May 30, 2009

Razionalita’ Individuale, Psicosi Colletive e Crollo dei Mercati. L’Opinione di Roland Benabou

Filed under: Analisi, Economia Teorica, Events, Glocanomica, L'intervista, News — Paolo @ 10:32 am

Balckix Paintings

Roland Benabou interviene stamane al Festival dell’Economia di Trento con un discorso sulla razionalita’ individuale, le psicosi collettive e Crollo dei Mercati. Lo avevo intervistato in previsione del suo arrivo in Italia. (Translate into English)

Intervista a Roland Benabou

Negazione collettiva della realtà, suggestioni di massa, aspettative infondate e che non trovavano riscontro nell’analisi razionale dei fatti, compiacenza, mentalità di corto respiro, miopismo sociale, secondo Roland Benabou, questi fattori hanno tutti contribuito in maniera determinante alla formazione e allo scoppio della bolla speculativa nella quale s’è cacciata l’economia globale durante gli anni del boom immobiliare. Una sorta  di rafforzamento collettivo delle fissazioni di massa, lo definisce Benabou, Mutually Assured Delusion Principle, che impedisce anche ai più intelligenti di riconoscere la realtà e di invertire le scelte che hanno fatto, anche quando è chiaro che il risultato finale sarà disastroso. L’autosuggestione, perché di questa si tratta, è così forte che induce anche le organizzazioni politiche e le istituzioni pubbliche a negare l’evidenza dei fatti. Questo tipo di comportamento non ha solo contribuito alla formazione delle spinte recessive nelle quali si dibatte attualmente il mercato globale ma porta anche all’approvazione di misure economiche e di politiche di sviluppo che tendono a leggitimare e a sostenere isterie economiche di massa.

Poco più che cinquantenne, Roland Benabou è uno degli esponenti di punta dell’econmia comportamentale ed è ritenuto il padre fondatore della nascente economia politica comportamentale, una disciplina che esamina le relazioni che corrono tra le convinzioni popolari, i luoghi comuni e l’economia politica. Le sue ricerche tendono a descrivere i percorsi attraverso i quali alcuni paesi finiscono con lo sviluppare atteggiamenti anti mercato e una eccessiva fiducia nel potere della burocrazia statale mentre altri fidano, altresì irragionevolmente, maggiormente nei poteri taumaturgici del libero mercato.

Benabou insegna economia e amministrazione pubblica alla Princeton University, ha vinto il premio Guggenheim ed è redattore del Journal of the European Economic Association. Lo abbiamo intervistato alla vigilia del suo intervento al Festival dell’economia di Trento.

Roland Benabou

Roland Benabou

Lei sostiene che le convinzioni sociali possono determinare fenomeni di bolla ma non le sembra fuorviante dare una lettura comportamentale ad una crisi economica come quella attuale?

Mi faccia precisare che la crisi è una crisi reale, che sta bruciando miliardi di capitali e sta mettendo milioni di persone sul lastrico. E’ una crisi dovuta a molte cause, dal rilassamento delle politiche monetarie alla speculazione immobiliare, ma è anche dovuta all’introduzione di nuovi strumenti finanziari per stemperare il rischio come le CDO e le Credit Swap Defaults, e sebbene sia cominciata come una crisi economica qualsiasi, ci ha messo poco a diventare un’emergenza di carattere socio-economico. Sopratutto perché la gente rimaneva convinta che le cose non sarebbero poi finite così male. Questo nonostante che molti fossero consapevoli del fatto che il ritmo di crescita dell’economia e dei valori immobiliari era insostenibile. Si erano tutti convinti del contrario. Anche quando le nozioni economiche e le dinamiche del mercato indicavano che all’orizzonete si stavano addensando nubi scurissime.

Eppure la gente non aveva nessuna  ragione di temere che l’economia sarebbe crollata da un momento all’altro, gli economisti prevedevano un atterraggio morbido.

E infatti l’economia non è crollata tutta d’un botto, si stava disfacendo da tempo, sotto gli occhi di tutti ma nessuno voleva ammetterlo. Dai politici, agli investitori, agli operatori di borsa e alla stampa nessuno voleva crederci. S’era creata una mentalità di gruppo, dal momento che tutti credevano che il rally sarebbe continuato all’infinito doveva essere vero, nessuno si azzardava a dubitarne. In situazioni del genere ci vuole una grande dose di indipendenza intellettuale e di coraggio a contravvenire l’opinione dominante o anche solo a dar voce ai propri dubbi e infatti i pochi che denunciavano la situazione non solo non li ascoltava nessuno ma venivano pure denigrati. Li chiamavano cassandre. E’ un tipico fenomeno di rafforzamento di una fissazione di massa. E’ una dinamica distruttiva che si auto-alimenta A livello individuale può essere giustificata e non è necessariamente negativa, a livelo sociale è mortale

In che senso?

Una cosa sono le speculazioni private di un singolo investitore e un’altra sono quelle di una banca o di un fondo di investimento. Il privato investe in proprio e per profittare ed è pronto a mollare al primo segno di guai, le banche investono per conto dei loro azionisti e dei loro correntisti, la loro responsabilità fiduciaria è nei confronti di questi ultimi. Se la banca perde, perde i capitali di intere classi di risparmiatori, l’impatto di un evento siffatto a livello di economia generalizzata è molto più grande e disastroso del fallimento di un singolo individuo.

E’ una questione di economia di scala quindi?

Non solo, è anche una questione di ruoli differenti.La banca, l’analista, il broker dovrebero averci in animo gli interessi generali dell’economia e degli investitori. Dovrebbero essere in grado di esprimere un giudizio indipendente e razionale sull’andamento delle dinamiche di mercato e invece la crisi dei subprime ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che anche le istituzioni si fanno prendere la mano da entusiasmi ingiustificati, irragionevoli e irrazionali.La crisi corrente è un classico esempio di come una scelta che sembra razionale a livelo individuale quando adottata a livello di massa diventa totalmente irrazionale e finisce coll’incrementare le perdite piuttosto che attutirle. Un pò com’è accaduto con l’introduzone di tutti questi strumenti economici inventati per stemperare il rischio e incrementare la diffusione del benessere. Alla fine hanno stemperato invece la cautela e hanno distribuito le perdite.

Che lezione se ne deve trarre?

Dal punto di vista dell’economista comporatmentale direi una immediata è quella di assumere una prospettiva di lunga durata, di non farsi prendere dall’entusisamo dei profitti prodotti da investimenti di breve termine e dei quali nessuno sa come impatteranno l’economia e la vita delle genti nel futuro. Gli azionisti, gli investitori dei fondi pensione e dei fondi di investimento hanno la responsabilità di domandarsi se il tasso di rendimento dei loro investimenti non sia insostenibile, irragionevole o dannoso per la società e lo svilluppo del settore industriale nel quale investono. E’ proprio la scarsa attenzione a questi dettagli che facilita l’ascesa di manipolatori come Madoff e Stanford e fallimenti come quello della Lehman Brothers.

Cosa può fare l’economia comportamentale per contribuire alla risoluzione della crisi?

Primo convincere la gente a non farsi prendere dal panico. La crisi è stata stata aggravata dai sentimenti negativi e dall’atmosfera di panico nella quale sè svolto il dibattito relativo alle misure di salvataggio. Inoltre non c’è dubbio che adesso viene prolungata proprio dalla permanenza di un negativismo diffuso a livello di massa.
A questo punto l’economia comportamentale può fare ben poco per risolvere la crisi ma può fare molto per prevenire che nel futuro se ne ripetano di similari. In fondo queste crisi hanno luogo ciclicamente, un fatto che dovrebbe indurre i legislatori e gli amministratori pubblici ad introdurre normative che scoraggiano la speculazione irragionevole, il conformismo economico, la premiazione del rischio eccessivo e la gratificazione immediata a discapito dell’analisi razionale. Questa crisi dovrebbe anche insegnarci che le aspettative irrazionali offuscano la mente degli investitori, dal capo della FED all’ultimo borker, spingendoli a focalizzarsi sopratutto-sui profitti e non sulla durabilità dell’investimento o sulla sua rinnovabilità e sopratutto creano le condizioni ideali per la dissoluzione dei profitti realizzati all’epoca delle varie bolle.

May 25, 2009

Celebrazione del Genio italiano in California

Filed under: Events, Glocanomica, News, Personaggi — Paolo @ 11:17 am

Una staffetta di eventi tesi a riconoscere la presenza italiana in California, rimette la comunità del Bel Paese al centro del dibattito culturale del Golden State
Una tre giorni che prende l’avvio il 25 di questo mese con il conferimento del Premio Scienziata Italiana In Nord America , la staffetta continua il giorno dopo con il lancio, un tutto esaurito alla Davies Simphony Hall di San Francisco, della tournée Americana di Benigni con il suo Tutto Dante, per poi culminare il 27 con il conferimento di un premio della NIAF ai pionieri italiani di Silicon Valley .
IL Premio Award Italian Scientist and Innovator North America è stato cerato da Bridges to Italy, una non profit della California meridionale e dalla Associazione  Italiana Donne Inventrici e Innovatrici ed è un premio diretto a donne che possiedono almeno un brevetto in ambiti sicentifici che spaziano dalle nanotecnologie alle energie alternative, tra l’altro c’e’ ancora tempo per nominare nuove concorrenti recandosi a  Bridges To Italy.
Partito in sordina Benigni si appresta invece da arrivare ad una Davies Symphony Hall, dove normalmente regna il genio sinfonico di Michael Tilson Thomas, piena come un uovo preceduto da roboanti interviste radiofoniche e promesse di Dante con un Twist. Da qui darà il via ad un tour Americano che lo porterà eventualmente anche a New York e Montreal.
La Niaf scegliendo invece di tenere un gala West Coast per premiare gli italiani della Silicon Valley, gente come Federico Faggin, Giacomo Marini e Pierlugi Zappacosta, riconosce per la prima volta in maniera tangibile il contributo strategico dato del genio italiano della regione allo sviluppo economico e tecnologico degli USA. Ai premiati si devono infatti creazioni come il primo microchip, il primo touch screen, il mouse per computer per come lo conosciamo adesso e nuovi algoritmi matematici utilizzati nei sistemi più disparati. I proventi della serata andranno al fondo NIAF per i terremotati abruzzesi.

May 24, 2009

Disoccupato con Master

Filed under: Analisi, Glocanomica, News — Paolo @ 9:44 pm

DISOCCUPATO con master

di paolo pontoniere

IL carissimo Michele Ursino, creatore di Foldier, mi fa giustamente notare che il mio articolo Disoccupato con Master, pubblicato da L’Espresso e che avevo postato in foldier qualche giorno fa, si trova nell’area premium del giornale e che quindi al momento non e’ accessibile. E’ un errore questo che solo un novizio dei social network puo’ fare, me ne scuso con tutti quelli che ricevono i miei feed e ripubblico per la gioia (si spera) collettiva.

CRISI / COME CAMBIANO LE BUSINESS SCHOOL

Fino a ieri la finanza si contendeva gli studenti con una laurea di Yale, Harvard o Chicago. Non è più così. E le università devono ripensare metodi e filosofia dei corsi

Che differenza fa una crisi. Poco più di un anno fa gli esperti di finanza sfornati dalle università statunitensi con un master in business administration, i richiestissimi Mba, navigavano sulla cresta dell’onda, e le maggiori banche del paese se li contendevano a suon di ricchi stipendi. Partendo dai 70 mila dollari che un qualsiasi Mba di fresca laurea poteva pretendere in una piccola boutique finanziaria, si arrivava ai 170 mila se si aveva la fortuna di entrare in una delle superpotenze della finanza, le banche di investimento come Goldman Sachs e Merrill Lynch, dove giovani appena usciti da Harvard, dall’Mit, da Stanford e da Yale all’apice del boom immobiliare hanno ricevuto anche premi di produzione di qualche milione di dollari.

Le grandi aziende, i futuri Mba li scritturavano addirittura durante il corso: gli pagavano gli studi mentre questi nel frattempo cominciavano a macinare numeri e a spostare miliardi di dollari di credit default swaps intorno al mondo. ‘The Business of business is business’, il punto degli affari è proprio fare gli affari, soleva ripetere Milton Friedman, il teorico del libero mercato, e le maggiori scuole di business del paese avevano adottato questo principio come motto. Agli studenti si insegnava a massimizzare i profitti e a concludere operazioni finanziarie che erano dirette a fare gli interessi dell’investitore, non importa se azionista o banca di investimento, che tanto dei bisogni dell’economia se ne sarebbe fatta carico la legge della domanda e dell’offerta.

Si può quindi comprendere la costernazione di università come Stanford, Chicago e Columbia a dover navigare controcorrente. Loro che avevano spinto per la liberalizzazione e il laissez faire adesso si trovano a dover operare in un ambiente economico che funziona sempre di più secondo i principi del keynesismo. E l’amministrazione Obama si preoccupa soprattutto di creare posti di lavoro, di far ripartire i consumi e di rimettere in moto l’economia reale. Così, non solo sono calate le iscrizioni del 20 per cento, ma si sono anche dileguate le aziende che corteggiavano i futuri Mba. L’associazione nazionale delle scuole di business americane ha stimato infatti che le offerte di lavoro provenienti dal settore finanziario sono diminuite del 50 per cento, e alcune scuole cominciano addirittura a dubitare di poter sopravvivere alla recessione. E l’opinione pubblica americana è convinta che le scuole di business abbiano contribuito alla formazione di quella mentalità della speculazione che ha prodotto super criminali come Bernard Madoff, Allens Stanford e Ramaling Raju.

E così se prima frequentare una delle tante scuole di business significava aver acquistato un biglietto verso l’agiatezza economica e il prestigio sociale, adesso il biglietto da visita di una School of Business non riesce nemmeno a far ottenere l’offerta di uno stage ai futuri Mba.

La Wharton School of Business della Pennsylvania University, la prima scuola di business (è stata fondata nel 1881) e la più stimata del mondo, ha registrato una caduta del 20 per cento delle offerte di stage da parte delle finanziarie. Alla Harvard Business School le offerte sono scese invece del 30 per cento con punte del 40 per cento sul versante delle istituzioni finanziarie. Alla Tepper School of Business della Carnegie Mellon University le cose vanno anche peggio, qui solo il 55 per cento è riuscito a trovare una internship, e alla McDonough School of Business il 25 per cento degli studenti sta ancora cercando di trovare una sistemazione. La Yale School of Management non riuscendo a scovare un numero sufficiente di internship per i suoi allievi, quest’anno ha deciso addirittura di creare un fondo, investendo qualche centinaio di migliaia di dollari, per creare dai dieci ai 12 posti di lavoro nel campus per i futuri Mba.

“Una prospettiva certamente non ideale per i futuri laureandi e le loro famiglie che arrivano a spendere anche 200 mila dollari per completare il master di scienze amministrative. Adesso rischiano o di non trovare lavoro o di doversi accontentare di stipendi e bonus molto più bassi del passato”, afferma Rita Gunther-McGrath, professore di management alla Columbia Business School. Alcune università per rispondere alla nuova situazione stanno allargando i loro orizzonti: la Stanford University di recente ha siglato un accordo per la distribuzione dei suoi corsi con la Ifaf, una scuola di finanza italiana, mentre alla Darden School of Business della University of Virginia, i docenti stanno offrendo ai loro studenti l’opportunità di condurre ricerche di mercato o di diventare stagisti nei loro dipartimenti.

“Ma quello dello sbocco lavorativo dei nostri laureati non è un problema di carattere episodico”, afferma Jeff Fischer, direttore del Career Placement Office della Kenan Flagler School of Business della University of North Carolina: “Le scuole di business devono trovare un nuovo ruolo in un’economia dove ci si può aspettare che per un decennio gli stipendi saranno significativamente inferiori a quelli del periodo precedente allo scoppio della bolla immobiliare”.

La soluzione, secondo Fischer, sta nell’avvicinare maggiormente la scuola al mondo aziendale. “Ma non a quello della finanza, a quello delle aziende che producono prodotti reali, che possono usare i consigli di un Mba che gli dice come si fanno affari contemporaneamente con la Cina e l’Europa”.

“Per preparare i loro studenti al mercato del lavoro del futuro e alla possibilità che la loro domanda di impiego venga rifiutata, molte scuole si stanno rivolgendo ad esperti provenienti da tutti i campi professionali”, spiegano alla School of Business della University of Chicago, l’ateneo che ha sfornato il maggior numero (23) di premi Nobel per l’economia. E così le aule di alcuni dei templi dell’educazione finanziaria statunitense si sono aperte ad esperti di gestione delle crisi, agli psicologi, agli speaker motivazionali, ai rambo del survivalism, agli alfieri del microcredito e dell’investimento non profit. Scuole come la Owen School of Management della Vanderbilt University e della Rotman School of Management della University of Toronto stanno inoltre introducendo corsi di etica e letteratura, e stanno riesaminando la struttura fisica dei dipartimenti per trasformarli in luoghi più simili alle aziende nelle quali lavoreranno i futuri Mba, e nei quali si studiano fenomeni che sono più vicini a quelli in cui si imbatteranno una volta entrati nel mondo del lavoro. Cose come i fattori che influenzano la struttura salariale degli impiegati, e il rapporto che corre tra il costo del prodotto finito e i profitti aziendali. Insomma, un’economia con i piedi ben saldi per terra. n

May 18, 2009

I dimenticati della crisi

Filed under: Innovazione, Personaggi, Uncategorized — Paolo @ 10:23 am

Li si potrebbe definire i dimenticati della crisi. Sono i quadri medi aziendali che adesso si vengono a trovare tra l’incudine della recessione e il martello dei licenziamenti. Sono costretti ad implemetare decisioni aziendali che colpiscono la base occupazionale rendendoli impopolari con le maestranze e sono loro stessi bersaglio dei tagli occupazionali che si stanno abattendo sulle aziende. Non godono di nessuna simpatia e attragono strali che cadono sia dall’alto chee dal basso, dalla dirigenza aziendale e dagli operai.

Quadri Medi Aziendali, Tra l’Incudine e il Martello

by Tobruk, Flickr Creative Commons

Tempi duri per i dirigenti di medio livello delle aziende statunitensi. Se all’epoca dello scoppio della Nuova Economia, la crisi immediatamente precedente a  quella attuale, se la cavarono meglio dei quadri dirigenti adesso stanno subendo anche loro a migliaia la forca del licenziamento. Secondo  lo US Bureau of Labor Statistics in corporazioni come il Citi Group, la Bank of America e la Merril Lynch la percentuale dei quadri medi licenziati supererebbe già la soglia del 40 per cento e quando si tratta di dirigenti di sesso femminile questa percentuale sale addirittura al 72 per cento. Anche Wal Mart, che pure continua a registrare un andamento positivo dei profitti ne sta licenziando a miglia, annunciando proprio in questi giorni che ne metterà sul lastrico altri 1500, sopratutto nei dipartimenti che gestiscono le relazioni con i produttori dei mercati emergenti. E le cose non vanno meglio in compagnie come Freddie Mac e Fannie Mae, che pure hanno ricevuto centinaia di miliardi di dollari di credito agevolato dalla Casa Bianca. Qui il numero dei quadri medi eliminati è così alto che gli operatori di Wall Street temono seriamente che le due compagnie non sarano più in grado di funzionare come dovrebbero e di conseguenza di  rimettersi in sesto. E se l’onta del licenziamento dei loro colleghi non bastava a creare un quadro futuro di incertezza occupazionale, quelli che rimangono devono anche fare fronte all’offesa delle riduzioni salariali—in media del 15 per cento—dell’abolizione dei contributi previdenziali e dell’eliminazione della mutua. Benefici questi sui quali i datori di lavoro americani, giustificati dalla necessità di ridurre le spese di gestione aziendale, ci hanno messo immediatamente una croce sopra.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Il New York Times recentemente riportava infatti che invece di aspettare il licenziamento molti quadri medi hanno deciso di puntare sull’indipendenza lavorativa fondando una compagnia in proprio, molto spesso in collaborazione con colleghi che provengono dalla stessa azienda.

May 15, 2009

Berlin Calling……all Italian Startups

Filed under: Events, Innovazione, News — Paolo @ 1:24 pm


Ricevo da Stephanie Zare per conto del Seedcamp di Berlino e ripubblico volentieri. Buona Fortuna.

Ciao Paolo, (Translate into Italian)

My name is Stephanie and I help manage PR for Seedcamp, a seed funding prgramme
aimed at connecting top web-tech, mobile and software talent in Europe with
over 300 local and European mentors.

We are holding a Mini Seedcamp in Berlin on 9th June and would like to reach
out to all and any talented startups in Italy to apply and was hoping that
you can help spread the word. I see that you also write for L'espresso etc
and it would be wonderful if you could help get this message out to local
Italian talents!

All the information you need on this prestigious 1 day programme is on this
blog post: http://seedcamp.com/pages/berlin09

For more on Seedcamp, please see:
http://seedcamp.com/pages/about_whatwebelieve

Please do not hesitate to contact me to discuss further and please let me
know if you plan on posting about Seedcamp.

Many thanks,

Stephanie Zari
PR Manager
+44 (0)7920 062621
zari@seedcamp.com
www.seedcamp.com

May 13, 2009

Dai Potato Chip Tracker alle Transition City il passo e’ breve, basta volerlo fare

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, Industry, Innovazione, News — Paolo @ 7:30 pm

By Laura Prentice

By Laura Prentice

(Translate into English) La spinta a usare prodotti generati dalla regione nella quale vengono consumati, al bioregionalismo diremmo in Italia, ha contagiato anche le grandi aziende USA. Una per esempio è la Frito-Lay. Sussidiaria della potentissima Pepesi Co., e leader Nord Americana delle patatine fritte, la Lay ha di recente lanciato la “Lay’s Local“, una campagna per la sostenibilità, assicurando i consumatori che da oggi in poi i suoi prodotti proverranno tutti dalla stessa regione nella quale saranno venduti, E per dare la possibilità ai suoi consumatori di individuare lo stabilimento di provenienza delle sue patatine la ditta di Plano, in Texas, ha anche introdotto una “Chip Tracker” utility sul suo sito lays.com. Digitando il codice postale della regione e il codice laser della confezione nel traker della Lay il consumatore potrà vedere immediatamente quanti chilometri hanno fatto le patatine prima di arrivare sul suo tavolo. E non solo, ma tra poco sul sito i consumatori ci troverano anche la faccia del contadino che quelle patate le ha coltivate. La Lay, ha come dire, l’intenzione di dare una faccia alle sue patate.

“Consumers have become increasingly interested in where their food comes from, where it’s grown, where it’s made”, (I consumatori sono sempre più interessati a capire da dove viene il loro cibo, dove lo coltivano e dove viene processato), ha dichiarato Dave Skena.

Skena non è uno di quegli attivisti di Food Not Bombs, o uno degli organizzatori di Slow Food Nation. E’ il vicepresidente del settore patatine della Pepsi Co .

Poco più di un anno fa questo discorso alla Pepsi Co. lo avrebbero definito utopico e dal momento che l’utopia negli USA è solo una parkway del Queens–un quartiere di New York–la cosa sarebbe stata scartata per la sua ingenuità e la sua irrealizabilità. Ma che differenza fa un crisi recessiva, meglio ancora se di carattere epocale. Oggi i temi della rinnovabilità, dell’ecologismo, e dello sviluppo sostenibile sono sulla bocca di tutti, non solo della Pepesi Co.,e non emergono più solo nei discorsi dei Nowtopians ma sono patrimonio comune, cioè anche di quelle persone che unavolta i Nowtopians li avrebbero aborrati. A questo punto però dobbiamo almeno definire chi sono questi Nowtopians, ci ha pensato a farlo bene il caro amico Chris Carlsson che ne ha parlato intelligentemente e approfonditamente nel suo libro Nowtopia, che mi dicono ha un grande seguito anche in Italia. Si tratta di quei cittadini che si sono stancati di attendere un futuro remoto per vivere l’utopia e hanno deciso di conseguenza di comportarsi come se l’avessero già realizzata. Lasciandosi alle spalle le remore della società stanno organizzando comunità alimentari, giradini di quartiere, fattorie urbane, centri per lo skyfarming, network di ciclisti che si riappropriano dei centri cittadini, aziende organiche, abitazioni ecocompatibili e producendo carburanti dagli scarti di cucina, da torri eoliche, pannelli solari e onde oceaniche.

E oviamente se l’industria si sposta a sinistra, la sinistra non può far altro che spostarsi su posizioni più d’avanguardia (estreme le avremmo definite nell’era conflittuale del pre-Obama), e così passando dall’agricoltura urbana, a quella verticale, a quella biodinamica e alla permacultura i Nowtopians adesso stanno accarezzando l’idea delle Transition City, città che riducono drasticamente la loro impronta ecologica eliminando progressivamente il consumo di carburanti fossili, adottando nuove tecnologie per il trasporto e soluzioni P2P, spinte dal basso, per la produzione di tutti i beni di consumo. Proprio quel tipo di città nelle quali multinazionali alla Pepsi Co. e Frito-Lay saranno difficilmente benvenute. Ovviamente l’idea delle Transition Town correntemente è ritenuta pure lei una forzatura politica e ideologica irrealizabile ma quante crisi (economiche  e energetiche) ci vorranno prima che diventi discorso maggioritario?

May 5, 2009

Brandon Jennings, Earthquake relief post-bubble: An example for Berlusconi

Filed under: News, Personaggi — Paolo @ 10:56 pm
Brandon Jennings,

Brandon Jennings, by mase4ya2002

(Traduci in Italiano) According to Antonello Caporale in La Repubblica.it, the money for the reconstruction of L’Aquila won’t be coming anytime soon because of a lot of red tape, miscommunication, and so forth and so on. I’m Italian, and even I got a headache trying to understand all the intricacies of the bureaucratic labyrinth as described by Caporale. So let me get to the point. I understand that Berlusconi has been very presenzialista in Abruzzo during the whole earthquake upveil, particularly when the cameras were rolling . Now it seems that he prefers more mundane locations, such as the house of an 18-year-old debutante in County Naples, but at the time of the quake he would not miss an occasion to appear before the cameras to strut his government’s rescue operation, heck you could almost believe that had taken residence in L’Aquila. But I’m digressing.
We’re just talking a mere billion euros here to get the region back on its feet again, nothing out of this world. Berlusconi himself has a fortune made of many billion. Some say his fortune has been acquired in problematic ways. I won’t venture there, but I challenge him to donate the money necessary to jump-start the whole rebuilding of Abruzzo. An untenable challenge? Well, it may be, but let me offer you the case of Brandon Jennings, a 19-year-old maverick basketball player from Compton-California, who plays for Lottomatica Roma, a team in Italy’s national basketball league Lega 1. Jennings recently donated 50 thousand dollars to NIAF’s Abruzzo Relief Fund for  L’Aquila. Jennings, of course, isn’t the only common citizen seeking to help. Thousands of Italians flocked to the site of the quake to lend a hand in the reconstruction effort. But in Jennings case, the donation assumes a series of specific meanings.

First, like many of the jocks playing on some of the world’s most famous teams, Jennings at the beginning was down on luck. His father committed suicide when he was in fourth grade leaving his mother to take care of him and his brother by herself. For the next few years after his father’s death, Brandon and his family moved from place to place, living eventually for a number of years in a one-bedroom apartment. He knows displacement.

Second, Jennings comes from California, one of the quakiest regions in the United States. He has gone through his good share of quakes since the beginning of his young life. He has a good understanding of what it means to live in a place where the ground shifts under your feet and your life can come crashing down around you in a matter of minutes.

Third, he is empathetic. His generous act of extending his hand to help the citizens of another country in need is the best example of the kind of citizen diplomacy that made America great in years past. The kind of diplomacy that even in the darkest hours of US-Soviet relations kept the dialogue going among the people of two countries that once were sworn enemies.

“When I heard about the devastation of the earthquake I knew I had to do something,” writes Jennings in one of his postings titled Trying To Do My Part. “Growing up in Southern California, I am no stranger to earthquakes and after seeing on television and on the internet how many people died and how many families lost everything, I wanted to do my part.” Jennings currently lives in Rome with his mother and his brother.

Mr. Berlusconi, take note: Please do your part and give some of your billions to this reconstruction effort and after you can even eclipse into a sunset made of endless birthday parties, the citizenry will remember you with gratitude.

May 4, 2009

The NAFTA Flu

Filed under: Analisi, Economia, News, Storia — Paolo @ 1:08 pm

(Traduci in Italiano)People worldwide know it as the Swine Flu or the A/H1N1 flu. Among the Mexicans crossing the US-Mexican border at Tijuana and Ciudad Juarez is known as the NAFTA Flu. According the World Health Organization and the CDC there’s not a valid explanation why it broke out in Mexico and not in South East Asia, as it has happened for past strains. It is said to be the result of humans living into close proximity to livestock, and that’s probably the only truth we have been told until now about the genesis of the new virus . Actually that’s why it’s coming to be known as the NAFTA flu. Let me explain.
In 1992 the US, Canada and Mexico signed the North American Free Trade Agreement, NAFTA, a free trade agreement comparable to the treaty of Maastricht which established the European Union. In so doing George H.W.Bush (Dubya’s father), Carlos Salinas (then Mexico’s President), and Brian Murloney (then Canada’s Prime Minister), which signed the treaty, laid the basis for American and Canadian corporations to transfer production facilities to Mexico avoiding any taxation or penalty. And that’s precisely what Virginia-based Smithfield Farm did.
Smithfield Farm, which processes more than 27 million pigs a year, in 1985 had received what at time was the biggest fine in history issued by the Environmental Protection Agency for having polluted the waters of the nearby Pagan River. It was therefore with great relief that taking advantage of the newly approved law, the treaty was signed into to law by Clinton in 1994, that Smithfield Farm that same year transferred 3 per cent of its most polluting operation to the little city of La Gloria in the Mexican state of Veracruz, it was there, that according to an article in the Narco News Bulletin, that first developed the virus that is causing the current pandemic. According to Al Giordano, author of the article, the “swine flu exploded because an environmental disaster simply moved (and with it, took jobs from US workers) to Mexico where environmental and worker safety laws, if they exist, are not enforced against powerful multinational corporations.” Giordano reporting has been corroborated also by articles in The Guardian, La Jornada, New America Media and the grist.com.
According to Giordano Mexican authorities knew already on April 5 that a flu epidemic was under way in La Gloria , they let it loose allowing it to get to Mexico City giving rise to the international panic/pandemic. Now Edgar Hernandez the 5 year old who’s supposedly patient zero, lives precisely in La Gloria. If Fox News hadn’t reported this same news I would have said that it was another of those anti-globalization misinformation campaigns, but unfortunately it looks like that another great economic solution of yesterday has become a social nightmare of today.

 

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