Razionalita’ Individuale, Psicosi Colletive e Crollo dei Mercati. L’Opinione di Roland Benabou
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Roland Benabou interviene stamane al Festival dell’Economia di Trento con un discorso sulla razionalita’ individuale, le psicosi collettive e Crollo dei Mercati. Lo avevo intervistato in previsione del suo arrivo in Italia. (Translate into English)
Intervista a Roland Benabou
Negazione collettiva della realtà, suggestioni di massa, aspettative infondate e che non trovavano riscontro nell’analisi razionale dei fatti, compiacenza, mentalità di corto respiro, miopismo sociale, secondo Roland Benabou, questi fattori hanno tutti contribuito in maniera determinante alla formazione e allo scoppio della bolla speculativa nella quale s’è cacciata l’economia globale durante gli anni del boom immobiliare. Una sorta di rafforzamento collettivo delle fissazioni di massa, lo definisce Benabou, Mutually Assured Delusion Principle, che impedisce anche ai più intelligenti di riconoscere la realtà e di invertire le scelte che hanno fatto, anche quando è chiaro che il risultato finale sarà disastroso. L’autosuggestione, perché di questa si tratta, è così forte che induce anche le organizzazioni politiche e le istituzioni pubbliche a negare l’evidenza dei fatti. Questo tipo di comportamento non ha solo contribuito alla formazione delle spinte recessive nelle quali si dibatte attualmente il mercato globale ma porta anche all’approvazione di misure economiche e di politiche di sviluppo che tendono a leggitimare e a sostenere isterie economiche di massa.
Poco più che cinquantenne, Roland Benabou è uno degli esponenti di punta dell’econmia comportamentale ed è ritenuto il padre fondatore della nascente economia politica comportamentale, una disciplina che esamina le relazioni che corrono tra le convinzioni popolari, i luoghi comuni e l’economia politica. Le sue ricerche tendono a descrivere i percorsi attraverso i quali alcuni paesi finiscono con lo sviluppare atteggiamenti anti mercato e una eccessiva fiducia nel potere della burocrazia statale mentre altri fidano, altresì irragionevolmente, maggiormente nei poteri taumaturgici del libero mercato.
Benabou insegna economia e amministrazione pubblica alla Princeton University, ha vinto il premio Guggenheim ed è redattore del Journal of the European Economic Association. Lo abbiamo intervistato alla vigilia del suo intervento al Festival dell’economia di Trento.
Lei sostiene che le convinzioni sociali possono determinare fenomeni di bolla ma non le sembra fuorviante dare una lettura comportamentale ad una crisi economica come quella attuale?
Mi faccia precisare che la crisi è una crisi reale, che sta bruciando miliardi di capitali e sta mettendo milioni di persone sul lastrico. E’ una crisi dovuta a molte cause, dal rilassamento delle politiche monetarie alla speculazione immobiliare, ma è anche dovuta all’introduzione di nuovi strumenti finanziari per stemperare il rischio come le CDO e le Credit Swap Defaults, e sebbene sia cominciata come una crisi economica qualsiasi, ci ha messo poco a diventare un’emergenza di carattere socio-economico. Sopratutto perché la gente rimaneva convinta che le cose non sarebbero poi finite così male. Questo nonostante che molti fossero consapevoli del fatto che il ritmo di crescita dell’economia e dei valori immobiliari era insostenibile. Si erano tutti convinti del contrario. Anche quando le nozioni economiche e le dinamiche del mercato indicavano che all’orizzonete si stavano addensando nubi scurissime.
Eppure la gente non aveva nessuna ragione di temere che l’economia sarebbe crollata da un momento all’altro, gli economisti prevedevano un atterraggio morbido.
E infatti l’economia non è crollata tutta d’un botto, si stava disfacendo da tempo, sotto gli occhi di tutti ma nessuno voleva ammetterlo. Dai politici, agli investitori, agli operatori di borsa e alla stampa nessuno voleva crederci. S’era creata una mentalità di gruppo, dal momento che tutti credevano che il rally sarebbe continuato all’infinito doveva essere vero, nessuno si azzardava a dubitarne. In situazioni del genere ci vuole una grande dose di indipendenza intellettuale e di coraggio a contravvenire l’opinione dominante o anche solo a dar voce ai propri dubbi e infatti i pochi che denunciavano la situazione non solo non li ascoltava nessuno ma venivano pure denigrati. Li chiamavano cassandre. E’ un tipico fenomeno di rafforzamento di una fissazione di massa. E’ una dinamica distruttiva che si auto-alimenta A livello individuale può essere giustificata e non è necessariamente negativa, a livelo sociale è mortale
In che senso?
Una cosa sono le speculazioni private di un singolo investitore e un’altra sono quelle di una banca o di un fondo di investimento. Il privato investe in proprio e per profittare ed è pronto a mollare al primo segno di guai, le banche investono per conto dei loro azionisti e dei loro correntisti, la loro responsabilità fiduciaria è nei confronti di questi ultimi. Se la banca perde, perde i capitali di intere classi di risparmiatori, l’impatto di un evento siffatto a livello di economia generalizzata è molto più grande e disastroso del fallimento di un singolo individuo.
E’ una questione di economia di scala quindi?
Non solo, è anche una questione di ruoli differenti.La banca, l’analista, il broker dovrebero averci in animo gli interessi generali dell’economia e degli investitori. Dovrebbero essere in grado di esprimere un giudizio indipendente e razionale sull’andamento delle dinamiche di mercato e invece la crisi dei subprime ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che anche le istituzioni si fanno prendere la mano da entusiasmi ingiustificati, irragionevoli e irrazionali.La crisi corrente è un classico esempio di come una scelta che sembra razionale a livelo individuale quando adottata a livello di massa diventa totalmente irrazionale e finisce coll’incrementare le perdite piuttosto che attutirle. Un pò com’è accaduto con l’introduzone di tutti questi strumenti economici inventati per stemperare il rischio e incrementare la diffusione del benessere. Alla fine hanno stemperato invece la cautela e hanno distribuito le perdite.
Che lezione se ne deve trarre?
Dal punto di vista dell’economista comporatmentale direi una immediata è quella di assumere una prospettiva di lunga durata, di non farsi prendere dall’entusisamo dei profitti prodotti da investimenti di breve termine e dei quali nessuno sa come impatteranno l’economia e la vita delle genti nel futuro. Gli azionisti, gli investitori dei fondi pensione e dei fondi di investimento hanno la responsabilità di domandarsi se il tasso di rendimento dei loro investimenti non sia insostenibile, irragionevole o dannoso per la società e lo svilluppo del settore industriale nel quale investono. E’ proprio la scarsa attenzione a questi dettagli che facilita l’ascesa di manipolatori come Madoff e Stanford e fallimenti come quello della Lehman Brothers.
Cosa può fare l’economia comportamentale per contribuire alla risoluzione della crisi?
Primo convincere la gente a non farsi prendere dal panico. La crisi è stata stata aggravata dai sentimenti negativi e dall’atmosfera di panico nella quale sè svolto il dibattito relativo alle misure di salvataggio. Inoltre non c’è dubbio che adesso viene prolungata proprio dalla permanenza di un negativismo diffuso a livello di massa.
A questo punto l’economia comportamentale può fare ben poco per risolvere la crisi ma può fare molto per prevenire che nel futuro se ne ripetano di similari. In fondo queste crisi hanno luogo ciclicamente, un fatto che dovrebbe indurre i legislatori e gli amministratori pubblici ad introdurre normative che scoraggiano la speculazione irragionevole, il conformismo economico, la premiazione del rischio eccessivo e la gratificazione immediata a discapito dell’analisi razionale. Questa crisi dovrebbe anche insegnarci che le aspettative irrazionali offuscano la mente degli investitori, dal capo della FED all’ultimo borker, spingendoli a focalizzarsi sopratutto-sui profitti e non sulla durabilità dell’investimento o sulla sua rinnovabilità e sopratutto creano le condizioni ideali per la dissoluzione dei profitti realizzati all’epoca delle varie bolle.










