November 28, 2008

Pericolo Deflazione

Filed under: Analisi, Economia — Paolo @ 8:00 pm


Che cos’è la deflazione   La deflazione non deve essere confusa con un temporaneo abbassamento dei prezzi. Definita come un ciclo economico nel quale si verifica una penuria delle riserve monetarie e del credito, si esprime con una diminuzione sostenuta, nel tempo e nell’ammontare, dei prezzi al consumo. E’ nei fatti una vera e propria espressione di crisi del meccanismo di domanda e offerta del mercato, della disponibilità del mercato a pagare un certo prezzo per un certo tipo di prodotti. Dal momento che i prezzi continuano a cadere, i consumatori sono incentivati a ritardare gli acquisti e i consumi nella speranza che prezzi scenderanno ancora di più nel futuro. Una posizione questa che in turno spinge le aziende a ridurre la produzione e a licenziare, gli investitori ad astenersi dall’investire, i commercianti a ridurre i prezzi e le banche a restringere il credito, dal momento che il ralentamento generale dell’economa incrementa esponenzialmente il rischio creditizio e il tasso di fallimento delle imprese. Tutti questi elementi presi assieme contribuiscono a formare quella che viene chimata la spirale deflattiva. Per fortuna di deflazioni nel corso della storia se ne sono verificate ben poche. Delle maggiori la gran parte, 3 su 4, sono avvenute negli Stati Uniti. Una nel 1836, quando il contante subì una riduzione del 30 per cento. La seconda, detta Grande Deflazione, si verificò poco dopo la fine della Guerra Civile e fu scatenata dal ritiro deliberato dal mercato della moneta stampata durante la guerra. Soprannominata The Great Sag da Milton Friedman fu di carattere internazionale e causò una riduzione annuale dei prezzi dell’1,7 per cento. La terza, conosciuta come Grande Depressione, ebbe lugo tra il 1930 e il 1933, e vide un crollo annuale dei prezzi del 10 per cento. La quarta ebbe luogo in Giappone negli anni 90. Più simile a quella che potrebbe interessare gli Stati Uniti adesso, fu scatenata da un crollo generale dei valori immobiliari e dei titoli azionari. Le autorità giapponesi dapprima decisero di far fare al mercato e quando il mercato fallì di correggersi da solo intervennero con una politica di prestiti a tasso di interesse dello zero per cento ma orami era troppo tardi, La crisi durò oltre un decennio e il sistema bancario giapponese ritornò alla normalità solo nel 2006.

La deflazione non deve essere confusa con un temporaneo abbassamento dei prezzi. Definita come un ciclo economico nel quale si verifica una penuria delle riserve monetarie e del credito, si esprime con una diminuzione sostenuta, nel tempo e nell’ammontare, dei prezzi al consumo. E’ nei fatti una vera e propria espressione di crisi del meccanismo di domanda e offerta del mercato, della disponibilità del mercato a pagare un certo prezzo per un certo tipo di prodotti. Dal momento che i prezzi continuano a cadere, i consumatori sono incentivati a ritardare gli acquisti e i consumi nella speranza che prezzi scenderanno ancora di più nel futuro. Una posizione questa che in turno spinge le aziende a ridurre la produzione e a licenziare, gli investitori ad astenersi dall’investire, i commercianti a ridurre i prezzi e le banche a restringere il credito, dal momento che il ralentamento generale dell’economa incrementa esponenzialmente il rischio creditizio e il tasso di fallimento delle imprese. Tutti questi elementi presi assieme contribuiscono a formare quella che viene chimata la spirale deflattiva. Per fortuna di deflazioni nel corso della storia se ne sono verificate ben poche. Delle maggiori la gran parte, 3 su 4, sono avvenute negli Stati Uniti. Una nel 1836, quando il contante subì una riduzione del 30 per cento. La seconda, detta Grande Deflazione, si verificò poco dopo la fine della Guerra Civile e fu scatenata dal ritiro deliberato dal mercato della moneta stampata durante la guerra. Soprannominata The Great Sag da Milton Friedman fu di carattere internazionale e causò una riduzione annuale dei prezzi dell’1,7 per cento. La terza, conosciuta come Grande Depressione, ebbe lugo tra il 1930 e il 1933, e vide un crollo annuale dei prezzi del 10 per cento. La quarta ebbe luogo in Giappone negli anni 90. Più simile a quella che potrebbe interessare gli Stati Uniti adesso, fu scatenata da un crollo generale dei valori immobiliari e dei titoli azionari. Le autorità giapponesi dapprima decisero di far fare al mercato e quando il mercato fallì di correggersi da solo intervennero con una politica di prestiti a tasso di interesse dello zero per cento ma orami era troppo tardi, La crisi durò oltre un decennio e il sistema bancario giapponese ritornò alla normalità solo nel 2006.Nelle orologerie svizzere, dove fino a pochi mesi fa si vendevano a man bassa, i Rolex, i Tag Hauer e i Patek si stanno patinando di vecchio. I banchieri statunitensi, giapponesi e arabi che ne compravano a iosa, causa la recessione, si sono eclissati. In Corea le televisioni a schermo piatto se ne stanno sugli scaffali in attesa di acquirenti che tardano ad arrivare. In Giappone le aziende hanno ridotto significativamente gli investimenti di capitale. In Indilterra, Germania e Francia i prezzi al consumo stanno contraendosi mentre in Cina le fabbriche, che producono la maggioranza delle merci acquistate dai consumatori mondiali, registrano un eccesso di produzione del 50 per cento. Negli Stati Uniti ad Ottobre le vendite al dettaglio sono crollate del 2,8 per cento rispetto al mese precedente--la diminuzione più profonda degli ultimi 16 anni--segnando così il quarto mese consecutivo di contrazione.

I venti della deflazione, una fase economica nella quale un calo significativo dei prezzi si accompagna ad un crollo accentuato dei consumi, stanno spazzando il mondo.
Ma sebbene stia colpendo tanto i paesi avanzati quanto quelli in via di sviluppo, da nessuna parte il pericolo deflazione è più reale (e pericoloso) di quanto lo sia negli Stati Uniti, dove i consumi rappresentano il 71,6 per cento del PIL e i commercianti realizzano oltre il 40 cento dei loro profitti annuali proprio durante le feste di fine anno. Non a caso in questo scorcio di stagione natalizia grandi supermercati come Target, Wall-Mart e Nordstrom stanno facendo a gara a chi riduce maggiormente i prezzi nella speranza di attirare i consumatori che per adesso hanno deciso di tirare i remi in barca.
E la parte più preoccupante di questo trend è il fatto che il rallentamento delle vendite (meno 5,5 per cento nel settore automobilistico, meno 2,2 nel settore alimentare e meno 12,7 per cento in quello petrolifero), avviene proprio a causa di una contrazione significativa dei prezzi al consumo il cui indice, registrando una caduta dell’un per cento rispetto al mese precedente, nel mese di Ottobre ha segnato la diminuzione mensile più significativa dalla fine del 1938. Un evento che in passato avrebbe spinto i consumatori a marciare sui negozi, questo adesso in America è stato accolto con una visibile indifferenza.
Così se prima si preoccupavano sopratutto del pericolo inflazione adesso gli economisti, invertendo la rotta di 180 gradi, devono temere il fenomeno diametralmente opposto:la deflazione
“Fino a poco tempo fa le probabilità che si potesse avverare una deflazione erano abbastanza remote”, afferma Ed Yardeni, uno dei maggiori esperti di borsa statunitensi, “Adesso però, con i nuovi dati negativi sull’andamento della disoccupazione, la pressione sui prezzi è diventata enorme e siamo alle soglie di una deflazione che potrebbe rivelarsi protratta e profonda”.
Per la gran parte degli economisti moderni la deflazione è una bestia misteriosa. Avendo contrassegnato la recessione giapponese degli anni 90, quando lo scoppio della bolla edilizia fece sprofondare quel paese in un decennio di stagnazione, rimane a tutt’ora estranea alla maggioranza degli  economisti occidentali che, quando si viene alle misure da adottare per farle fronte, sono tutti a corto di idee. Infatti l’ultima volta che si verificò dalle nostre parti fu durante la Grande Depressione statunitense, quando un terzo della popolazione americana in età da lavoro era disoccupata.
Un rischio deflazione gli USA lo corsero anche all’inizio del 2003. A far temere che gli Stati Uniti sarebbero precipitati in un vizioso ciclo deflattivo furono le prime avvisaglie della crisi dei subprime ma, grazie ad una politica di tagli radicali dei tassi di interesse, la FED fu in grado di evitarla.
Ma che la deflazione crei dei devastanti cicli viziosi ci sono pochi dubbi. In un quadro deflazionistico ogni nuova perturbazione finanziaria serve solo a rafforzare ulteriormente il trend economico negativo nel quale si trova il paese che ne è afflitto: una recessione particolarmente forte—come quella attuale–causa il crollo di tutti gli indicatori economici. Valori immobiliari, azionari, produzione, occupazione, prezzi e consumi si spostano tutti in territorio negativo. In risposta allo stress finanziario e agli immancabili fallimenti aziendali che si registrano, le banche restringono il credito, cosa questa che a sua volta causa una contrazione radicale dei consumi.
“Man mano che le aziende cominciano a riconvertirsi in risposta alla stretta creditizia, e le banche a ridurre l’ammontare del credito a rischio al quale sono esposte, il numero dei licenziamenti cresce e la disoccupazione schizza verso l’alto”, ci spiega Nouriel Roubini, creatore del Roubini Global EonoMonitor e professore di economia alla Stern School of Business, “La conseguente riduzione dei redditi determina a sua volta una ulteriore contrazione della domanda e induce un’altra spinta al ribasso dei prezzi, della produzione, dell’occupazione, dei redditi e della domanda”.

Ciclo Deflattivo

Ciclo Deflattivo

E così il calo generalizzato degli indicatori economici si ripercuote sui prezzi che assumono un andamento parallelo a quello dei consumi. Più scendono i consumi e più scendono i prezzi (i commercianti li riducono nella speranza di attirare i consumatori), e viceversa. E la dinamica progredisce inarrestabile verso il baratro economico fino a quando non interviene un evento esterno in grado di rompere il circolo vizioso descritto da Roubini.
“Quel ciclo lo possono rompere solo i governi investendo in opere pubbliche, imprese a carattere sociale e pompando capitali nelle tasche della piccola e media borghesia”, sostiene Paul Samuleson, premio Nobel per l’economia nel 1970.
Paulson, che è nato nel 1915, è probabilmente l’ultimo economista occidentale vivente ad aver visto una deflazione da vicino: conseguì la laurea dalla University of Chicago proprio negli anni a cavallo della Grande Depressione.
“Siamo certamente in una fase pre-deflazionistica”, sostiene Samuelson, “E non se ne esce prestando semplicemente soldi alle banche o badando a mantenere il deficit al di sotto di una certa soglia. Due, tre o dieci per cento che sia”. Secondo Samuelson questa attuale rischia di diventare la prima deflazione di carattere globale.
“Per farle fronte bisogna spendere a man bassa come fecero gli Stati Uniti negli anni 30”, continua Samuleson, “Bisogna lanciare un nuovo New Deal planetario. Un New Deal energetico e ambientalistico che riveda anche le norme che hanno regolato la globalizzazione dell’economia. Gli USA da soli non possono farlo, serve un coordinamento internazionale”.
Me se preoccupa a livello internazionazionale, a livello statunitense la situazione deflattiva è gravissima. Messi sotto pressione i prezzi stanno crollando. Meno 20 per cento negli ultimi tre mesi nel caso del trasporto aereo, meno 22 per cento nel settore dell’abbigliamento e meno 43,1 per cento nel campo energetico, mentre il valore dei titoli azionari quest’anno ha subito una contrazione media del 40 per cento e quello dei beni immobiliari di oltre 16 per cento, per una perdita totale di 11 mila miliardi di dollari. Il tasso di disoccupazione nel contempo ha raggiunto il 6,5 per cento—una percentuale che si traduce in oltre 600 mila posti di lavoro persi in meno di tre mesi e un totale di 1,2 milioni in meno di un anno—mentre il Dipartimento del Lavoro ha reso noto che il numero di abitazioni di nuova costruzione ha toccato il minimo storico degli ultimi 49 anni.
“Una conferma ulteriore del fatto che i tagli dei tassi di interesse apportati dalla Fed rischiano di essere vanificati da fenomeni deflattivi”, afferma l’economista Gary Becker, premio Nobel nel 1992, “Ma anche se maggiore di  quanto lo fosse 5 o sei mesi fa, il rischio di una deflazione rimane ancora relativamente basso. Una recessione si accompagna quasi sempre a delle spinte deflattive. La mistura diviene letale, come accadde in Giappone negli anni novanta, solo quando si coniugano ad una stagnazione economica”.
Un pericolo che negli USA correntmente non è del tutto remoto. Un rapporto della FED formula previsioni di crescita economica per il 2009 che variano da più 1,8 a meno 1 per cento. Una proiezione questa radicalmente inferiore rispetto ad un rapporto precedente che prevedeva invece una crescta che sarebbe oscillata tra l’1,9 e il 3 per cento.

Tokyo By Night

Tokyo By Night

“Ma mi pare che Washington, a differenza di quanto fece Tokyo, si stia muovendo con decisione per sostenere la produtività del paese”, aggiunge Becker, “Sta mettendo centinaia di miliardi di dollari a disposizione delle banche e delle aziende in crisi e nel giro di qualche mese, dai 12 ai 18, questi finiranno col sortire il risultato desiderato di rilanciare il credito e l’economia”,.
Per alleviare la stretta creditizia la Fed ha già ridotto il tasso di interesse portandolo dal 5,25 dell’inizio dell’anno all’un per cento attuale e Bernanke è pronto anche a ridurlo ulteriormente. Il congresso ad Ottobre ha approvato un piano di salvataggio delle banche di 700 miliardi di dollari, di cui 300 sono già stati immessi nel mercato mentre altri 300 erano stati investiti precedentemente per salvare istituzioni come la Bear Stearns, la AIG e Freddy Mac e Fannie Mae. Inoltre in questi giorni il tesoro si è impegnato, dopo aver iniettato 20 miliardi di dollari direttamente nelle sue casse, a garantire altri 306 miliardi di dollari di assetti tossici posseduti dal Citi Group, il maggior gruppo bancario statunitense.
Anche il presidente eletto Barak Obama, preocupato dalle spinte deflattive, ha deciso di bruciare i tempi e prima di insediarsi ha già invitato il congresso ad approntare un altro pacchetto di stimolo economico da 700 miliardi di dollari, dichiarando che lo firmerà il giorno stesso del suo insediamento, il 20 Gennaio 2009. Questi però a differenza dei fondi elargiti precedentemente saranno, come suggeriva Samuelson, diretti sopratutto ad aiutare i padroni di casa in crisi e i consumatori sull’orlo della bancarotta.

November 26, 2008

Una nota curiosa

Filed under: Personaggi — Paolo @ 6:17 pm

Ed eccomi qua, ad un incontro dello SVIEC di qualche tempo fa, con  il Governatore dell’Arizona Janet Napolitano. Janet oltre da essere una persona simpaticissima e molto intelligente e’ anche la/il nuovo Segretario dell’Homeland Security statunitense. Io personalmente l’avrei vista meglio al Dipartimento della Giustizia ma in  ogni caso che sia Homeland o Giustizia, sono sicuro che Janet ci fara’ presto dimenticare personaggi questionabili come Tom ‘Orange Alert’ Ridge e Chertoff, e sara’ solo per il meglio. Inoltre Janet e’ anche Italo-Americana, di origine napoletana (come il sottoscritto), e una fan del nostro paese. La discussione, quando ci incontrammo, fini’ immancabilmente a trattare del problema degli immigrati clandestini, che all’epoca stavano praticamente travolgendo l’Arizona. Janet assunse una posizione molto ferma a favore della prevenzione ma anche per la loro regolarizzazione e per affrontare le distorsioni economiche che creano le condizioni favorevoli alla la crescita del fenomeno illegalita’ occupazionale. La sua esperienza, sono sicuro , servira’ a iniettare una dose sostanziosa di buon senso in un dibattio nazionale sulla sicurezza che per la gran parte degli otto anni di Bush e’ stato contrassegnato da isterismi, pressappochismo, ideologismi e inefficienza. E con lei inoltre si rafforza ulteriormente la rappresentativa Italo-Americana nella nuova amministrazione Obama. Buona fortuna Janet!

Paolo Pontoniere e il Governatore Janet Napolitano

November 24, 2008

Vivere dei frutti della Terra

Filed under: News, Personaggi, Tecnologia — Paolo @ 12:41 am

E in una fase di tale crisi economica e ideale non potevano mancare quelli che avrebbero scelto di uscire dal sistema e ritornare a vivere dei frutti della Terra sull’esempio dei Nativi Americani. La cosa interessante e’ che mentre nel passato il survivalismo era sopratutto un pallino dei libertari e dei suprematisti bianchi, adesso viene praticato con grande impegno anche da progressisti, anarchici, utopisti e esponenti della piccola e media borghesia. Lo scopo e’ quello di imparare a sopravvivere in zone remote, ma anche in assenza di risorse economiche, fidando solo su quello che si trova nell’ambiente circostante. Una proposizione che mi aveva sempre intrigato questa, ho avuto modo, come si puo’ vedere dallo slide show, di sperimentarla la settimana scorsa in quel di Pescadero, California, in un workshop condotto da Joe Dabill, uno dei principali insegnati di primitive techonlogies (tanto che lo ingaggiano anche le tribu’ della California settentrionale), sul trattamento delle carni selvaggie organizzato dal Riekes Center For Human Henanchement di Menlo Park. Inutile sottolineare che l’economia della foresta e’ molto diversa da quella di Wall Street. Integralmente rinnovabile, pure lei pero’ non sopporta gli sciocchi e l’avventatezza.

Video Vivere dei frutti della Terra

November 21, 2008

Natale fin de siècle

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 9:01 pm

In questa fase di stretta creditizia mi pare interessante esaminare quali sono le soluzioni che stanno adottando commercianti e consumatori statunitensi per porre rimedo alla necessita’ di dover comprare e/o vendere quando si registra una certa penuria di capitali. Qualche giorno fa avevo scritto del layaway, oggi approfondiamo quella del baratto, pratica che come si vede dall’articlo di sotto, e di cui ho appena pubblicato una versione piu’ giornalistica ne L’espresso, non solo e’ viva e vegeta ma si sta anche espandendo a livello internazionale.

Negli USA ritorna il baratto

Crisi che vai soluzione che trovi. In queste settimane di attività prenatalizia ad alto rischio di fallimento, i commercianti americani si stanno scervellando su come stimolare le vendite e ridurre il costo del credito. Molti per trovare una soluzione alle penurie create dalla crisi finanziaria hanno ritenuto di dover pescare indietro nel tempo, ritornando ad un’era in cui prevaleva il baratto.
Questo è per esempio il caso di Shawn Cressman. Titolare della Cressman’s Lawn ad Tree di Bethlehem in Pennsylvania, Cressman è uno che al baratto ci ha sempre creduto.
“Lo pratichiamo saltuariamente da oltre un decennio”, afferma Cressman, “Lo usiamo per ridurre i costi di gestione e per acquistare servizi e materiali da altri negozianti che appartengono al nostro stesso network. Quest’anno ce ne siamo serviti per comprare un nuovo furgoncino e un frantumatore dal valore di quasi 4000 mila dollari”. Cressman che appartiene a due barter network, utilizzando i loro i servigi quest’anno è riuscito a risparmiare oltre 25 mila dollari. “E’ sempre stata un’esperienza di frontiera ma ora a barattare ci si sono messi proprio tutti: meccanici; banchieri e giradinieri. Nel mio quartiere lo praticano anche alcuni ristoranti per riempire i tavoli vuoti”.
La fortuna di Cressman è stata quella di associarsi al Merchants Barter Exchange, un’organizzazione che permette ai suoi abbonati di scambiarsi servizi e mercanzia e di pagarli con un moneta apposite, il barter dollar (dollaro baratto).
“Funziona come un conto bancario, quando si lavora per un membro del sistema si viene pagati in Barter Dollar, che possono essere depositati in una sorta di conto corrente ed essere usati successivamente per acquistare prodotti o i servizi dagli altri associati”.
Secondo Ron Whitney, direttore della International Reciprocal Trade Association, una non profit che promuove l’uso del baratto tra le aziende a livelo internazionale, negli USA esistono oltre 400 barter network. Si passa dall’IRTA, all’ITEX, a NATE e al Merchants Barter Exchange, per citarne solo alcuni, e il loro giro di affari, malgrado la crisi, supera i 4 miliardi di dollari.
“Direi che è proprio grazie alla crisi che il baratto si sta riaffermando”, sostiene Whitney, “Il numero delle transazioni ha registrato un andamento diametralmente opposto a quello di Wall Street, mentre quest’ultima crollava il numero delle prime ha fatto un salto in avanti esponenziale”.
Gli USA hanno una lungo rapporto di amore-odio con il baratto. In anni passati, quelli della rivolta studentesca e del Black Power, il baratto era attecchito con particolare vigore in California, dove è ancora diffuso a Berkeley e San Francisco, e negli stati del Nord-est. Poi l’avvento della Reaganomic e gli anni del boom immobliare ne avevano fatto piazza pulita e il baratto era diventato una praticata alternativa usata prevalentemente da gruppi di ispirazione utopistica. Si trattava in ogni caso di esperienze dirette ai consumatori, non alle aziende e generalmente ritenute poco efficaci dal punto di vista dei ritorni aziendali. Ma dall’avvento della crisi le cose sono cambiate. Nell’ultimo paio d’anni ad usarlo sono sopratutto aziende di piccola e media dimensione che, secondo Steve Bolles, direttore del Merchants Barter Exchange, così facendo riescono ad incrementare i profitti quasi del 30 per cento. E adesso, a riprova del successo dell’esperienza, a barattare ci si mettono anche i governi. Di recente la Tailandia, uno dei maggiori esportatori mondiali di riso, ha annunciato che baratterà svariate migliaia di tonnellate riso con l’Iran in cambio di un numero imprecisato di barili di petrolio. L’Iran ogni anno importa oltre 600 mila tonnelate di riso dalla Tailandia.

November 19, 2008

Il Miracolo Italiano

Filed under: Economia, Mercati, News — Paolo @ 8:28 pm
Damian Ortega, Il Miracolo Italiano

Damian Ortega, Il Miracolo Italiano

Quando si dice che non tutti i mali vengono per nuocere! Prendete il caso italiano. Fanalino di coda dell’eurozona durante gli anni della bolla immobiliare e della crescita globale, il nostro paese con una modestissima crescita—negli anni passati–dell’1,1 per cento adesso se la cava molto meglio di campioni del boom economico come Spagna, Germania e Iralanda, le cui economie negli anni scorsi sembravano destinate non solo a crescere a più non posso ma promettevano pure di lasciarci nella polvere. E guardateli adesso…si devono tutti affrettare a lanciare piani di salvataggio e a ricapitalizzare le loro banche. Col senno di poi si deve dire che il fatto che il nostro sistema bancario fosse un sistema bloccato e  che la nostra struttura industriale sia costituita prevalentemente da aziende a carattere familiare e poco multinazionalizzate, ci ha aiutato non poco ad evitare i  dissesti causati dai subprime, dalle cedolizzate e dalle credit swap default. Inoltre un pool di consumatori che non affogano nei debiti da carte di credito, un tasso di risparmio considerevole e una posizione di tutto rispetto (direi leader), nel campo dell’export dei prodotti di lusso—della moda, del design, dell’automobilismo e del mobilio—contribuiscono ulteriormente a fare della nostra anemica economia la mosca nocchiera di quelle di eurolandia. Così se prima erano i nostri connazionali europei a fare festa adesso non ci sarebbe niente di male se fosse il turno degli italiani. Se gli dicessimo che in fondo non avevamo tutti i torti a non abbracciare così entusiasticamente le inziative avanzate dai paladini della globalizzazione alla Goldman Sachs e Citi Group. Insomma giochiamo in casa. Alle recessioni, le contrazioni, le stagnazioni e le crisi ci siamo abituati, è territorio familiare. Attenzione però, che se le altre crisi del passato le abbiamo potute superare facendo pressione sulle leva monetaria, questa strada adesso che facciamo parte dell’Eurozona ci è preclusa. Tremonti ha appena annunciato che sull’esempio internazionale ci apprestiamo a lanciare anche noi un piano di salvataggio da 80 miliardi di euro, fondi fortunatamente prevalentemente di provenienza EU. Una azione che renderà del tutto impossibile raggiungere l’obiettivo che s’è dato il governo Berlusconi di portare il deficit pubblico al di sotto del 100  per cento del PIL, oggi (dati fine 2007) è al 105.3 per cento. Malgrado lo spread delle CDS italiane a 120 punti sia una mera frazione di quello russo—che è di 900 punti–una recessione protratta di eurolandia potrebbe complicare profondamente il nostro quadro economico e creare condizioni di vita intollerabili per i cittadini. La nostra forza per adesso ci arriva tutta dal quadro occupazionale. Con un tasso di disoccupazione del 6,8 per cento il nostro mercato del lavoro gode d’uno stato di salute nettamente migliore di quello francese o di quello tedesco, ma dovesse indebolirsi ulteriormente a causa della crescita del deficit potrebbe trasformarsi in un disastro senza pari per un’economia che nell’utlimo trimestre s’è già contratta dello 0,5 per cento, il livello più alto dell’ultimo decennio. Il miracolo italiano è più frutto della convergenza fortuita di fattori economici internazionali e dell’inazione dei nostri governanti che della perizia dei nocchieri della barca finanziaria del nostro paese. Gettarsi a capofitto in piani di salvataggio dagli esiti incerti, e in cui i capitali sfuggono al controllo diretto del parlamento, può diventare la parola magica che disfa l’incantesimo che ha reso possibile la nostra sopravvienza. Il salvataggio non può avvenire senza la somministrazione di antidoti contro la recessione e nel Bel Paese, l’antidoto può essere rappresentato solo da piani di investimento pubblici e aiuti monetari alle famiglie.

November 17, 2008

Consumi e credito, le due gambe della ripresa

Filed under: Analisi, Glocanomica, News — Paolo @ 11:22 am

Ci sarebbe tantissimo da scrivere. Obama ha appena finito la sua prima intervista da Presidente eletto e gran parte l’ha dedicata all’economia facendo capire, come soleva famosamente ripetere durante la sua sua sfortunata campagna elettorale John Kerry, “Help is on the way”, che l’aiuto e’ in arrivo. Ci sono voluti 4 anni perche’ questo diventasse vero ma adesso e’ vero. A Washington al tavolo delle trattative economiche del G20 si sono seduti anche i poveri, nella veste dei paesi emergenti. Non molto si dira’, ma  e’ gia’ un passo in avanti rispetto al passato quando il primo mondo paracadutava semplicemente dall’alto i suoi diktat al resto del mondo. La Cina ha lanciato un piano di stimolo economico da 500 miliardi di dollari. Elementi sempre piu’ forti di centralismo economico cominciano ad affermarsi in un progetto di capitalismo riformato mentre nel mondo si diffonde la paura di una deflazione generalizzata. Anche gli enciclopedisti avrebbero avuto difficolta’ a dare senso ad un tale sommovimento epocale, figuariamoci un blog, per altro scritto da me! Ma d’una cosa val la pena certamente di parlare. Di come si fa a far ripartire l’economia americana, che volente o nolente produce ancora i consumi e le innovazioni che propellono quella internazionale, e a porre un freno alla caduta estenuante delle borse. Su questo versante sembra che si stia evidenziando una differenza oceanica tra la filosofia bancocentristica adottata dalla uscente amministrazione Bush e quella in arrivo di Obama. Mentre Paulson, per conto della prima, continua a distribuire soldi alle banche che intanto invece di prestarli se li tengono ben stretti sperando presto di poterli utilizzare per assorbire altre banche che falliscono, Obama e i suoi consiglieri fano intendere che loro vedrebbero con piu’ piacere delle iniziative che fossero dirette a salvare le case, i loro propietari e sopratutto liberarli–almeno in parte–del giogo bancario che gli pesa intorno al collo, nello specifico dei debiti da carte di credito. Due soluzioni che, per quanto socialistiche possano sembrare, sono fortemente radicate nel pensiero capitalistico: sposta gli scoperti nella colonna delle perdite, iscrivile in bilancio e cerca di ottenere una esenzione fiscale dallo stato per le perdite subite.

Questa volta pero’ potrebbe essere lo stato a forzare le banche a iscrivere gli scoperti nelle colonna delle perdite comandando inoltre anche una riduzione generalizzata dei mutui statunitensi (come per esempio pare suggerire Obama) al 31 per cento del reddito di coloro che li hanno contratti e l’abolizione parziale del peso dei debiti contratti dagli americani utlizzando le carte di credito. E qui si parla di circa il 40 per cento.

Molti analisiti conservatori si sono detti preoccupati da inziative del genere, temono che gli investitori possano essere demotivati ad investire negli USA. Che il timore dell’interferenza statale statunitense li possa spingere a cercare rifugio in altri mercati.

Mi domando dove pero’, dal momento che la crisi e’ planetaria. Dove stanno le borse immuni che sono alle vicissitudini economiche contemporanee e quanti sono i paesi che non soffrono il peso della recessione? Anche la Cina, che pure continua a crescere ad un ritmo anuale del 9 per cento, deve fare i conti con la diminuzione delle sue entrate e col pericolo di milioni di contadini, che contavano sull’altro 2 per cento di crescita per spostarsi dalle campagne alla citta’,  che adesso rischiano di fare la fame, mentre il Giappone (che resta il piu’ grande creditore degli USA) temendo il rischio di un altro decennio di stagnazione, s’e’ dato a prestare denaro a man bassa ai paesi che rischiano la bancarotta.

E’ chiaro che stiamo assistendo ad una battaglia tra il sistema economico ante Guerra Fredda del ventesimo secolo e quello glocale del terzo millennio. Spaventati dal nuovo che gli si appressa, gli operatori del vecchio si comportano come fecero i dirigenti sovietici: abbarbicati come l’edera ai loro privilegi di casta si rifiutano di riconoscere che la realta’ finanziaria internazionale e’ cambiata e che un nuovo ordine economico mondiale comincia a farsi largo. Scossi dal tifone subprime e dalla stretta creditizia, i vecchi banchieri e i vecchi capitalsiti si illudono ancora di potere–o di dover–operare in situazioni nelle quali i margini di profitto sono sostanzialmente alti e i dividendi rompono costantmente i record storici stabiliti in precedenza. Ma quella e un’epoca che volge al tramonto. Se all’apice della supply side economy i lavoratori si dovettero fare una ragione della fine del diritto al lavoro garantito, adesso industriali e banchieri si dovranno fare una ragione della fine del diritto al profito garantito e qualche volta accontentarsi anche solo del pareggio.

Paul Krugman

Paul Krugman

Non per dire che non li debbano marcare, ma da adesso in poi sara’ difficile diciamo per una banca marcare profitti di dimensioni storiche mentre la societa’ che la circonda deve fare i conti ogni giorno con un numero crescente di disoccupati, di senza casa e di poveri. Ed e’ proprio con queste preoccupazioni in mente che economsti sia di stampo conservatore che progressista stanno discutendo di mettere di nuovo soldi nelle tasche dei consumatori, perche’ come sostiene anche il neo Nobel per l’economia Paul Krugman, dalla crisi si esce solo se gli americani ricominciano a consumare.

November 12, 2008

Credito e’ ritorno al futuro

Filed under: Economia, Glocanomica, Mercati, News, Silicon Valley — Paolo @ 5:29 pm

Negli USA la stretta creditizia sta spingendo i commercianti, a tutti i livelli, a diventare creativi. Mancando le banche all’appello del credito, a supplire i capitali di cui hanno bisogno i consumatori per fare acquisti ci stanno pensando in tanti. Alcuni giorni fa ho scritto un articolo su come le grandi aziende hi-tech stanno utilizzando le loro vaste riserve di cassa per finanziare gli acquisti dei loro clienti e come adesso, attraverso la Visa ed altri network finanziari, stiano dando la possibilita’ ai loro clienti di utilizzare quel credito per fare acqusiti anche presso altri comemrcianti. E non sono solo le aziende dell’alta tecnologia che si trasformano in banche, anche i grandi magazzini si stano gettando nella mischia. Questa volta rispolverando un metodo creditizio, che con il New Deal, contribui’ particolarmente ad alleviare la stretta che si registro’ durante la Grande Depressione americana degli anni trenta. Si tratta del layaway, una soluzione attraverso la quale un consumatore puo’ comprare un prodotto a debito e lasciarlo in deposito presso il commerciante fino a quando non l’avra’ pagarlo appieno. Il commerciante non solo vende il prodotto ma ci guadagna anche una quota minima per la gestione del conto e per immagazzinare il prodotto fino a quando verra’ ritirato. Interessante notare che mentre contribuisce a sostenere i livelli produttivi–negli anni ‘30 quelli americani, oggi possibilmente quelli cinesi, indiani e pachistani–una scelta del genere ha anche un impatto positivo (qualcuno dira’ marginalmente ma nel paese dei ciechi anche gli orbi sono Re), sul quadro occupazionale. Infatti per gestire i magazzini e il flusso di mercanzia in deposito i department store devono assumere–o riassumere–nuovo personale. Inoltre se si espandesse l’usanza poterebbe condurre alla costruzione o al riuso ( e a tal riguardo suggerisco di dare uno sguardo al libro Big Box Reuse di Julia Christensen) dei grandi scatoloni, quelli dei shopping mall per intenderci, che appartenevano a catene di supermercati falliti e che adesso punteggiano il panorama statunitense come degli scoppi allergici sulla faccia di un adolescente. Utilizzando questo metodo department store come KMart, Target, Marshalls, Cookie’s e Burlington Coat Factory sperano di poter rafforzare le loro vendite natalizie che altrimenti quest’anno sono destinate ad essere miserabili. Il layaway, che nei ‘30 veniva praticato anche dai piccoli negozianti, potrebbe essere presto offerto anche da supermercati upscale come Neiman Marcus, Tifany’s e Macy’s. Adesso per fare layaway intelligente, cioe’ per trovare i termini e le svendite migliori, uno puo’ anche utilizzare il potere dell’internet recandosi al sito layaway.com.
Ed ecco un’altra istanza in cui il potere della rete sta creando alternative a strumenti e situazioni di consumo in crisi, prospettando un modo di fare affari radicalmente diverso da quello al quale ci eravamo abituati. E sempre parlando di rete non si puo’ non registrare il salto nell’universo digitale fatto dal baratto. Che, mai completamente defunto, in queste ultime settimane ha fatto di nuovo irruzione sulla scena economica internazionale. Non solo fioriscono i network per farlo in maniera organizzata e a largo raggio ma cresce anche il numero delle piccole e medie aziende che ricorrono al baratto per ridurre i costi di gestione e acquistare a poco prezzo macchinari e servizi. Tra i network esistenti si distinguono quello della ITEX, di NATE (North American of Trade Exchanges), della IRTA (Internationa Reciprocal Trader Association), il Merchants Barter Exchange e il Barter Exchange. Cosi’ mentre il baratto assume una dimensione globale, tanto che anche alcuni governi (come quello tailandese e indiano) lo hanno adottato per scambiarsi cibo e materie prime, prende forma un universo finanziario parallelo a quello tradizionale. Come dice Obama, cambiare e’ possibile. Speriamo solo che se ne accorga pure lui prima di approvare a occhi chiusi pacchetti di salvataggio che fanno ben poco per cambiare la maniera in cui produciamo, distribuiamo e finanziamo i nostri consumi.

November 10, 2008

La rivoluzione in 100 giorni

Filed under: Economia, Glocanomica, News, Personaggi — Paolo @ 9:30 pm


Cosa fara’ Obama per risolvere la crisi? Qual’e’ il piano per i primi cento giorni della sua amministrazione? Dara’ da subito i soldi alle famiglie o li distribuira’ invece alle banche? Ritirera’ i marines dall’Iraq o la sua promessa era invece una boutade elettorale che si andra’ ad infrangere contro il muro della real politik? Che fara sul piano internazionale? Chi saranno i suoi amici e chi i suoi nemici? Riuscira’ a risolvere la crisi economica e come reagiranno i mercati ai suoi programmi. Sebbene non sia tenuto a assumere ufficio fino al 20 Gennaio del 2009 Obama puo’ gia’ indicare la direzione nella quale si muovera’ e quali saranno le sue priorita’. Dato per assodato il fatto che e’ solo il secondo presidente in epoca moderna ad arrivare alla Casa Bianca in condizioni economiche cosi’ destabilizzate che ci si puo’ aspettare dal primo presidente nero degli USA? Queste domande le abbiamo poste a tre dei piu’ lucidi analisti poltici statunitensi statunitensi. Ecco le loro risposte.

Interviste i primi cento giorni e la politica economica e sociale di Obama

Kwasi Cobie Harris

Professore scienze politiche San Jose State University, chair African American Studies.

Non c’è dubbio che la politica economica detterà le priorità dell’amministrazione Obama, e si vede già dall’attivismo che ha assunto su questo versante. Obama non è disposto ad attendere di arrivare alla Casa Bianca prima di dire la sua. Ma se quello è vero è pure vero che deve in qualche maniera rispondere alle aspettative dei volontari che lo hanno portato in ufficio e dei quali la maggioranza è fermamente convinta che gli USA debbano iniziare a ritirarsi immediatamente dall’Iraq.

Il popolo di Obama ha bisongo di vedere che il nuovo presidente è disposto ad andare avanti sulla covenant che ha stabilito col suo elettorato e con gli americani. Il popolo di Obama ha bisogno di una rivoluzione, di vedere che la riforma delle istituzioni e del sistema politico americano  è appena cominciata e che non è destinata ad arretrare una volta finita l’elezione. E’ una questione di credibilità, per mantenerla—e per fare felice l’ala progressista del partito—Obama non si puo’ permettere di non agire immediatamente sul versante della guerra.

La stretta economia gli da però la possibilità di operare riduzioni delle truppe in un quadro di austerità ed efficienza, di rivedere tutti gli ordini emessi dal presidente precedente e di apportare tagli che avranno necessariamente anche dei risvolti economici importanti.

Obama sarà come Reagan. Reagan ereditò la recessione di Carter e dovette inventare una nuova narrativa, quella della supply side economy e della trickle down economy, per giustificare le misure che prendeva. Obama eredita la recessione e le guerre di Bush e deve inventare una nuova narrativa per ridirigere l’economia, risolvere la guerra e prepararsi per il secondo termine della sua amministrazione.

Per adesso la narrativa economica stenta ad esprimersi in una maniera omogenea, che non sia episodica, ma se comincia immediatamente a far fronte al problema dei pwgnoramenti immobiliari e delle banche è già a buon punto.

All’inizio è probabile che si tratterà principalmente delle banche e di resucitare Wall Street, deve pur sempre bloccare il crollo del mercato finanziario internazionale, ma dopo sarà il turno dei propietari di casa, i piccoli imprenditori e delle medie aziende. Le porte del salvataggio sono aperte e sarà difficile impedire che non venga esteso a tutti quelli che ne hanno bisogno.

Ma ripeto Barak deve badare sopratutto a stabilizzare i mercati, dalla loro stablizzazione e dalla risoluzione della recessione dipende il suo futuro politico, molto di più di quanto dipenda dal salvare i propietari di casa che sono nei guai. Una volta stabilizzati i mercati, diciamo in un paio di anni, potrà dedicare il capitale politico che avrà accumulato alla risoluzione del problema della povertà, dei problemi del lavoro, alla ristrutturazione del sistema dei servizi in America e all’espansione del welfare state, ma prima di allora ogni spinta ad accelerare sul versante dei programmi a scopo sociale potrebbe essere controproduttiva.

I presidenti che hanno lasciato un segno indelebile sul quadro politico–economico del paese l’hano fatto tutti durante il secondo termine del loro mandato. Nel primo anche Reagan, che venne lodato per aver risolto una delle maggiori crisi economiche dell’era moderna e per aver causato la caduta dell’impero sovietico, lo fece senza mai premere smodatamente sull’acceleratore della sua agenda politica e sopratutto tenendosi care le lobby che lo avevano eletto. Nel caso di Obama questo significa in prima istanza partire dall’Iraq e in seconda cominciare ad arginare la recessione. A suo favore gioca anche il fatto che tutti sono consapevoli che nel breve e medio periodo sarà difficile che possa fare veramente qualcosa in grado di cambiare radicalmente la situazione.

I programmi sociali dovranno per forza aspettare, perchè i soldi non ce li ha e perchè dovrà sostenere due guerre, quella in Afghanistan e quella in Pachistan. In Pachistan stiamo già combatendo una guerra segreta con i droni e ci sono tutte le premesse perché si possa sviluppare in maniere che non siamo ancora in grado di prevedere. Voglio dire stiamo gia uccidendo pachistani in Waziristan. Per quanto riguarda invece l’Iraq Obama dovrà cominciare a confermare i suoi piani per il ritiro, insomma non se ne esce se non fa un’azione simbolica.

Obama si può permettere di portare il disavanzo al 40 o 50 per cento del PIL, per salvare la classe media e i poveri ma per poter investire quei soldi ci vorrà almeno un anno. Più facile sarà ridurre le tasse, ma non sarà quella l’iniziariva che ridarà fiato all’economia, per ridare fiato all’economia Oama dovrà lanciare tutta una serie di lavori pubblici sia nell’economia tradizionale che in quella verde.

Le relazioni internazionali per adesso beneficiano di una chiara disposizione positiva degli altri paesi, dall’europa all’africa, verso gli USA e Obama la può capitalizzare anche per prendere decisioni controverse sul piano economico come per esempio stabilire un programma Marshall per l’Africa in collaborazione con la Cina.

Chris Lehane

Consulente politico, direttore politico della Clinton-Gore Campaign nel 1996, portavoce prima di Gore e poi di Kerry, oggi opera come crisi expert per campagne politiche e aziende statunitensi. A lui si rivolgono anche Michael Moore e i fratelli Weinsten.

Quello che può sembrare un quesito facile nasconde veramente una domanda alla quale è difficile rispondere. L’agenda iniziale di un presidente viene in buona parte stabilita dagli eventi. Nel caso di Clinton fu la questione dei gay nell’esercito. In quello di Obama potrebbe essere l’economia, sulla quale si sta dando già da fare e la guerra.

Quello che cambia è lo stile, l’approccio che i presidenti adottano nel cercare di risolvere i vari problemi con i quali hanno a che fare. Obama è il presidente della trasformazione, più che reagire lui cerca di prevenire le crisi. In quel senso ci si può aspettare che le sue direttive mireranno sì a risolvere i problemi creditizi e finanziari con i quali abbiamo a che fare ma in una maniera che sarà marcatamente differente dalle promesse fatte e da quella annunciata durante la campagna elettorale, e non gliene si può fare una colpa, governare è molto differente dal fare una campagna elettorale.

Secondo me la domanda alla quale dovremo rispondere adesso è che tipo di presidente sarà Obama? Uno di quelli che sono in grado di utilizzare il loro carisma per trasformare il paese e le istituzioni o un leader più interno al sistema di Washington? Uno di quelli reattivi che nelle crisi ci vede un problema da risolvere e non invece un opportunità per far avanzare il paese e introdurre innovazioni, politiche, amministrative e economiche?

Niente può veramente preparare una persona a diventare presidente degli USA, molto spesso succede che la giornata più impegnativa di una campagna elettorale si rivela solo come un’altra delle solite gironate tran tran alla Casa Bianca.

La maniera in cui governerà può essere estrapolata dalla sua campagna elettorale. Durante la campagna Obama ha dimostrato di essere uno che stabilisce una  strategia e la segue disciplinatamente fino alla fine, anche quando sembra che non stia producendo i frutti sperati. Nella prima fase della sua amministrazione, forse per due anni, gran parte delle sue azioni saranno intrecciate col quadro economico e informate dalla necessità di risolvere la crisi.

Una delle cratteristiche più preziose di un buon leader è quella di circondarsi di persone che esprimono punti di vista differenti e anche contrastanti e che sono molto intelligenti. La scelta dei membri del suo consiglio economico rivela che Obama è in grado non solo di circondarsi di operatori di mercato che sono all’avanguardia delle nuove esperienze economiche e di politici stagionati, ma anche di scegliere gente molto intelligente, al contrario invece di quello che faceva Bush che si circondava di amici suoi e di amici dei suo amici, che si sono rivelati il più volte inetti e solo interessati a riemporsi le tasche.

Insomma Obama sarà un presidente che dopo aver ascoltato tutte le opinioni, aver esaminato tutti i dati e discusso con tutti i rappresentanti politici prendera’ una decisione in totale autonomia e sempre con l’interesse prioritario del paese e dei suoi abitanti in mente.

La questione è sempre la stessa: si possono avere fucili e burro allo stesso tempo? Se non si fosse palesata la crisi economica è probabile che Obama avrebbe potuto anche affrontare la questione irachena in tempi più rilassati, ma a questo punto il costo delle guerre e la necessità di lanciare un nuovo piano di sviluppo sono legate strettamente, non può continuare a pompare centiania di miliardi di dollari l’anno in una guerra della quale non si vede la fine mentre le sue tue truppe a casa stanno morendo di fame.

Una delle migliori soluzioni di una crisi di carattere creditizio e monetario come quella attuale è sempre quella di carattere keynesiano: pompare una quantità enorme di denaro in lavori pubblici di tutti i generi, dalle infrastrutture, alla salute, alla scuola e sperare poi che, una volta che vedono i soldi, anche i privati cominceranno a reinvestire di nuovo nel mercato. Obama arriva quasi a pallino, in una fase in cui le strutture del paese hanno bisogno veramente di entrare nel ventunesimo secolo, di essere ristrutturate.

Da sola la sua elezione è già un’inziativa molto significativa sul piano della politica estera e i segni già si vedono, Obama è stimatissimo in tutti gli angoli del mondo e come conseguenza della sua elezione l’immagine americana nel mondo (dopo gli otto anni di disastri bushiani), è migliorata notevolmente. Spedisce un messaggio molto chiaro su quello che gli americani pensano del futuro, dove intendono andare e a chi si stano affidando.

Alcuni leader saranno daccordo con Obama, altri cercheranno di sviarlo o di metterlo alla prova, secondo me lui può giocare un ruolo trainante a livello globale sul versante dello sviluppo di fonti energetiche alternative, nella lotta all’effetto serra e nella diffusione a livelo internazionale dei diritti sindacali. Queste tre cose assieme, che definirei l’economia verde, serviranno a creare milioni di posti di lavoro.

Mark Fabiani

Consigliere speciale di Bill Clinton e portavoce di Gore nel 2000

Per trovare un altro presidente che arriva alla guida della nazione in condizioni così critiche bisogna risalire a Roosevelt. In genere ad un nuovo presidente gli si da un pò di giorni, almeno per capire dove sta il bagno alla Casa Bianca, ma questa volta non sarà così. Il presidente si dovrà focalizzare immediatamente sull’economia, solo sull’economia, cercando di ridirigere la barca nella direzione giusta, perché adesso ci stiamo dirigendo sugli scogli.

Clinton assunse la carica cercando di fare tantissime cose allo stesso tempo, ma non penso che il pubblico sarà molto paziente con Obama se cercherà di fare la stessa cosa. Mi pare dato per assodato che la gente lo ha eletto aspettandosi che si darà da fare subito sul fornte del rilancio economico, il che negli USA significa mettere soldi nelle tasche dei consumatori, convincerli a spendere di nuovo e sopratutto che il sistema bancario è saldo e che possono ricominciare a versare soldi nei loro conti. Una cosa simile a quella che fece Roosevelt durante una delle sue fire side chat, chiese agli statunitensi di rimettere i soldi in banca e il giorno dopo le banche registrarono oltre 300 milioni di dollari di depositi.

Anche l’industria automobilistica ha bisogno di essere salvata. La riforma della salute e del sistema sanitario dovrano per forza arrivare nella seconda fase dell’amministrazione, e questo non è necessariamente un male perché forse gli spianeranno la strada per la rielezione.

A questo punto la disoccupazione al 6,5 per cento è altissima, uno dei più grandi costruttori di automobili del paese dice che chiuderà i battenti entro la fine dell’anno se non trova capitali, i consumatori non comprano—le vendite sono state le peggiori in decenni—e il mercato della casa continua a scivolare verso il basso. E’ una crisi enorme e come farà ad affrontarla non e’ ancora chiaro, ma nei suoi primi cento giorni Obama dovrà convicere tutti quanti che ha la crisi sotto controllo, dai consumatori ai broker di Wall Street.

Questo significa che potremmo anche assistere anche ad un incremento significativo della paga oraria, ad una estensione dei diritti sindacali a livello generalizzato di industria, insomma dovrà adottare tutte le misure necessarie e possibili per creare un senso di fiducia nella gente, non deve risolvere la crisi immediatamente ma deve comunicare chiaramente a tutti che ha un piano per risolverla, che il piano funzionerà e che è gi in via di applicazione.

Si tratterà di soluzioni che mireranno per lo più ad alleviare il peso dei debiti sul bilancio dei consumatori anche abbasando il tasso di interesse sui mutui che stanno andando in protesto, rinegoziando i pignoramenti, bloccando gli sfratti come pure controllando come vengono spesi i soldi del bail out. Queste misure non funzioneranno immediatamentre e non è nemmeno detto che saranno tutte utili e postivie, ma questa è una crisi nuova, globale e dell’era informatizzata e l’unico modo di risolverla è di spararle contro con tutte le armi economiche disponibili. Correntemente è come se il paese fosse ghiacciato, come se stesse  attendendo l’arrivo del Salvatore. E Obama può esserlo questo Salvatore, lui e il suo esercito di volontari, che nel futuro potrà funzionare come cinghia di trasmissione tra l’Ufficio Ovale e la popolazione statunitense. E sopratutto dovrà immediatamente finanziare inziative che mettono la gente a lavorare in posti dove la popolazione può vederla, dove i cittadini possono osservare il lavoro trasformare la loro comunità e portare nuova ricchezza nell’economia locale perchè–come diceva Roosevelt—non importa se si tratterà di scavare buche e poi di riempirle di nuovo, fintanto che danno un’immagine di attivismo e mettono soldi nelle tasche dei lavoratori vanno bene. Insomma non dovrà fare solo discorsi, dovrà dire alla gente quello che sta facendo ed invitarli ad affacciarsi dalla finestra per vedere i suoi uomini al lavoro. Nei primi cento giorni della sua amministrazione Obama dovrà convincere la gente che è pronto a darsi da fare e che ha un piano, nessuno gli chiede di risolvere la crisi in 100 giorni, ma tutti gli chiedono di indicare una strada al paese, e al mondo, per risolverla.

November 5, 2008

Can America Stay #1?

Filed under: Analisi, Glocanomica, Guest Posting — Paolo @ 2:47 pm

Ricevo da Allen Sinai all’indomani delle presidenziali, questo commento destinato al convegno dell’Aspen Institute Italia. Mi sembra interessante, non che lo condivida del tutto, ma Allen dimostra di nuovo di essere un bravissimo analista. Sinai e’ fondatore e direttore della Decision Economics, una delle maggiori think-thank finanziarie degli USA. L’intervento, mi spiace, e’ in inglese

Can America Stay #1?

by Allen Sinai

An economic and financial crisis in the United States, the worst since the Great Depression, has raised a big question—when the dust settles, will the U.S. still be the #1 Global Superpower?
The main issues are: 1) the current state of the U.S. economy and its prospect; 2) how the financial crisis is affecting the U.S. and its place in the world; 3) U.S. post-election policies and possibilities; and 4) whether the U.S. can hold its top rank.
Superpower Status—Some Dimensions
Global superpower status has a number of dimensions—
·    the Economy—absolute and relative size; scope and breadth; real per capita income; the consumption standard-of-living; and export penetration around-the-world.
·    Wealth—assets owned, domestic and global; stock market capitalization; trade and government budget surpluses or deficits; private and public sector debt in relation to the economy; and foreign exchange (Forex) reserves.
·    Military strength—size of the armed forces; its mobility; nuclear power capability; and budget.
·    Political influence and power—the result, in part, of the economy’s strength; the country’s wealth and ownership; and the military.
·    World leadership—influence and leadership on geopolitics and on issues ranging from the global economy to global warming; energy; regional conflicts; nuclear proliferation; trade; morals and ethics.
·    Geographic size and natural resources—the physical size of a country, its commodity resources; crude oil production potential; and human capital.
·    Infrastructure—roads; buildings; parks; rail, air, and truck transport; telecommunications networks; internet technology—both public and private.
·    Education and technology—the skill- and knowledge-base of individuals at all levels and applications of leading-edge technologies to business, finance and government.
History suggests that economic power, wealth, and infrastructure have been a major source of political power, in turn supporting military strength, geopolitical influence, and global leadership.
On most dimensions, particularly various aspects of the economy, wealth, the military and higher education and technology, the U.S. has been #1 for some time.  But, seismic shifts are taking place that call into question the relative position of the United States as #1, now and in the future.
Seismic Shifts
In recent years, there have been major changes in some dimensions of Superpower status.
First, the absolute and relative size of country economies have shifted—a new global economic geography has emerged.  For example, China is now the fourth largest economy in the world behind the United States, Japan and Germany, and probably will soon overtake Germany.  In 1995, China was the seventh largest economy; in 1990, it was eleventh.  Asia has catapulted to near the top in terms of absolute and relative importance, led by China, India, Japan, South Korea, Indonesia, Singapore and Taiwan.  The relative size of Asia in the global economy has moved way up, depending on the countries included, as a proportion of global output now nearly 25% compared with 17% a decade ago.
Second has been the dynamic and collective force of the developing world, especially Emerging Asia, Emerging Europe, and the Middle East.  Collectively, the countries in these regions have been doing more to energize the global economy than the United States, the traditional engine of growth.  Developing World real economic growth has been extraordinarily high over the past decade, averaging around 7% per year.  The U.S., by comparison, has grown only 2.6% per annum.
Third, there have been huge shifts in global wealth, migrating East from West.  Countries and regions previously “poor” now are “rich,” mainly from a long period of rising trade surpluses, high commodities prices, the accumulation of foreign exchange and rapid real economic growth.  This includes China, Russia and global regions such as Asia, the Middle East, and parts of Latin America.
Fourth, in the last decade the U.S. has been buffeted by booms, busts, bubbles and periodic asset price deflation, particularly in stocks and real estate but lately also credit, debt and finance.  Stability of the U.S. economy, its financial markets, and currency thus no longer can be taken for granted.
Fifth, the U.S. is a debtor country, with high, or rising, current account and federal budget deficits as a percent of GDP.  Federal government and international indebtedness has been on the rise, with private sector debt increasing as well in proportion to GDP.  In times of economic and financial stress, those countries who are creditors likely will do better than debtors, more resilient and able to cushion negative economic and financial shocks.
Sixth, in recent years U.S. equity market capitalization has declined relative to other countries and global regions, with the ascendancy of Asia, especially China, notable, to some extent Europe and parts of the Developing World, as reflected in market capitalization for major global stock market indices.  This is just another reflection of global wealth distribution, confirming through market assessment the changed relative position of the U.S..
Seventh, there has been a deterioration of U.S. infrastructure and education, as well as technology, relative to the increasingly richer developing countries of the world, especially those in Asia and the Middle East.  Globalization and modern technology have made possible transformation and progress in areas and countries that if well-funded can move quickly ahead.  The modernization and transition of major cities in the emerging world, whether Mumbai, Bangkok, Seoul, Beijing, or Dubai underscores the ability of a country to advance and progress quickly in the new globalized and technologically-intensive economies where there are few barriers to impede the flows of goods, services, finance, and information.
For the U.S., the queue of economic and societal problems is the longest since the 1930s: 1) the economy and jobs; 2) energy independence and energy conservation; 3) the infrastructure of America; 4) the U.S. health care system; 5) the U.S. financial system; 6) rebuilding housing activity and restructuring mortgage finance; 7) rewriting the roles of the financial system; 8) the financial condition of households; 9) the U.S. as a debtor nation; 10) rising inequality of income and wealth; 11) the shift in wealth away from the U.S.; and 12) dealing with the huge increase in the number and types of financial institutions performing “bank-like” functions.  Many used borrowed money heavily, escaping regulation and supervision to take on excessive leverage, adding to the booms in credit and debt and now intensifying the unwinding.
In this period of U.S. and global downturns, the initial conditions of the U.S. at entry appear far worse than anytime in recent history, with problems that are in need of great attention, thus leading to questions about the U.S. future.
U.S. Economy: Current State and Prospect
The state of the U.S. economy is full-fledged recession, having started around the beginning of 2008 with a big secondary downwave in late summer.  The recession probably will extend through most of 2009, with no real sustained and sustainable upturn until 2010.
The economy entered a more severe downturn in the third quarter after an initial shallow move down in the first half of 2008.  Pronounced reductions of consumer spending in late summer and in the fourth quarter and to-come in business capital spending, still weak housing activity, and rising unemployment signal the full-fledged U.S. recession.
Complicating the U.S. situation has been a “Financial Crisis” which has frozen credit and lending within the financial system and produced a credit crunch for many households, businesses, and governments.  With all the fundamentals surrounding consumption negative and negative spillover effects from the downturn in consumption yet to occur, the recession still has a good way to go.
Real GDP likely will decline by nearly 2-1/2%, peak-to-trough, in this downturn, approaching the deep downturns of 1973-75 and 1981-82 where peak-to-trough declines were 3.1% and 2.6%, respectively.  An even deeper recession than in those downcycles cannot be ruled out.  The length of the current episode likely will exceed the previous longest U.S. recessions—16 months each in 1981-82 and 1973-75.  With a potential sharp downturn in business capital spending in prospect, cutbacks coming in state and local government spending, and adjustments and consolidation of the U.S. financial system and for households, it is hard to see other than a long period of recessionary economic activity and/or stagnation.
The Global Economy also is now in recession, with more than 20 countries accounting for almost 75% of global output, in, or near, recession.  The lever for the global recession is declining spending by U.S. consumers and businesses, which has taken down the export growth of numerous countries ranging from China to Japan to Germany to Canada and Mexico.
With export growth diminishing and a squeeze on domestic spending, countries like Germany, France, Italy, the U.K., Japan, Singapore, Ireland, Canada, Mexico and others have fallen into recession.  Previously strongly-growing, or booming, economies like China, India, Hong Kong, and Brazil are expanding at a much slower pace.  The global recession will later damage U.S. exports, a previous source of strength, feeding back to prolong the U.S. economic downturn.
However, recessions in other countries cannot be measured the same as in the U.S., and must be defined more by shortfalls of real economic growth from higher potential rates of growth than absolute declines in real economic activity.  Thus, a “recession” in China probably would be represented by 5% to 7% real growth; in South Korea 2% to 3% real growth.  Indeed, for the Global Economy, some 47 countries analyzed and forecasted by Decision Economics, Inc. (DE), a 2% growth rate for real GDP is the dividing line between expansion and recession.  For the U.S., negative growth in real GDP can define a recession so that a U.S. recession or low, but positive, growth would leave it losing ground against other countries where recessions were characterized by more positive growth rates.
Cyclically and secularly, the U.S. economy has been losing ground to much of the rest-of-the-world and although other countries and regions are also going through a period of cyclical weakness, for many of them better initial conditions and relatively strong wealth and creditor positions would suggest more resilience and less fragility, underscoring the changed global economic geography that has favored China and Asia, the Developing World, parts of Europe, and the Middle East.
After the downturns have run their course, the initial conditions confronting the U.S. upon entering the recession could well leave it relatively less well off than much of the rest-of-the-world, with continuing erosion in the economic dimension of its superpower status.
The “Financial Crisis” and Its Effects
The financial crisis of 2007-08 began in the U.S. and has been U.S.-centric since, with the U.S. financial system and economy the most damaged of any country.
Booms and bubbles in housing activity, home prices, credit and debt, and financial innovations using residential real estate as asset collateral intensified consumer spending and borrowing and expectations of further expansion in activity and home prices only to collapse into a housing bust and bursting of the housing price asset bubble and all that went with it.  A long period of extremely low interest rates, accommodative monetary policy, and benign neglect by U.S. supervisors and regulators permitted an explosion in new innovations of derivative instruments and businesses relating to the housing boom.
The housing boom and subsequent bust and bursting of the residential real estate asset price bubble has had all the characteristics of a classic asset price and debt deflation, taking down all financial and real economic activities, and companies, related to it.  The housing bust and bursting of the real estate asset price bubble were initially limited to the U.S. so that the subsequent loss of housing and housing wealth and derivative bear market in stocks was principally a U.S. phenomenon.  Although elsewhere housing has weakened, the number of countries that have gone through a U.S.-like boom-bust cycle is very few, e.g., Spain, the U.K. and Ireland.
Similarly, the long-time boom in U.S. consumer spending, borrowing, debt accumulation and the corresponding lack of personal saving has come to an end with a major retrenchment in-place, certainly cyclical and very likely secular, and consumer spending, in the aggregate, likely to grow far below its historical trend, and even to decline for awhile, along with decreased borrowing, the reduction of debt, and increased saving—adjustments long overdue.  The fundamentals around the consumer, both short- and long-run, do not support the kind of spending and borrowing that has characterized the consumer sector for so long.
Many other countries, particularly G‑7, have not had the same excessive booms as did the U.S. in housing and consumption and therefore will not undergo major retrenchments.  This is also true for Asia, in particular Japan, where Japanese consumers have saved for a long time, keeping substantial savings in bank deposits that provide secure capital to Japanese financial institutions.
The other main casualty of the financial crisis is the U.S. financial system itself and the bank and nonbank financial intermediaries that make up that system.
The housing bust and bursting of the residential real estate asset price bubble has been accompanied by a collapse in the values of mortgage-related debt and derivative securities innovated and sold by U.S. financial institutions in the boom and bubble of financial sector activity.
The credit extended and assets developed by the financial institutions using residential real estate as asset collateral have all collapsed in value, ranging from Sub-prime to Alt-A mortgages to CDOs, CDXs, and other complex derivative securities packaged and sold as top-rated investments to investors but only so when values for real estate asset collateral were rising.  Although bought by financial institutions and investors around-the-world, the extent has been nowhere near so much as in the United States.  Some U.S. banks and nonbanks have become insolvent, gone bankrupt, or had to be absorbed into other institutions on the collapsed balance sheets stemming from the erosion in the market values of assets.  This has generated substantial needs for capital, which has not been forthcoming from the capital markets or investors.  National Governments and central banks have had to provide source capital to keep the financial system functioning.
The financial crisis, although global, is most prevalent in the United States and the U.S. financial system where credit has imploded on a huge consolidation and squeezing-down of the financial companies in the financial services industry.  The need for capital, and lack thereof, has led non-U.S. financial institutions or sovereign wealth funds to take stakes in the U.S. financial system.  The U.S. Government and Federal Reserve have provided unprecedented support by directly injecting liquidity and taking equity stakes in financial firms.
Nowhere else in the global economy has this been so pronounced.  Once over, the financial crisis and its effects most certainly will mean a much lesser role for U.S. finance in global finance than ever before.
In the process of the U.S. economic downturn and financial crisis, considerable investments, support and liquidity have been provided by the U.S. Treasury and Federal Reserve using “taxpayer funds” and deficit-financing.  The federal budget deficit in 2010 could easily be in excess of $1 trillion and federal government debt-to-GDP approaching 50% instead of the current 37%.  While not records, the directions of movement, which surely will continue unless major policy actions alter them, the financial condition of the United States clearly would worsen and the credit risk on the U.S. become moreso.
This leaves the United States in a worsening vulnerable position, worsening its debtor country status, particularly the federal government and central bank, and leaving open a question of whether the U.S. dollar in the longer-run will be able to hold up.
This is the most notable potential negative effect of the U.S. financial crisis—the potential role, or lack thereof, of the dollar in the global financial system and the ability of the United States to fund from outside—if not, necessarily having to fund from domestic sources its spending, a more difficult task than borrowing overseas and one that would keep U.S. economic growth depressed going forward.
Post-U.S. Election Possibilities and Policies—Can the U.S. Maintain Superpower #1 Status?
Coming into the U.S. Presidential Election of November 2008, a long list of economic and societal problems confronted the United States, made worse by the current economic recession, prospect for a long and deep downturn, as well as a financial crisis.
Because of a loss in relative economic strength, shift in wealth around-the-world away from the U.S., and in the underlying financial resources that could be used to withstand economic and financial stress, the U.S. as Global Superpower #1 most assuredly is at risk.
In America’s history, the resiliency, flexibility and responsiveness of the U.S. in the face of great difficulties has virtually always resulted in a political response that subsequently has been manifested in policies, economic and otherwise, that improved U.S. future possibilities and permitted the U.S. to stay as Global Superpower #1.
U.S. history suggests that such could be the case again in this instance, although the results from a major shift in leadership, politics, and policies cannot be known for some time—only the promise suggested by the election of the realization in America of the problems and difficulties confronting the country.
Most certainly, the election has indicated a desire for change and for Washington to confront head-on the problems, both economic and societal, facing the nation.
Whether the U.S. can, and will, come to grips with the current economic downturn, financial turmoil and disarray, collapse and consolidation of the financial system, loss of economic position and wealth from a cyclical and perhaps secular longer-term period is yet to be determined.
The ability of other countries and areas of the world to withstand the current cyclical economic and financial stress appears to be considerable relative to a country, like the U.S., with its debtor status, boom-bust situations, asset price deflations, and collapsing financial system.
Also, the unprecedented steps taken by the U.S. Treasury and Federal Reserve to support and cushion the current downturn raises questions over whether global financial markets will support the kinds of exposures existing now for the U.S. Government and the Federal Reserve.
Nevertheless, cyclically, policy prospects under a new Democratic Administration and Congress suggest actions that will stimulate and revive the U.S. economy and bring about economic recovery and expansion over the next year or two, then with a necessary devising of policies that must take the federal government and Federal Reserve out of the private sector, leaving a smaller but more healthy financial system to support, finance, and energize an economy that will no longer be able to depend so much upon external financing.
The question of whether the U.S. can maintain its Superpower #1 status thus has the following answers:
-    the current U.S. economic downturn and financial crisis will cause the United States to lose more ground relative to other countries and global region, in the superpower status dimensions of economy and wealth.
-    the status of the U.S. as #1 Global Superpower is threatened, not just because of the U.S. situation but from the high likelihood that many non-U.S. countries will be able to withstand the current stresses, having started with a considerably more stable and resilient set of initial conditions than previously.
Whether the U.S. can hold its top rank will then depend on a story yet to be written in the aftermath of U.S. post-election policies and possibilities—what the country does in response to a long list of economic and societal problems in the political and policy arena and how it responds to a realization that its position as the #1 Global Superpower will likely be lost unless corrective policies and actions are taken.
History indicates that in other situations of crisis and urgency, the United States has risen to the task.  That has to be the conclusion and answer to the question, will America Stay #1.  But that hope awaits the policies and actions of a post-2008 election America and its responses to the realization that much of what has gone on before is no longer how a #1 Global Superpower position can be maintained.

Black Power

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 8:43 am

I nove afro-americani più influenti degli USA

Un esercizio in futilita’. In un momento in cui il mondo tira un respiro di sollievo e la presidenza Obama, gravida di promesse e di sfide, diventa finalmente una realta’. Ma dovendo far ricorso all’intelligenza collettiva nera degli Stati Uniti, a chi potrebbe rivolgersi il nuvo presidente? Ecco un listino–semi faceto–degli Afro-Americani piu’ influenti del momento, escludendo per la maggior parte sportivi e artisti.

Colin Luther Powell, 71 anni


Nato ad Harlem da immigranti jamaicani, Powell è stato il primo afro-americano ad occupare la carica di National Security Adviser, Joint Chief of Staff delle forze armate e segretario di stato. Cresciuto nel Bronx, dove ha anche imparato l’Yiddish, Powell servì in Vietnam, ed ha gestito l’invasione di Grenada e Operation Desert Storm. Coinvolto perifericamente nello scandalo Iran-Contras, era uno dei 5 insider della Casa Bianca al corrente dell’operazione, Powell alla guerra ha sempre preferito le sanzioni economiche ma quando si è costretti a farla, per limitare le casualità, ha anche sostenuto la necessità di intervenire con forze preponderanti. La Powell Strategy, l’hanno chiamata e fu applicata per la prima volta durante Desert Storm. Ritiratosi di recente dalla vita pubblica ha dimostrato di possedere un notevole talento artistico intervendo al festival Africa Rising di Londra a fianco del cantante nigeriano Olu Maintan. Rompendo un lungo silenzio s’è espresso a favore di Obama, che potrebbe consultarlo per i problemi di politica estera.

Condoleezza Rice, 54 ani

Nata in Alabama, a Birmingham, la Rice ha vissuto in prima persona gli anni di Selma e del movimento per i diritti civili. Sovietologa, parla il russo perfettamente, è stata consigliere di Bush padre e rettrice della Stanford University. Creatrice della Transformational Diplomacy, Rice è la prima afro-americana a diventare consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato. Soprannominata la Principessa Guerriera, la Rice è stata prima democratica, fino al 1982, quando poi è diventata repubblicana in opposizione alla politica estera di Carter.  Dotata di talento musicale la Rice, che suona il piano, di recente si è esibita con il cellista Yo-yo Ma. Malgrado il suo pedigree è da escludere che Obama la richiami alla Casa Bianca.

Oprha Winfrey, 54 anni

Nata in povertà a Koshiusko, in Mississippi, da madre singola, la Winfrey oggi è considerata l’intrattenitrice più ricca del mondo e la donna più potente del pianeta. A centro di un impero multimediale che include un canale televisivo, Oxgen, un periodico (O) che vende 2,5 milioni di copie e vari siti web, la Winfrey è anche conduttrice di The Oprah Winfrey Show, il talk show più seguito degli USA. Creatrice di un book club che riesce a far vendere milioni di copie agli autori che seleziona, la Winfrey ricevette una nomination all’Oscar per il suo ruolo nel film The Color Purple di Steven Spielberg. Unica intrattenitrice alla quale sia stato dedicato un corso di studi, ‘History 298: Oprah Winfrey, the Tycoon’, dell’Universita’ dell’Illinois, la Winfrey ha fama di grande benefattrice e finanzia di tasca propria una scuola per ragazze destituite in Sud Africa. Sostenitrice ante tempora di Barack Obama, sarebbe una ottima chief of staff della Casa Bianca. Di recente ha abbracciato il Kindle della Amazon.

Bill Cosby, 71 anni

Nato a Filadelfia da una cameriera e da un cuoco, Cosby per sopravvivere ha fatto di tutto, dal ciabattino e all’ortolano. Ritenuto il comico nero più famoso della storia Cosby è stato il personagio principlae del Cosby Show, il sit com più guardato della storia della televisione. Arrivato alla laurea dopo aver servito a lungo nell’esercito, oggi Cosby è un laureato ad Honoris Causa dei maggiori atenei statunitensi. Sostenitore indefatigabile dell’orgolio nero ritiene che gli afro-americani si debbano rendere responsabili del loro destino e cominciare a partecipare maggiormente alla vita pubblica e in quella dei loro figli. Di recente sta facendo il giro dei campus americani per motivare i giovani a diventare più responsabili. Obama potrebe chiamarlo alla Casa Bianca per sollevare la morale degli americani che sono provati duramente dalla crisi economica.

Richard Parsons, 60 anni

Nato a Brooklyn, Parson è Chairman of the Board della Time Warner di cui è stato anche CEO fino al 2007. Una laurea in legge dalla Albany Law School e un passato da giocatore di basket, la storia di Parson è legata indissolubilmente a quella dei Rockefeller. Nelson Rockefeller lo volle al suo fianco come avvocato quando fu Governatore di New York. Da qui se lo portò alla Casa Bianca quando fu nominato vice presidente degli USA. Dopo aver lavorato anche per Gerald Ford, Parsons diventò avvocato personale di Happy Rockefeller, la vedova di Nelson, e fu Lawrence Rockefeller—fratello di Nelson—che invece se lo portò alla Time. Amico di Rudy Giuliani, responsabile del team che gestì l’insediamento di Elliott Spitzer come governatore di New York e amico di Michael Bloomberg, si dice che abbia deciso di candidarsi a sindaco di New York nel 2009. Obama potrebbe chiamarlo all’industria o al tesoro.

Jesse Louis Jackson, 67 anni

Reverendo battista, attivista politico, candidato alla nomination democratica nelle presidenziali del 1984 e del 1988, Jackson è una delle figure politiche più controverse degli USA. Discepolo di Martin Luther King, era appena tornato da una missione per conto del leader nero, quando questi fu ucciso a Memphis. Si dice infatti che il proiettile lo abbia colto a metà frase mentre dalla balconata del suo Motel stava scherzando con Jackson che si trovava nel cortile. Senatore ombra del Distretto di Columbia, Jackson è stato il fondatore della Rainbow/Push Coalition e ha svolto un ruolo umanitario di rilievo ottenendo la liberazione di svariati ostaggi statunitensi e incontrando siriani, cubani e yugoslavi. Danneggiato da una affare extra coniugale che diede luce ad una bambina—che inizialmente Jackson si rifutò di riconoscere—Jackson di recente si è dato al commento televisivo. Poche probabilità che Obama lo possa chiamare alla Casa Bianca. Il servizio segreto si opporrebbe, Jackson ha infatti minacciato di tagliargli i ‘santissimi’.

Wynton Marsalis, 47 anni

Nato a New Orleans, da padre musicista, Wyton appartiene ad una famiglia di grandi talenti musicali. Paragonato di volta in volta a George Gershwin, Aroon Copland e Duke Ellingotn, Marsalis non solo è uno dei maggiori trombettisti viventi ma è anche uno dei principali compositori americani. Il suo Blood on The Field, un oratorio jazz che onora le vitime dello schiavismo, rivaleggia nell’immaginario statunitense con Porgie and Bess e gli è valso, unico nella storia del Jazz, un Pulitzer per la musica. Direttore del jazz al Lincoln Center, Marsalis è anche attivista politico convinto: si batte per la liberazione di

Aung San Suu Kyi, la fine della dittatura a Burma e la libertà di tuti i prigionieri politici. Particolarmente attivo nel dopo Katrina, Marsalis organizzò un grande concerto al Lincoln Center a favore delle vittime del disastro e ancora oggi si batte per la ricostruzuone della città e il ritorno dei suoi abitanti di colore. Obama potrebbe chiamarlo al ministero della cultura, se mai ne istituissero uno.

Clarence Thomas, 60 anni

Nato a Pin Point, in Georgia, una piccola comunità destituita di Gullah, creoli, Thomas è il dissenziente per antonomasia della Corte Suprema statunitense alla quale fu nominato da Bush padre nel 1991. Sostituto di Thurgood Marshall, il primo afro-americano a diventare giudice della Corte Suprema, Thomas fu confermato risicatamente dal senato dopo una serie di udienze battagliatissime, era sato accusato di aver abusato sessualmente una sua sottoposta. Thomas, la cui nomination venne opposta da tutte le maggiori organizzazioni dei neri americani,  s’era distinto fino all’arrivo di Alito per essere il giudice più conservatore della corte. Nessuna possibilità che Obama se ne possa servire, la nomina alla Corte Suprema è a vita.

Andrew Young, 76 anni

Nato a New Orleans, Louisiana, Young è figlio di una maestra di scuola e di un dentista. Anche lui pastore, per la United Church of Christ, Young è stato a fianco di Martin Luther King durante gli anni del movimento per i diritti civili ed era con King quando questi fu sparato a Memphis. Sindaco di Atlanta, congressista della Georgia, Carter lo volle alla Nazioni Unite come ambasciatore. Qui Young si distinse per la sue tendenze di sinistra e si dovette dimettere quando si scoprì che si era incontrato segretamente con i rappresentanti dell’OLP. Dopo aver giocato un ruolo determinante nell’assegnazione delle Olimpiadi ad Atlanta, negli USA gli hanno dedicato molte strade ed istituti di studio.

November 3, 2008

Una nuova alba

Filed under: Glocanomica, L'intervista, News — Paolo @ 11:59 pm

Lo si sente nell’aria. Il paese tutto e’ in attesa col fiato sospeso. Siamo tutti coscienti di trovarci all’alba di sommovimenti storici. A guidare stasera per le strade di Berkeley e Oakland si aveva il senso preciso di quanto l’America, e di riflesso il mondo, sia pronta a voltare pagina. C’e’ un senso di aspettativa,che le cose potranno migliorare. C’e’ un senso di nuove possibilita’. Mi sono fermato a parlare con Jeffrey Klein, ex direttore di Mother Jones, amico e mio coautore di varie inchieste giornalistiche (eccone una). Si trova a Miami con suo figlio che e’ responsabile dei volontari di Obama nella Contea di Miami-Dade. Mi diceva entusiasata che anche a Miami si respira ara di novita’, che “Obama lo danno al 50 per cento”. E questo, arrivando dallo stato e dalla contea che nel 2000 regalarono gli USA ai teo-con e a George W. Bush, e’ un fatto rivoluzionario. Ma Obama arriva, se tutto andra’ bene, alla Casa Bianca in un momento in cui l’economia mondiale sta attraversando un periodo molto difficile, unico direi. In un posting di qualche tempo fa parlavo di stagflazione–il petrolio veleggiava ancora verso le stelle invece di puntare verso il suolo come fa adesso–il carissimo amico Federico Rampini in un suo posting di oggi sul suo Estremo Occidente parla di deflazione. Che si tratti dell’una o dell’altra fa poca differenza e ne fa molta. Ne fa molta perche’ la ricetta classica per superarla differisce a seconda che si tratti dell’una o dell’altra. Ne fa poca perche’ Obama si trovera’ di fronte ad una situazione difficilissisma, unica nella storia, nella quale l’economia e’ affetta da fenomeni tecnici, finanziari e sociali che travalicano i confini nazionali e esprimono una interdipendenza le cui diramazioni si devono ancora scoprire tutte. E’ una situazione che gli imporra’ di pensare al di fuori degli schemi tradizionali. In questo blog abbiamo cercato di discutere e di dar spazio alle idee che segnano una rottura con il panorama teorico che le ha precedute. Abbiamo parlato di micromultinazionalismo, di trasversalita’ degli investimenti, di cooperazione digitale, di tecnologie applicate alla trasparenza dei mercati, dell’Agora elettronica e di eGoverno. Abbiamo anche dato spazio a pensatori, analisti e teorici che non temono di nuotare contro corrente. Stasera ci pare giusto dare spazio a Susan George, una esperta di politica internazionale, di debito del terzo mondo e sottosviluppo che e’ stata anche nel consiglio direttivo di Greenpeace International e che oggi serve come fellow del Transnational Institute. Le sue idee su come risolvere la crisi, anche se non del tutto nuove, sono degne di nota, e le sue speranze per il futuro pure. Ecco di seguito alcuni spezzoni di un’intervista che le ho fatto alla vigilia del voto. Sperando che sia premonitricie di cambiamenti straordinari.

Intervista a Susan George

Susan George

Susan George

Lei sembra credere che se abbracciamo le tecnologie verdi saremo in grado di risolvere la corrente crisi finanziaria, ci può dire come?

Quello che propongono è semplice. Invece di tagliare i tassi di interesse, svalutare la moneta e incrementare l’indebitamento nazionale e familiare, perchè non adottiamo un keinesianesimo verde? Il modello a cui faccio riferimento è quello del traferimento ad una economia di guerra avventuo nel 1942-43 negli Stati Uniti. Che era veloce, efficiente ed estremamente efficace. Nell’ultima crisi di carattere planetario Roosevelt investì pesantemente nella creazione di posti di lavoro, nei programmi tesi a sviluppare le infrastrutture pubbliche e quelli relativi ai servizi sociali, scuole, ospedali e altre inziative pubbliche. Ma gli USA non uscirono dall’economia di Guerra fino a quando non cominciaronoa investire nel loro esercito, e questo è quello che sta facendo adesso Gordon Brown in Indilterra, che ha appena ordinato due porta-aerei e quello che continuano a fare gli USA che spendono una cifra esorbitante in difesa.

Una sprat di New Deal verde, allora?

Si. Quello che propongo di fare è di convertire le nostre economie totalmente in una economia verde. Perchè la crisi ambientale sarà più severa di quella finanziaria e se cerchiamo di usarla come un’opportunità non solo ci offrirà l’occasione per ripulire il sistema bancario ma anche per costringerlo ad investire in tecnologie rinnovabili e nelle imprese commerciali ecocompatibili. E dico costringerle perchè anche se hanno ricevuto finanziamenti sostanziosi, le banche continuano a non prestare soldi a nessuno. Non si fidano l’una dell’altra e in mancanza di un mandato chiaro che le obbliga a prestare soldi, li stanno accumulando preparandosi a fare una serie di acquisizioni bancarie quando sarà arrivato il momento giusto.

Ma prestarli a chi questi soldi?

Alle aziende che hanno progetti per ripulire l’atmosfera, per risolvere il problema dell’effetto serra, per ripulire le acque, per aumentare la produzione di energie rinnovabili come quelle solare e eolica e anche di quelle sperimentali. Ma prestare anche alle famiglie che hanno bisogno di restare nella casa che stanno per perdere, ai piccoli commercianti e alle piccole aziende che sono sull’orlo della bancarotta per la mancanza di credito. Anche queste soluzioni fanno parte di un futuro verde, più armonico, nel quale la dignità umana e del lavoro viene rivalutata.

Interessante il suo riferimento ad un periodo storico in cui la leadership politica era molto forte, non si può dire che questa sia la situazione corrente

No ma domani tutto potrebbe cambiare. Barak Obama potrebbe stravincere in America e ottenere la maggioranza alla camera e al senato e sulla sua scia nel mondo potrebbe arrivare al potere una nuova generazione di leader illuminati e mi creda, che nel mondo ce ne sono tantissimi.

Secondo lei ci troviamo quindi sull’orlo di cambiamenti storici

Secondo me si, secondo me riusciremo a far capire alle banche che bisogna che imprestino e non solo per il beneficio dei loro azionisti ma anche del pubblico in generale e della societa. Sitamo anche arrivando ad una fase in cui diventa possibile convincere le banche a prestare ad iniziative commerciali che si pongono come scopo la salvaguardia dell’ambiente.

Ma queste misure non basterebbero a finanziare un programma che deve rilanciare l’economia internazionale.

E’ vero, si possono anche diminuire le tasse sul lavoro ed aumentare quelle sull’emissione di anidride carbonica. I governi potrebbero inoltre sfruttare la tassazione internazionale. Io propongo da tempo una tassa minima sulle transazioni finanziarie. Le multinazionali verrebbero assoggettate ad una tassa minima e unitaria sui profitti sulla base dei loro guadagni a livello internazionale che così si riuscirebbe anche a mettere fine all’irragiungibilità dei paradisi fiscali. Se seguissimo questi suggeriemetni riusciremmo a creare milioni di nuovi posti di lavoro a livello internazionale, nuovi mercati per le imprese e daremmo una spinta all’innovazione tecnologica e così si finirebbe anche col migliorare la sanità pubblica, la scuola, la giustizia e sopratutto ridare fiducia alla gente e creare un nuovo senso di coesione sociale.

Lei sta rilanciando però l’idea della Tobin tax

Non precisamente. Simile ma non identica. Che si applicherebbe a tutte le transazioni monetarie, un decimo dell’un per cento, pagabile ad un fondo centrale e controllata alla fine di ogni girono dalle banche centrali attaverso l’implementazione di alcune linee di software alla fine di tutti i programmi che autorizzano il trasferimento di fondi a livello internazionale.

Ma è sicura che funzionerebbe?

Non ne ho dubbi, il Belgio e il Brasile la riscuotono già su tutte le transazioni che coinvolgono le loro monete.

Che altro?

Cancellare il debito dei paesi emergenti ma con la clausola che quei paesi dovranno contribuire in maniera verificabile alla riforestazione delle loro terre e alla risoluzione dei loro problemi ambientali più pressanti. E infine tassare veramente quei 10 milioni di persone che la Merrill Lynch ha individuato a livello internazionale e che secondo la banca di investimento statunitense possiedono 41 trilioni di dollari che non vengono tassati e che sono distribuiti tra vari struementi finanziari e paradisi fiscali che ne impediscono la tassazione.

 

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