettavamo di attrarre giovani squattrinati con il sacco a pelo e invece ci trovammo di fronte un avvocato, un padre di famiglia dello Utah e un imprenditore Internet. Evidentemente la crisi aveva allargato gli orizzonti di molte persone e il mercato era più vasto di quello che si poteva intuire», dice Chesky. Oggi AirBnB conta 20 mila abbonati, offre oltre 3 mila camere in altrettante case private sparse per gli Usa e si appresta a sbarcare in Gran Bretagna e in Asia. Ma il boom delle start-up non è un fenomeno solo tecnologico. Secondo “The Coming Entrepreneurship Booms”, uno studio molto discusso del think-tank Marion Ewing Kaufman Foundation, negli Usa si assisterebbe a un vero boom della micro imprenditoria privata. «E a spingerlo non c’è solo la crisi, ma anche fattori di carattere demografico», spiega l’analista Dane Stangler: «La popolazione sta invecchiando e gli anziani, un po’ per la mancanza di welfare e molto perché godono di ottime condizioni di salute, sempre più spesso si trasformano in imprenditori». Secondo Kaufman il numero delle start-up lanciate da imprenditori tra i 55 e i 65 anni supera di un buon terzo quello delle operazioni messe in piedi da coloro che hanno un’età compresa tra i 24 e i 64 anni. E il boom non è un fenomeno di carattere marginale. Secondo dati resi noti dalla US Small Business Administration, nell’ultimo anno i numero delle start-up è cresciuto dell’8,1 per cento. Il 64 per cento dei posti di lavoro creati dall’economia americana sono stati generati da piccole aziende a conduzione individuale e nel secondo trimestre del 2009 l’8,7 per cento di coloro che hanno trovato lavoro lo hanno fatto creandoselo in proprio. Come Ken MacKenzie, fondatore di Republic Tequila, la prima distilleria al mondo a produrre liquore organico. Arrivata in enoteca alla fine di agosto, la Republic Tequila è gia diventata un prodotto di culto per i bevitori con l’anima ecologica. n