October 31, 2008

Il ritorno dei Giapponesi

Filed under: Finanza, Mercati, News — Paolo @ 9:49 pm

Il Ritorno dei Giapponesi

Negli anni ‘80 gli investitori giapponesi negli USA venivano percepiti come degli sciacalli. Gli americani avevano sofferto gli acquisti del Rockefeller Center, della Columbia Pictures e di Pebble Beach da parte di operatori nipponici come un affronto al loro orgoglio nazionale. L’associazione degli industriali del settore manifatturiero e quelli dell’industria automobilistica lanciarono una campagna pubblicitaria, ‘Buy American’, l’avevano chiamata, per invogliare gli americani a comprare prodotti nazionali.

Venti anni, e una crisi recessiva di carattere globale, dopo e i giapponesi adesso vengono visti come dei salvatori. Sarebbero gli unici infatti che potrebbero offrire all’industria statunitense quel salvagente che nemmeno il governo, con il suo piano di intervento da 750 miliardi di dollari riesce a fornirgli. Principali detentrici del debito pubblico americano (oltre 500 miliardi di dollari), e forti degli oltre 8 mila miliardi di dollari affidatigli dai piccoli risparmiatori, le banche giapponesi stanno comprando aziende statunitensi a man bassa. Dopo aver assorbito la Lehman Brothers giapponese la Nomura Holdings Inc., la maggiore banca di brokeraggio giapponese con un portafoglio di 263 miliardi di dollari, ha rilevato anche le operazioni europee e medio-orientali della defunta banca di investimento statunitense. Il Mitsubishi UJ Financial Group Inc., 1,1 trilioni di dollari di depositi, ha investito 9 miliardi di dollari nella Morgan Stanley mentre il Sumitomo Mitsui Financial Group Inc., la terza banca giapponese, si prepara ad investire svariate centinaia di miliardi di dollari nella Goldman Sach. E questi si andranno ad aggiungere agli 1,2 miliardi sborsati dalla Mizuho Corporate Bank per acquistare azioni privilegiate della Merrill Lynch, che è poi stata assorbita dalla Bank of America, e i 3,5 miliardi di dollari con i quali la Mitsubishi s’è appropriata della UnionBanCal, la seconda banca californiana.

Joe Quinlan

Joe Quinlan

“Gli USA hanno bisogno di quei soldi”, afferma Jospeh Qinlan, analista della Bank of America, “Aiutano a creare reddito e posti di lavoro per gli americani” Le banche giapponesi, contrariamente a quelle statunitensi, sono uscite illese dal crack dei subprime, il governo a Luglio calcolava che l’esposizione non superasse gli 8 miliardi di dollari.

“Dopo gli errori commessi negli anni ottanta una prudente strategia creditizia gli ha permesso non solo di evitare di cadere nella trappola delle Credit Swap Default ma anche di costruire una sostanziosa riserva di cassa da investire all’estero”, afferma Alan Raskin, analista della RBS Greenwich Capital Market Inc. Infatti a fronte di un rallentamento demografico radicale e con la crescita che nell’ultimo decennio non ha mai superato il due per cento, le banche giapponesi per prosperare non possono far a meno di guardare all’estero, da dove correntemente traggono meno del 20 per cento dei loro profitti. E alla Nomura, puntare all’estero è divenuto il mantra centrale della compagnia. Inoltre Kenichi Watanabe, il nuovo CEO, è convinto che la Nomura è destinata divenire diventare il ponte che collega l’Asia, all’Europa e agli Stati Uniti.

“Si tratta di una occasione che capita solo una volta nella vita”, così Kenichi ha giustificato l’acquisto dei tre tronconi della Lehman ai suoi azionisti. “Questo accordo convalida la nostra strategia”.

Ma se negli ’80 erano gli statunitensi, adesso a protestare contro l’espansionismo bancario nipponico sono i consumatori giapponesi. Questi ritengono che i loro surplus, invece di investirli all’estero, le banche del paese dovrebbero versarli all’erario. Infatti negli anni scorsi per aiutarle a crescere il governo le aveva esonerate dal pagamento delle tasse.

Ma la protesta potrebbe essere presto vanificata dagli eventi di mercato. Sebbene non siano esposte ai subprime, le banche giapponesi registrano una forte partecipazione di aziende conglomerate e man mano che le azioni di queste aziende vengono flagellate dagli eventi di mercato (il Nikkei ha perso in un solo giorno l’11 per cento), le banche sono costrette ad abbassare il valore dei loro assetti. Questo non solo riduce il loro valore ma crea anche dei buchi di bilancio improvvisi, nel caso della Mitsubishi di 10 miliardi di dollari, che le banche devono coprire o facendo ricorso al credito—inesistente—svendendo le loro azioni o mettendo mano alle loro riserve.

October 29, 2008

Testimonianze

Filed under: Glocanomica, L'intervista, Personaggi — Paolo @ 9:59 pm

Questa settimana ho chiamato una serie di esperti economici per conto de L’espresso. Li ho interrogati sulle prospettive di mercato e la fase economica che verrà. Interessante notare che in un paio–di cui una non pubblico–riemerge il discorso del decoupling, sul quale c’eravamo soffermati qualche tempo fa. Conclusione? Non è accaduto e la globalizzazione della crisi USA ne è la prova. Ve le presento a ruota libera, come se le avessi appena distillate dal nastro escluendo le mie domande, Diventano così come una piccola serie di testimonianze, dalle quali si desume che anche i super esperti sono spaventati confusi e che non sanno che pesci pigliare. Le loro più che analisi a questo punto sono preghiere, una sorta di recitazione di formule magiche per neutralizzare un universo diventato incomprensibile. Yardeni e Sinai sono due dei massimi esperti di borsa statunitensi e Kashyapp è uno dei geni della School of Buisness dell’Università di Chicago

Allen Sinai

Allen Sinai, CEO della Decision Economics

La crisi e’ di carattere globale, si tratta di una recessione planetaria che sta colpendo tutti settori e tutti i mercati, Non credo che si salverà nessuno. L’allargamento alle economie asiatiche è prova del fatto che il decoupling non è avvenuto e man mano che i consumi rallentano negli USA e in Europa la crisi sia allarga a macchia d’olio anche agli altri paesi. Nel caso dell’Asia gioca poi pesantemente il fatto che gli speculatori si stanno sganciando dalle carry trade, e dal momento che usavano quei capitali per investire in Asia, sono proprio i mercati asiatici che ne soffrono. Non è possible  a questo punto stabilire se qualcuno ci sta veramente guadagnando, il mio senso  è che ci perderanno tutti, alcuni di più altri di meno, ma anche quei paesi che pensavano di essersi isolati dalle CDS e dalle CDO stanno scoprendo che il rallentameno generale dell’economia globale li sta colpendo profondamente.

Ed Yardeni

Ed Yardeni

Ed Yardeni, direttore Yardeni Research

Ci guadagnano gli Stati Uniti i cui buoni del tesoro stanno andando a ruba anche se praticamente pagano zero interessi. Ci guadagneranno di sicuro quelli che speculano contro il mercato, che stanno adesso scommettendo contro l’euro e lo yen. Quelli che fanno shorting e i settori industriali che non hanno bisogno di finanziamenti per operare, ditte come la Phillip Morris per intenderci, i giganti del Web 2.0, il settore agricolo e in prospettiva anche il settore finanziario, in gran parte perché grazie alla crisi saranno in grado di liberarsi di una montagna di debiti marci e di tutti gli investimenti non produttivi. Questa è una recessione più profonda di quella che ci aspettavamo e sarà anche piu lunga di quello che avremmo sperato. L’Asia dipende tantissimmo dalle esportazioni che realizza verso altre regioni. Le sue esportazioni si contraggono man mano che la crisi si espande . Con Europa, USA e Australia che rallentano diventa molto difficle per le economie asiatiche ripararsi dalla recessione, inoltre l’inverisione delle carry trade e il rafforzamento dello Yen, che è dovuto piú ad azioni speculative che a fattori strutturali, sta complicando ulteriormente il quadro economico asiatico, C’è da sperare che quelle economie riusciranno a stimolare una qualche forma di consumo interno perché dall’occidente e dai maggiori paesi industrializzati per un bel pò di tempo a venire sarà difficle che ne arrivi.

Anyl Kashyap, economista della UChicago School of Business

Anil Kashyap

Anil Kashyap

L’Asia è in crisi in gran parte perché soffre delle stesse dinamiche creditizie di cui soffrono gli USA e l’Europa ma anche in parte perché le misure di salvataggio adottate in America e in Europa stanno mettendo sotto pressione tutti i paesi che non le hanno adottate. E’ sfortunato che i paesi avanzati abbiano adottato queste garanzie a tempo indeterminato perché renderà difficile abandonarle. Certo nel breve periodo erano necessarie ma estenderle così a lungo nel tempo sta creando degli squilibri straordinari per i paesi asiatici. Inoltre molte delle loro banche non godono di buona salute e questo accade mentre l’economia internazionale sta rallentando. Il declino però non affliggerà tutti alla stessa maniera, le manifatture di tabacco e gli altri settori che vendono beni di servizio irrinunciabili se la caveranno abbastanza bene, ma in economia è più facile dire chi se la caverà male piuttosto che quelli che faranno bene.

October 27, 2008

Tempeste valutarie, l’effetto FX

Filed under: Analisi, Glocanomica, Mercati, News — Paolo @ 9:27 pm

Negli USA gli analisti di mercato l’hanno chiamato l’effetto FX, foreign exchange, cambio estero. S’è palesato quando il dollaro ha registrato una improvvisa impennata, più 18 per cento, nei confronti di un paniere di monete che include anche l’euro e la sterlina inglese e rischia di complicare ulteriormente il quadro economico statunitense già stressato dagli effetti della stretta creditizia e da una recessione strisciante. Le multinazionali statunitensi, sopratutto nel settore manifatturiero, che negli anni scorsi s’erano avvantaggiate dall’indebolimento del dollaro per aumentare le esportazioni e incrementare il flusso di cassa, adesso sono costrette a rivedere le loro proiezioni trimestrali. Molte le stanno ricalcolando al ribasso e alcune, come la Caterpillar, spaventate dall’effetto che potrebbero sortire sull’andamento del loro titolo in borsa, hanno addirittura deciso di soprassedere sull’argomento fino al 2009.
Aziende come la 3M, che marca due terzi dei suoi profitti sui mercati esteri, registreranno una contrazione delle vendite del 4 per cento. Nel caso della Kimberly Clark, il CEO Tom Falk ha fatto sapere agli azionisti che i cambiamenti registrati nei tassi di cambio causeranno un abbasamento significativo dei dividendi mentre la Manpower Inc., una delle maggiori agenzie di collocamento del pianeta, prevede che nel 2009 dovrà ridurre i dividendi di 43 centesimi ad azione. La proiezione, confermata da una analisi della Merrill Lynch, in pratica azzera il dividendo di 40 centesimi che gli azionisti avevano ricevuto nel 2008. Alla Tuperware Brands Corp, un’altra delle compagnie USA che ricava una buona parte dei suoi profitti dai mercati esteri, invece ogni singolo punto percentuale di rialzo del valore dollaro si trasforma in una perdita del 3 per cento dei dividendi azionari.
“La gente non ha ancora compreso l’effetto FX”, dichiara Jeff Markunas, manager del RidgeWorth Large Cap Core Equity Fund, “Il quarto trimestre sarà così cattivo che gli analisti si dovranno affrettare a rivedere le previsioni sui profitti aziendali. Sono convinto che da qui al mese di ottobre del 2009 la situazione valutaria peggiorerà ulteriormente”.
E questo, sebbene l’aumento del dollaro si stia trasformando anche in una riduzione drastica del costo materie prime (sopratutto di petrolio, rame e acciaio), rischia di compromettere significativamente le esportazioni di compagnie come la Caterpillar e la Philip Morris Inc. Schermate nel passato parzialmente dalle fluttuazioni valutarie dallo spostamento di alcune linee produttive all’estero, adesso saranno colpite duramente dal rallentamento della domanda in Europa e in Asia. Anche gianti come Google e Yahoo, che realizzano una buona parte dei loro profitti all’estero, stanno soffrendo. Google ha per esempio reso noto che il risalita del dollaro determinerà una contrazione di 59 milioni di dollari dei profitti per il trimestre corrente.
Secondo analisti come Jessica Hoversen, della MF Global Ltd., di Chicago, il rafforzamento del greenback sarebbe anche l’espressione di una reazione del mercato internazionale alle misure adottate dagli USA per far fronte alla recesione. L’opinione della Hoversen è condivisa anche da Kathy Lien, direttore di ricerca del Global Forex Exchange di New York, la quale inoltre è convinta che il dollaro si apprezzerà di un altro 5 per cento entro la fine dell’anno.
Il fenomeno però, secondo Alan Raskin, è più espressione di una debolezza dei mercati internazionali che di una forza propria della valuta statunitense o dell’economia del paese.
“Quando l’economia internazionale va male il dollaro e alcune monete che sono relativamente deboli si rafforzano”, spiega Raskin, “Adesso gli investitori si stanno ritirando dai mercati emergenti e si stanno rifugiando nel dollaro. Sopratutto le economie del Bric (Brasile, Russia, India e Cina), che prima vendevano dollari a man bassa, adesso ne stanno facendo incetta, e se non vendono loro i dollari veramente non li vende nessuno”.
Gli europei appaiono infatti essere tra i maggiormente esposti alle vicissitudini dei mercati emergenti. I prestiti europei a paesi come il Belarus, l’Ucraina, l’Ungheria, l’Islanda e il Pachistan—che hanno tutti chiesto un finanziamento d’emergenza di 20 miliardi di dollari all’IMF per far fronte alla crisi—rappresentano il 21 per cento del PIL del continente e il 24 per cento di quello britannico, mentre di converso l’esposizione degli USA e del Giappone sono rispettivamente del 4 e del 5 per cento.
L’esodo dall’euro e dalla sterlina è dovuta però anche in parte al taglio dei tassi di interesse annunciato della BCE e dalla Bank of England. Cosa questa che ha a sua volta causato anche un disimpegno degli investitori dalle carry trade, gli investimenti che si realizzano cioè facendo ricorso al debito in un paese a basso tasso di interesse per operare in uno che invece ha tassi di interesse più alti. Realizzate nel corso degli ultimi anni sul mercato giapponese, dove i tassi di interesse sono allo 0,5 per cento, adesso si stanno rispostando verso gli USA, dove il tasso è all’1,5 per cento e si prevede che scenderà di un ulteriore quarto di punto al prossimo incontro della Fed del 29 Ottobre.
“Questo spiega in parte il rafforzamento dello yen rispetto al dollaro”, continua Raskin, “Un rafforzamento per altro dovuto anche al fatto che le banche giapponesi hanno per la maggior parte evitato di investirsi pesantemente nelle credit swap default e nelle CDO”.
Intanto il rafforzamento del greenback dovrebbe dare un pò di fiato alle economie di eurolandia e a quella cinese, le cui esportazioni adesso sono più competitive rispetto a quelle statunitensi. E se Bernanke riuscirà, come si prevede, a convincere il congresso statunitense ad approvare un altro pacchetto di stimolo economico, come quello da 168 miliardi di dollari passato a Febbraio di quest’anno, presto gli statunitensi disporranno di un bel gruzzolo da spendere per fare gli acquisti che hanno dovuto posporre nel corso di questi ultimi mesi.
Ma la velocità con la quale si sta realizzando l’ascesa del dollaro preoccupa molti analisti che cominciano a domandarsi se si realizzerà un intervento a favore dell’euro da parte delle banche centrali, simile a quello che fu realizzato nel 1995 per calmierare lo yen che era schizzato verso il cielo, o se invece le banche europee saranno costrette a tagliare verticalmente i tassi di interesse. E’ probabile che la risposta arriverà dal primo summit sulla crisi economica internazionale convocato da Bush per il 15 Novembre a Washigton. Fino ad allora i mercati valutari continueranno a comportarsi come cavalli imbizzarriti e gli investitori non potranno far altro che cavalcarli.


October 23, 2008

All my crisis, tutte le mie crisi

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 7:59 pm
Il Cast di All My Sons. Dianne Wiest, John Lithgow, Katie Holmes and Patrick Wilson. Photo by Andrew Eccles.

C’e’ crisi e crisi. Quella drammatica degli investitori che stanno perdendo una fortuna nell’altalena borsistica di questi giorni e quella mortale dei padroni di casa ai quali hanno pignorato l’immobile. Ma c’e’ anche la crisi di quelli che invece la usano per avvantaggiarsi di opportunita’ uniche. E che ci si creda o meno sono tantissimi.

Le agenzie pubblicitarie di Madison Avenue stanno per esempio cavalcando la tigre producendo spot per ditte di tutti i tipi, dalla Denny’s alla American Express, che prendendo spunto dalla crisi strombazzano o le virtu’ del cibo servito dal ristorante–pietanze di cui ti puoi fidare recita la voce fuori campo mentre sullo schermo televisivo scorrono le foto dei piatti della catena fast food–o l’affidabilita’ dei prodotti finanziari promossi dalla famosa charge card statunitense. E le due aziende in questione non sono le uniche. Il novero delle banche, dei broker, dei produttori di beni di consumo che stanno promuovendo le loro merci in antitesi (o come antidoto) alla crisi sta crescendo di giorno in giorno.

La crisi presenta occasioni rare anche per operatori di carattere culturale, a tal riguardo bisogna notare il boom del consumo cinematografico, che (come sotolineavano gli analisti di Wall Street), durante i periodi di crisi incrementa sempre esponenzialmente. Per esempio a Broadway adesso impazza “All My Sons”, un dramma scritto da Arthur Miller nel 1947 e che in maniera trasversale costituisce un duro commentario sul tipo di egoismo e avventurismo economico ( da parte di banche e operatori di Wall Street) che ha spinto il paese, e l’economia globale, sull’orlo del disastro finanziario.

In “All My Sons”, Miller racconta la storia di Joe Keller, un industriale bellico che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva spedito, deliberatamente, motori dai cilindri difettosi all’aviazione statunitense . Le parti danneggiate avevano causato la morte di 21 piloti. Esonerato durante il processo perche’ era riuscito a scaricare la responsabilita’ sul suo partener, Keller viene alla fine smascherato. Piuttosto che riconsegnarlo alla giustizia, Miller preferisce suicidarlo. Dalla Enron alla AIG, vi ramenta niente?

La crisi ha offerto una occasione unica, quasi sincretica, anche a Michael Bloomberg, sindaco-miliardario di New York. Bloomberg cercava da tempo di far abolire la legge che gli impediva di presentarsi per la terza volta alle elezioni. Term Limit lo chiamano da questa parte dell’oceano. Lo avevano imposto negli anni ‘90 gli elettori statunitensi stufati un po’ dappertutto dai politici che continuavano a presentarsi anno dopo anno per la stessa carica, bloccando di fatto il processo democratico di avvicendamento alle cariche pubbliche dei rappresentanti popolari. Forte della sua esperienza di Borsa, e’ sato trader e fondatore della Bloomberg, e in virtu’ del panico che s’e’ abbattuto su New York dal crollo di Wall Street, Bloomberg (presentato dai suoi sostenitori come il cavaliere dall’armatura bianca che solo puo’ salvare la citta’ dal disastro economico) e’ riuscito a convincere il consilgio comunale ad abolire la normativa che gli impediva di ripresentarsi, facendosi cosi’ di fatto spianare la strada per un terzo mandato.

Bill e Hillary, un ritorno al futuro?

Bill e Hillary, un ritorno al futuro?

Della cosa dovrebbe rallegrarsi particolarmente Bill Clinton, e in una certa maniera anche gli americani che durante la sua presidenza godettero di grande benessere, che non ha fatto mai mistero del suo desiderio di rientrare–direttamente o per viatico attraverso sua moglie–alla Casa Bianca.

October 21, 2008

Silicon Valley sull’altalena

Filed under: Analisi, Economia, News — Paolo @ 10:28 pm

Alcuni, come i commentatori del settimanale Business Week e del quotidiano USA Today, leggono il rallentamento degli investimenti di ventura nella Silicon Valley (sarebbero diminuiti del 7 per cento rispetto all’ultimo trimestre dell’anno scorso), come un segno di crisi della valle californiana, una sorta di tramonto dell’era dell’euforia tecnologica. Il dato preso in assoluto fallisce pero’ di dare conto di vari fatti salienti. Primo che anche cosi’ i capitali di ventura investiti nelle startup di Silicon Valley quest’anno si mantengono sostanzialmente invariati, solo 100 milioni di dollari in meno rispetto a quello precedente, e sono comunque superiori a quelli del 2006. Secondo che diversificando i loro interesssi i VC hanno dirottato parte dei loro investimenti verso le strat-up asiatiche. Nel secondo trimestre di quest’anno hanno investito 238 milioni di dollari in India mentre in Cina nei primi sei mesi del 2008 l’investimento ha raggiunto i 2 miliardi e un quarto. I VC inoltre stanno diventando piu’ cauti, gli stessi capitali quest’anno sono stati investiti in un numero di aziende inferiore a quello dell’anno scorso, solo 290 infatti e’ il numero piu’ basso registrato dal 1996. Terzo perche’ adesso i VC devono competere con le iniziative dei giganti dell’industria digitale come Google, Cisco, Xerox Parc, Oracle e via di seguito che invece investono pesantemente in start-up o con capitali diretti o acquistando la start up in uno swap di titoli e trasformando cosi’ in un battito di ciglia i creatori di alcune applicazioni Internet da diletanti in cerca di sostenitori a miliardari di pieno diritto. Questo e’ sato per esempio il caso di Stephen Chen, Chad Hurley e Jawed Karim, fondatori di YouTube, che vendendo a Google avevano realizzato 1,6 miliardi di dollari, che oggi valgono molto di piu’. Inoltre mentre il versante finanziario della Valley e’ affetto dalle vicissitudini bancarie, quello produttivo continua a marcare profitti da record , Apple piu’ 26 per cento, Cisco piu’ 10 per cento, Oracle piu’ 27 per cento e Google piu’ 42 per cento. Profitti che possono essere usati per gestire l’assorbimento continuo delle piu’ interessanti startup presenti sul mercato e per finanziare la ricerca e lo sviluppo. Giusto di recente la Plasti Logic, una ditta di Mountain View a partecipazione anglo-tedesca, e che sembra godere dell’investimento di alcuni dei maggiori giganti della Valley, ha reso noto di apprestarsi a lanciare sul mercato il primo quotidiano elettronico. Inutile dire che questo corrisponde alla contrazione del pool di aziende in grado di attirare i capitali di ventura.  Insomma se i VC spesso fanno ricorso al mercato per finanziare i loro investimenti, e sono di conseguenza esposti agli umori del mercato, le aziende per farlo possono utilizzare il loro flusso di cassa o l’escamotage di uno swap azionario. Ora si puo’ dibattere se l’industria di Silicon Valley sia stata colpita o meno dalla crisi economica, ma bisogna pur sempre riconoscere che nel suo complesso continua a tirare forte e che, sebbene stia spingendo alcune ditte a ralentare gli investimenti, o addirittura a rimangiarseli, la stretta creditizia non si trasformera’ in una stretta asfissiante per la valley e non rallentera’ il progresso dell’industria digitale.

October 20, 2008

Rapporto dal Profondo Sud

Filed under: Analisi, Personaggi, Personal — Paolo @ 9:22 pm
Stonehenge

Stonehenge

Famiglia Melungeon

Sto facendo un giro del profondo sud degli Stati Uniti per un reportage su come l’America bianca risponde alla crisi economica e alle tensioni etniche generate dal’influsso degli immigranti e dalla crescita della poverta’ generata dalla recente crisi finanziaria. Dopo essere atterrato a Nashville mi sono diretto a sud attraversando l’Alabama e risalendo verso il nord arrivato in Georgia mi sono recato alle Georgia Guidestones, un monumento (simile alle Stonehnge britanniche) di carattere malthusiano costrutio da qualche misterioso personaggio nei pressi di Elberton, in una delle contee piu’ depresse e possibilmente razziste degli Stati Uniti. Il monumento promuove un futuro ideale nel quale 500 milioni di persone ( e solo 500 milioni) riallineandosi con la natura e gli interessi del pianeta vivono in piena armonia con se stessi e l’Universo. Non mi fermo nemmno a commentare su questa ipotesi. Qui pero’ ho fatto un incontro interessante con un simpatico signore: mi sono fermato a parlare con Howard L. Silverman, un agente immobiliare di Clayton, in Georgia. Dope esserci scambiati una serie di facezie sulle idee avanzate dal misterioso monumento siamo finiti a parlare, come si poteva prevedere, di economia. Cercando di capire come la stretta creditizia stesse affliggendo, la regione e se questa stesse generando un’ulteriore inasprimento dei rapporti razziali gli ho fatto una serie–fin troppo intrusiva–di domande sui suoi affari. Silverman, seppur riconoscendo che s’era realizzato un certo rallentamento del ritmo col quale nel passato riusciva a vendere appezzamenti di terreno e case–la sua specialita’ sono i terreni–sosteneva che il mercato aveva continuato a produrre anche durante i momenti piu’ bui della crisi e che a suo parere la crisi si avviava a toccare il fondo. Infatti, affermava Silverman, per coloro che dispongono di contanti e di un buon profilo creditizio i finanziamenti sono ancora disponibili. Vero ad un tasso di interesse leggermente superiore a quelli del passato ma pur sempre inferiori a quelli degli anni di Carter o a quelli di Reagan. Silverman inoltre notava che il mercato statunitense e’ a tutt’ora sopravvalutato e che una correzione del 50 per cento non sarebbe stata per niente straordinaria. “Fa parte dei cili e ricicli della borsa”, affermava Silverman, che nel passato era stato fisico e chiropratico, “Un altro crollo alla Grande Depressione non dovrebbe arrivare per altri 36 anni”. Mentre affermava che la crisi aveva assunto caratteristiche localistiche–che si esprime cioe’ in maniera molto differente da regione a regione degli USA e da settore a settore dell’economia–era pure confidente che il mercato sarebbe risalito non appena si sarebbe risolta l’incertezza di chi avrebbe gestito la Casa Bianca nei prossimi 4 anni. “Il mercato non ama l’incertezza”, affermava Silverman, “Non fara’ nessuna differenza se sara’ Obama o McCain, basta che si sappia chi sara’ alla guida”. Inutile dire che vista cosi’, con l’occhio dell’ottimista, la crisi sembra molto meno spaventosa di quella che viene descritta oramai quotidianamente dai media di massa. Da parte mia dopo aver girato Tennessee, Alabama, Mississippi, Georgia, South e North Carolina, devo dire che i segni imminenti di un crollo verticale del sistema statunitense non li ho visti. E non e’ che il sud non lo conosca, tre dei mie figli sono nati per l’appunto in Tennessee. Certo le scene di poverta’ non mancavano, ma le trovavo tutte dove me le sarei aspettate e i segni di una volonta’ chiara di rinascita erano evidenti tanto (sorprendentemente e se non piu’ forti) quanto lo erano quelli della crisi. Erano chiari per esempio il 18 Ottobre a Pulaski, dove il raduno annuale del Ku Kluk Klan s’era ridotto ad una penosa e vergognosa sfilata di 4 gatti che venivano ignorati dalla popolazione della cittadina che per sua sfortuna ha dato i natali allo scellerato movimento. Erano evidenti tra gli abitanti della Farm, una ex repubblica utopica fondata negli anni settanta da fuoriusciti marxisti di San Francisco trasformatisi in hippies , che ha sviluppato uno dei piu’ interessanti eco villaggi che mi sia mai capitato di incontrare nei miei peregrinaggi. Ed erano sopratutto evidenti tra i Melungeons, gruppi tri-razziali degli Applacchi statunitensi. Discendenti di esuli scozzesi, irlandesi e olandesi che si sono incrociati alla fine del 700 con schiavi africani sfuggiti dalle piantagioni della Georgia e ai Nativi Americani locali (per lo piu’ Cherokee), i Melungeon dopo aver vissuto a lungo la loro condizione come una vergogna da subire in silenzio, oggi rivendicano le loro radici etniche e esprimo un orgoglio culturale che rinfranca il cuore a vederlo. Alla fine bisogna proprio concludere che malgrado il fatto che a Wall Street si levino i lamenti funebri, nel resto del paese il cielo non sta ancora cascando.

October 17, 2008

Un altro punto di vista sulla collaborazione

Filed under: Glocanomica, L'intervista, Personaggi — Paolo @ 9:45 pm

Serendipita’ la chiamano gli inglesi. E’ come trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Ha luogo ogni volta che ci si imbatte in una una informazione inaspettata mentre se ne sta cercando un’altra e l’informazione inaspettata non solo e’ collegata in maniera trasversale a quella che si stava cercando originariamente ma apre anche nuovi orizzonti nella nostra ricerca. Ma il termine non indica solo casualita’. Per cogliere le indicazioni che porteranno alla scoperta della nuova direzione occorre essere aperti mentalmente e riconoscere il valore di esperienze che non corrispondono alle aspettative originarie. E’ un po’ quello che mi e’ successo di recente quando ho intervistato Felix Rohatyn sulla crisi economica. Realizzata un paio di giorni dopo il posting che aveva caricato sul valore della cooperazione gli ha conferito un nuovo contesto, piu’ glocale. Eccola.

Intervista a Felix Rohatyn

Paolo Pontoniere

Per risolvere la crisi serve collaborazione. A livello internazionale e tra le parti sociali. Gli europei potrebbero assumere un ruolo trainante ma non senza l’assenso degli americani. E piuttosto che discutere di nazionalizzazione è meglio parlare di come garantire l’investimento dei contribuenti nel sistema bancario e nelle aziende in crisi, ma a questo punto la pratecipazione pubblica è invetitabile.
Felix Rohatyn è uno dei maggiori banchieri di investimento statunitensi. Negli anni settanta fu l’artefice del salvataggio di New York dalla bancarotta. All’inizio della sua presidenza Bill Clinton lo aveva chiamato alla Fed come vice presidente a fianco di Allan Greenspan ma i repubblicani—che avevano la maggioranza in congresso–si opposero. Ambasciatore a Parigi dal 1997 al 2000, nel 2006 assunse l’incarico di vice presidente delle operazioni internazionali della Lehman Brothers, le uniche che all’atto del crack erano ancora in attivo. Fondatore nel 2001 della Rohatyn Associates LLC, una azienda di consulenza finanziaria e di mercato, Rohatyn ha anche fondato il Rohatyn Center for International Affairs al Middelbury College. Lo abbiamo intervistato.

Alcuni pensano che la crisi rafforzerà l’Europa e indebolirà gli USA, lei cosa ne pensa?

Amo l’Europa, sono stato ambasciatore a Parigi e la Francia è una nazione che rimane nel mio cuore ma la dicotomia Europa-Stati Uniti è falsa. Le due economie sono fortemente coordinate, anzi direi che a questo punto tutte le maggiori economie del mondo sono in relazione stretta e indissolubile l’un con l’altra. Se una va male vanno male anche le altre.

Questo non è stato vero delle altri crisi, per esempio quella messicana e quella asiatica degli anni novanta non si ripercossero sull’economia globale.

Se è per quello anche la crisi di New York non si trasformò in una crisi di carattere bancario generale, ma si trattava una crisi di 20 anni fa. In termini di evoluzione del mercato gli anni nell’era del globalizzazione sono come secoli. La situazione attuale è totalmente diversa, il livello di integrazione è inestricabile e la rapidità con la quale la crisi s’è estesa dagli Stati Uniti all’Asia e all’Europa lo dimostra senza possibilità di dubbio.

Come si esce dalla crisi?

Questa è la domanda da svariati miliardi di dollari alla quale tutti vorrebbero dare una risposta. La mia esperienza mi dimostra che la collaborazione a tutti i livelli della struttura sociale può essere un fatore decisivo per una risoluzione positiva. Nel caso di New York il successo fu determinato dal fatto che la municipalità, le banche, i sindacati e anche i consumatori, cittadini, capirono che la crisi non si sarebbe risolta se non decidevano di mettersi tutti daccordo, che la ristrutturazione del debito avrebbe colpito tutti e che era ora di assumersi tutti le proprie responsabiltà. Ma mi sembra che questo stia già accadendo, che questo sia stato lo spirito con il quale le banche centrali dei maggiori poteri mondiali hanno deciso l’altro giorno di coordinare il taglio contemporaneo dei tassi di interesse.

Alcuni sostengono che non se ne esce se non si prendono in consideraziona anche gli interessi dei poveri del mondo, lei cosa ne pensa?

Che probabilmente hanno ragione. Quest’argomento è stato discusso a fondo anche all’utlimo incontro internazionale delle autorità finanziarie. E’ chiaro che per adesso nessuno ha la risposta giusta e che per trovarla bisognerà pensare anche al di fuori dei parametri tradizionali. Sono fiducioso però, mi pare che i politici mondiali stiano cominciando ad esperimere una certa leadership, in fondo questa non è solo una crisi finanziaria.

Che vuole dire?

Che è anche una crisi del modello di sviluppo. Qualche tempo fa avevamo con Everett Ehrlich lanciato l’idea di istituire una banca che si facesse carico di rilanciare gli investimenti di carattere pubblico, nelle infrastrutture che hanno un disperato bisogno di ammodernamento. Ponti, strade, ferrovie, ospedali, aeroporti e scuole negli ultimi anni hanno sofferto fortemente, sono in uno stato di abandono terribile. Il potere pubblico gioca un ruolo indispensbile nel mantenimento dei nostri standard di vita. Noi l’avevamo chiamata National Infrastructure Bank, il senatore Dod nel 2007 aveva presentato anche una proposta di legge. La creazione di un organismo del genere servirebbe anche da stimolo nei confronti dell’intervento dei privati. Un investimento pubblico di qualche centinaio di miliardi ne attirerebbe circa mille dal settore privato e appena 40 miliardi di investimenti pubblici creerebbero un millione di nuovi posti lavoro. Di esempi del genere se ne trovano già molti in giro per il paese, a SanDiego, a Chicago e una soluzione di semiprivatizzazione la si sta discutendo anche per il New Jersey Turnpike.

Intende dire che si dovrebbe lanciare una sorta di New Deal?

Di sicuro negli Stati Uniti, bisogna rimettere la gente a lavorare e l’industria a produrre. E’ così che si crea liquidità reale, non solo intervenendo sul mercato ma anche sulla strada e chi può farlo meglio del governo?

Ma che possibilità ci sono di lanciare progetti del genere se l’euro diventa la nuova moneta di riferimento?

L’euro è una moneta importante che sta crescendo ed è un bene per il mercato valutario internazionale che ciò stia accadendo, ma prima che possa sostituire il dollaro come moneta di riferimento ce ne vuole. Di sicuro non per anni a venire. Richiederebbe anche una certa disponibilità di coloro che hanno migliaia di miliardi investiti in dollari Ad accettare un forte deprezzamento del loro invesitmento, non credo che accadrà tanto presto e tanto facilmente. Vedo con più probabilità l’emergenza di un sistema di correlazione tra le varie monete, una sorta di paniere delle monete riferiemento in cui si potrebbe creare un paniere di monete di riferimento, ma a questo punto stiamo facendo del fantamonetarismo. Per adesso bisogna invece riconoscere che stiamo combattendo la guerra del futuro con gli strumenti del passato. E per il momento mi fermerei a quest’ultima constatazione.

October 16, 2008

Il mercato? Si riprendera’, parola di Nobel

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 9:33 pm
Gary Becker

Gary Becker

Intervista sul futuro del mercato con Gary Becker, Premio Nobel per l’economia

Ci avviamo verso il crollo del sistema economico globale?

Non esageriamo, il mercato sta esprimendo un nervosismo comprensibile. C’è grande incertezza sull’efficacia del piano di salvataggio statunitense. Ma una volta che il piano sarà implementato, e sono sicuro che lo sarà, il nervosismo sparirà e i mercati ricominceranno ad operare di nuovo in maniera prevedibile.

Molti sostengono che il mercato deve essere normalizzato, lei che ne pensa?

Ci avviamo verso una fase di maggiore regolazione non c’è dubbio. Le banche di investimento e gli hedge fund dovranno incrementare le loro riserve di capitali, i CEO saranno controllati e perderanno i loro paracadute d’oro, il sitema degli incentivi aziendali dovrà allinearsi con il salario medio dei lavoratori che operano in quel comparto industriale. Inoltre nel futuro diventerà molto difficile realizzare operazioni rischiose come il leveraging, il naked shorting e le carry trade. Ci avviamo, almeno nell’immediato, verso un capitalismo nel quale lo stato e il pubblico svolgeranno un ruolo più importante.

Per pubblico intende anche i consumatori?

Si i consumatori a tutti i livelli. Per uscire dalla crisi bisognerà coinvolgerli, convincerli che il salvataggio è necessario e che hanno da guadagnarci. Bisognerà approvare misure a favore dei proprietari di casa che rischiano lo sfratto. Prima di tutto perchè se non lo si fa la sinistra democratica non si esprimerà mai a favore delle varie operazioni di salvataggio, e poi anche perchè se non ricominciano a pagare regolarmente i mutui il mercato immobiliare non si ripenderà tanto facilmente. E se non risalgono i valori immobiliari non si risolve il problema della stretta creditizia. Sara’ solo quando si sarà normalizzata la situazione dei mututi che le banche ricomincerano a fare credito. Questo richiederà anche una rinegoziazzione dei tassi di interesse e dei termini di ripagamento d’una buona fetta dei subprime andati a male. Di sicuro di quelli dei propietari che hanno un credito accettabile e che hanno sempre rispettato le scadenze di pagamento.

Alcuni hanno parlato di fine del mercato libero, lei che ne pensa?

Che si tratta di una forzatura. Il mercato attraversa periodicamente crisi di maggiore o minore intensità. E’ un organismo che si evolve e di conseguenza bisogna continuamente aggiornare le norme che lo regolano. Stiamo attraversando una fase di questo genere, ma una volta chiariti i nuovi parametri ricomicerà a funzionare in maniera accettabile. Il libero mercato, e anche l’adozione degli strumenti finanziari che hanno permesso di distriubire il rischio, sono fattori che hanno moltiplicato la ricchezza a livello planetario e contribuito a migliorare le condizioni di vita di intere popolazioni. Prenda ad esempio la Cina e l’India per citare solo i due casi più significativi. Ma bisogna starci attenti perchè quando si inaspriscono le regole si rischia di far oscillare il pendolo in direzione opposta, si rischia di paralizzare maggiormente il mercato. Questo è quello successe per esempio in Giappone dove la risposta normativa alla crisi bancaria degli anni novanta condannò il paese ad un decennio di stagnazione economica.

Si parla di incrementare la trasparenza, è daccordo?

Certo e per facilitare questo compito bisognerebbe chiudere immediatamente Freddie Mac e Fannie Mae. Non sono certamente il migliore esempio di responsabilità e trasparenza aziendale.

October 14, 2008

Disastri prossimi venturi, Bollywood diserta tinseltowon mentre i bond aziendali rischiano il crollo

Filed under: Uncategorized — Paolo @ 11:27 pm

Sebbene tutti sperassero che ci avrebbe messo un pò di tempo prima di colpire l’economia reale del paese, i segni che la crisi sta affliggendo anche ‘the street’ non hanno tardato ad esplicitarsi. Da tutti gli angoli degli Stati Uniti arrivano rapporti di persone dal credito immacolato che non riescono più a comprare una macchina a cambiali. Di negozianti che sono costretti a chiudere bottega perché non riescono a farsi finanziare gli acquisti di materiale. Di aziende familari che devono licenziare il personale perché le banche non gli anticipano i capitali per pagare i salari.  Diamine! Anche Bollywood, che pianificava di sbarcare ad Hollywood, ha fatto sapere che, colpa degli effetti ‘trickle down’ della stretta creditizia, per l’immediato futuro di lanciare joint ventures con Hollywood—Spielberg o non Spielberg–non se ne parla nemmeno. Ma fin quando il rallentamento si limitava al settore dell’intrattenimento, anche di quello più esotico tipo il Tropicana Hotel di Las Vegas, non c’era ragione di preoccuparsi. Le cose hanno preso una piega decisamente negativa quando anche le non profit (ospedali e univeristà), hanno cominciato ad annunciare tagli drastici del personale e la cancellazione dei piani di ammodernamento.

Endicott College

Endicott College

A Beverly, una cittadina del Massachusetts, l’Endicott College ha dovuto sospendere la costruzione dei nuovi dormitori per alloggiare le matricole. La sospensione di iniziative di vario genere è stata adottata anche dal Boston Children’s Hospital e dal Boston Fine Arts Museum, che non solo devono pagare un interesse maggiore sulle esposizioni che già possiedono ma devono anche rinunciare all’emissione di nuove obbligazioni perchè non c’è nessuna banca che sia disposta a sottoscriverle. E queste sono istituzioni solidissime, con le quali nel passato le banche pur di farci affari avrebbero fatto le capriole.
“In una sola settimana il tasso di interesse sui nostri bond è aumentato di oltre tre punti”, afferma Lynne O’Toole, vice presidente per le finanze dell’Endicott College, “E ci possiamo anche scordare di emettere nuovi bond per finanziare nuove espansioni. Siamo un microcosmo della nazione. Se ci blocchiamo noi si blocca anche il resto dell’economia”. Il problema dei bond non affligge solo le non profit, che in questo campo non sono che una piccola entità, e non è nemmeno irrilevante. Anzi se si espande a quello delle obbligazioni aziendali rischia di trasformarsi in un incubo che potrebbe ripercuotersi in maniera pesantissima sul mercato delle Credit Default Swaps a livello globale: 62 mila miliardi di dollari che potrebbero vaporizzarsi in un batter d’occhio se le aziende che hanno emesso i bond non riescono a ripagarli o a rifinanziarli. Una eventualità questa che secondo Warren Buffet se si avverasse sarebbe paragonabile allo scoppio di un arma finanziaria di distruzione di massa. E con la stretta creditizia che, a dispetto dei 700 miliardi di dollari ottenuti da Bernanke e Paulson, non accenna a scemare, quest’eventualità non è poi così remota.

Secondo un rapporto della Standard & Poor’s sul versante aziendale sarebbero circa 1300 i miliardi che rischiano di finire in morosità. Obbligazioni emesse negli anni scorsi da compagnie come la Ford, la GM, la Tribune, la Univision, la JetBlue e la US Airways-citandone solo alcune–per finanziare progetti di ricerca, acquisti di macchinario, costruzione di nuovi edifici e acquisizioni aziendali. Una buona parte arriverà a maturazione nel corso dei prossimi mesi e la S&P prevede che entro il 2010 la morosità ragiungerà un tasso del 23 per cento: una cifra superiore ai 300 miliardi di dollari. E a riprova, le delinquenze, che a fine Settembre si mantenevano stabili sullo 0,7 per cento, adesso raggiungono già il 3 per cento. Gli esperti S&P ritengono che se gli USA non trovano immediatamente un modo di rilanciare il credito, entro la fine dell’anno potrebbero anche arrivare all’8, 5 per cento. E se queste previsioni vi sembrano funeste quelle di Martin Fridson vi terrorizzeranno.

Martin Fridson

Martin Fridson

Direttore della Fridson Associates, Fridson, che è stato consulente della FED, è ritenuto una delle massime autorità in materia di obbligazioni aziendali.
“Nei prossimi mesi potremo assistere ad una vera e propria ondata di fallimenti aziendali di grandi proporzioni”, afferma Fridson, “Il tasso di morosità delle obbligazioni aziendali, dipendendo da come risponde il mercato allo stimolo approvato dal congresso, potrebbe anche ragiungere il 20 per cento entro la fine dell’anno. I segni non sono incoraggianti. Il mercato s’è chiuso a guscio. Lo scorrimento verso il basso del bail out  non s’è visto ancora”.

Trump Tower Dubai

Trump Tower Dubai

A fallire potrebbero essere compagnie come la Ford (117,6 miliardi di dollari di obbligazioni a rischio), la GM (83 miliardi), la Charter Communications Inc (23 miliardi), la Ciquita (875 milioni), la Dole Foods (22 miliardi), la Trump  Entertainment (1,3 miliardi), la Harrah’s Operating Company (10 miliardi), la Chrylser LLC (9 miliardi), la Daimler Chrysler Financial Services America (6 Miliardi) e la AbitibiBowater Inc (6,5 miliardi).
Secondo il rapporto della S&P le multinazionali statunitensi a rischio sono oltre 300 e per non finire in morosità adesso devono o ripagare i loro bond o trovare qualcuno che glieli rifinanzia.
“Gli auguro buona fortuna”, è il commento di Sean Egan, direttore della Egan-Jones Rating, un’agenzia che valuta l’affidabilità delle obbligazioni aziendali, “con il clima di sfiducia che tira, anche nei confronti delle aziende più solide, è difficile che trovino qualcuno disposto a farlo”.

Ciò non significa solo che queste compagnie dovranno eventualmente far ricorso alla protezione del Capitolo 11, quello della legge di bancarotta che gli permette di tenere a bada i creditori mentre si riorganizzano, ma anche che le credit default swaps, i contratti assicurativi che coprivano quei bond, dovranno essere ripagati immediatamente e, a prescindere da chi sono state emessi, di un fatto sono tutti sicuri: che probabilmente non sarano in grado di farlo.

“Quello delle CDS è un mercato fortemente speculativo e non regolato”, afferma Lawrence Jones, analista finanziario della Morningstar, “Molti speculatori avevano assunto contratti di rischio contando sul fatto che in condizoni ordinarie ditte solide non sarebbero mai fallite, ma queste non sono condizioni ordinarie. Dopo la dipartita della Bear Stearns, di Freddie e Fannie e della Lehman può accadere di tutto”.
Il tutto in questo caso sarebbe la morosità di tutte le swaps emesse dalle entità che non sono in grado onorarle. Ne sa qualcosa la AIG che di contratti del genere in bilancio ne aveva circa 450 miliardi. Maturati improvvisamente, in seguito al protesto dei mutui che assicuravano, sono finiti in protesto per mancanza di capitali e così è scattata la nazionalizzazione.

Diane Vazza

Diane Vazza

“E’ un’ipotesi funesta”, afferma Diane Vazza, l’analista della S&P che ha preparato il rapporto sul pericolo bond aziendali, “Introdurrebbe un altro elemento di incertezza in un mercato che è già allo sbando, e se le aziende non possono pagare, si rivolgeranno tutti al pagatore di ultima risorsa, ovvero al Governo”.
In un quadro del genere, secondo la Vazza, il problema non è tanto che i contribuenti si dovranno accollare un altro ammanco di migliaia di miliardi ma che si innescherà una reazione a catena, dove i fallimenti alimenterano nuovi fallimenti e la conseguente contrazione creditizia finirà coll’aggravare quella corrente.

Chi possieda queste SWAP, quante e quanto sia il loro amontare, è uno dei misteri più fitti del sitema economico globale. La FED consapevole del rischio che corrono le compagnie americane ha deciso di garantire anche le commercial paper aziendali, i contratti di prestsito a breve termine con i quali le corporazioni solitamente finanziano operazioni di busta paga e il pagamento dei prestiti relativi all’acquisto delle materie prime. Una mossa totalmente nuova per la banca centrale che tradizionalmente garantisce solo il funzionamemto delle istituzioni finanziarie.

“E’ un primo passo. Necessario, perchè se le commercial paper non trovano finanziatori il sistema aziendale nazionale rischia di femarsi”, afferma Joseph Mason, docente di economia e finanza alla Drexel University, “Ma ha i suoi limiti. Primo perché coinvolge solo le aziende con un buon rating e poi perchè non elimina il rischio obbligazioni”. Per eliminarlo, secondo Mason, la FED dovrà fare quello che ha già fatto per le banche,  dovrà decidere cioè di garantire la solvibilità dei bond aziendali a tutti i livelli.

October 13, 2008

Leadership, Confucio e il mercato e’ diventato una casa di vetro

Filed under: Analisi, Glocanomica, Mercati, News — Paolo @ 8:49 pm
Confucio

Confucio

Ed ecco che la soluzione della crisi economica internazionale, solo potenziale per adesso, arriva dall’Europa invece che da Washington e da Wall Street. Arriva da una delle regioni che esprime un grande livello di integrazione economica con gli Stati Uniti e che ha più interessi negli USA di quanti gli americani ne abbiano in Europa.
Nato nel pieno della crisi economica glocale questo blog aveva, quasi per primo e fin dall’inizio, espresso forti riserve sul piano di salvataggio rozzo e miope approntato teste d’uovo della Casa Bianca. Ci colpiva contrariamente in particolare la guasconata del Segretario del Tesoro, uno dei maggiori artefici del crollo del mercato finanziario internazionale, di pretendere di salvare le banche levandogli di mano i titoli marci mentre lasciava immutato tutto il resto. Meglio, dicemmo, sarebbe stato rilevare le banche tout court piuttosto che comprare spazzatura a caro prezzo. Avevamo anche detto che il piano di salvataggio USA avrebbe dovuto convincere più gli operatori di Pechino e quelli di Londra, Parigi e Berlino che quelli di Wall Street. Che la soluzione della crisi la si sarebbe trovata più in Cina e in Europa che negli USA. Avevamo sostenuto che la crisi era anche una crisi politica, di leadership, piuttosto che semplicemente una crisi economica. I fatti, per adesso, ci hanno dato ragione.
I fatti hanno dato ragione anche a Joseph Stiglitz che sostiene da tempo la superiorità del modello europeo. I fatti hanno dato ragione anche Paul Samuelson che nella crisi ci vedeva una grande mancanza di guida politica. Ed è su questo versante che gli statunitensi dovrebbero riflettere quando si recheranno alle urne il 4 Novembre. E’ un dato di fatto sul quale dovrebbe riflettere anche Barak Obama, che avrebbe potuto usare questa crisi per crescere politicamente, per diventare un leader glocale e non rimanere meramente un politico ingaggiato nella competizione per la Casa Bianca. E’ ovvio che saremo contenti se alla fine vincerà ma speriamo che questa esperienza l’abbia forgiato, che gli abbia dato quella forza per opporsi alle lobby di potere e ai loro lobbisti di Washington.

Franz Schuramann

Franz Schuramann

Franz Schurmann, filosofo, storico, analista politico e grande amico, nel 2004 aveva scritto un articolo bellissimo su come i fallimenti della leadership politica spianavano la strada a disastri di tutti i tipi. Da quelli militari ed economici a quelli naturali. Si anche a quelli naturali. Franz aveva scritto l’articolo come commento allo tsunami indonesiano, ma in anticipo sui tempi di un buon 4 anni aveva previsto che l’assenza di leadership alla Casa Bianca avrebbe generato disastri anche su altri versanti. Da grande storico di Berkeley e da grande sinologo, Franz veva mutuato la sua conclusione dallo studio della civilità cinese e dagli insegnamenti di Confucio. Franz che è stato a lungo tempo una voce nel deserto, per esempio i suoi studi su Nixon vengono solo adesso compresi appieno (Franz sostiene che Nixon con la sua apertura alla Cina, la firma dei trattati ABM con la Russia e la dipartita dal Vietnam sia stato il vero padre della globalizzazione), s’era dovuto rifare al grande profeta cinese per provare la sua tesi, ma in questi giorni altri economisti, filosofi e attivisti politici americani non hanno dovuto far altro che leggere come si dice da queste parti il ‘writing on the wall’, la scritta sul muro, per concludere che se non si fosse espressa una ferma leadership politica la crisi non si sarebbe potuta gestire.

John Mason

John Mason

Questa era per esempio quello che aveva sostenuto John Mason, economista della Drexel University, in una recente intervista che gli avevo fatto sulla crisi economica per un articolo che stavo scrivendo per L’espresso. In un posting sul suo blog, The Absence of Leadership Is Killing Us!, Mason dettagliava tutte le ragioni per le quali l’assenza di fegato a Washington avrebbe danneggiato gli USA e il resto del mondo.

Raul Hinojosa-Ojeda

Raul Hinojosa-Ojeda

Alla stessa conclusione era arrivato anche l’economista Raul Hinojosa-Ojeda, direttore del North American Integration and Development Center della UCLA, che in una intervista alla NPR sosteneva anche che alla fine non sarebbero stati solo il sistema bancario e il mondo della finanza ad essere stravolti dalla cirsi, ad essere investito dal vento del cambiamento sarebbe stato il sistema economico statunitense nel suo complesso. “Prima di tutto perché dovrà per la prima volta dalla Grande Depressione interrogarsi sui destini dei meno abbienti e poi perché per continuare a funzionare dovrà diventare più trasparente” aveva dichiarato Hinojosa-Ojeda. “Si scopre che il 40 per cento dei subprime falliti sono stati assunti da latini e che il 50 per cento delle case comprate dagli afro americani sono state comprate proprio utilizzando dei subprime”, aveva continuato Hinojosa-Ojeda, “Questa è tutta gente che la casa non se la sarebbe potuta permettere altrimenti. I finanzieri si devono rendere conto che se vogliono espandersi , se vogliono continuare a crescere, devono cominciare a fare affari anche con i poveri del mondo”. Hinojosa-Ojeda contendeva che a questi consumatori subprime le banche devono cominciare ad offrire prodotti finanziari che siano rispettosi della loro condizione economica e che sopratutto abbiano termini di ripagamento accessibili.
E uno degli elementi che facilita il ripagamento, e previene la formazione di strumenti finanziari di cui nessuno sa quale sia la natura esatta (nemeno i CEO delle banche che li emettono) secondo Richrad Thaler è la trasparenza. Non solo di Wall Street ma anche dei contratti e dei titoli che commercializza. Economista comportamentale della School of Business della University of Chicago e membro del consiglio economico di Barak Obama, Thaler ha scritto un best seller sull’avvento del capitalismo paternalistico, un capitalismo che incoraggia i consumatori a refrenire dal prendere decisioni economiche avventuristiche.

Felix Rohatyn

Felix Rohatyn

Leadership, trasparenza e collaborazione erano anche i temi espolarati da Felix Rohatyn http://en.wikipedia.org/wiki/Felix_Rohatyn , banchiere eccellente di origine austro-ungarica e grande democratico clintoniano in un’altra intervista che gli ho fatto di recente per sentire qual’è a suo avviso una formula praticabile per risolvere la crisi. Rohatyn aveva indicato che solo dalla collaborazione con L’Europa e la Cina sarebbe potuta emergere quella leadership che avrebbe spinto i mercati in territorio positivo.
L’Europa adesso sta esprimendo la leadership che gli USA non hanno voluto esprimere e non solo, ma sta introducendo anche un elemento di trasparenza nel funzionamento del mercato finanziario al quale non eravamo abituati e lo sta facendo in maniera colleggiale.

Richard Thaler

Richard Thaler

Invece che essere opaco e indefinito il piano di salvataggio europeo indica con precisione il percorso che leautorità finanziarie del vecchio continente seguiranno per ricapitalizzare le banche dei maggiori paesi di Eurolandia. E anche sul versante della trasparenza non è che non esistessero negli USA economisti che avevano indicato la strada da seguire. Sentite cosa mi diceva Richard Thaler.
“La migliore riforma che si può adottare è quella di costringere Wall Street a chiarire i termini dei suoi contratti e per farlo non c’è bisogno di leggi ma basta far ricorso al potere dell’internet e del crowdsourcing”, aveva affermato Thaler, “Mettendo assieme la loro intelligenza di gruppo e sfruttando il social networking già da oggi i consumatori potrebbero scoprire tutto quello che c’è da scoprire su qualsiasi banca. Basta solo organizzarlo e metterlo in rete”.
E così, potere delle nazionalizzazioni, del coinvolgimento dei poveri e dell’avvento delle tecnolgie digitali, per continuare a fare affari, Wall Street e le banche da oggi saranno costretti a trasformarsi in una casa di vetro.

October 11, 2008

La Paga del CEO

Filed under: Analisi, Economia, News — Paolo @ 8:16 am

Kozlowsky, ancelle e centurione

Dagli USA Porposte per la Riforna della Paga dei CEO

Il dibattito che imperversa sulla paga dei CEO delle grandi aziende, non è un prodotto diretto della crisi creditizia, lo precede di gran lunga . Negli USA risale agli albori del boom di Wall Street, quando il leveraging e l’esplosione della net-economy favorirono la nascita di giganti dai piedi di argilla delle dimensioni della Enron. Nel 2002 a destare l’ira popolare erano stati per esempio i 135 milioni di dollari che la Tyco,una conglomerata con interessi che spaziano dalla strumentistica ospedaliera alle telecomunicazioni, aveva conferito al suo CEO Dennis Kozlowsky per spese personali. Spese che includevano tra l’altro una villa da 13 milioni di dollari in Florida con pitali dal coperchio di 6 mila dollari e una festa di compleanno in Sardegna dal costo di 2 milioni di dollari con tanto di camerieri in divisa di cenutrione romano. La Tyco oltre a pagare la villa pagò anche le tasse.

Richard Grasso

Richard Grasso

Il pubblico si indignò. La stampa si fece interprete di un moto popolare di rivulsa forzando un dibattito in congresso e, non se ne fece nulla. A causare un moto di biasimo nel 2004 fu invece la rivelazione che Richard Grasso, ex presidente del NYSE, all’atto del suo licenziamento aveva ricevuto 187 milioni di dollari di liquidazione da Wall Street. Elliot Spitzer, che allora aveva ancora fama di castigamatti, lo aveva trascinato anche in tribunale nel tentativo—vano– di recuperare parte del denaro. Ma di riforme, sebbene il rappresentante democratico Bareny Frank ne avesse presentate alcune, non se ne parlava nemmeno. Quegli erano gli anni della deregulation bushiana.
Quest’anno ad incensare gli americani, in un periodo in cui il mercato sta registrando perdite pesantissime, sono stati tre episodi: primo i 43 milioni di dollari di in liquidazione e bonus conferiti ad Angelo Mozilo, CEO della Country Wide Financial; poi i 409 milioni di dollari che Richard Fuld, CEO della Lehman Borthers, aveva realizzato dalla vendita del suo pacchetto azionario. Non ha poi aiutato la constatazione che l’anno scorso i dirigenti dei prmi 50 hedge fund s’erano spartiti 29 miliardi di incentivi. Mozilo la cui ditta ha generato 1,5 trilioni di mutui a rischio è uno dei maggiori artefici della crisi dei subprime mentre Fuld i titoli li aveva venduti nei giorni che precedettero il crollo della Lehman.

Nel 2006 la Secuity and Exchange Commission, l’organismo governativo che regola la borsa, aveva notato che la paga annuale media dei CEO di una grande azienda era di 430 volte superiore a quella del lavoratore medio americano. Per porre rimedio alle diseguaglianze create da questo gradiente la SEC però si era affidata esclusivamente ad una campagna d’opinione che invitava le aziende ad adottare volontariamente criteri di trasparenza, sperando che questo avrebbe incoraggiato i CEO a temperare le loro richieste. I dirigenti delle SEC speravano che forzando le aziende a rivelare la stuttura del contratto che avevano firmato con il loro amminsitratore sarebbe servito a calmierare sia il loro salario che le richieste di bonus.

Una bella speranza che s’era immediatamente scontrata con le opposizioni dei lobisti che rappresentano le grandi aziende in congresso e in particolare con quelli del Business Roundtable, il gruppo di pressione che rappresenta i CEO meglio pagati degli USA. Dirigenti d’azienda che guadagnano in media 10 milioni di dollari l’anno, contro i 6,5 dei loro colleghi.

Lloyd Blankfein

Lloyd Blankfein

Di questo gruppo facevano parte il CEO della Goldman Scachs, Lloyd Blankfein, il ceo piu’ pagato degli USA con uno stipedio annuale di 70 milioni, Stanley O. Neal all’epoca CEO della defunta Marril Lynch—stipendio annuale di 49 milioni—John Mack della Morgan Stanley con 40,32 milioni, Jeffery Immelt della GE con 29 milioni e James Dimon della JP Morgan—la banca che sta assorbendo una buona parte di quelle che stanno fallendo—che invece ne guadagna solo 27.
Nel 2007, intervenendo ad una delle tante udienze senatoriali sulla paga dei CEO, i 5 ridicolizzarono uno studio sull’argomento realizzato dal Center for Corporate Policy, una non profit che si batte contro gli abusi aziendali. Dalla ricerca emergeva che per rafforzare la morale di una azienda, e la sua produttività, il rapporto tra la paga del CEO e quella del lavoratore più umile della sua compagnia non poteva superare il rapporto dei 20 a 1. Sebbene fosse stata sostenuta a più ripresa anche da Peter Drucker, il maggior esperto planetaro di gestione aziendale di questo secolo (e uno dei guru che viene citato più spesso dai CEO delle maggiori aziende USA),la nozione fu sminuita dai lobbisti che equipararono i CEO a dei fuoriclasse. “Nessuno si lamentava se le star dello sport vengono pagate centinaia di milioni di dollari”, sostennero per niente perturbati.

Charlie Cray

Charlie Cray

“Ed è proprio per questo che abiamo chiesto di inserire nella legge con la quale si è salvato il sistema bancario criteri che legassero la remunerazione futura dei CEO alla loro prestazione nel lungo periodo”, afferma Charlie Cray, direttore del Center for Corporate Policy.

Secondo gli agitprop del controllo salariale quella del bailout è stata un’occasione perduta.

Sarah Anderson

Sarah Anderson

“Forti dell’indignazione popolare i congressisti, in particolare i democratici che avevano il coltello dalla parte del manico, avrebbero potuto introdurre cambiamenti radicali, se non altro imponendo il rapporto 1 a 20 nel caso dei CEO delle corporazioni che fanno ricorso all’aiuto del Tesoro, e invece la legge demanda tutto alle decisioni di Paulson. ma secondo quali criteri non è dato sapere, la legege sull’argomento tace”, afferma Sarah Anderson, direttore dell’IPS Global Economy Project, una think tank che opera nel settore della riforma e della gestione aziendale, “Ci si affida al giudizio di Paulson, ma Paulson è un ex Ceo che a Wall Street ha guadagnato centinai di milioni di dollari”.

La lege contiene a dire il vero norme per l’abolizione dei bonus e anche la loro restituzione–se si scopre che erano stati ottenutti producendo rappporti finanziari educlorati—e proibisce il conferimento dei Golden Parachute, dei bonifici cioè che scattano a fine contratto anche se il CEO viene licenziato. Ma tutto queso solo nel caso di aziende comprate direttamente dal Tesoro. Per quelle che venderano invece i titoli tossici all’asta non si applica nessuna restrizione se non la restrizione del paracadute d’oro in caso di non performance e un limite alla deducibilità fiscale degli stipendi che superano i 500 mila dollari l’anno. “Non proprio quello che ci si sarebbe aspettato dopo che gli americani sono stati costretti a scodellare 700 miliradi di dollari”, afferma Robert Weissman, direttore di Multinational Monitor, un blog che discute delle tematiche dell’aziendalismo statunitense.
Weissman è dell’idea che i CEO delle ditte in crisi debbano essere puniti perdendo tutti i privilegi che avevano ottenuto e poi che i salari debbano essere congelati per i prossimi due anni. Wiessman è anche favorevole all’ipotesi di far votare i salari dei CEO agli azionisti legandoli alla loro prestazione nel lungo peridodo e non a quella annuale. “Sapendo che rischiano di perdere i bonus se le loro scelte producono risulati negativi a distanza di anni da quando le hanno prese, li involgierà ad adottare pratiche aziendali più caute”, afferma Weissman. In molti casi i bonus annuali di Wall Street superano anche di 25 volte il salario base di un dirigente.
“Così si scoraggerebbe non solo l’adozione di iniziative rischiose che producono risultati immediati ma si bloccherebbe anche il forte trun over di dirigenti che si registra nelle aziende statunitensi”, aggiunge la Anderson “Che così quando la mala parata arriva non se ne sono già andati da tempo, sono ancora in azienda”.

Le proposte in questo senso in congresso sono svariate. La senatrice democratica Diane Feinstein e John MCCain proponevano di limitare la paga dei CEO delle ditte fallite a quella del Presidente degli USA—l’ironia della proposta secondo me è involontaria. Henry Waxman, potente Chairaman della Government Oversight Comission, aveva propsoto di bloccarli a 2 milioni, mentre Brad Sherman, democratico californiano, aveva proposto 1 milione tondo comprensivo di incentivi e premi di produzione.
Interessante notare che la paga di Bush è di 25 volte superiore al salario dell’impiegato federale di livello più basso.

October 10, 2008

Il ruolo di un blog

Filed under: Analisi, Glocanomica, Guest Posting, News — Paolo @ 9:31 am

Il Ruolo di un Blog

Sergio Adami

Managing Partner Petrus Capital Partners LLC
Associato al NASD come Financial Advisor

Nella seconda settimana di Settembre 2008 (esattamente il 15), mentre il prezzo del greggio oscillava nelle borse mondiali tra i 99,99 $ e i 108.85 il coordinatore  di questo Blog parlava, riportando una intervista a Edward Morse, di un prezzo di equilibrio intorno agli 80$ al barile. Ebbene oggi (10 Ottobre 2008) il prezzo del barile e’ sceso a 79$. Non e’ questo mio intervento diretto a dare delle pacche sulla schiena e strette di mano a Paolo Pontoniere per la sua lungimiranza, ma bensi’ per esprimere il mio parere sulla funzione dei Blog adesso che stiamo attraversando la prima decade del 2000. La temporalita’ della notizia e’ evoluta dalla descrizione di un evento passato (carta stampata) alla narrazione di un evento recente (televisione) fino alla quasi globale contemporaneita’ che internet ci permette. Dove si collocano allora i blog ? Nati inizialmente come finestra personale nel mondo, hanno la possibilita’ oggi di diventare uno strumento real time di analisi dei trend futuri. Se ho ben percepito lo spirito di Glocanomica questo e’ il ruolo che si sta’ ritagliando questo Blog spostando l’ago dalla semplice riflessione personale verso una piu’ complessa analisi della realta’ e delle sue traiettorie all’interno di una struttura di comunicazione aperta, multi direzionale e soprattutto in tempo reale.

Probabilmente in Settembre avremmo dovuto comprare delle note basate sul prezzo del petrolio in ribasso. Oggi sentiremmo di meno questa crisi e avremmo un po’ piu’ di liquidita’ in tasca.

October 8, 2008

Uno, nessuno e centomila. Il candidato di Pirandello

Filed under: Analisi, Guest Posting — Paolo @ 9:20 pm

IL CANDIDATO ALLA CASA BIANCA.
Enrico Beltramini – San Francisco

Immaginate un politico inglese (o francese, o spagnolo) che venga in Italia in campagna elettorale. Che si fermi a Fano, e parli con i locali del turismo e dell’agricoltura. E ci parli in italiano, dimostrando di aver studiato la zona, di conoscerne i fondamentali, di saperne cogliere l’anima. E pensate poi a questo stesso politico in Brianza, a parlare con i piccoli imprenditori che lottano contro la concorrenza asiatica e reclamano lo strappo dall’Europa. E poi pensate a questo stesso politico che se ne va in Scozia, e cerca di interpretare quel misto di desiderio e di paura dell’indipendenza nell’era della fine del petrolio del Mare del Nord. E poi pensate allo stesso politico che va in Polonia, a maramaldeggiare con la nuova élite post-post-comunista che ha in mano le chiavi politiche di quel paese, un paese tutto teso tra modernità e tradizione, punto di contatto tra occidente e oriente europeo. Pensate a questo politico che parla spagnolo in Spagna, francese in Francia e tedesco in Germania. Che si muove tra Londra e Francoforte, Amsterdam e Napoli, Siviglia e Stoccolma. Che parla di diritti civili in Spagna, amministrazione pubblica in Francia, patti sociali in Germania, e lotta alla malavita organizzata in Italia. Bene, immaginate questo politico e vi sarete di molto avvicinati alla realtà di un vero candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

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