February 28, 2009

Soluzioni crowdsourcing per battere la crisi

Filed under: Glocanomica — Paolo @ 5:46 pm

I notiziari serali sembrano dei bollettini di guerra. La disoccupazione in aumento. Oltre il 10,2 per cento solo in California. La produttività crolla, PIL meno 6,2 per cento. I consumi si vaporizzano, meno 4,2 per cento e gli sfratti al massimo storico, più 17,8 per cento. Come se non bastasse adesso Warren Buffet ci dice che l’economia è destinata a peggiorare. Insomma sembra che stia andando tutto a carte 48. Eppure nella crsi ci sono pur sempre dei dati positivi, e non solo per i Vulture Investors, ma anche per quelli che hanno fantasia. Eccone alcuni come li avevo descritti in articolo per L’espresso.

Wikinvest, twitter, oDesk. Quando si tratta di battere la crisi l’intelligenza collettiva del web può fare miracoli. Sopratutto se si deve trovare un nuovo lavoro dopo dopo un licenziamento in tronco, o se si vuole investire in borsa sfuggendo al controllo dei broker di Wall Street. Questo è per esempio il caso di Wikinvest. Un servizio web creato da Michael Sha e Conrad Parker, due studenti di Harvard, Wikinvest permette di investire in borsa avvalendosi dei suggerimenti formulati da altri webnauti e da esperti finanziari che hanno deciso di mettere il loro know-how a disposizione delle folle digitali. Wikinvest  funziona alla maniera di Wikipedia, gli utenti pubblicano le loro valutazioni che vegono poi modificate da altri lettori, e già dispone di un corposo archivio di informazioni borsistiche compilate dai suoi abbonati. Così accade che un laureando di Yale sia finito col diventare uno dei maggiori esperti americani di industria energetica, mentre un ex broker di Wall Street scrive di tecnologia e una casalinga dell’Arizona analizza le aziende del commercio al dettaglio. Coloro che invece devono trovare un lavoro nuovo adesso lo possono fare senza spostarsi di casa, senza dover spedire centinaia di domande in giro per il paese e senza mettere piede in collocamento. Il collocamento glielo porta a casa l’Internet sotto forma di portali per il networking professionale come eLance, oDesk, Guru e crowdSrping che permettono alle crescenti schiere di free-lance (volontari o per forza) di contattare migliaia di aziende sparse per il mondo, dalle più piccole alle grandi multinazionali, con un sola cliccata di mouse. Le compagnie, di converso, aderendo a questi siti raggiungono un pool di professionisti dal quale attingere talenti di tutti i tipi senza essere costrette a firmare un contratto a tempo indeterminato. E con l’avvento del web mobile e di servizi come Twitter, adesso può succedere pure che uno il lavoro lo trova proprio mentre lo stanno licenziando. Questo è infatti quello che accade molto spesso ai programmatori di Silicon Valley. Di recente più d’uno ha riportato di aver ricevuto offerte di lavoro, in risposta ad un posting su Twitter, proprio mentre la direzione aziendale stava annuciando i licenziamenti di massa.

E il potere del crowdsourcing non è utile solo per trovare un lavoro o investire in borsa. Può rivelarsi utilisimo anche per risparmiare sui prodotti di largo consumo come la benzina. Da quando è ritornato il caro-benzina infatti si moltiplicano i siti come GasBuddy.com e gasprice.mapquest.com, ai quali contribusicono i webnauti di propria iniziativa, che non solo ti dicono dove si trova la benziana più economica ma anche dove si trova il più vicino distributore di etanolo e di biocarburanti. Espandendo poi questo concetto recentemente Google ha automatizzato la ricerca introducendo ShopSawy, un’applicazione mobile che permette di trasformare il telefonino in un lettore ottico. Una volta scannerizzato un prodotto, ShopSawy va sul web e fatto il confronto dei prezzi stabilisce se si tratta di un’offerta conveniente o se invece lo stesso prodotto è disponibile a minor prezzo in un negozio nelle vicinanze dell’utente.

February 25, 2009

La recessione dei libri contabili e i cani blu

Filed under: Analisi, Economia — Paolo @ 10:36 pm

I Repubblicani USA si stanno preoccupando d’improvviso del passivo di bilancio. Dicono che di Obama sta spendendo troppi soldi per rilaanciare l’economia e che le sue iniziative segnalano l’avvvento di una sorta dii dittatura economica. Io la chiamerei piu’ la dittatura deii falliti ma ccomunque i meembri del partito dell’elefante si preoccupano che Obama lascera’ un deficit massiccio alle generazioni future. Viene da domandarsi dov’erano quando Bush creava un disavanzo da tre trilioni di dollari per sostenere la sua guerra inutuile in Iraq? O anche, dov’erano quando il congresso ha regalato 700 miliardi alle banche del paese senza nemmeno dirgli come spenderli o quando ce li devono ridare. La preoccupazione del passivo di bilancio e’ lecita ma superflua, Secondo un numero crescente di economisti la prima cosa all’ordine del giorno e’ rilanciare i consumi e non lo si fa se non si creano nuovi posti di lavoro e se non si comincia a ridare fiato al mercato immobiliare. Molti sottolineano il fatto che  questa e’ una balance sheet recessione, una crisi di libri contabili, nella quale le aziende e i privati, a corto di capitali e appesantiti da debiti, invece di reinvestire o consumare decidono di ridurre il loro carico debitorio. Ed e’ proprio per questo che temono che i soldi stanziati non siano abbastanza. Nelle parole di Richard Koo, economista capo della Nomura Bank giapponese siamo di fronte ad una recessione dei libri contabili. Koo, che ha vissuto da vicino il Decennnio Perduto giapponese, ritiene che i governi debbano dare il tempo alle familgie e alle aziende–e non solo in America–di eliminare tutti gli assetti tossici e i debiti di cui si sono caricati (ecco il discorso della balance sheet recession, gli assetti tossici sono finiti sul loro rendiconto). Il governo, secondo Koo, si deve rendere conto che per i prossimi 4 o 5 anni diventera’ il finanziatore di prima risorsa, diventera’ cioe’ lui l’imprenditore che fara’ gli investimenti di capitale, che ricostruira’ le strade, terra’ bassi i tassi di interesse e assumera’ anche lavoratori a milioni–la FDIC in preparazione della chiusura di tantissime banche ne sta assumendo gia’ a frotte. Questa secondo Koo e’ la fase in cui il governo si indebita e la gente aggiusta la propria situazione debitoria, rripagando carte di credito, cambiali e automobili. Una volta rilanciata l’economia il governo si ritira e chiede ai privati di riassumere il loro ruolo di investitori. C’e’ pero’ adesso il pericolo che spinto dai repubblicani e dai blue dog democratici–i conservatori del partito repubblicano–Obama diventi d’improvviso timido, che i congressisti democratici comincino a preoccuparsi delle elezioni di medio termine e della pubblicita` repubblicana che li accusera’ di aver creato un disavanzo massiccio. C’e bisogno di leadership, Obama la sta esprimendo a piene mani, ha appena deciso di destinare oltre 600 miliardi di dollari alla soluziuone del problema dell’assistenza medica. Ma in una situazione in cui sembra pure lui cominciare a preoccuparsi di quello che non e’ il problema principale in questo momento, ovvera il passivo di bilanciio. E se non mi crede dovrebbe solo prendere il telefono e chiederl a premi nobel per l’economia come Krugman, Stiglitz, Samuelson che sono tutti daccordo sul fatto che la timiezza adesso non aiuta, che e’ il momento di bombardare la societa’ civile con piani di stimolo dal valore di migliaia di miliardi di dollari, sottolinenando nel contempo che Obama deve fare been attenzione a non seguire l’esempio di FDR. FDR, come fecerop i giapponesi durante la Lost Decade, ebbe un andamento titubante e tortuoso. Si faceva prendere dai dubbi e dalle paure. Prima spendeva  mano bassa e poi innalzava i tassi di interessi e tagliava i finanziamenti ai programmi di welfare, creando cosi’ una fisarmonica finanziaria che non risolse immediatamente la depressione che fu risolta solo con l’arrivo della seconda guerra mondiale e investimenti ciclopici nella mobilizzazione della nazione per fare fronte al pericolo del nazi-fascismo.

February 20, 2009

Meno male che c’e’ la mamma

Filed under: Analisi, Economia, Glocanomica, News — Paolo @ 5:55 pm

Potrebbe appariere che ho voglia di celiare ma nei fatti e’ vero, in tempo di crisi le donne di casa sono quelle che  tengono la famiglia assieme e portano il pane a casa. Durante la Grande Depressione , mentre i maschi perdevano il lavoro e passavano le giornate in fila al collocamente, le donne di casa si traformarono in albergatrici, pollivendole, contadine. Anche quelle che vivenao in citta’ trovarono il modo di crescere verdura e ortaggi nel giardino di casa. Durante la guerra li chiamarono i Liberty Garden. Sfamarono tantissimi americani che altrimenti la guera l’avrebbero fatta  a pancia vuota. Adesso sta accadendo lo stesso di nuovo. Ma piuttosto che ritirarsi in giardino adesso le mamme si gettano sul web e le loro idee le vendono a tutto il mondo operando dal tavolo di cuicina. Ecco un articolo che ho scritto questa settimana per L’espresso su questo soggetto.

L’ascesa delle Mompreneurs

L’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama ha riaperto il dibattito sul valore del lavoro femmile e su come gli si possa conferire un valore giusto. Ma mentre il senato ha approvato il Ledbetter Fair Policy Act, una legge che mira a garantire l’eguaglianza salariale tra uomini e donne, e il neo presidente ha promesso di firmarlo al più presto, le donne scelgono un’altra strada. Piuttosto che mirare alla parità salariale sembra che siano più interessate, sopratutto quelle con prole, a lanciarsi in affari per conto proprio.

Secondo il Center for Women’s Business Research (CWBR) , una think tank USA sulle tematiche del lavoro femminile, correntemente in America le donne sono titolari di oltre10 milioni di aziende (2 milioni appartengono a donne di colore), che impiegano oltre 13 milioni di addetti e fatturano 1,900 miliardi di dollari l’anno. Secondo un rapporto rilasciato di recente dal CWBR inoltre le donne lanciano nuove compagnie ad un ritmo doppio di quello degli uomini e attualmente oltre il 40 per cento delle aziende private USA appartengono ad un proprietario di sesso femminile. Ma sebbene la cifra sia notevole, quello che stupisce di più non è tanto il loro numero ma bensì quello delle aziende che fanno capo alle Mompreneurs, alle mamme imprenditirici.
Con questo nome vengono definite le madri di famiglia statunitesi che dall’avvento della crisi si sono ributtate sul mercato del lavoro, ma se prima sarebbero finite a fare lavori di poco conto, adesso se ne stanno a casa e con l’aiuto dell’internet lanciano nuove–piccole–aziende diffuse (con collaboratori sparsi in giro per il mondo), giornali online, aziende di consulenza e blog di successo. Così non solo guadagnano ma continuano a prendersi cura dei figli. I numeri non forniscono ancora una foto accurata del fenomeno ma a sentire i servizi televisivi, la MSNBC gli ha addirittura dedicato una serie a puntate, potrebbero essere svariati milioni.
Si tratta di donne che hanno figli da portare a scuola, conti da pagare per le attività extrascolastiche dei bambini, spese crescenti per la gestione della casa e i cui mariti hanno cominciato a perdere il lavoro. Sono donne in sintesi che stanno cercando di trasformare il know how casalingo in un prodotto commerciabile. Persone per esempio come Lily Dong, una casalinga di Cupertino, in California, che ha trasformato la sua passione per le feste in una azienda che inventa allestimenti spettacolari e prodotti per la cancelleria, o come Lisa Druxman, fondatrice di StrollerStrides, una azienda che promuove un programma di fitness e dietetica mirato alle neo mamme e che in pochi anni si è traformata in una franchise che conta una novantina di località sparse per gli USA, impiega centinaia di addetti e produce profitti di oltre 2 milioni di dollari l’anno. E il tutto all’americana, non disdegnando cioè di metterci un pizzico di attivismo sociale.
“Non lo faccio solo per soldi, lo faccio perché ci credo, perché voglio aiutare le mie coetanee a diventare indipendenti”, spiega la Druxman, “Da quando è cominciata la crisi ricevo decine messaggi da mamme di famiglia che mi chiedono come fare a mettersi in affari. Il numero sta crescendo e non è necessariamente un male, ogni crisi offre delle ottime occasioni a chi ne sa approfittare”.
E per aiutare le donne ad avvantaggiarsi delle opportunità create dalla recesione, la Druxman ha creato un sito web sul quale risponde a tutti  i quesiti delle sue fan.
Ma se la Druxman è animata da spirito altruistico, altri lo fanno per ragioni puramente professionali. Man mano che si espande il mercato delle mompreneurs, si moltiplicano anche le aziende che hanno come scopo quello  di aiutare le future mamme-imprenditrici a navigare i meandri burocratici e organizzativi della trafila che si deve seguire per portare un’idea dal tavolo di cucina allo scaffale del supermercato.
Questo è il caso di Ladies Who Launch una rete internet dedicata esclusivamente al networking femminile. Creata da Victoria Colligan, Ladies Who Launch conta 25 mila abbonate, di cui oltre il 40 per cento sono mompreneurs e offre soluzioni tutto compreso, dal chiroprattore al commercialista, a mamme in odore di imprenditorialismo come quelle che hanno fondato All Moms Go to Heaven—tutte le mamme vanno in paradiso–una delle mommy-aziende più in voga del web.
“Con il nostro Blackberry possiamo rispondere alle e-mail mentre portiamo i bambini a scuola o alle due del mattino, mentre tutti dormono”, afferma Colligan, “Adesso è accettabile, ti prendono tutti sul serio, anche se sei una mamma che dirige l’azienda da casa”.
Quest’anno Ladies Who Launch ha lanciato Mommy in Business un concorso nazionale che intende celebrare le prime 200 aziende a conduzione materna degli USA.
Tra i siti dedicati al networking delle mompreneurs si distinguono anche Home Based Working Moms, e Maverick Mom. Fondato da Lysle Spencer Pyle, il primo e da Sarah Robinson, il secondo, i due siti non potrebbero essere più differenti. Tutto affari e professionalismo quello della Pyle mentre quello della Robinson ha l’aspetto di un accampamento tribale nel quale si ritrovano viandanti di tutti i tipi.
Più sanguigno e artistico degli altri network, Maverick Mom non è fatto solo di lavoro, ma anche di famiglia, rapporti con il marito, impegno sociale e politica. Non a caso il sito promuove The Ark Project, il Progetto Arca. Una campagna di raccolta fondi realizzata in collaborazione con lo Heifer Project International, The Ark Project mira a migliorare le condizioni di vita delle famiglie dei paesi emergenti aiutandole a creare aziende agro-pastorali.
Per le donne invece che non hanno i mezzi, o le energie necessarie a trasformare la loro idea in realtà, c’è Parents of Invention. Fondato da una mamma Parents of Inventions si fa carico di ricavare un  prodotto commerciabile dall’idea e di portarlo nei negozi, l’inventore riceve poi dal tre al 5 per cento dei ricavi.
Creato da Laine Caspi, dopo che s’era resa conto che molti genitori non avevano le risorse necessarie per segire un’idea dalla progettazione alla commercializzazione del prodotto finito, Parents of Inventions ogni mese riceve circa 200 idee e ha un giro d’affairi annuale di 2 milioni di dollari.
Nan Langowitz, direttore del Center for Women’s Leadership al Babson College ritiene che il successo delle aziende fondate e dirette da donne, particolarmente in questa fase di crisi, dipenda sopratutto dall’enfasi che esse pongono sulla soddisfazione del cliente, costi quel che costi.
“Non è che non si preoccupano della necessità di essere profittevoli, è che per loro la relazione col cliente, che poi nella maggioranza dei casi sono altre mamme, è tutto”, afferma la Langowitz.
Ma sebbene si stia rafforzando a causa della crisi, la figura della mompreneur non è nuova. Già nel 1996 Patricia Cobe e Ellen Parlapiano avevano pubblicato Mompreneurs: A Mother’s Practical Step-by-Step Guide to Work-at-Home Success, un best seller che nasceva dalle esperienze personali delle due autrici. Giornaliste, le due donne, dopo aver coniato il neologismo mompreneurs, finirono anche col creare mompreneursonline.com, un mercato virtuale nel quale possono convergere tutte le mompreneurs intenzionate a promuovere, oltre ai loro prodotti, l’idea dell’equilibrio casa/lavoro nella vita di una donna.
Nonostante però il fatto che il movimento affondi le radici nel tempo, è dall’avvento del social networking e dei nuovi strumenti per la comunicazione digitale, che il numero delle mompreneurs s’è impennato.
E l’impennata non è visibile in nessun ambito più di quanto lo sia  nel campo del blogging. Secondo il Pew Internet & American Life Project negli USA ben il 46 per cento dei blogger sono donne. Di queste il 15 per cento sono mamme di poco al di sopra dei 30 anni e, considerando che negli USA i blogger sono oltre 36 milioni,  si evince che le mompreneurs blogger devono essere anche loro svariati milioni.
“Non tutte sono imprenditrici online, ma dall’evvento della crisi stanno cercando tutte di monetizzare la loro presenza sul web”, afferma Beth Blecherman, creatrice di techmamas.com, un blog che intende aiutare i genitori ad integrare le nuove tecnologie nella loro vita quotdiana.
”Attualmente il momblogging è diventata una delle attività più lucrative del web”, osserva Charlene Li, ex vice presidente della Forrester Research e blogger extraordinaireda quando ha avuto due figli—i suoi blog sono The Altimer e Musing Midnight–“E a ragion veduta perché quando ci sono i figli le spese familiari arrivano alle stelle”.
La Li, che ha appena pubblicato Groundswell, un libro su come sfruttare a proprio favore la rivoluzione del social networking, è una delle blogger di punta della Silicon Valley californiana, una regione questa dalla quale bloggano anche altre mompreneurs di grido come Mir Kamin di WouldaShoulda e Stefania Pomponi-Butler, creatrice di CiTyMama. Ed è proprio grazie al blogging che, nelle parole della Pomponi-Butler, queste mompreneurs non solo riescono a contribuire al mutuo della casa ma possono anche a pagare per “l’asilo dei bambini, il pedicure mensile e il cocktail con le amiche”.

February 18, 2009

Economia, sicurezza e rischio bellico

Filed under: Analisi, Glocanomica, News — Paolo @ 10:14 pm

Eadesso non sono piu’ l’unico a preoccuparsi del fatto che la crisi sta creando un problema sicurezza di rilevanza planetaria. A farmi compagnia ci sono anche il capo della sicurezza statunitense, Dennis Blair, lo zar della sicurezza nazionale–Director of National Security– che oggi ha discusso in congresso un rapporto rilasciato dalla National Security Agency secondo il quale man mano che la crisi si aggrava cresce  il rischio che si possano verificare grandi scontri in moltisimi paesi, emergentio ed avanzati. Prima di tutto in Europa, dove ci sono gia’ stati scontri in Grecia e Francia, e in poi in Asia e eventualmente anche negli USA. Non a caso di recente ci sono gia’ stati scontri tra le forze dell’ordine e masse di studenti di colore e giovani disoccupati in quel di Oakland in California. E Blair non è il solo a preoccuparsi, John Kerry, presidente della commissione esteri del senato USA, ha anche lui organizzato una serie di udienze sul pericolo che dalla crisi si possa sviluppare una guerra di portata planetaria. Anche colleghi, docenti e amici miei di varia estrazione socio-politica sono preoccupati da quest’evenienza. Jeffrey Klein–giornalista ex direttore di Mother Jones–vede uno scontro

Il Rabbino Natorei Karta bacia il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Il Rabbino Natorei Karta bacia il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

nella regione del Mar Caspio, Cobie Kwasi Harris-professore di Scienze Politiche alla San Jose State University–lo vede in Iran e Jalal Ghazi–comentatore di Link TV–vede l’inasprirsi del conflitto in Palestina. Intanto in Europa gli alleati pensano a come organizzare un tit for tat–cioe’ convicere i talebani a collaborare–per aumentare la presenza delle loro truppe in Afghanistan. Ed e’ prorio da questo paese che potrebbe, a mio parere, emergere un conflitto di portata internazionale. Alcuni lo definisco gia’ il Vietnam di Obama e ritengono che ne possa scaturire la Terza Guerra Mondiale. I tedeschi, e gli europei in generale, intanto in questo riallineamento di alleanze e strategie vedrebbero di buon occhio un riavvicinamento tra Washington e Mosca, che potrebbe portare sia ad una certa stabilita’ nell’erogazione di propano in Europa occidentale che al cestinamento dei piani di espansione della Nato nei paesi dell’ex blocco sovietico. Va da solo poi che uno sviluppo del genere non puo’ non includere una rinuncia statunitense a piazzare le batterie anti missili dello scudo stellare voluto dall’ex presidente Bush nelle ex repubbliche sovietiche che confinano con la Russia. Cosa questa sulla quale l’amministrazione di Obama sembra ben disposta a negoziare. Così puo’ anche accadere che mentre aumentano i rischi di una guerra globale in Europa, in Medio Oriente e in Asia Centrale, approfittando delle aperture create dalla crisi le due superpotenze potrano ricominciare di nuovo a lavorare per la pace e il disarmamento internazionale. Una situazione che non esiterei a definire di carattere glocanomico.

February 15, 2009

Anche con la borsa, tutto dipende dal punto di vista

Filed under: Analisi, L'intervista, Personaggi — Paolo @ 8:18 pm

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Edvard Munch

Papà mi insegnava che a volte è importante mettersi nelle scarpe altrui. Così qualche tempo fa, per un servizio che stavo preparando per L’espresso avevo intervistato Harvey Pitt, uno dei più vituperati presidenti nella storia della SEC. Sebbene adesso crash come quello della Enron e della WorldCom, che avvennero durante la sua amministrazione, al confronto con quelli attuali sembrano delle inezie.

Intervista ad Harvey Pitt

Harvey Pitt è stato presidente della SEC dal 2001 al 2003. Incaricato di riportare ordine nei mercati dopo gli attacchi terroristici del 2001 ebbe un atteggiamento marcatamente scettico nei confronti della Sarbanes-Oaxley, la legge per la trasparenza aziendale approvata dal congresso USA all’indomani del crack della Enron.

Durante la sua tenura Pitt coniò il termine Darwinismo Aziendale per giustificare la sua simpatia per le posizioni delle più grandi corporazioni americane. Le aziende globali avevano bisogno di potersi adattare a condizioni di mercato mutevoli, le normative faticavano a stargli dietro, aveva affermato dandosi. La SEC ha 3000 impiegati, 144 avvocati, 107 ragionieri e nel 2001 aveva investigato solo il 16 dei 14 mila casi di violazione delle leggi azionarie pendenti presso la sua divisione aziendale. Ecco il suo punto di vista sui fallimenti attuali della SEC

Come mai la SEC non riesce a scoprire i truffatori prima che facciano danni?

Pochi mezzi, poche risorse e pochi uomini mentre il mercato, che è più globalizzato che mai, si trasforma in maniera rapidissima.

E questo che significa?

Che manca della competenza e degli stumenti per bloccarli.

Ma la Sarbanes-Oxley, non dovrebbe aver reso le aziende più trasparenti?

Fatta la legge, trovata la scappatoia. Questa è gente furbissima. Preparano due tipi di libri contabili. Uno vero nel quale riportano tutte le transazioni e uno falso da dare agli ispettori quando e se dovessero mai arrivare in azienda.

Epure i sospetti su Madoff erano emersi da tempo

I sospetti non fanno il colpevole. In una situazione come quella della Madoff e della Enron, o confessano, o c’è una persona interna che fa una soffiata, o arriva una crisi di mercato che manda tutto all’aria, ed è questo quello che è successo nel caso di Madoff.

Che si può fare?

Primo cambiare la legge. Oggi è la SEC che deve dimostrare che un broker è un truffatore. Invertiamo la proposizione: decidiamo che sono tutti truffatori e ogni anno ci devono dimostrare loro, attraverso una serie di ispezioni indipendenti, che non lo sono. Istituiamo degli strumenti per incrementare la collaborazion tra le varie agenzie di controllo statali e federali e incoraggiamo i consumatori a farsi parte dell’equazione.

In che senso?

Quando ricevono i dividendi sono tutti contenti, anche quando il mercato picchia verso il basso, eppure se lo dovrebbero domandare com’è che il mercato crolla e il mio broker continua a marcare profitti? E se gli vengono sospetti li devono denunciare.

Ma è quello che hanno fatto e la SEC non ha risposto

Allora farei ricorso alla tecnologia. Darei la possibilità all’azionista di presentare la denuncia via computer e farei svolgere le fasi preliminari dell’inchiesta a dei browser Internet. Se emergessero discrepanze, di qualsiasi natura, allora questi dando l’allarme farebbero intervenire gli investigatori. A quel punto l’inchiesta, già avviata e di carattere pubblico, non potrebbe essere più soppressa.

February 10, 2009

Nel Mid West, alla ricerca della prossima youtube

Filed under: News, Silicon Valley — Paolo @ 11:45 pm

Qualche anno fa bastava giusto menzionare l’idea di sviluppo digitale del Mid West Statunitense che la gente ti guardava come se fossi stato un folle. Lo scetticismo, malappena contenuto, veniva cortesemente celato da sguradi assenti o nel peggiore dei casi accolto con sonore risate. Dopodichè  si tornava alle occupazioni tradizionali del circondario. Cose come crescere il Mais e allevare il bestiame.
Eppure quest’indifferenza contrasta fortemente con il quoziente tecnologico della regione centrale statunitense che registra la presenza di alcuni degli atenei tecnologici più avanzati del paese: l’Istituto Fermi che fa capo alla Univeristy of Chicago; la University of Illinois at Urbana, che ospita uno dei più prestigiosi dipartimenti di matematica del paese e il Yerkes Observatory—l’osservatorio astonomico dove Albert Einstein apportò gli ultimi tocchi alla teoria della relatività. Ma chissà com’è la gravitas intellettuale di queste istituzioni ha sempre stentato a tradursi in inziative aziendali di rilievo.

Nel 1993 Paul Harvey, uno dei principali conduttori radiofonici dell’Indiana avava lanciato l’idea di trasformare le pianure degli hosiers nella Silicon Valley dei veivoli elettrici. Un progetto questo che, mai decollato veramente, di recente ha subito una seria battuta d’arresto quando la Tesla Motors, il primo vero produttore di automobili elettriche per il consumo di massa, ha annunciato che avrebbe costruito il primo stabilimento proprio a San Jose, uno dei maggiori centri della Silicon Valley California.
Del resto, a differenza della Silicon Valley californiana, nel Mid West americano fino a pochi anni fa mancavano quell’indotto industriale e quel substrato di capitalisti di ventura e operatori finanziari che nella valle californiana invece rendono possibile il trasferimento rapido di  un concetto scientifico dai laboratori universitari di Stanford, Berkeley, CalPoly e UCSF alla linea di montaggio industriale. E questo a dispetto del fatto che giganti della tecnologia come la General Motors, la Allison Transmission e la Remy International hanno il loro quartier generale proprio nel Mid West statunitense.

Consapevoli dei limiti che presentava vivere alla periferia dello sviluppo digitale, gente come Steven Chen, co-creatore di YoutTube, e Mark Andresseen, creatore di Netscape, che avevano studiato ambedue all’università di Chicago scelsero per esempio di abbandonare la “windy city” per le colline della California settentrionale.

“Nel Mid West un ingegnere informatico viene ancor’oggi guardato con diffidenza”, affermava Chen

Chen e Hurley

Chen e Hurley

intervenendo al 2008 National Summit on American Competitiveness di Chicago. Chen, che è diventato megamilionario da quando YouTube fu acquistato da Google per 1,65 miliardi di dollari,  il pallino dell’inventore ce l’aveva sin da bambino ed era stato proprio per realizzare il suo sogno che aveva lasciato Taiwan per studiare alla University of Illinois. Ma sebbene fosse atterrato in una delle mecche tecnologiche degli USA, per realizzarlo s’era dovuto trasferire in California.“La Silicon Valley è il paradiso delle stratup”, ha dichiarato Chen, “La comunità tecnologica della Valley è giovane e fa di tutto per incoraggiare le gente con idée a realizzarle”.

Infatti per lanciare YouTube, che ne frattempo è diventato lo standard di riferimento per la pubblicazione dei video sul web, Chen ed Hurley—l’altro co-creatore del sito—non avevano dovuto far altro che procurarsi un computer, delle applicazioni software disponibili commercialmente e la carta di credito di Chen per acquistare un paio di server.

Ma in questi ultimi anni la traiettoria descritta da Chen e Andreessen ha cominciato ad invertirsi. Stanchi dell’inurbamento asfissiante californiano e di quella che tra gli americani viene definita la “rat race”, la corsa contro il tempo per lavorare a più non posso, molti dei talenti tecnologici che si erano spostati dal Midwest verso la Silicon Valley se ne stanno tornando a casa.

“In parte è colpa della crisi economica ma è anche merito della crescita negli ultimi anni di hub universitari che sono in grado di competere con quelli della Bay Area di San Francisco”, afferma Jonathan Weber, direttore di New West Net, un premiatissimo giornale online che pubblica da Missoula in Montana. Weber è una icona della cultura digitale americana, ha diretto l’Internet Industry Standard, il settimanale che aveva narrato l’epica della nuova economia e che aveva raccontato tantissimi dei giganti digitali contemporanei quando erano ancora in fascie. Weber dopo aver navigato l’onda lunga del boom digitale, all’inzio della parabola discendente della neteconomy s’è ritirato all’università del Montana ad insegnare giornalismo e oggi guida di un piccolo impero internet che spazia dal Colorado, allo Utah, dal Montana al’Oregon, da Washington al Wyoming e dall’Idaho all’Iowa. Correntemente New West Net è impegnato in una manovra di fusione con il SunValleyonline, un altro dei nuovi media internet (questo dell’Idaho), diretto a creare un nuovo network informativo, Next News Net, che mira ad aiutare i media della carta stampata tradizionale ultralocale a transitare sull’Interent.

E quello di Weber non è un caso isolato. Dave Chase, fondatore di SunValleyonline, è un ex direttore del marketing della Microsoft. In quel ruolo ha curato il lancio di Encarta, SideWalk e HomeAdvisor, tre siti web della Microsoft ad essere stati in grado per primi di realizzare un profitto.

Nel Mid-west se n’è toranto anche Jawed Karim, il terzo ideatore di Youtube. Meno noto, e più riservato di

Karim

Karim

Hurley e Chen, Karim aveva preferito tornarsene alla Stanford a studiare scienza dei computer. Multimilionario, 64 milioni il valore del pacchetto azionario della Google che ricevette all’epoca dell’acqusitoa di Youtube, Karim rompendo con la Bay Area, nella quale riteneva che si respirasse aria di bolla, prima del grande crollo dei mercati s’era ritirato pure lui in Minnesota. Da qui capitalizzando sulla sua esperienza a PayPal, il programma di sicurezza del sistema di pagamento su internet l’ha scritto proprio lui, Karim ha lanciato Youniversity Venture, una venture capital che fa scouting di talenti tecnologi e startup tra gli studenti dalle aule universitarie dell’area della Twin Cities, le città confinanti di Minneapolis e St.Paul, e della Bay Area di San Francisco. Operando da un ufficio di St. Paul offre dai 50 ai 300 mila dollari di capitale iniziale a giovani imprenditori con idee nuove, magari un’altra YouTube, che mette in onda le inziative più futuristiche del momento.

February 8, 2009

Emergenza occupazione, il caso USA

Filed under: Economia, Mercati — Paolo @ 6:24 pm

Si parla sempre piu spesso di occupazione, in termini negativi pero;, cioe’ di quanta se ne perde non di quanta se ne sta creando. In Europa sembra che negli ultimi 4 mesi se ne siano persi 130 mila, sopratutto nel settore automobilsitico e nel suo indotto. Negli stati uniti nei stessi 4 mesi? 1,6 milioni. Quella ocupazionale adesso e’ la vera crisi. l’Europa in questa recessione ha registrato un ritardo di un 4-6 mesi sugli USA ma la crisi sta arrivando pure li. L’espresso prevede che solo in Italia si potrebbero verificare un mezzo milione di licenziamenti, sopratutto precari, dicono. Non so, mi sembra una cifra forte ma di questi tempi tutto e’ possibile. In una bozza di articolo che avevo scritto anche per L’espresso la situazione statunitense.

Emergenza occupazione, gli USA

L’anno non ha nemmeno fatto capolino dietro l’angolo che gli Stati Uniti hanno già perso 560 mila posti di lavoro. Ottanta mila in un solo giorno, Lunedi 26 Novembre e in settori che spaziano dall’autmobilismo alla farmacologia. E questi si vanno ad aggiungere ai 2,6 milioni di licenziamenti avvenuti nel 2008, la cifra più alta dal 1945.
Alla luce di questi dati dire che la situazione occupazionale negli USA rischia di diventare critica è un eufemismo.
Gli articoli dei quotidiani hanno assunto il tono dei bollettini di guerra. La lista delle aziende che stanno sfoltendo i ranghi si allunga a vista d’occhio e include i nomi più prestigiosi dell’ecomonia americana: Mircrosfot, 5000 licenziati; Intel, 6000; Pfizer, 8000; Caterpillar 5000, che si vanno ad aggiungere ai 20 mila licenziati in precedenza e ai 2500 che avevano già accettato il prepensionamento; Sprint Nextel Corp, 8000; Home Depot, 7000; General Motors, altri 2000. Target, Bank of America, Citi Group, è uno stillicidio quotidiano.
Anche bastioni della piena occupazione come Google e la Disney hanno fatto ricorso alle pink slip, alle lettere di licenziamento. La Google, che non conferma ma non smentisce, alla fine dello sfoltimento si sarà liberata di quasi 10 mila contrattisti a tempo determinato mentre alla Disney in fatto di mannaia non si fanno favoritismi. Qui sono sopratutto i dirigenti di medio e alto rango e le star dal rating questionabile come i Jonas Borthers, che fino a pochi mesi fa venivano paragonati ai nuovi Beatles, a finire con la testa sul ceppo sacrificale.
Secondo cifre rese note dal Dipartimento del Lavoro negli USA il tasso di disoccupazione alla fine di Dicembre aveva raggiunto il 7,3 per cento, la percentuale più alta degli ultimi sedici anni. Secondo analisti indipendenti come David Bacon, conduttore di Labor and Global Economy, un programma di Pacifica Radio sulle problematiche del lavoro in America e autore di Illegal People: How Globalization Creates Migration and Criminalizes Immigrants, se si prendono in considerazione la sottocupazione, i militari e il numero di coloro che hanno rinunciato del tutto a cercare lavoro, la percentuale dei disoccupati a livello nazionale si attesterebbe al di sopra del 13 per cento. Il famoso “double digit” temuto da Obama e che fa tano pensare alla Grande Depressione.
“In alcuni stati come la California e il Michigan la disoccupazione supera già il 10 per cento”, afferma Bacon, “I licenziamenti annunciati di recente spingeranno anche l’indice nazionale oltre quella soglia”.
La stima di Bacon potrebbe però essere approssimata per difetto. Bacon ritiene che quando si considerano le minoranze etniche, come per esempio i giovani afro-americani e i latinos, ci si rende conto che tra le fascie sociali più povere del paese (da Richmond in California ai villaggi degli Applacchi), il tasso di disoccupazione ha già raggiunto il 50 per cento, cioè il doppio di quello che gli USA avevano registrato durante gli anni del Grande Crack. E la situazione è destinata a peggiorare.
Un recente sondaggio della National Association for Business Economics, una think tank di Washington DC, ha rilevato che il 39 per cento degli executive americani prevede una nuova tornata di licenziamenti di massa nei prossimi sei mesi. Solo il 17 per cento prevede un incremento dell’occupazione e solo in settori molto ristretti dell’economia.
“Nel quarto trimestre del 2008 i licenziamenti hanno subito una forte accelerazione e per i prossimi sei mesi non si prevede nessun rallentamento”, ha affermato Sara Johnson, analista della HIS Global Insight e autrice del sondaggio della NABE.
L’ironia della situazione non deve sfuggire ai dirigenti delle Union che, proprio nel momento in cui perdono il maggior numero di lavoratori sindacalizzabili e dopo decenni di scontri con amministrazioni più o meno anti sindacali, hanno finalmente un alleato alla Casa Bianca. Un presidente che hanno contribuito ad eleggere e che gli ha pomesso che farà passare l’Employee Freedom Act, una legge che rende più facile la sindacalizzazione dei lavoratori. Adesso per sindacalizzarsi questi devono seguire l’iter di un capriccioso sistema elettorale, con il nuovo atto potranno aderire al sindacato semplicemente prendendone la tessera. Una promessa questa che secondo Silvia Allegretto, economista del Center for Labor Research and Education della UC Berkeley, contribuisce a creare aspettative mal riposte e in qualche maniera anche all’atteggiamento acritico assunto dalle Union ne confornti del piano di rilancio economico approntato dall’amministrazione Obama.
“E’ pieno zeppo di sgravi fiscali e scarseggia di investimenti che mettono la gente a lavorare”, afferma la Allegretto, “Dei dirigenti sindacali accorti chiederebbero piani per la creazione immediata di posti di lavoro, la trickle down economy a questo punto non funziona più, è troppo tardi”.
Secondo calcoli dell’Istituto californiano ogni settimana che passa gli USA perdono una media di 125 mila posti di lavoro, “Con questo ritmo interi comparti industriali potrebbero scomparire nel giro di poche settimane, certamente molto prima che il piano di Obama abbia prodotto un solo posto di lavoro”, conclude Allegretto.

February 4, 2009

Il ritorno del nazionalismo economico

Filed under: Analisi, Economia, News — Paolo @ 10:40 pm

Torna il nazionalismo economico. Gli economisti che analizzano i paralleli che corrono tra la corrente crisi economica e quella degli anni ‘30 indicano che nel secondo caso le cose peggiorarono quando i paesi industriali, sopratutto Eruopa e Stati Uniti, ma anche Giappone e Russia, cominciarono ad approvare misure protezionistiche. Nel 1929 due congressisti americani, Will Hawley e Reed Smoot introdussero una legge per incrementare al massimo le tariffe sui prodotti importati dall’estero. La misura nel clima passionale suscitato dai licenziamenti di massa di quell’epoca passo’ a furor di popolo. L’azione pero’ scateno’ l’adozione di una serie di contro misure da parte dei governi di altri paesi e cosi’ agli inzi degli anni ‘30, il mondo fu spazzato da una ventata di protezionismo che non fece altro che aggravare maggiormente i problemi gia’ acuti di cui soffrivano l’economia americana e quella internazionale. Secondo il giudizio di alcuni economisti, quella decisione puo’ aver contribuito in maniera deteminante ad inasprire la Grande Depressione, le relazioni internazionali e alla fine ad accelerare la corsa verso la Seconda Guerra Mondiale. I segni che arrivano adesso da alcuni dei maggiori poteri economici planetari su questo versante non sono per niente incoraggianti. In Francia, Indilterra e anche Stati Uniti si rafforzano le voci di coloro che chiedono di limitare l’accesso di compagnie straniere ai mercati nazionali e ai fondi stanziati per la ripresa economica. In America il Congresso ha inserito una clausola nel piano di stimolo approntato da Obama che obbligherebbe le aziende che hanno ricevuto finanziamenti statali a comprare esclusivamente prodotti di manifattura americana. E’ la nuova campagna buy America. In Indilterra il lavoratori della raffineria Total nel Lincolnshire stanno protestando il trasferimento in loco di 400 lavoratori italiani e potoghesi della siracusana Irem. Anche se secondo le norme europee, gli italiani e i portoghesi hanno tutti i diritti di lavorare in UK e anche a dispetto del fatto che la Irem impiega centinaia di lavoratori anglosassoni nelle sue raffinerie di Porto Marghera. Nel frattempo la Russia ha incrementato i dazi sulle auto importate del 20 per cento, in Francia un milione di persone hanno manifestato chiedendo al governo di proteggere i loro salari e il loro lavoro dall’assalto degli stranieri. In Irlanda i lavoratori hanno occupato una fabbrica che pianificava di assumere lavoratori stranieri e in Grecia la polizia ha usato i gas lacrimogeni contro gli agricoltori che stavano marciando sulla capitale chiedendo misure protettive e nuovi sussidi. Una forma di protezionismo questa che e’ stata piu’ volte denunziata a gran voce dai paesi emergenti. Le cose non vanno meglio in Islanda, Germania e anche in Italia, dove lo xenofobismo sta producendo decine di atti orrendi, che offendono la dignita’ umana dei lavoratori immigrati. I rappresentanti europei a Washington hanno protestato vivamente la proposta, ottenendo il consenso di Obama ma insaprendo allo stesso tempo il tono dello scontro in Congresso, dove gli stessi leader della Camera e del Senato sono tacitamente a favore di misure protezionistiche. C’e’ il rischio che il piano di stimolo di Obama possa pasare con una serie di misure potezionistiche a pie’ di pagina, a quel punto la palla finira’ nell’angolo di Obama. Decidera’ il nuovo presidente di usare il suo potere di veto rischiando cosi’ la sua popolarita’ con gli statunitensi? Oppure decidera’ di fare come faceva The Gipper-Regan–che a parole si pronunciava contro misure controverse ma nei fatti lasciava ai suoi tirapiedi in congresso il compito di lavare i panni sporchi? Ci sono tutte le ragioni per credere che Obama sia meno sensibile ai sondaggi di opinione di quanto lo siano stati i suoi predecessori, ma ci vole un grande coraggio a nuotare controcorrente, sopratutto quando i membri del tuo branco si muovo nella direzione opposta. E nel frattempo a Genaio gli USA hanno perso altri 520 mila posti di lavoro.

February 2, 2009

Rheingold: La nuova intelligenza globale esiste già

Filed under: Glocanomica, L'intervista, Personaggi — Paolo @ 9:17 am
Some Smart Mob!
Ecco un’altra intervista della serie nuova intelligenza globale, questa volta a Howard Rheingold.
Howard Rheingold

Howard Rheingold

Howard Rheingold è uno che affonda le radici nella storia dell’era digitale. Nel 1982 scriveva Talking Tech. Nel 1984 Higher Creativity. Nel 1986 The Cognitive Connection. Nel 1988 Excursions to the Far Side of the Mind: A Book of Memes e 1990  Exploring the World of Lucid Dreaming. Nel 2991 scrive Virtual Reality, un libro nel quale fa la cronaca della sua odissea–dalle Hawaii al Giappone–nel mondo dei campi di battaglia virtuali. Nel 2002 scrive Smart Mobs, un libro che considerato da molti la Bibbia del web sociale e offre il primo sguardo spassionato sulla rilevanza dei fenomeni collettivi sul web, in quella che lui definisce la “always-on era”, l’era della connettivita’ perpetua. Oggi Rheingold insegna alla Berkeley University e a Stanford.

La nuova intelligenza globale esiste già, e’ l’Internet. Attenzione però perché bisogna saperla interrogare. Discernere quello che è vero da quello che è falso, e non farsi sommergere dal mare di informazioni disponibili, è una vera e propria sfida e i webnauti devono affrontarla ogni giorno.

Se uno prende in considerazione la massa di informazioni che abbiamo a disposizione, sopratutto quando si fa il confronto con quello a cui si poteva accedere appena 20 anni fa, ci si rende conto che abbiamo fatto dei salti di conoscenza terrificanti.

Oggi sapendo come formulare la domanda giusta si può ottenere la risposta a qualsiasi quesito. L’internet è l’oracolo dei nostri tempi. E con l’accesso mobile e wireless uno può tirare la risposta letteralmente dall’aria, dal niente. Come una colomba dal cappello. La nuova intelligenza globale è anche il prodotto di una mente immateriale, invisibile e ubiqua. Ma è la responsabilità della persona che formula la domanda assicurarsi che la risposta ricevuta sia quella corretta, è quindi anche una mente sfuggevole e ingannevole. Nell’etere non ci sono solo le informazioni ma ci sono anche la disinformazione e le deformazioni.

Come mente globale correntemente  stiamo spostando la nostra attenzione dalla centralità dell’hardware (dai cavi ai miliardi di telefonini che ci sono nel mondo), e del software (dai motori di ricerca a tutte le altre applicazioni del Web 2.0 come Wikipedia e simili), che abbiamo a portata di mano gratis, all’educazione. Chi sa a questo punto come usare e il web (e le tecnologie che lo rendono possibile), a suo vantaggio gode di grandi privilegi. Può estrarne le informazioni di cui ha bisogno, realizzare le connessioni affaristiche che gli interessano e riuscire a condurre le campagne politiche che gli stanno a cuore senza dover mai temere di aver mancato il bersaglio. Le persone che sono in grado di farlo godono di  un vantaggio strategico nei confornti di quelli che non sanno dialogare con questa mente globale.

Esserne consapevoli è importante. Saper accedere all’Internet oggi come oggi non basta più. Bisogna saper interpretare le sue risposte, piegarla al nostro volere, fargli trovare le informazioni di cui abbiamo bisogno ben sapendo che non sempre produrrà quello che cerchiamo o che una volta prodottolo possa essere usato per realizzare i nostri intenti. La chiave di volta è l’istruzione. Abbiamo l’opportunità enorme di forgiare una nuova classe di giovani pensatori, sfortunatamente le istituzioni accademiche si muovono con una lentezza esasperante quando le si compara alla velocità con la quale sta reagendo il mondo degli affari.

Le nuove tecnologie della comunicazione digitale mettono la gente in condizione di raggrupparsi in maniere nuove, di realizzare quelle che i sociologi chiamano azioni collettive, interventi a metà tra l’happening teatrale e il raduno politico. Le abbiamo viste al’opera nelle Filippine, in Corea e Spagna, tre esempi di situazioni dove i capi del governo si sono dovuti dimettere perché milioni di persono sono scesi in piazza contro di loro armati di SMS. In Italia la gente è al corrente dell’uso quesionabile che Berlusconi aveva fatto degli SMS alla fine della campagna elettorale. Negli USA la campagna di Obama ha tratto grande vantaggio dal rapporto con i media sociali e quelli che gli fano capo come Organize for America  si stanno tarsformando in un’organizzazione di base, (quasi di ispirazione gramsciana, idee che prefigurano quasi una sorta di cellule di contropotere collettiveo, NdR), alle quali il presidente neoeletto può rivolgersi per mettere il congresso e il Partito Democratico sotto pressione.

Siamo solo agli inzi di questo slittamento tettonico. In una situazione simile a quella del sedicesimo e diciassettesimo secolo in Indilterra, quando il consumo di massa della stampa  era ai sui albori. Siamo solo nella fase iniziale di un trend di lunga durata nel quale la gente comincerà ad agire sempre più spesso in gruppo. Ovviamente non tutte le forme di azione collettiva sono positive. Alcune sono negative, come quelle dei criminali e dei terroristi e degli individui antisociali. Anche questi ultimi grazie alla mente globale, all’Internet, godono di un potere organizzativo maggiore di quello di cui disponevano in passsato. Sono convinto però che se adottiamo una politica educativa attenta gli usi costruttivi del potere della mente globale possono superare di gran lunga quelli distruttivi.

La crescita dell’Internet, con tutto il suo bagaglio di conoscenze, finisce coll’avere anche un effeto sulle strutture politiche e sociali e lo si è visto in  queste ultime elezioni. Il concetto di leadership è cambiato. I leader non sono più quelli che si impongo, o colla forza verbale o quella fisica, ma piuttosto quelli che con la loro influenza e la loro personalita’ riescono a persuadere gli altri a seguirli.embed>

 

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