Potrebbe appariere che ho voglia di celiare ma nei fatti e’ vero, in tempo di crisi le donne di casa sono quelle che tengono la famiglia assieme e portano il pane a casa. Durante la Grande Depressione , mentre i maschi perdevano il lavoro e passavano le giornate in fila al collocamente, le donne di casa si traformarono in albergatrici, pollivendole, contadine. Anche quelle che vivenao in citta’ trovarono il modo di crescere verdura e ortaggi nel giardino di casa. Durante la guerra li chiamarono i Liberty Garden. Sfamarono tantissimi americani che altrimenti la guera l’avrebbero fatta a pancia vuota. Adesso sta accadendo lo stesso di nuovo. Ma piuttosto che ritirarsi in giardino adesso le mamme si gettano sul web e le loro idee le vendono a tutto il mondo operando dal tavolo di cuicina. Ecco un articolo che ho scritto questa settimana per L’espresso su questo soggetto.
L’ascesa delle Mompreneurs
L’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama ha riaperto il dibattito sul valore del lavoro femmile e su come gli si possa conferire un valore giusto. Ma mentre il senato ha approvato il Ledbetter Fair Policy Act, una legge che mira a garantire l’eguaglianza salariale tra uomini e donne, e il neo presidente ha promesso di firmarlo al più presto, le donne scelgono un’altra strada. Piuttosto che mirare alla parità salariale sembra che siano più interessate, sopratutto quelle con prole, a lanciarsi in affari per conto proprio.
Secondo il Center for Women’s Business Research (CWBR) , una think tank USA sulle tematiche del lavoro femminile, correntemente in America le donne sono titolari di oltre10 milioni di aziende (2 milioni appartengono a donne di colore), che impiegano oltre 13 milioni di addetti e fatturano 1,900 miliardi di dollari l’anno. Secondo un rapporto rilasciato di recente dal CWBR inoltre le donne lanciano nuove compagnie ad un ritmo doppio di quello degli uomini e attualmente oltre il 40 per cento delle aziende private USA appartengono ad un proprietario di sesso femminile. Ma sebbene la cifra sia notevole, quello che stupisce di più non è tanto il loro numero ma bensì quello delle aziende che fanno capo alle Mompreneurs, alle mamme imprenditirici.
Con questo nome vengono definite le madri di famiglia statunitesi che dall’avvento della crisi si sono ributtate sul mercato del lavoro, ma se prima sarebbero finite a fare lavori di poco conto, adesso se ne stanno a casa e con l’aiuto dell’internet lanciano nuove–piccole–aziende diffuse (con collaboratori sparsi in giro per il mondo), giornali online, aziende di consulenza e blog di successo. Così non solo guadagnano ma continuano a prendersi cura dei figli. I numeri non forniscono ancora una foto accurata del fenomeno ma a sentire i servizi televisivi, la MSNBC gli ha addirittura dedicato una serie a puntate, potrebbero essere svariati milioni.
Si tratta di donne che hanno figli da portare a scuola, conti da pagare per le attività extrascolastiche dei bambini, spese crescenti per la gestione della casa e i cui mariti hanno cominciato a perdere il lavoro. Sono donne in sintesi che stanno cercando di trasformare il know how casalingo in un prodotto commerciabile. Persone per esempio come Lily Dong, una casalinga di Cupertino, in California, che ha trasformato la sua passione per le feste in una azienda che inventa allestimenti spettacolari e prodotti per la cancelleria, o come Lisa Druxman, fondatrice di StrollerStrides, una azienda che promuove un programma di fitness e dietetica mirato alle neo mamme e che in pochi anni si è traformata in una franchise che conta una novantina di località sparse per gli USA, impiega centinaia di addetti e produce profitti di oltre 2 milioni di dollari l’anno. E il tutto all’americana, non disdegnando cioè di metterci un pizzico di attivismo sociale.
“Non lo faccio solo per soldi, lo faccio perché ci credo, perché voglio aiutare le mie coetanee a diventare indipendenti”, spiega la Druxman, “Da quando è cominciata la crisi ricevo decine messaggi da mamme di famiglia che mi chiedono come fare a mettersi in affari. Il numero sta crescendo e non è necessariamente un male, ogni crisi offre delle ottime occasioni a chi ne sa approfittare”.
E per aiutare le donne ad avvantaggiarsi delle opportunità create dalla recesione, la Druxman ha creato un sito web sul quale risponde a tutti i quesiti delle sue fan.
Ma se la Druxman è animata da spirito altruistico, altri lo fanno per ragioni puramente professionali. Man mano che si espande il mercato delle mompreneurs, si moltiplicano anche le aziende che hanno come scopo quello di aiutare le future mamme-imprenditrici a navigare i meandri burocratici e organizzativi della trafila che si deve seguire per portare un’idea dal tavolo di cucina allo scaffale del supermercato.
Questo è il caso di Ladies Who Launch una rete internet dedicata esclusivamente al networking femminile. Creata da Victoria Colligan, Ladies Who Launch conta 25 mila abbonate, di cui oltre il 40 per cento sono mompreneurs e offre soluzioni tutto compreso, dal chiroprattore al commercialista, a mamme in odore di imprenditorialismo come quelle che hanno fondato All Moms Go to Heaven—tutte le mamme vanno in paradiso–una delle mommy-aziende più in voga del web.
“Con il nostro Blackberry possiamo rispondere alle e-mail mentre portiamo i bambini a scuola o alle due del mattino, mentre tutti dormono”, afferma Colligan, “Adesso è accettabile, ti prendono tutti sul serio, anche se sei una mamma che dirige l’azienda da casa”.
Quest’anno Ladies Who Launch ha lanciato Mommy in Business un concorso nazionale che intende celebrare le prime 200 aziende a conduzione materna degli USA.
Tra i siti dedicati al networking delle mompreneurs si distinguono anche Home Based Working Moms, e Maverick Mom. Fondato da Lysle Spencer Pyle, il primo e da Sarah Robinson, il secondo, i due siti non potrebbero essere più differenti. Tutto affari e professionalismo quello della Pyle mentre quello della Robinson ha l’aspetto di un accampamento tribale nel quale si ritrovano viandanti di tutti i tipi.
Più sanguigno e artistico degli altri network, Maverick Mom non è fatto solo di lavoro, ma anche di famiglia, rapporti con il marito, impegno sociale e politica. Non a caso il sito promuove The Ark Project, il Progetto Arca. Una campagna di raccolta fondi realizzata in collaborazione con lo Heifer Project International, The Ark Project mira a migliorare le condizioni di vita delle famiglie dei paesi emergenti aiutandole a creare aziende agro-pastorali.
Per le donne invece che non hanno i mezzi, o le energie necessarie a trasformare la loro idea in realtà, c’è Parents of Invention. Fondato da una mamma Parents of Inventions si fa carico di ricavare un prodotto commerciabile dall’idea e di portarlo nei negozi, l’inventore riceve poi dal tre al 5 per cento dei ricavi.
Creato da Laine Caspi, dopo che s’era resa conto che molti genitori non avevano le risorse necessarie per segire un’idea dalla progettazione alla commercializzazione del prodotto finito, Parents of Inventions ogni mese riceve circa 200 idee e ha un giro d’affairi annuale di 2 milioni di dollari.
Nan Langowitz, direttore del Center for Women’s Leadership al Babson College ritiene che il successo delle aziende fondate e dirette da donne, particolarmente in questa fase di crisi, dipenda sopratutto dall’enfasi che esse pongono sulla soddisfazione del cliente, costi quel che costi.
“Non è che non si preoccupano della necessità di essere profittevoli, è che per loro la relazione col cliente, che poi nella maggioranza dei casi sono altre mamme, è tutto”, afferma la Langowitz.
Ma sebbene si stia rafforzando a causa della crisi, la figura della mompreneur non è nuova. Già nel 1996 Patricia Cobe e Ellen Parlapiano avevano pubblicato Mompreneurs: A Mother’s Practical Step-by-Step Guide to Work-at-Home Success, un best seller che nasceva dalle esperienze personali delle due autrici. Giornaliste, le due donne, dopo aver coniato il neologismo mompreneurs, finirono anche col creare mompreneursonline.com, un mercato virtuale nel quale possono convergere tutte le mompreneurs intenzionate a promuovere, oltre ai loro prodotti, l’idea dell’equilibrio casa/lavoro nella vita di una donna.
Nonostante però il fatto che il movimento affondi le radici nel tempo, è dall’avvento del social networking e dei nuovi strumenti per la comunicazione digitale, che il numero delle mompreneurs s’è impennato.
E l’impennata non è visibile in nessun ambito più di quanto lo sia nel campo del blogging. Secondo il Pew Internet & American Life Project negli USA ben il 46 per cento dei blogger sono donne. Di queste il 15 per cento sono mamme di poco al di sopra dei 30 anni e, considerando che negli USA i blogger sono oltre 36 milioni, si evince che le mompreneurs blogger devono essere anche loro svariati milioni.
“Non tutte sono imprenditrici online, ma dall’evvento della crisi stanno cercando tutte di monetizzare la loro presenza sul web”, afferma Beth Blecherman, creatrice di techmamas.com, un blog che intende aiutare i genitori ad integrare le nuove tecnologie nella loro vita quotdiana.
”Attualmente il momblogging è diventata una delle attività più lucrative del web”, osserva Charlene Li, ex vice presidente della Forrester Research e blogger extraordinaireda quando ha avuto due figli—i suoi blog sono The Altimer e Musing Midnight–“E a ragion veduta perché quando ci sono i figli le spese familiari arrivano alle stelle”.
La Li, che ha appena pubblicato Groundswell, un libro su come sfruttare a proprio favore la rivoluzione del social networking, è una delle blogger di punta della Silicon Valley californiana, una regione questa dalla quale bloggano anche altre mompreneurs di grido come Mir Kamin di WouldaShoulda e Stefania Pomponi-Butler, creatrice di CiTyMama. Ed è proprio grazie al blogging che, nelle parole della Pomponi-Butler, queste mompreneurs non solo riescono a contribuire al mutuo della casa ma possono anche a pagare per “l’asilo dei bambini, il pedicure mensile e il cocktail con le amiche”.