Pericolo Deflazione

La deflazione non deve essere confusa con un temporaneo abbassamento dei prezzi. Definita come un ciclo economico nel quale si verifica una penuria delle riserve monetarie e del credito, si esprime con una diminuzione sostenuta, nel tempo e nell’ammontare, dei prezzi al consumo. E’ nei fatti una vera e propria espressione di crisi del meccanismo di domanda e offerta del mercato, della disponibilità del mercato a pagare un certo prezzo per un certo tipo di prodotti. Dal momento che i prezzi continuano a cadere, i consumatori sono incentivati a ritardare gli acquisti e i consumi nella speranza che prezzi scenderanno ancora di più nel futuro. Una posizione questa che in turno spinge le aziende a ridurre la produzione e a licenziare, gli investitori ad astenersi dall’investire, i commercianti a ridurre i prezzi e le banche a restringere il credito, dal momento che il ralentamento generale dell’economa incrementa esponenzialmente il rischio creditizio e il tasso di fallimento delle imprese. Tutti questi elementi presi assieme contribuiscono a formare quella che viene chimata la spirale deflattiva. Per fortuna di deflazioni nel corso della storia se ne sono verificate ben poche. Delle maggiori la gran parte, 3 su 4, sono avvenute negli Stati Uniti. Una nel 1836, quando il contante subì una riduzione del 30 per cento. La seconda, detta Grande Deflazione, si verificò poco dopo la fine della Guerra Civile e fu scatenata dal ritiro deliberato dal mercato della moneta stampata durante la guerra. Soprannominata The Great Sag da Milton Friedman fu di carattere internazionale e causò una riduzione annuale dei prezzi dell’1,7 per cento. La terza, conosciuta come Grande Depressione, ebbe lugo tra il 1930 e il 1933, e vide un crollo annuale dei prezzi del 10 per cento. La quarta ebbe luogo in Giappone negli anni 90. Più simile a quella che potrebbe interessare gli Stati Uniti adesso, fu scatenata da un crollo generale dei valori immobiliari e dei titoli azionari. Le autorità giapponesi dapprima decisero di far fare al mercato e quando il mercato fallì di correggersi da solo intervennero con una politica di prestiti a tasso di interesse dello zero per cento ma orami era troppo tardi, La crisi durò oltre un decennio e il sistema bancario giapponese ritornò alla normalità solo nel 2006.Nelle orologerie svizzere, dove fino a pochi mesi fa si vendevano a man bassa, i Rolex, i Tag Hauer e i Patek si stanno patinando di vecchio. I banchieri statunitensi, giapponesi e arabi che ne compravano a iosa, causa la recessione, si sono eclissati. In Corea le televisioni a schermo piatto se ne stanno sugli scaffali in attesa di acquirenti che tardano ad arrivare. In Giappone le aziende hanno ridotto significativamente gli investimenti di capitale. In Indilterra, Germania e Francia i prezzi al consumo stanno contraendosi mentre in Cina le fabbriche, che producono la maggioranza delle merci acquistate dai consumatori mondiali, registrano un eccesso di produzione del 50 per cento. Negli Stati Uniti ad Ottobre le vendite al dettaglio sono crollate del 2,8 per cento rispetto al mese precedente--la diminuzione più profonda degli ultimi 16 anni--segnando così il quarto mese consecutivo di contrazione.
I venti della deflazione, una fase economica nella quale un calo significativo dei prezzi si accompagna ad un crollo accentuato dei consumi, stanno spazzando il mondo.
Ma sebbene stia colpendo tanto i paesi avanzati quanto quelli in via di sviluppo, da nessuna parte il pericolo deflazione è più reale (e pericoloso) di quanto lo sia negli Stati Uniti, dove i consumi rappresentano il 71,6 per cento del PIL e i commercianti realizzano oltre il 40 cento dei loro profitti annuali proprio durante le feste di fine anno. Non a caso in questo scorcio di stagione natalizia grandi supermercati come Target, Wall-Mart e Nordstrom stanno facendo a gara a chi riduce maggiormente i prezzi nella speranza di attirare i consumatori che per adesso hanno deciso di tirare i remi in barca.
E la parte più preoccupante di questo trend è il fatto che il rallentamento delle vendite (meno 5,5 per cento nel settore automobilistico, meno 2,2 nel settore alimentare e meno 12,7 per cento in quello petrolifero), avviene proprio a causa di una contrazione significativa dei prezzi al consumo il cui indice, registrando una caduta dell’un per cento rispetto al mese precedente, nel mese di Ottobre ha segnato la diminuzione mensile più significativa dalla fine del 1938. Un evento che in passato avrebbe spinto i consumatori a marciare sui negozi, questo adesso in America è stato accolto con una visibile indifferenza.
Così se prima si preoccupavano sopratutto del pericolo inflazione adesso gli economisti, invertendo la rotta di 180 gradi, devono temere il fenomeno diametralmente opposto:la deflazione
“Fino a poco tempo fa le probabilità che si potesse avverare una deflazione erano abbastanza remote”, afferma Ed Yardeni, uno dei maggiori esperti di borsa statunitensi, “Adesso però, con i nuovi dati negativi sull’andamento della disoccupazione, la pressione sui prezzi è diventata enorme e siamo alle soglie di una deflazione che potrebbe rivelarsi protratta e profonda”.
Per la gran parte degli economisti moderni la deflazione è una bestia misteriosa. Avendo contrassegnato la recessione giapponese degli anni 90, quando lo scoppio della bolla edilizia fece sprofondare quel paese in un decennio di stagnazione, rimane a tutt’ora estranea alla maggioranza degli economisti occidentali che, quando si viene alle misure da adottare per farle fronte, sono tutti a corto di idee. Infatti l’ultima volta che si verificò dalle nostre parti fu durante la Grande Depressione statunitense, quando un terzo della popolazione americana in età da lavoro era disoccupata.
Un rischio deflazione gli USA lo corsero anche all’inizio del 2003. A far temere che gli Stati Uniti sarebbero precipitati in un vizioso ciclo deflattivo furono le prime avvisaglie della crisi dei subprime ma, grazie ad una politica di tagli radicali dei tassi di interesse, la FED fu in grado di evitarla.
Ma che la deflazione crei dei devastanti cicli viziosi ci sono pochi dubbi. In un quadro deflazionistico ogni nuova perturbazione finanziaria serve solo a rafforzare ulteriormente il trend economico negativo nel quale si trova il paese che ne è afflitto: una recessione particolarmente forte—come quella attuale–causa il crollo di tutti gli indicatori economici. Valori immobiliari, azionari, produzione, occupazione, prezzi e consumi si spostano tutti in territorio negativo. In risposta allo stress finanziario e agli immancabili fallimenti aziendali che si registrano, le banche restringono il credito, cosa questa che a sua volta causa una contrazione radicale dei consumi.
“Man mano che le aziende cominciano a riconvertirsi in risposta alla stretta creditizia, e le banche a ridurre l’ammontare del credito a rischio al quale sono esposte, il numero dei licenziamenti cresce e la disoccupazione schizza verso l’alto”, ci spiega Nouriel Roubini, creatore del Roubini Global EonoMonitor e professore di economia alla Stern School of Business, “La conseguente riduzione dei redditi determina a sua volta una ulteriore contrazione della domanda e induce un’altra spinta al ribasso dei prezzi, della produzione, dell’occupazione, dei redditi e della domanda”.
E così il calo generalizzato degli indicatori economici si ripercuote sui prezzi che assumono un andamento parallelo a quello dei consumi. Più scendono i consumi e più scendono i prezzi (i commercianti li riducono nella speranza di attirare i consumatori), e viceversa. E la dinamica progredisce inarrestabile verso il baratro economico fino a quando non interviene un evento esterno in grado di rompere il circolo vizioso descritto da Roubini.
“Quel ciclo lo possono rompere solo i governi investendo in opere pubbliche, imprese a carattere sociale e pompando capitali nelle tasche della piccola e media borghesia”, sostiene Paul Samuleson, premio Nobel per l’economia nel 1970.
Paulson, che è nato nel 1915, è probabilmente l’ultimo economista occidentale vivente ad aver visto una deflazione da vicino: conseguì la laurea dalla University of Chicago proprio negli anni a cavallo della Grande Depressione.
“Siamo certamente in una fase pre-deflazionistica”, sostiene Samuelson, “E non se ne esce prestando semplicemente soldi alle banche o badando a mantenere il deficit al di sotto di una certa soglia. Due, tre o dieci per cento che sia”. Secondo Samuelson questa attuale rischia di diventare la prima deflazione di carattere globale.
“Per farle fronte bisogna spendere a man bassa come fecero gli Stati Uniti negli anni 30”, continua Samuleson, “Bisogna lanciare un nuovo New Deal planetario. Un New Deal energetico e ambientalistico che riveda anche le norme che hanno regolato la globalizzazione dell’economia. Gli USA da soli non possono farlo, serve un coordinamento internazionale”.
Me se preoccupa a livello internazionazionale, a livello statunitense la situazione deflattiva è gravissima. Messi sotto pressione i prezzi stanno crollando. Meno 20 per cento negli ultimi tre mesi nel caso del trasporto aereo, meno 22 per cento nel settore dell’abbigliamento e meno 43,1 per cento nel campo energetico, mentre il valore dei titoli azionari quest’anno ha subito una contrazione media del 40 per cento e quello dei beni immobiliari di oltre 16 per cento, per una perdita totale di 11 mila miliardi di dollari. Il tasso di disoccupazione nel contempo ha raggiunto il 6,5 per cento—una percentuale che si traduce in oltre 600 mila posti di lavoro persi in meno di tre mesi e un totale di 1,2 milioni in meno di un anno—mentre il Dipartimento del Lavoro ha reso noto che il numero di abitazioni di nuova costruzione ha toccato il minimo storico degli ultimi 49 anni.
“Una conferma ulteriore del fatto che i tagli dei tassi di interesse apportati dalla Fed rischiano di essere vanificati da fenomeni deflattivi”, afferma l’economista Gary Becker, premio Nobel nel 1992, “Ma anche se maggiore di quanto lo fosse 5 o sei mesi fa, il rischio di una deflazione rimane ancora relativamente basso. Una recessione si accompagna quasi sempre a delle spinte deflattive. La mistura diviene letale, come accadde in Giappone negli anni novanta, solo quando si coniugano ad una stagnazione economica”.
Un pericolo che negli USA correntmente non è del tutto remoto. Un rapporto della FED formula previsioni di crescita economica per il 2009 che variano da più 1,8 a meno 1 per cento. Una proiezione questa radicalmente inferiore rispetto ad un rapporto precedente che prevedeva invece una crescta che sarebbe oscillata tra l’1,9 e il 3 per cento.
“Ma mi pare che Washington, a differenza di quanto fece Tokyo, si stia muovendo con decisione per sostenere la produtività del paese”, aggiunge Becker, “Sta mettendo centinaia di miliardi di dollari a disposizione delle banche e delle aziende in crisi e nel giro di qualche mese, dai 12 ai 18, questi finiranno col sortire il risultato desiderato di rilanciare il credito e l’economia”,.
Per alleviare la stretta creditizia la Fed ha già ridotto il tasso di interesse portandolo dal 5,25 dell’inizio dell’anno all’un per cento attuale e Bernanke è pronto anche a ridurlo ulteriormente. Il congresso ad Ottobre ha approvato un piano di salvataggio delle banche di 700 miliardi di dollari, di cui 300 sono già stati immessi nel mercato mentre altri 300 erano stati investiti precedentemente per salvare istituzioni come la Bear Stearns, la AIG e Freddy Mac e Fannie Mae. Inoltre in questi giorni il tesoro si è impegnato, dopo aver iniettato 20 miliardi di dollari direttamente nelle sue casse, a garantire altri 306 miliardi di dollari di assetti tossici posseduti dal Citi Group, il maggior gruppo bancario statunitense.
Anche il presidente eletto Barak Obama, preocupato dalle spinte deflattive, ha deciso di bruciare i tempi e prima di insediarsi ha già invitato il congresso ad approntare un altro pacchetto di stimolo economico da 700 miliardi di dollari, dichiarando che lo firmerà il giorno stesso del suo insediamento, il 20 Gennaio 2009. Questi però a differenza dei fondi elargiti precedentemente saranno, come suggeriva Samuelson, diretti sopratutto ad aiutare i padroni di casa in crisi e i consumatori sull’orlo della bancarotta.

























