March 28, 2009

Una rete cosmica: il futuro secondo il padre dell’internet

Filed under: Analisi, L'intervista, Mercati, Personaggi — Paolo @ 11:05 pm

Intervista a Vinton Cerf

Figure 1. Panoramic view of the entire near-infrared sky reveals the distribution of galaxies beyond the Milky Way. The image is derived from the 2MASS Extended Source Catalog (XSC)--more than 1.5 million galaxies, and the Point Source Catalog (PSC)--nearly 0.5 billion Milky Way stars. The galaxies are color coded by redshift obtained from the UGC, CfA, Tully NBGC, LCRS, 2dF, 6dFGS, and SDSS surveys (and from various observations compiled by the NASA Extragalactic Database), or photo- metrically deduced from the K band (2.2 um). Blue are the nearest sources (z  0.01); green are at moderate distances (0.01  z  0.04) and red are the most distant sources that 2MASS resolves (0.04  z  0.1). The map is projected with an equal area Aitoff in the Galactic system (Milky Way at center). A locator key is provided in  Figure 2; a more detailed chart is given here. An animation that shows the cosmic web separated by sliced redshift is given here-animation (beware: this is 19MB in size).

Figure 1. Panoramic view of the entire near-infrared sky reveals the distribution of galaxies beyond the Milky Way. The image is derived from the 2MASS Extended Source Catalog (XSC)--more than 1.5 million galaxies, and the Point Source Catalog (PSC)--nearly 0.5 billion Milky Way stars. The galaxies are color coded by "redshift" obtained from the UGC, CfA, Tully NBGC, LCRS, 2dF, 6dFGS, and SDSS surveys (and from various observations compiled by the NASA Extragalactic Database), or photo- metrically deduced from the K band (2.2 um). Blue are the nearest sources (z < 0.01); green are at moderate distances (0.01 < z < 0.04) and red are the most distant sources that 2MASS resolves (0.04 < z < 0.1). The map is projected with an equal area Aitoff in the Galactic system (Milky Way at center). A locator key is provided in Figure 2; a more detailed chart is given here. An animation that shows the cosmic web separated by sliced redshift is given here-animation (beware: this is 19MB in size).

Infobionica, Infogenetica, Internet interplanetaria, Case intelligenti che comunicano a distanza con i loro propietari, Automobili che si inseriscono in rete, Reti elettriche che decidono come, quando e dove trasmettere l’energia, Nuovi modi di fare ricerca scientifica e strumenti che comunicano l’un coll’altro e che ci fanno da valletti elettronici e, sopratutto, nel futuro non perderemo mai più niente perché collegandosi all’Internet gli oggetti saranno in grado di comunicare l’un coll’altro e quando samarriti, anche di telefonarci.

Nel futuro prospettato da Vinton Cerf, l’Internet non è tanto uno strumento per allargare i nostri orizzonti culturali e per fare lo shopping, e’ un medium per estendere la nostra percezione fisica. Per controllare l’ambiente che ci circonda e per comunicare con le macchine che lo sostengono e chissà, un domani che per adesso possiamo solo ipotizzare, l’Internet potrebbe anche espandere la nostra coscienza. Aiutandoci a conoscere ed interpretare il mondo che ci circonda.

Vinton Cerf uno è uno dei più geniali scienziati viventi. Disegnatore del protocollo DoD TCP/IP, quello che fa funzionare la rete, è considerato, con Robert E. Kahn, l’inventore dell’Internet. Tanto che se ne e’ ottavianamente gudaganato, vox populi, l’appellatvo di “Padre dell’Internet”.
Vicepresidente dal 2005 di Google, dove si fregia del titolo di Internet Evangelist, ha ricevuto la Medal of Freedom—l’onorificenza più alta conferita dal presidente statunitense ad un civile—e la US Medal of Technology.

Un passato al Darpa, svariati anni di insegnamento alla Staford University, una decina trascorsi da presidente dell’ICANN, il registro dei domini Internet, oggi Cerf è uno dei contendenti principali all’incarico di Chief Technology Officer degli USA, un dicastero che è stato appena creato dal presidente eletto Barak Obama. Lo abbiamo intervistato.

Alan Kay, uno dei padri dell’informatica, sostiene che il miglior modo di predire il futuro è quello di inventarlo, cosa sta inventando lei?

Sto lavorando alla prossima fase di sviluppo dell’Internet. Di una Internet che, più diffusa che mai, diventerà la linfa vitale delle comunicazioni umane. Un’internet alla quale si potrà accedere dappertutto, con e senza apparecchiature, e che porterà anche allo sviluppo di nuovi campi di ricerca come quello dell’infobionica e dell’infogentica. Due ambiti questi che sebbene si stiano appena sviluppando ma che prospettano l’apertura di nuovi orizzonti alla collaborazione tra l’umanita e l’ambiente. Ci offrono la possibilità di in maniera originale alcune delle piu’ diffuse disabilita’ contemporanee come la sordita’, la cecita’ e il mutismo. Nel futuro, nel giro dei prossimi 10 anni, l’internet diventera’ l’interfaccia tra le protesi artificiali dialcuni disabili e dei siti web che li aiuteranno a parlare, a leggere e a sentire. Quando si viene poi al campo della genetica, l’informatica sta già cambiando radicalmente la maniera in cui ci accostiamo alla prevenzione e al trattamento delle malattie ereditarie. E non è tutto. l’Internet viene anche usata per sperimentare virtualmente nuovi modelli biongegneristici. Craig Venter è uno specialista del settore. La usa per simulare esperimenti in vivo con molecole di DNA e frammenti di geni. Inoltre anche la medicina personalizzata, che si basa cioè sul profilo genetico individuale di una persona, che per adesso è agli albori, nel giro del prossimo decennio grazie al’Internet dinventerà probabilmente una pratica diffusissima. L’uso dell’Internet ci aiuterà anche a fare registrare progressi significativi sul versante dell’interazione tra i network neuronali e il sistema nervoso umano. Netowrk che ci permetternno di incrementare il gradiente di integrazione tra l’umanita’ e le macchine, un po’ come cerca di prefigurare tanta fantascienza televisiva alla Star Trek. Ma questi sviluppi si avvereranno solo molto piu’ in la nel tempo. Nell’immediato è più probabile che finiremo col costruire computer che saranno in grado di interagire e percepire l’ambiente in una maniera più simile alla nostra.

Questo però presuppone che l’Internet si diffondera’ universalmente, situazione ben diversa da quella attuale, dove collegarsi da una località di campagna è ancora un’impresa.

Nel prossimo decennio il 70 per cento dell’umanità avrà accesso all’internet. Da postazioni fisse e da postazioni mobili. Via cavo, wireless e pure via radio. Apparecchiature e applicazioni nuove e imprevedibili emergeranno proprio per soddisfare questo bisogno di connettività totale. Anche la velocità con la quale trasmetteremo i dati migliorerà, passando dai megabyte attuali ai gigabyte per secondo del futuro. Inoltre grazie alle tecnologie RFID e all’internet gli oggetti saranno sempre consapevoli del luogo dove si troveranno, sia in termini geografici che logici. E sapranno anche dirci se possono collegarsi via Internet ad altre apparecchiature nel circondario.. Se ci sono schermi ad alta definizione, forni a microonde, computer, frigoriferi, cucine e anche automobili abilitate al collegamento in rete. A richiesta questi oggetti saranno anche in grado di farci un sunto della nostra giornata. Di dirci dove siamo stati, che cosa abbiamo fatto, chi abbiamo incontrato, dove abbiamo lasciato le chiavi, il portafoglio e dove eravamo l’ultima volta che l’abbiamo visto.

L’Internet è diventato anche un strumento per l’intrattenimento, che sviluppi vede su quel versante?

E’ vero è diventata uno strumento importante per la diffusione del materiale video. Per ogni minuto che passa gli utenti YouTube fanno l’upload di 13 ore di materiale video, una quantità enorme di immagini. Questo prova che nel futuro una buona parte de materiale video in circolazione sara’ prodotto dagli utenti. Cosi’ la scelta del contenuto che vale la pena di trasmettere e della pubblicità che vale la pena di mostrare passerà dalle mani dei programmatori a quelle dei consumatori, che potranno per esempio esaminare piu da vicino in qualsiasi momento i prodotti (o gli oggetti), che gli interessano in un filmato giusto cliccando sulla loro immagine. L’Hyperlinking dinamico diventerà pure lui diffusissimo aiutandoci a scoprire a quali precedenti  si sono ispirati i creatori di un video o di un filmato, collegando per esempio la scena della corsa di bighe di Ben Hur a quella dei carrocci supersonici Star Wars. Anche le videoconferenze tradizionali potranno essere potenziate, casomai attraverso il controllo remoto di robot che gestiscono la conduzione della trasmissione, operando le telcamere, i microfoni e interagendo con l’ambiente remoto col quale sta comunicando l’utente.

Gli sviluppi averranno solo sul piano dell’utenza individuale o anche su quello comunitario?

L’Internet si integrerà maggiormente con molti aspetti della nostra vita collettiva quotidiana. Per esempio la rete elettrica diverrà parte del suo universo informativo. Saremo in grado di dire in tempi reali quali sono i nodi che consumano di più, di distribuire il carico a seconda del consumo e in questa maniera di rendere la rete più efficiente e di prevenire o i black-out. Sul piano comunitario vedo nascere dei network di servizio che gestiranno le faccende casalinge dei loro clienti. Questi iscriveranno, per esempio, la loro lavatrice in un servizio di lavaggio remoto che la attiverà ad un’ora prestabilita dopo che il consumatore avrà scelto il ciclo. Anche la ricerca scientifica cambierà. Grazie all’Internet i ricercatori creeranno archivi internazionali ai quali bloggheranno i risultati dei loro esperimenti. Ad un certo punto poi lo faranno gli stessi strumenti da soli.

Ma questo richiederà una grande flessibilità, crede che l’Internet sia veramente in grado di soddisfare queste domande?

L’internet è stata concepita proprio per la massima flessibilità. Con Kahn cercammo di inventare una piataforma che potesse essere usata con la massima facilità a prescindere dal veivolo che si sceglieva per accedervi: cavo; satellitare; wi-fi; radio e pure i metodi che non riuscivamo ad immaginare dovevano funzionare tutti indifferentemente. L’internet è sopratutto un software e oggi siamo ad un punto in cui se possimo immaginare una cosa siamo anche in grado di programmarla. L’Internet del futuro sarà impregnata di software, informazioni e dati e sarà popolata dalle applicazioni e dalle apparecchiature più disparate. Una grande oportunità di crescita ce la offrirà anche la digitalizzazione dello spettro televisivo.

Perché?

Almeno negli Stati Uniti, le autorità hanno concesso l’accesso libero alle frequenze nascoste tra quelle sulle quali trasmettono i vari canali digitali. Questa apertura servirà certamente a stimolare, come è successo col wi-fi, wi-max e l’802-11, nuove applicazioni, nuove aziende e nuovi modelli commerciali. L’apertura di questo spettro potrà a mio parere accelerare la riceca sui sensori e il loro uso in rete. Sensori in grado di rilevare le sostanze tossiche, le scorie chimiche e possibilmente anche gli agenti biologici. E questa capacità verrà articolata a livello di portatile così che il telefonino si trasformerà in un lettore delle condizioni abientali e in uno strumento indispensabile per salvaguardare il benessere del suo utente.

Un universo di connettività totale quindi, ma non se ne parlava già da tempo?

Si se ne parlava da tempo ma il processo era stato rallenato dalla mancanza di protocolli universali, ma man mano che vengono scritti, il futuro diventa sempre più possibile. Così case, uffici, aziende e anche automobili arrivano tutte sull’Internet e piattaforme come Android diventano lo strumento per coordinarle e la chiave di volta della nostra esperienza quotidiana. Il cellulare inoltre adesso può diventare anche un guardiano dei nostri beni. Ci può dire per esempio dove sono le chiavi di casa, la nostra valigetta, il portafoglio e tutte le altre cose che ci possono interessare, avertendoci per esempio anche quando rischiamo d’averlo perso o di avelo lasciato in un posto che è al di fuori del raggio d’azione del sensore. E questa possibilità, proiettandola molto in la nel tempo, potrebbe essere estesa anche allo spazio interplanetario.

In che senso?

Di recente con la NASA siamo riusciti a condurre un esperimento che coinvolgeva la trasmissione di un protocollo interplanetario usando la sonda Epoxi in orbita intorno al sole. Adesso faremo un’altra serie di prove e poi caricheremo il codice sui computer della stazione spaziale. Per esentsione nel futuro un utente che usasse gli stessi sensori potrebbe in teoria ottenere informazioni anche sulle condizioni di un viaggio interplanetario.

Sviluppo interessante ma chi la userà questa rete interplanetaria, per il momento riusciamo a stento ad arrivare all’orbita della Terra, figuriamoci i viaggi interplanetari.

L’esplorazione spaziale per anni a venire, salvo nel caso in cui i cinesi o gli europei dovessero arrivare nell’orbita lunare o anche sulla sua superficie, sarà affidata ai robot. Il collegamento Internet ci permetterà di comunicare con loro in maniera più puntuale. Supponga che sulla superficie di un pianeta o di un asteroide ci mettiamo una serie di robot, dai robot minatori ai robot ricercatori. Questi non solo dovranno comunicare col controlo di Terra ma dovranno anche coordinarsi, ed è qui che l’internet interplanetaria può risultare estremamente utile. Inoltre un’Internet orbitante, piazzando dei ripetitori in orbita, potrebbe veramente offrirci la possibilità di accedere al web da qualsiasi punto della superficie terrestre. E se questo non bastase l’Internet ci permetterebbe di spostare il centro di controllo nello spazio  cosi’ facendo di ridurre drasticamente il lasso di tempo che corre tra la partenza di un commando e la sua ricezione da parte delle sonde. Proprio adesso stiamo discutendo di realizzare una missione multipla che coinvolge l’uso di tre satelliti in orbita rispettivamente intorno a Marte, Venere e alla Terra. Usando l’internet saremo in grado di farli comunicare tra loro e con la stazione spaziale.

Per un lungo periodo s’era parlato di utilizzare l’internet per operare remotamente, poi le applicazioni commerciali hanno preso il sopravvento e non se n’è parlato più, che sviluppi vede su questo fronte?

Forme di telepresenza esistono già: con i videogiochi, gli universi artificiali come Second Life e alcuni aspetti della telemedicina, ma il divario temporale che corre tra l’emissione del messaggio e la sua ricezione è ancora troppo grande e a certe distanze è fisicamente insuperabile . Poi il livello di inaffidabilità del medium Internet non è scomparso del tutto. A volte i pacchetti si perdono. Se lo imagina cosa succederebbe se nel bel mezzo di un intervento chirurgico a distanza  perdesse una parte delle istruzioni che il chirugo ha impartito ai robot ? Ma sul piano della telepresenza i progressi sono stati enormi. Già adesso ci permette di sentire, parlare, muoverci e toccare oggetti. In un futuro non molto lontano l’Internet ci potrebbe dare anche la possibilità di odorare e di assaporare.

March 25, 2009

Le rondini, la primavera e il G20

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 11:32 pm

Una rondine da sola non fa mai primavera, ma le notizie che arrivano dal fronte economico danno l’impressione che le cose si stiano muovendo veramente. Le vendite immobiliari sono in salita, gli ordini dei beni di lunga durata pure e le borse, dal Nikkei a Wall Street, sono di nuovo in salita e il credito si sta scongelando. Anche l’Europa si accorge che poi le possibilità di uscire vincente dalla crisi non mancano. Le cose sembrano andare così bene che anche Obama, che quando si viene alla gestione dell’economia ha adottato il dualismo gramsciano del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà, si lascia andare ad entusiasmi mal contenuti. Ma come dicevo una rondine non fa primavera:

La disoccupazione continua a crescere. In Cina in maniera mostruosa, in Giappone in maniera preoccupante e negli USA si avvia a superare i livelli europei.

Il mercato della casa continua a crollare, l’aumento delle vendite dell’ultimo mese è spiegato proprio dal fatto che i prezzi stanno raschiando il fondo del barile.

Le banche continuano a fallire e a manipolare i tassi di interesse dei loro prestiti.

E quelli che avevano contribuito in maniera determinante alla formazione della bolla e al suo susseguente scoppio, come i broker immobiliari, gli hedge fund e le private equity, adesso sono posizionati in maniera da profittare immensamente dalla vendita degli assetti tossici che avevano contribuito a creare e commercializzare.

Ciò detto bisogna riconoscere che il rischio d’una seconda grande depressione si sta lentamente dissipando. Ma bisogna far fronte a nuovi problemi, inaspettati, sopratutto quando si tratta di arginare le spinte nazionalistiche e protezionistiche. In questa direzione il G20 di Londra potrebbe segnare un punto di non ritorno sia in senso positivo che negativo. In positivo, si rendono tutti conto che questa è un’ottima occasione per muoversi veramente verso una civilità globale e allora si adottano misure economiche coordinate. In negativo perchè le recriminazioni, come quelle ceche e cinesi, possono prendere il sopravvento e portare ad una guerra di dazi, al blocco delle esportazioni e ritiro di capitali.  Obama esordisce per la prima volta da presidente sulla scena internazionale, speriamo come dicono gli irlandesi che il vento gli soffi sempre alle spalle mentre il sole gli riscalda la faccia.

March 21, 2009

C’e’ tossico e tossico

Filed under: Analisi — Paolo @ 10:36 am

Foto floppingaces.com

Foto floppingaces.com

Pertrovare qualcosa che fosse in grado di rivaleggiare con la cavillosità di Bill Clinton gli statunitensi hanno dovuto attendere lo scoppio della bolla immobiliare con la sua buona dose di assetti tossici. L’analogia seppur forzata vi apparirà chiara nel giro di un paio di capoversi.
Clinton ai senatori che gli chiedevano di chiarire se stava avendo una relazione con la Lewinski aveva risposto, “It depends on what the meaning of the word ‘is’ is”. Cioè qual’è il significato del verbo essere. Così quando si viene agli assetti tossici esce fuori che c’è tossico e tossico. Il tossico che le banche vogliono mollare sulle casse dello stato, e il tossico che non si venderebbero nemmeno se lo pagassimo a peso d’oro. Circa tremila miliardi, secondo stime della S&P, di assett backed securities, ovvero pool di mutui proprio (quelli che molti definiscono miasmatici), che invece non finiranno mai in gestione commissariale e che alla fine saranno ripagati con tutti gli interessi. Secondo stime accettate correntemente–è un numero ballerino, direbbero i broker–a livello globale gli assetti tossici sarebbero circa 12 milia miliardi di dollari, di cui 8 o 9 solo negli USA. Adesso se dicessero che la GM ha perso il 25 pr cento in meno di quello che avevano proiettato gli analisti, il mercato registrerebbe un rally. La notizia che la quantità di tossicità che affligge il mercato è significativamente inferiore alle aspettative non genera invece una comparabile reazione, né in borsa né a livello di stampa. Inoltre di una buona parte della tossicità restante adesso si apprende che la responsabilità va addebitata a questioni legali e amminsitrative, alla maniera nella quale i contratti che regolano queste securities sono strutturati. Le securities sono state vendute per azioni, quindi gli investitori possono essere tanti. Il contratto stabilisce l’ordine di ripagamento dei creditori in caso di fallimento e per evitare di essere esclusi dall’ordine di restituzione adesso molti investitori hanno cominciato a contestare la validità legale dei contratti. Così anche se i mutui non falliranno mai, quelle securities non hanno più valore perché non è possibile venderle, se non a qualche centesimo sul dollaro. Adesso sarà pure vero che i banchieri sono avventati, ma non sono certamente stupidi. Voglio dire, che diamine riescono pure farci bere–o ci tentano–che in fase di licenziamenti di massa (a milioni) ci preoccupa l’idea che un gruppo di executive ai quali sono stati rifiutati i bonifici promessi per contratto ci possano fare causa, vedi caso AIG. Insomma l’abbiamo pur visto con la Delta e la United. Cavolo prima di scaricare i loro piani pensionistici sul contribuente, i dirigenti di quelle aziende si sono proprio preoccupati che i pensionati gli facessero causa. “Sue me”, diceva l’altra sera Jay Leno sul Tonight Show con Obama.
Se non fosse per il fatto che il mercato dipende tantissimo dagli umori e dalle aspettative degli investitori, la notizia della contrazione dell’area di tossicità non sarebbe così rilevante. Ma c’e’ a mio parere una tendenza al negativismo, al facile riportare solo degli aspetti bui della crisi, a sottovalutare il fatto che a Wall Street s’è premuto troppo presto il bottone del panico, e per ragioni che non hanno niente a che fare con lo stato dell’economia ma quanto più per la necessità di riallineare i rapporti di forza in vista dell’avvento del nuovo rodine economico mondiale. Un esempio? Mentre gli USA si muovono per approvare l’Employee Free Choice Act, una legge che faciliterebbe la sindacalizzazione dei lavoratori, il numero dei disoccupati in stati come il Michigan supera la soglia del 20 per cento mentre a livello nazionale si superano i tre milioni di licenziati in poco pi`u di un anno. Quelli che poi il lavoro se lo conservano, lavorano di più e a meno. Non c’è che dire, si tratta proprio di sporche misure da socialismo reale.

March 18, 2009

Piccoli Madoff, crescono….

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 1:56 pm

Foto lolfed.com

I casi di frode e raggiro nel mondo bancario statunitense si moltiplicano. Non sta solo emergendo che quello di Madoff non era un caso isolato, anzi al contrario, ma che quella di ponzificare era una strategia adottata da molte case di investimento USA. Nel frattempo si scopre, vedi il caso della AIG, che le aziende e le banche che hanno ricevuto i fondi del bail out se la stanno godendo. Da feste sontuose a bonus multimilionari adesso tutto e’ possibile grazie ai fondi dei contribuenti. Ed ecco il profilo di uno dei piu’ importanti imbroglioni, anche piu’ influente di Madoff, visto che era riuscito praticamente a comprarsi una nazione sovrana.


Akalol Image

La vita e le gesta di Sir Robert Allen Stanford

Prima di assurgere al rango di truffatore matricolato Sir Robert Allen Stanford, miliardario e patron della Stanford International Bank di Antigua, conduceva la vita rarefatta dei finanzieri internazionali di alto bordo. Mansione da 10 milioni di dollari sulle spiaggie della Florida. Flotta di supersonici privati da 100 milioni di dollari. Case alle Isole Vergini, in Indilterra e in Texas. Uno Yacht dal costo settimanale di 100 mila dollari. Elicottero personale. Conti da 200 mila dollari per le spese dei bambini, vacanze da 30 mila dollari settimanali, una moglie (divorziata), una fidanzata, una ex fidanzata e sei figli da quattro donne diverse. Questi erano solo alcuni dei segni materiali di una vita fatta di successo, opulenza finanziaria e determinazione affaristica. Che potesse crollare sotto l’accusa di aver organizzato una truffa internazionale di oltre 9 miliardi di dollari, non se lo sarebbe mai aspettato nessuno. Sopratutto negli Stati Uniti e oltretutto a una distanza così breve dal grande crack di 50 miliardi di dollari della Bernard L. Madoff  Investment Securities LLC.
Stanford, che è stato denunciato per truffa e malappropiazione dalla SEC perchè offriva buoni ordinari dall’incredibile (e chiaramente falso) ritorno annuale del 10 per cento, è uno che vanta legami politici di grande rilievo su ambedue i versanti dello schieramento parlamentare USA. Tra i congressisti che ha finanziato, al tono di 5 milioni di dollari dal 2000 ad oggi, figurano due ex candidati alla Casa Bianca—John Kerry e John McCain—il segreatio di stato americano Hillary Clinton, Charles Shumer e Chris Dodd, due dei maggiori castigamatti nella saga della bolla dei subprime e lo stesso presidente americano Barack Obama, il cui comitato elettorale ha ricevuto oltre 3 mila dollari dal finanziere texano. Donazioni, a sentire gli aiutanti del presidente, tutte devolute in carità. Stanford, che è stato nominato baronetto della corona inglese in virtù delle sue inziative filantropiche a favore dei paesi del Commonwealth britannico fa risalire il suo lignaggio ad una famiglia nobile dello Yorkshire inglese del diciassettesimo secolo e si trova più a suo agio su un campo di cricket di quanto lo sia su uno di baseball.
“I contributi sono un ottimo veivolo per influenzare o deragliare le decisioni politiche”, afferma Donna Szak, consigliere legale della Ajamie LLP, un ufficio legale che rappresenta decine di clienti di Stanford in una class action che questi stanno organizzando contro la sua banca, “Spesso, come nel caso di Stanford, sono molto sfacciati, ma a prescindere dalla maniera in cui vengono fatti finiscono quasi sempre col produrrre i risulatati desiderati”.
Nel caso di Stanford per esempio questi sforzi si sono trasformati in una notevole influenza sull’approvazione di nuove regole finanziarie sia negli USA che nei caraibi. Per esempio come quando negli anni ’90 il senato USA doveva votare una legge contro il riciclaggio del denaro sporco. Sostenuta dall’amministrazione Clinton e dai repubblicani della camera, la legge si bloccò inseplicabilmente in Senato. Più tardi emerse che molti dei senatori finanziati da Stanford—tra cui figurava pure Tom Daschle, all’epoca era minority leader—avevano votato a sfavore. E se non su quello statunitense, le influenze si esprimono di sicuro sul versante caraibico dove Stanford è quasi una figura mitologica. Non solo ha risollevato le sorti del cricket dell’isola, lo Stanford All Stars Team nel 2008 fece a pezzi la squadra britannica, ma un decina di anni fa quando l’isola caraibica, della quale Stanford era diventato cittadino, dovette riscrivere le leggi bancarie, l’allora primo ministro Lester Bird ne affidò il compito proprio a Stanford. Adesso nessuno si stupisce che le leggi di Antigua siano tra le più permissive del Commonwealth in materia di riciclaggio di capitali sporchi.
A coronare poi il suo successo l’anno scorso arrivò anche la decisione del comitato direttivo del campionato di cricket inglese di affidare al finanziere anglo-antiguense 100 milioni di dollari per rilanciare lo sport organizzando un evento annuale di grande impatto pubblicitario. Stanford lo chiamò il 20/20, un campionato che oppone le migliori squadre anglosassoni a quelle delle ex colonie britanniche.
Ma malgrado il lustro e l’aura di invincibilità che circondano il finanziere americano, i suoi inizi texani rimangono a tutt’ora avvolti nel mistero. Di Stanford si sà che ha sempre avuto il pallino degli affari. Quelli che l’hanno consociuto da bambino a Mexia, la piccola cittadina texana che gli ha dato i natali, raccontano che si dava da fare per guadagnare già da piccolo vendendo legna o rivendendosi i suoi giocattoli man mano che i genitori gliene compravano di nuovi. Di  classe media, il padre gestiva l’unica rivendita automobilistica del circondario, Stanford esibiva l’irrequitezza, l’intelligenza e la sicurezza tipica di coloro che hanno già pianificato il loro futuro.
“ E’ stato imprenditore sin dalla tenera età ”, afferma Bob Wright, direttore di The Mexia Daily News, il quotidiano di Mexia, “Si capiva che era destinato a realizzare grandi imprese, sia buone che cattive”.
I biografi ufficiali sostengono che trasferitosi a Houston dopo aver conseguito la laurea, Stanford abbia cominciato a comprare e vendere proprietà immobiliari in dissesto in società con suo padre. Le autorità federali invece cominciano a sospettare che la spiegazione della sua improvvisa fortuna debba essere fatta risalire al riciclaggio dei profitti dei narcotrafficanti latino americani. Secondo l’emittente televisiva ABC le autorità messicane avrebbero infatti trovato una serie di assegni emessi da una gang messicana in uno degli aerei di Stanford.
La notizia, ripresa in prime time da tutti i network, ha avuto l’effetto di scatenare un assalto planetario agli sportelli della Stanford International Bank da parte dei correntisti. Così oltre a quelle antiguensi anche le autorità venezuelane, panamensi, colombiane e ecuadoregne sono sate costrette a sigillare gli uffici di Stanford. A Londra intanto il Serious Fraud Office, l’ufficio che indaga le maggiori truffe del paese, ha lanciato un investigazione nelle attività del banchiere statunitense mentre negli USA la SEC ha imposto il blocco dei prelievi da parte dei correntisti e ha sospeso tutte le attività delle banche e delle aziende legate al finanziere texano.

March 11, 2009

The economy has lost its bottom and decoupling its out of fashion

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 7:48 pm
lifeinthefsatlane.ca

lifeinthefsatlane.ca

I’m driving on 580 East, it ain’t even noon and the traffic is bumper to bumper. On NPR Warren Bufet, the Oracle of Omaha.  Markets trembled  when he spoke, and he is candidly admittin’ that he hadn’t understood what was coming down the pipe with the markets. He seems sincerely baffled by the fact that the Castle of Cards—as Paul Samuelson had dubbed the real estate orgy that had swept America from the beginning of the nineties to the burst of the bubble in 2006–had came down with no advanced notice. He says that the economy has lost its bottom. Oh yes the manufacturing structure is there, he says. In due time it will recover its footing, but for now the economy has lost it. Even more lost are probably those 600 thousand, and various hundreds to spare, american workers who are losing their job every month—please don’t take it scientifically, this is just a blog, it’s a rough estimate. Those who are forced to produce more in less time and with less pay, those who are laid of with the vague promise of a possible re-assumption another day. Those who lost the job and now discover that the money they get from unemployment isn’t enough to cover their Cobra responsibility. CoBRA, for those who don’t know it, is the kind of coverage to which is entitled a worker for the first 18 months after a layoff. Those who had retired expecting to have coverage for life and now discover that their benefits will be cut. Those who invested their 401K in their company’s stock, in the last quarter the number reached an all time high, and now have lost in some cases everything. Those 7.5 million whose houses are in foreclosure, and having lost their job don’t even have the means to rent a new one.
In all the auto-critique I hear from Warren, not much I should say, I don’t hear anything about investors responsibility, about their un-realistic quest for returns above average. These expectations weren’t just unrealistic but are also responsible for fueling the exuberant financial irresponsibility of the nineties and the creation of many new fangled and incomprehensible investment instruments. Many Nobel prizes for the economy had criticized this turn of events at various stages of the saga that led to the flop of the markets but nobody gave them the time of the day. Returns of 8 to 10 per cent were not enough. Newspaper

Ugolino della Gherardesca

Ugolino della Gherardesca

shareholders, who we can see now ended eating their own brood like the Cannibal Count, clamored for a 18 per cent return on their investment, and when they didn’t got it they cut and slashed newsroom and investigative reporters. Some internationally renowned investment boutiques to attract investors heralded returns that reached heights of 40 per cent. As events have later proven those promises were either unsustainable or outright false. C’mon Warren, please say something progressive. Say at the least that those “expectations” are in part responsible for the rise of Madoff and Stanford-like predators. In the mean time the traffic winds lazily around the overpasses, 35 it’s the cruising speed. Not really a traffic jam, more of a driving jam session, seen the evasive maneuvers that one is forced to take to avoid drivers swerving among the lanes. Where’s is this good Goddam recession? The Greater Bay Area is poised for another boom: Obama removed the ban stem cell research; I can hear the swooshing sound of a tsumani of dollars flowing into the Bay Area. We’re at beginning of a new Golden Era; this is what future generation will call the Genetic El Dorado. The announcement must have pleased also Wall Street since on the same day the President made his announcement the markets gained (the Dow and the S&P) 5.8 and 6.4. Now they say was the good news coming from Citi, which posted the best returns in two years, I guess that some investing in biotech and biopharma from California must have also played a role in the rally. And me?…I totally agree with mr.Obama !!!

tutor2you.net

Decoupling or not decoupling, that is not longer the question

It’s official decoupling is out of fashion. All the rage until a few months ago, discourses about the decoupling of Asia and Europe from the American economy are just about buried. Today China reported that its export fell 26 per cent compared to February of last year while Japan’s are down a whopping 45 per cent. So if we crash the Asian Tigers seem to collapse. On the positive side three factors. China is investing heavily into public transportation, investments which seem to be boosting growth, a good development for the 20 million of unemployed that the country counts already. Japan has adopted its biggest budget ever, and the US is sending Geithner—the Secretary of the Treasury—to the G20 of this week in London. He has been entrusted with the task to persuade our allies of the necessity to create a 500 billion IMF stimulus plan to jump-start the international economy. Good luck there. The gap to bridge is wide. The White House seems to believe that the allies aren’t doing enough to stimulate trade. The allies feel that this is a Made in the USA crisis and the US should take most of the responsibility. There’s a basic philosophical difference say, between the German approach and the US approach to the resolution of the crisis. The US prefers to inject money into the economy; Germany tends to prefer increasing banking and market regulation. The challenge for G20 leaders at upcoming meeting of April 2 in London will be finding a way to bridge this conceptual gap, because on one thing the Americans are right: The USA by itself cannot resolve this crisis, there’s a need for international coordination.

March 7, 2009

La via verso l’incognito

Filed under: Analisi, Guest Posting — Paolo @ 7:14 pm

Brian e’ un caro amico, un bravissimo redattore e uno di quei ragazzoni del Mid West americano tutto d’un pezzo. L’articolo che ripubblico di seguito riesce ad esprimere con grande delicatezza il sentimento di sospesione e speranza con la quale gli statunitensi guardano all’amminoistrazioen Obama e dal momento che la butta in poesia, mi pare giusto condividerlo con voi.

Los Angeles Times Opinion

The curve in ‘The Road Not Taken’
Frost’s famous poem is often cited, often incorrectly.
By Brian Shott
March 8, 2009

http://www.vistra.com/images/library/images/Maze.jpg

Vista Image

Quick: What do rocker Melissa Etheridge, self-help guru M. Scott Peck and troubled insurance giant AIG have in common?

Answer: A common misreading of one of America’s most famous poems.

All have made use of a line from Robert Frost’s 1916 poem, “The Road Not Taken,” to label their work, or their image, or both. The poem, in which the narrator stands in a “yellow wood” and ponders which of two paths to take, ends, “I took the one less traveled by, / And that has made all the difference.” It’s popularly read as a paean to American rugged individualism.

Peck, who died in 2005, likely promoted the misreading. Considered a founding father of the self-help genre, his 1978 book, “The Road Less Traveled,” spent 694 weeks on the New York Times bestseller list.

Etheridge referenced the poem in 2005, after she beat back breast cancer and released the compilation album, “Greatest Hits: The Road Less Traveled.”

Start looking for the New England poet’s famous road and you’ll see it everywhere. Recently in San Francisco, healthcare giant Kaiser Permanente covered public transit stations with posters showing two trails in a forest. Viewers were urged to take the “road less traveled” toward better health.

As for American International Group, as it was being rocked by an Enron-like accounting scandal almost four years ago, it placed in the New Yorker magazine a colorful eight-page insert of poems titled “Well Versed: Poems for the Road Ahead,” led by Frost’s verse. Apparently the firm, which just this week announced 2008 fourth-quarter losses of $61.7 billion, thought Frost could help us choose the correct path to financial security.

As it turns out, of course, AIG and many other financial giants were only on the road to ruin. The federal government, which threw AIG a $150-billion lifeline last fall, sent $30 billion more on Monday. With the country facing, according to our president, a “day of reckoning” after years of false dreams and funny money, perhaps it’s time for a closer reading of Frost’s poem about choices.

For decades, literary critics have pointed to a contradiction at the heart of “Road” that, once you see it, sticks out like a sore thumb: The two roads in the yellow wood aren’t so different after all.

At the poem’s start, the narrator hits the fork in the road, examines both paths and laments he cannot “travel both / And be one traveler.”

He decides to take the one with “perhaps the better claim / Because it was grassy and wanted wear.” This observation, however, is immediately taken back: “Though as for that, the passing there / Had worn them really about the same.”

The next line too stresses the similarity of the two paths: “And both that morning equally lay / In leaves no step had trodden black.”

Only in the fourth and final stanza does the narrator, imagining a time in the future, transform the path he chooses into “the one less traveled”:

I shall be telling this with a sigh

Somewhere ages and ages hence:

Two roads diverged in a wood, and I -

I took the one less traveled by,

And that has made all the difference.

In the most cynical of critics’ readings, that sigh is the sentimental one of an old man looking back and fictionalizing a mundane moment (or an inscrutable choice) in an act of self- aggrandizement.

Frost himself sometimes warned audiences that the poem was tricky, according to critic William H. Pritchard in “Frost: A Literary Life Reconsidered.” The poem, Pritchard writes, “sounds noble and is really mischievous.”

Of course, like all good poems, “Road” has many layers and meanings. But the popular reading of it as a tribute to nonconformity — AIG reprinted “Road” opposite an illustration of a lone, blue figure moving upstream against a crowd of black silhouettes — crumbles under scrutiny.

“Readers imagine Frost is saying, ‘Be your own man, do your own thing, march to the beat of a different drummer,’ ” said Jay Parini, a poet, novelist and Frost biographer who teaches at Middlebury College. “That’s nonsense. The truth is, the way parts before us, and we just don’t know which is the right fork.”

Yet a solely ironic reading of “Road” falls flat too. The poem’s resonance and endurance, in both high school English classes and advertising copy, are surely because of its evocation of real, deeply felt sentiments. Closely allied to indomitable American individualism, for one, is American optimism. Self-made men and women can and do shape their successful futures, we believe.

We’re less comfortable, though, asking for help.

Last fall, perhaps Americans did stand in a yellow wood, facing two choices: a Republican cast as a maverick and a Democratic newcomer who cried for change. Now, in these winter months, we hope those paths were truly distinct. And we wait to see if President Obama’s leadership — combined with an American coming-together, not a standing-alone — might make all the difference.

Brian Shott, a freelance writer in Oakland, has written for the San Francisco Chronicle and New America Media.

March 4, 2009

Casa che vai….

Filed under: Analisi — Paolo @ 8:53 pm
La rappresentazione grafica di un disastro in progressione

Rappresentazione grafica di un disastro in progressione

Secondo Shaun Donovan, segretario dello Urban Housing and Development Department, negli USA correntemente oltre 6 milioni di abitazioni sono soggette a pignoramento. E l’aumento dei sequestri si accompagna ad un crollo continuo dei valori catastali nei maggiori centri urbani USA, meno 19 per cento alla fine del 2008, e ad una contrazione crescente delle vendite, un altro meno 5,3 per cento nel solo mese di Gennaio. Questi fattori, coniugati ad una crescente agiatezza dei consumatori asiatici e europei, fanno del mercato americano un luogo ideale per investitori a caccia dell’affare facile. Così numerosi agenti californiani stanno organizzando tour immobiliari per clienti asiatici in odore di denaro. E si perché a 170 mila dollari, il costo medio di una casa statunitense è di gran lunga inferiore a quello di una abitazione di Pechino, Mumbai e Seoul.
Ma gli acquirenti esteri da soli non possono frenare il crollo del mercato immobiliare USA che, dalla fine del 2006, ha perso il 25 per cento del suo valore. Nemmeno il piano di salvataggio approntato da Obama, 75 miliardi per bloccare i pignoramenti, riesce ad invertire la tendenza. Anzi l’associazione dei costruttori ha appena rivelavato che il numero delle case di nuova costruzione e’ crollato dell’8,6 per cento rispetto a Genaio e del 55 per cento rispetto al 2007. Una caduta che secondo il dipartimento economico della NRA, sarebbe stata accentuata proprio dalla confusione che caratterizza il programma della Casa Bianca.
“Adesso però le condizioni sono ideali”, afferma Lawrence Yun, economista capo della National Realtors Association, “Sopratutto per quelli che acquistano la prima casa, ai quali il governo ha promesso sostanziose agevolazioni fiscali. Se tutto va bene entro la fine del 2009 il mercato comincerà a tirare di nuovo”.
Ma non è detto che il piano di Obama funzionerà veramente. Secondo alcuni analisti se prima era il mercato edilizio a rovinare la crescita economica, adesso è questa che aggrava la situazione immobiliare. Intanto la riserva di case invendute presenti sul mercato ha raggiunto i 10 mesi. Tanti ce ne vorrebbero per venderle tutte, disponendo ovviamente di un acquirente. Secondo un rapporto della S&P in alcune regioni la caduta è più accentuata della media nazionale. In città come San Francisco, Phoenix e Las Vegas il crollo ha superato il 30 per cento. E a Las Vegas, dove i prezi sono crollati del 33 per cento, e che fino a ieri era ritenuta la capitale immobiliare degli USA, adesso anche i casino e i grandi centri commerciali hanno cominciato a bloccare i lavori. Lungo la Strip, l’arteria principale della città, scheletri di grattacieli incompleti testimoniano la gravità di una crisi che agli americani gli sta facendo passare anche la voglia di giocare.

 

Cos'è Glocanomica?

Chi è Paolo Pontoniere?

Paolo su Twitteretica

FeedWind