Il ritorno dei Giapponesi
Negli anni ‘80 gli investitori giapponesi negli USA venivano percepiti come degli sciacalli. Gli americani avevano sofferto gli acquisti del Rockefeller Center, della Columbia Pictures e di Pebble Beach da parte di operatori nipponici come un affronto al loro orgoglio nazionale. L’associazione degli industriali del settore manifatturiero e quelli dell’industria automobilistica lanciarono una campagna pubblicitaria, ‘Buy American’, l’avevano chiamata, per invogliare gli americani a comprare prodotti nazionali. 
Venti anni, e una crisi recessiva di carattere globale, dopo e i giapponesi adesso vengono visti come dei salvatori. Sarebbero gli unici infatti che potrebbero offrire all’industria statunitense quel salvagente che nemmeno il governo, con il suo piano di intervento da 750 miliardi di dollari riesce a fornirgli. Principali detentrici del debito pubblico americano (oltre 500 miliardi di dollari), e forti degli oltre 8 mila miliardi di dollari affidatigli dai piccoli risparmiatori, le banche giapponesi stanno comprando aziende statunitensi a man bassa. Dopo aver assorbito la Lehman Brothers giapponese la Nomura Holdings Inc., la maggiore banca di brokeraggio giapponese con un portafoglio di 263 miliardi di dollari, ha rilevato anche le operazioni europee e medio-orientali della defunta banca di investimento statunitense. Il Mitsubishi UJ Financial Group Inc., 1,1 trilioni di dollari di depositi, ha investito 9 miliardi di dollari nella Morgan Stanley mentre il Sumitomo Mitsui Financial Group Inc., la terza banca giapponese, si prepara ad investire svariate centinaia di miliardi di dollari nella Goldman Sach. E questi si andranno ad aggiungere agli 1,2 miliardi sborsati dalla Mizuho Corporate Bank per acquistare azioni privilegiate della Merrill Lynch, che è poi stata assorbita dalla Bank of America, e i 3,5 miliardi di dollari con i quali la Mitsubishi s’è appropriata della UnionBanCal, la seconda banca californiana.
“Gli USA hanno bisogno di quei soldi”, afferma Jospeh Qinlan, analista della Bank of America, “Aiutano a creare reddito e posti di lavoro per gli americani” Le banche giapponesi, contrariamente a quelle statunitensi, sono uscite illese dal crack dei subprime, il governo a Luglio calcolava che l’esposizione non superasse gli 8 miliardi di dollari.
“Dopo gli errori commessi negli anni ottanta una prudente strategia creditizia gli ha permesso non solo di evitare di cadere nella trappola delle Credit Swap Default ma anche di costruire una sostanziosa riserva di cassa da investire all’estero”, afferma Alan Raskin, analista della RBS Greenwich Capital Market Inc. Infatti a fronte di un rallentamento demografico radicale e con la crescita che nell’ultimo decennio non ha mai superato il due per cento, le banche giapponesi per prosperare non possono far a meno di guardare all’estero, da dove correntemente traggono meno del 20 per cento dei loro profitti. E alla Nomura, puntare all’estero è divenuto il mantra centrale della compagnia. Inoltre Kenichi Watanabe, il nuovo CEO, è convinto che la Nomura è destinata divenire diventare il ponte che collega l’Asia, all’Europa e agli Stati Uniti.
“Si tratta di una occasione che capita solo una volta nella vita”, così Kenichi ha giustificato l’acquisto dei tre tronconi della Lehman ai suoi azionisti. “Questo accordo convalida la nostra strategia”.
Ma se negli ’80 erano gli statunitensi, adesso a protestare contro l’espansionismo bancario nipponico sono i consumatori giapponesi. Questi ritengono che i loro surplus, invece di investirli all’estero, le banche del paese dovrebbero versarli all’erario. Infatti negli anni scorsi per aiutarle a crescere il governo le aveva esonerate dal pagamento delle tasse.
Ma la protesta potrebbe essere presto vanificata dagli eventi di mercato. Sebbene non siano esposte ai subprime, le banche giapponesi registrano una forte partecipazione di aziende conglomerate e man mano che le azioni di queste aziende vengono flagellate dagli eventi di mercato (il Nikkei ha perso in un solo giorno l’11 per cento), le banche sono costrette ad abbassare il valore dei loro assetti. Questo non solo riduce il loro valore ma crea anche dei buchi di bilancio improvvisi, nel caso della Mitsubishi di 10 miliardi di dollari, che le banche devono coprire o facendo ricorso al credito—inesistente—svendendo le loro azioni o mettendo mano alle loro riserve.































