Fred kavli annuncia l'istituzione di un nuovo premio scientifico che finanzia i ricercatori in perpetutita'
Allergie, anche Braccio di Ferro ne soffriva
Krzysztof Maruszewski, JRC Institute for Reference Materials and Measurements, oggi esistono molti strumenti per misurare sostanze allergeniche nei cibi
La mappa delle allergie in Europa, chi soffre di cosa
Realta' incontrovertibili
Le etichette piu' complete...quelle europee
Il Codex Alimentarius
Exposure Risk and threshold
Stefano Luccioli, FDA, Office of Food Additive Safety, informare...si puo' sopratutto su dosaggi e soglie di sicurezza
macrophage nella reazione allergica
Andrew Clark, National Health Service Trust,...una cura potrebbe essere a portata di mano
uno degli esperimenti per risolvere la sensibilita'
Sig.ra Jacksol perchè il Getty si rifiuta di rimandare un’opera d’arte alla nazione dalla quale fu sottratta?
Prima di tutto bisogna dire che l’Atleta Vittorioso è greco e non italiano e poi non l’abbiamo sottratta, all’epoca il museo la pagò appropriatamente, non c’è stato niente di criminale nelle nostre azioni.
Mi pare una questione di lana caprina. L’Italia e la Grecia sono appartenute a lungo allo stesso impero, il problema del popolo italiano con l’Atleta Vittorioso non è di natura specificamente criminale ma quanto più di diritti culturali. Non pensa che gli artifatti di un popolo, sottratti a qualsiasi titolo, debbano essere sempre restituiti al paese d’origine?
Questa e’ una discussione in pieno svolgimento a livello internazionale e noi siamo simpatetici, ma la storia dell’Atleta Vittorioso è differente, la statua non appartiene all’Italia.
Eppure non avete avuto problemi a riportare in Italia altri artifatti, perché questo no?
Di nuovo perchè non appartiene all’Italia, fu trovata in acque internazionali. Se fosse stata riconducibile all’Italia, come gli altri artifatti che abbiamo restituito al vostro pase, ve l’avremmo già ridata.
Quindi se si riuscisse per ipotesi a provare che questa statua era stata trovata in acque territoriali italiane o che era partita dall’Italia, la restituireste senza problemi?
Certamente, senza esitazioni, come per altro abbiamo gia fatto con altri artifatti. Non vogliamo mica impadronirci illegalmente delle proprietà artistiche altrui e particolarmente di quelle italiane, un paese col quale abbiamo cercato di appianare tutte le differenze.
Il GIP di Pesaro non la pensa così, è sicuro che la statua appartiene all’Italia
La posizione dei giudici di Pesaro è in contraddizione sia con una sentenza della corte di Cassazione Italian che una sentenza dell stesso tribunale di Pesaro del 2007 nella quale il magistrato riconosceva come lecita la posizione del Getty. Non ci vedo nessun problema. Per noi la situazione è chiara e certa: la statua fu trovata in acque internazionali e il Getty l’ha comprata regolarmente. Non c’e’ dolo.
Come fate ad essere sicuri che si trattasse proprio di acque internazionali?
Facemmo una ricerca, verificammo la sua provenienza. In ogni caso non è solo il Getty a pensarla così ma si tratta di un dato accettato universalmente.
Non le pare che appellarsi ad una sentenza di 40 anni fa, quella della Corte di Cassazione, sia un tantino pretestuoso? 40 anni fa negli USA esisteva ancora la segregazione, nessuno si sentirebbe oggi di dire che le regole di allora sono ancora valide, nessuno se la sentirebbe di sostenere ad occhi chiusi l’inoppugnabilità delle delibere della Corte Suprema, perché la ritenete vincolante?
Guardi adesso scadiamo nella polemica, non credo che sia produttivo ingaggiarla in una tale discussione. Le posso solo dire che le nostre posizioni sono corrette e che noi siamo decisi a difindere i nostri diritti.
Insomma sostenete che siccome l’avete pagata 4 milioni di dollari ve la terrete?
Ma per niente e non lo diciamo nemmeno nel nostro comunicato stampa. Quello che sosteniamo è che ci sono state varie sentenze di vari tribunali italiani con le quali è stato stabilito che la statua fu trovata in acque internazionali, che l’Italia non ha niente a pretendere e che nella vendita della statua al Getty non è stato commesso nessun crimine. Questa è la posizione alla quale ci siamo attenuti costantemente e questo è quello che abbiamo dichiarato nel nostro comunicato stampa di stamane. Questo è tutto ciò di cui siamo certi ed e’ quello a cui ci atterremo.
Difenderete la vostra posizione in tribunale?
Lo abbiamo già scritto nel nostro comunicato. Abbiamo affidato la difesa dei nostri interessi ad un avvocato italiano. Il Getty difenderà legalmenete i suoi diritti in tribunale e a questo punto non c’è altro da aggiungere.
Altro che tramonto dell’economia degli idrocarburi, altro che Peak Oil, se gli esperti energetici hanno ragione il ventunesimo sarà un altro secolo vissuto all’insegna del petrolio.
La carestia petrolifera—il peak oil–annunciata da molti analisti, non ultimi quelli della Goldman Sachs che nel 2008 avevano previsto erroneamente che il barile avrebbe superato i 200 dollari, è molto diversa da quello che ci si sarebbe potuti immaginare. Ce la descrive il Cambridge Research Institute (CERA), una delle maggiori think tank energetiche del pianeta, in “Peak Oil Demand in the Developed World: Its here”, uno dei suoi rapporti più recenti.
Secondo il CERA il Peak Oil non è un fenomeno planetario e non si presenta con code chilometriche di automobilisti disperati alle pompe di benzina, com’era accaduto nei settanta durante gli anni dell’austerità. E’ un fenomeno che interessa sopratutto i paesi occidentali e piuttosto che riferirsi all’esaurimento delle risorse si riferisce al loro utilizzo. Ad aver raggiunto i limiti non è infatti la produzione petrolifera, che al contrario sta crescendo, ma bensì il consumo. Almeno nel primo mondo, dove in virtù di fattori tecnologici, politici e economici è in forte contrazione.
Ora è probabile che questa contrazione non si tradurrà in montagne di barili che si arruginiscono sui moli dei terminali petroliferi ma ad essere convinti che l’era del petrolio sia ben lontana dal tramonto non sono solo i petrolieri irrudicibili ma anche ambientalisti accreditati come Lester Brown, direttore dell’Earth Policy Institute, e analisti come Aaron Brady, direttore del dipartimento proiezioni di mercato di CERA, due individui che per la loro indipendenza intellettuale e integrità morale non sono sospettabili di simpatie nei confronti dei petrolieri.
“Prevedere che l’era del petrolio possa durare altri cento anni è esagerato. In campo energetico qualsiasi previsione che superi i sei mesi è fantapolitica, ma che per i prossimi anni la produzione continuerà a crescere e il consumo—nel primo mondo–a diminuire sono due dati incontrovertibili”, sostiene Brady, “A determinare il radicale cambiamento del quadro petrolifero internazionale contribuiscono sia fattori endogeni come il miglioramento delle tecniche di trivellazione e estrazione, che esogeni come il calo dei consumi in America e la crescita del peso dei carburanti alternativi”.
Brady, che è l’autore dello studio del CERA, sostiene che da qui al 2030 il consumo petrolifero dei paesi del primo mondo è destinato a mantenersi ai livelli del 2005, l’anno in cui s’era registrato il massimo storico.
“Correntemente i paesi del primo mondo accontano per oltre il 54 per cento del consumo petrolifero planetario”, afferma Brady, “Si tratta però di una percentuale destinata a diminuire, s’è realizzata una trasformazione irreversibile delle abitudini di consumo dei loro cittadini. I giovani americani per esempio non aspirano più a comprarsi una macchina non appena finita la scuola. Oggi per andare in giro si comprano una bici o utilizzano l’autobus”
E infatti nel 2009 solo negli USA i consumi petriloferi sono scesi del 9 per cento mente il parco automobilistico del paese conta 5 milioni di automobili in meno.
“E non finisce mica qui”, afferma Lester Brown, “Nel 2020 negli USA circoleranno 25 milioni di autovetture in meno a quelle che c’erano all’inizio del Grande Recessione, quelli che predicono una crescita del consumo di carburante nel primo mondo si dovranno ricredere”. Di converso invece nel 2010 i consumi cinesi aumenteranno del 9 per cento mentre il paese ha già soffiato la corona di pricipale produttore automobilistico del pianeta agli USA.
Anche la International Energy Association ha ridimensionato le sue previsioni. Una agenzia internazionale di pronto intervento energetico fondata negli anni settanta dalle maggiori potenze industriali per far fronte alle emergenze petrolifere, la IEA per il 2010 proietta una contrazione della domanda petrolifera quotidiana dei paesi del primo mondo di oltre 300 mila barili.
Ma ad influenzare il quadro petrolifero internazionale, che tra l’altro registra un incremento significativo del consumo nei paesi del BRIC, (Brasile, Russia, India e Cina), non intervengono solo i cambiamenti determinati dalla recessione ma contribuiscono anche i progressi registrati nel campo delle trivellazioni e dell’estrazione. Progressi questi che hanno rimesso in discussione il destino dei pozzi esauriti.
“I pozzi in uso correntemente sono sottoutilizzati e quelli già esautiri
Pumpjack/Flick/Creative Commons
contengono riserve prima ritenute inutilizzabili e che invece adesso possono essere estratte con estrema facilità”, afferma John van Schaik, analista di Oil Market Intelligence, un periodico di settore, “Secondo calcoli resi noti dai maggiori operatori petroliferi del mondo, correntemente sfruttiamo meno del 40 per cento delle riserve di greggio contenute dai pozzi sviluppati. Utilizzando additivi polimerici, sostanze emulsive, nuove tecniche di trivellazione e pompe più potenti oggi si possono riportare in vita anche pozzi che sono chiusi da decenni”.
Questo è il caso per esempio dei pozzi petroliferi di Marmul in Oman, degli Hawkins Fields texani e di quelli di Schoonebeek in Olanda. Ritenuti troppo costosi per essere sfruttati, con il barile che s’è attestato al di sopra degli 80 dollari, di recente sono stati rimessi in funzione da una joint venture formata dalla Shell e dalla ExxonMobile. Secondo gli esperti della Shell solo a Schoonebeek le compagnie potrebbero recuperare circa un miliardo di barili di petrolio mentre a livello mondiale le risorse ancora presenti nei pozzi abbandonati supererebbero i 300 miliardi di barili.
“Quando il prezzo si aggirava intorno ai 40, 50 dollari non faceva nessun senso, sarebbero stati estratti in pareggio ma adesso col barile che supera gli 80 producono un profitto sull’investimento del 100 per cento”, aggiunge van Schaik.
E così applicata anche in Indonesia, Medio Oriente e Russia questa strategia ha permesso di incrementare la produzione di greggio di oltre un terzo su quella precedente–come nel caso dei pozzi russi di Samotlor, in Russia.
“Gli operatori si adattano e man mano che i pozzi invecchiano imparano nuovi trucchi per continuare ad estrarre petrolio”, continua van Schaik.
L’incremento del greggio non dipende però solo dalla riapertura dei pozzi abbandonati ma anche da un aumento sostanziale delle esplorazioni e delle trivellazioni.
Secondo stime della PFC Energy, una azienda di consulenza del settore energia, coaudivati dalla Total, dalla BP e dalla Exxon paesi come il Brasile, la Russia, l’Irak e la Nigeria—i paesi del Brink–nei prossimi anni saranno in grado di aggiungere oltre 10 milioni di barili di petrolio alla produzione mondiale quotidiana, mentre lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi, che nel 2020 produrranno altri 3,8 milioni di barili, già oggi produce circa 1,8 milioni di barili.
“Normalmente con un tale tifone di greggio in arrivo il prezzo del petrolio dovrebbe crollare e invece continua a mantenersi a livelli ingiustificabili, sia a fronte del costo d’estrazione che delle dinamiche di mercato”, osserva Neil Gamson, analista della Energy Information Administration statunitense, un’agenzia semigovernativa che segue l’andamento delle dimaniche energetiche del paese. La EIA prevede che il consumo petrolifero statunitense si manterrà ai livelli del 2008 fino alla fine del 2035 e che la crescita del consumo dei carburanti liquidi, un modestissimo 48 milioni di barili l’anno , verrà coperta dai biocarburanti.
A mantenere il barile in zona 80 dollari contribusicono però svariati fattori, non ultimi la crescente domanda dei mercati asiatici (con Cina e India che fanno la parte del leone), le pressioni di carattere politico—la transizione verso la rinnovabilità in America è materia oramai irreversibile—e quelle di natura finanziaria.
“Hedge funds e banche d’investimento giocano un ruolo determinante nel finanziamento di gran parte delle esplorazioni più rececenti mentre il petrolio è diventato un bene di rifugio per gli speculatori delle future”, afferma Tom Kloza, direttore di Opis Net e uno dei maggiori esperti petroliferi americani, “Anche se denominato in dollari oggi il greggio è l’unico investimento che garantisce ritorni da favola e per rendersene conto basta dare uno sguardo ai bilanci delle industrie petrolifere che continuano a stabilire nuovi record storici”.
E sebbene le energie rinnovabili stiano guadagando terreno sui carburanti tradizionali i petrolieri non hanno niente da temere, la EIA calcola infatti che fino al 2030 il petrolio acconterà ancora per circa il 78 per cento del consumo energetico mondiale.
Blogging? E’ cosi démodé che adesso negli USA lo fanno con una certa regolarita, uno su dieci, solo gli adulti. I trentenni e su di li per intenderci. Proprio quelli dei quali negli anni sessanta—altro decennio di grandi sommovimenti epocali—tutti i giovani dicevano di dover diffidare. La notizia è stata resa nota proprio in questi giorni dal Pew Internet & American Life Project, la maggiore think-tank statunitense sulle questioni di internet e società. Secondo i ricercatori del centros studi statunitense, il blogging tra i giovani americani averebbe fatto la fine del telefono e delle poste elettroniche: ancora utile ma certamente non di moda.
Condotta su un campione di circa tremila intervistati, la ricerca del Pew ha rivelato che tra i webnauti compresi tra i 12 e i 17 anni la percentuale di quelli che mantengono un blog è scesa dal circa 30 per cento del 2006 al 14 per cento attuale, e quando si viene poi all’aggiornamento e al postaggio di commenti la percentuale di quelli che continuano a farlo si è ridotta di oltre il 70 per cento rispetto allo stesso anno. Il trend si conferma quasi identico anche tra i giovani nella fascia d’eta tra i 18 e i 29 anni. Dove le cose vanno meglio è invece tra i trentenni , dove si è registrato un—quasi—2 punti di crescita. In crescista rapida invece la percentuale tra gli adulti, gli ultraqiuarantenni pe rintenderci, che è passatta dal 7 per cento del 2007 al quasi 11 per cento attuale.
E l’abbandono del blogging non si registra solo sui siti dove viene fatto in forma lunga, Wordpress, Blogger e similari, ma anche sui siti del microblogging e dei 140 carattteri come Twitter, che sebbene registri un’impennata tra le studentesse di scuola superiore (e purtroppo i ricercatori del POew non ci dicono perché), tra i giovani dai 17 ai 29 anni registra un usaggio che arriva malappena all’8 per cento.
Ma se non bloggano cosa ci fanno sull’Internet questi giovani? Proprio in questi giorni un altro studio, questa volta della Kaiser Family Foundation, ha rilevato infatti che i teenagers statunitensi compresi tra gli 8 e i 18 anni d’età passano una media di sette ore e mezzo al giorno utilizzando media elettronici mentre oltre il 93 per cento naviga il web quotidianamente.
“I giovani utilizano i mezzi elettronici che gli fanno più comodo e che possono usare con più immediatezza , quando si viene all’espressione di sé stessi si rivolgono invece ad altri siti, e in questa fase significa sopratutto i siti del social networking”, afferma Danah Boyd, ricercatrice del Berkman Center for Internet and Society, “Vi rocordate cosa successe con AOL, che la famosa frase You’ve Got Mail era diventata un tormentone? Ci avevano fatto anche un film. Sembrava che la posta elettronica fosse diventata una cosa della quale nessuno poteva fare più a meno e che AOL ne aveva il monopolio. Oggi AOL è praticamente un dinosauro e i giovani all’e-mail preferiscono il texting o gli aggiornamenti sul loro profile sociale, e possibilmente in versione mobile, perché un numero crescente al computer non ci va quasi mai”.
La ricerca del Pew ha infatti rilevato che quasi il 75 per cento dei giovani compresi tra i 12 e I 17 anni si reca almeno una volta al giorno su un social network—nel 2005 la loro percentuale raggiungeva a stento il 50 per cento. L’inchiesta del Pew conferma inoltre anche l’affermazione della Boyd sulla mobilità degli utenti giovani, dal momento che nella fascia 18-29 i giovani accedono al social networking utilizzando esclusivamente i loro telefonini. Ma attenzione a non commettere l’errore di fare di tutte le erbe un solo fascio. C’è social networking e social networking. Anche nell’uso dei social network si sta verificando una stratificazione con i giovani—il 66 per cento—che preferiscono MySpace e gli adulti—73 per cento di quelli che fanno social networking—che invece scelgono Facebook.
Secondo Amanda Lenhart, autrice della ricerca del Pew Center, la fuga dei giovani dal blogging e da alcuni siti del social networking potrebbe essere il risultato di istanze in cui gli adulti hanno utilizzato quei mezzi per compiere grandi operazioni mediatiche di massa, come realizzate quelle per esempio da Lance Armstrong, che twittava durante l’ultimo Tour de France, e di John King. Anchor della CNN King ha invece utilizato Twitter e Facebook per coprire il recente discorso del Presidente Obama sullo stato dell’Unione.
“Proprio il tipo di attività che hanno convinto i giovani che twittare è una cosa che fanno gli adulti e le celebrità”, ha affermato la Lenhart.
Si c’ero pure io stamane al Yerba Buena Center all’evento tecnologico del momento. Jobs ha presentato liPad, la sua favoleggita tavoletta, prodotto impressionante ma non rivoluzionario, si potrebbe fare di meglio. Job ne vorrebbe fare il centro della sua reputazione di innovatore, la cosa per la quale passerebbe alla storia, l’invenzione tutta sua di un nuovo universo multimediale dove immagini, musica, foto, film, pittura, grafica e scrittura convivono in maniera dinamica creando realta’ alternative, a quella nella quale viviamo. Anche mentre sediamo in queste poltrone nel centro di San Francisco. L’immedialita’–l’irrealta’ creata dal media–e’ tale che le storie di mutilazioni, bombardamenti e mitragliate che pure ci assalgono dalle pagine dei giornali che vediamo rappresentare sull’Pad, ci sembrano irreali, filmiche piuttosto che il rapporto di fatti di sangue gravissimi. Anche questo sviluppo fa parte dell’eredita’ culturale che secondo me Jobs e i signori del computer lasciano all’umanita’, la spettacolarizzazione finale dell’informazione e non mediante il ripaccheggiamento delle informazioni in formati televisivi o giornalistici ma perche fa un uso magistralmente creativo della tecnologia a sua disposizione riraccontare le news come se fossero favole. Le immagini di questo posting vengono dall’interno del Yerba Buena, mi sarei potuto fare pubblcita’ e mettere Glocanomica sull’iPad, devo imparare a promuovermi meglio. Intanto le foto di alcuni dei media che piu’ amo. E sono sicuro che questo vale anche per voi. L’immagine superiore e’ quella della Repubblica di oggi sull’iPad, ce l’ho messa io spazientendo l’handler della Apple che voleva invece passare la tavoletta a quelli della KBR.
Duue immagini–sopra e sotto–del sito di Focus di oggi sull’Ipad
Jobs seduto di fronte ad una imponente immagine dell’iPad, il guerriero ha combattuto una bella battaglia, adesso si riposa
Per tutta la sua futuribilita’ questa di Jobs mi pare una immagine da fine impero
I tre prodootti che secondo Jobs dovermmo tutti avere
Che Bernanke potesse essere immolato sull’altare della crisi sembrava fino a poco tempo fa un’eventualita’ remotissima. Avevo scritto un articolo discutendo proprio dell’ipotesi che rischiava di non essere confermato. M’ero guadagnato non poche critiche, molti ritenevano che si trattasse di un fenomeno marginale e che quella di Ben fosse una candidatura a prova di siluro. Adesso pero’ che Obama deve rimescolare le carte del gioco economico degli USA, il cauto Ben potrebbe fare la fine del vaso di coccio che viaggia tra quelli di ferro e vedersi mettere alla porta da un congresso che e’ diventato marcatamente populista, con la benedizione ovviamente di Obama che a distanza di un anno su questo fronte ha realizato ben poco, e al pubblico gli deve pur dare in pasto qualcuno.
Tempi duri per Ben Bernanke, il governatore della banca centrale statunitense. Dopo essersi guadagnato lodi sperticate per aver salvato l’economia americana dal baratro di una nuova Grande Depressione, oggi in congresso subisce il fuoco incorciato dei franchi tiratori che vogliono negargli la riconferma. E se si fosse trattato giusto di Ron Paul, il congressista repubblicano che ha ottenuto—sorprendendo tutti–l’appoggio di 317 dei suoi colleghi per una proposta di legge diretta a limitare i poteri della Federal Reserve, si potrebbe concludere che i dissapori sono di carattere ideologico—Paul è un libertario e propone l’abolizione della FED. Ma dal momento che i critici di Bernanke si addensano su ambedue i versanti dello schieramento politico si desume che i problemi sono di natura più profonda. Che si tratta di divergenze sostanziali sul suo operato e sulle posizioni che ha assunto dall’inizio della crisi. Vista però la veemenza dell’opposizione che suscita la candidatura di Bernanke vien fatto di domandarsi cosa abbia spinto Barak Obama a rinnovargli la nomina a governatore della banca centrale USA.
“Il problema è che la Casa Bianca non ha altri santi a cui votarsi”, afferma Anil Kashyap, economista della Graduate School of Business dell’università di Chicago, “E sebbene inizialmente sia stato lento a reagire alla crisi, Bernanke nel pieno del tifone s’è dimostrato un timoniere dalla mano ferma. Oggi molti gli fanno colpa di preoccuparsi troppo dell’inflazione o di preoccuparsene troppo poco, insomma vorrebbero che facesse quello che dicono loro ma Bernanke non è uno che danza al ritmo della musica altrui”.
Quando fu nominato alla carica di governatore nel 2006 dall’allora presidente Bush pochi si aspettavano, come afferma David Wessel nel suo libro In Fed We Trust: Ben Bernanke’s War on the Great Panic, che Bernanke sarebbe diventato l’uomo più potente—in termini economici—degli Sati Uniti. Il fatto che il neo-governatore della FED sarebbe potuto diventare un novello John Pierpont Morgan, come sostiene l’editorialista del Washington Post, sembrava una forzatura. Pochi ce lo vedevano a salvare il sistema finanziario come aveva fatto il fondatore della famosa banca d’affari JP Morgan nel 1907, quando aiutò il governo federale a porre un freno al panico bancario generato dal crollo—molto simile a quello attuale—di Wall Street. Ma questo è proprio quello che fece Bernanke.
Dalla fine del 2007 alla metà del 2008, adottando soluzioni che esulano dai canoni tradizionali della FED, decise di aprire lo sportello di sconto (quello al quale le banche tradizionali attingono i capitali a tassi d’interesse ridottisimi), anche alle banche di investimento e alle aziende in crisi. Non solo, ma creando dei nuovi programmi si mise anche a comprare le obbligazioni delle aziende private e creò una serie di programmi dai nomi fantasiosi: TAF; TESFL e PDCF che gli permisero di iniettare capitali direttamente nei settori più disparati dell’economia. Alla fine oltre 2000 miliardi di dollari verranno distribuiti a banche, imprenditori immobiliari, aziende automobilistiche, linee aeree e assicurazioni. Risultato? L’economia ricomincia a funzinare e per il 2010 la FED prevede un tasso di crescita di poco superiore al 3 per cento, risultato non indifferente per un’economia che era scesa al quasi meno 4 per cento nel corso degli ultimi due anni.
Cinquantaseiennne, riservato, esperto della Grande Depressione, più versato alle aule universitarie che alle udienze congressuali, Bernanke è persona semplice e diretta. Tutt’altro che il convoluto oratore che era stato il suo predecessore Allan Greenspan, che ammaliava i mercati con il suo lessico indecifrabile, Bernanke era arrivato alla FED forte della sua trasparenza e della sua franchezza. Mitica poi la storia della sua ascesa ai vertici del gotha economico mondiale. Di come, da ragazzo, pur di studiare economia s’era preparato da solo in trigonometria riuscendo ad ottenere un risultato quasi perfetto all’esame d’ammissione universitario e di come lavorando in una bettola messicana per mantenersi agli studi avesse conseguito un paio di dottorati in economia dalla Harvard University e dall’MIT.
Il 1996 lo trova alla direzione del dipartimento di economia della Princeton University, dove tra l’altro si tirerà dietro anche il Nobel Paul Krugman, oggi tra i suoi critici più accesi. Ci resterà fino al 2002, quando Bush lo chiama prima alla FED come membro del consiglio dei governatori e poi alla Casa Bianca (nel 2005) a capo del suo consiglio economico.
“Di indipendenza però Bernanke all’inizo ne dimostra ben poca”, afferma Joseph Gagnon, analista del Peterson Institute for International Studies, “Anzi continuò imperterrito con le politiche adottate dal suo predecessore e come questi anche lui si guardò bene dall’interferire con il clima speculativo che regnava a Wall Street”.
E infatti nel 2005 l’appiattimento di Bernanke sulle posizioni dell’amministrazione Bush è quasi totale. Nelle udienze che precedono la sua conferma alla guida della FED affermerà di voler seguire le politiche del suo predecessore. E quando confrontato nel 2007, giusto pochi mesi prima del crollo totale delle borse, con i problemi del mercato immobiliare statunitense dichiarerà come avevano fatto Bush e Hank Paulson (segretario del tesoro) prima di lui che l’economia americana non correva nessun rischio. Anche il suo aderire alla decisione di far fallire la Lehman Brothers, che Bernanke riteneva una sciocchezza, avvenne in deferenza alla posizione di Paulson, che da ex CEO della Goldman Sachs non aveva mai avuto una grande opinione della Lehman.
“Ad essere problematiche non sono solo le sue posizioni passate ma sopratutto quelle che sostiene adesso”, afferma John Tamni, analista della H. C. Wainwright Economics, “E’ convinto che la crescita economica e una forte produttività generino inflazione e che per risolvere la crisi basta stampare nuova moneta. Convinzioni disastrose a fronte di un paese che ha bisogno di incrementare le esportazioni, consumare meno e creare nuova occupazione”.
E se questa è una critica “di sinistra” a sostegno di un maggiore impegno di Bernanke, come vorrebbe l’amministrazione USA, sul versante del mercato del lavoro, le critiche che gli arrivano dal campo conservatore sono anche più dure.
“Ma è possible che su 300 milioni di americani Obama non sia riuscito a trovare nessuno per sostituire Bernanke?”, si domanda Desmond Lachman, analista dell’American Enterprise Insitute, “Il presidente si dimentica che la maggior parte dei subprime più disastrosi vennero sottoscritti proprio durante i primi due anni di Bernanke e questo a dispetto del fatto che l’FBI gli dicesse che si trattava di pratiche truffaldine”.
La litania di responsabilità che Lachman addebita a Bernanke è strabiliante. “Durante la sua tenuta la disoccupazione e la sottocupazione hanno raggiunto il 17 per cento, la perdita dei valori immobiliari ha superato i 500 miliardi di dollari, oltre 5 milioni di famiglie sono correntemente sull’orlo di perdere la casa e i salari in alcune aree sono crollati quasi del 25 per cento”, aggiunge Lachman.
“A questo punto la sfida di Bernanke è produrre iniziative che siano in grado di sostenere la Casa Bianca sul fronte della creazione di nuovi posti di lavoro”, gli fa eco Kasyap, “Ma su quel fronte la FED è assente”.
Il Nobel Paul Krugman in un recente commento sul New York Times ha definito questo compito “The Unfinished Mission”, la missione incompleta di Bernanke. Krugman calcola che per continuare a crescere—più 2,8 per cento nell’ultimo quadrimestre—l’economia USA ogni mese deve creare 100 mila nuovi posti di lavoro, ma questo mese ne ha persi invece 11 mila, e che per rimanere competitiva nel corso dei prossimi 5 anni ne dovrà creare altri 18 milioni. Cosa sta facendo Bernanke? Si domanda provocatoriamente Krugman, aggiungendo poi che la FED si è adagiata in un ingiustificabile stato di appagamento che condanna milioni di americani alla disoccupazione, milioni di famiglie a bruciare i loro risparmi e milioni di giovani a ritardare l’entrata nel mercato del lavoro.
“Quella della FED è una posizione incomprensibile, ha la soluzione a portata di mano ma si rifiuta di adottarla”, afferma Gagnon, l’economista del Peterson Institute, “Basta che segua le strategie delineate dallo stesso Bernanke quando era ancora ricercatore a Princeton”.
La soluzione secondo Gagnon sarebbe quella di comprare altri 2000 miliardi di dollari di assetti tossici e titoli in crisi, casomai in collaborazione con la banche centrali dei paesi avanzati per un totale di 6 mila miliardi. Una suggerimento questo che Krugman non ha esitato ad abbracciare rilanciandolo dalle pagine del Times e che Bernanke, preocccupato dagli effetti inflazionari di un tale intervento, non è disposto a seguire.
L’Africa agli Africani. I problemi degli africani possono essere risolti solo dagli africani, sostengono da tempo coloro che non ne posono piu’ di continuare ad uccidere l’Africa dolcemente col paternalismo delle NGO o col miopismo dell’aiuto al terzo mondo, con le sue macchine sfigate, le pompe che si blocanno al primo refolo di sabbia, le radio a manovella che si scassano dopo poche ore, i concentrati di frutta che soffocano i neonati–ne sanno qualcosa gli italiani che durante la tenura del ministro Fortuna, alle vittime della siccita’ gli mandavano liofilizzati di succo d’arancio da trasformare in gustose bevande giusto aggiungendo qualche litro d’acqua, casomai quella che si poteva titare su fresca ogni mattina dai pozzi ricolmi di sabbia del Mali, del Chad, del Sahel. No, l’Africa agli africani non gliela si puo’ dare. Gli africani mancano della tecnologia, dell’inventiva, della risolutezza, sostengonoi i neo-colonialisti. Ci vogliono talenti locali e non se ne trovano, lamentano i professionisti e gli esperti dell’aiuto ai paesi in via di sviluppo. William Kamkwamba, autore de Il Ragazzo Che Catturo’ Il Vento, dimostra che tutto cio’ e’ falso. In Africa c’e’ tencologia a iosa per risolvere i problemi africani e la leadership, l’inventiva e i talenti non mancano. Lo dimostra la sua impresa. Poco piu che ragazzino vede la foto di un mulino a vento su un libro inglese. I mulini signifcano elettricita’, l’elettricita’ pompe per estrarre acqua dal sottosuolo e l’acqua l’irrigazione dei campi che si trasforma in cibo per gli animali. Per il Malawi, che all’epoca era attanagliato dalla siccita’ e dalla guerra, un mulino a vento puo’ essere prorpio qullo che ci vuole per risolvere i problemi, se non quelli del paese–William pensa solo alla suafamiglia–di sicuro del suo clan. William non legge l’inglese e non ha nessuna istruzione tecnica, e sopratutto non dispone dei materiali che ci vorebbero per costruire il mulino a vento e fargli produrre elettricita’. Figurariamoci poi la pompa, nel villaggio non c’e’ nemmeno una lampadina. Niente di questo scoraggia William che, dopo aver raccolto i materiali dalle discariche del vicinato si imbarca nella costruzione del mulino nel giradino di casa sua. Ci mettera’ tre mesi. Adeso il mulino sta diventando il faro che indica la strada da seguire alla nuova Africa, quella che odia l’elemosina ma anon disdegna la solidarieta’. La storia di William ha a che fare con l’inovazione, con la glocanomica e al tecnologia, ma sopratutto ha a che a fare con la perseveranza e la fiducia nella ragione.
Allora come le è venuta l’idea di costruire un mulino a vento nel giardino di casa?
Il mio paese si trovava nel pieno d’una carestia. I miei genitori non si potevano permettere più di spedirmi a scuola, non avevamo soldi, ma ero sicuro che un giorno sarei tornato a scuola e mi dissi che quando quello sarebbe accaduto non mik sarei trovato di molto dietro ai mie compagni così, per tenermi al passo con quello che facevano a scuola, per istruirmi indipendentemente decisi di leggere tanti libri. Andavo in biblioteca ogni giorno ed ero attratto sopratutto da libri scientifici. Purtroppo all’epoca non leggevo l’inglese e quindi usavo principalmente le illustarzioni per comprenderecosa stavo sfogliando. Un giorno ho trovato un libro che aveva una foto di un mulino a vento sulla copertina posteriore, nel libro poi c’erano schematiche che mostravano come il mulino potesse essere usato per pompare acqua e generare elettricità. Pompare acqua significava irrigazione, una cosa della quale a quel punto i nostri racccolti avevano un disperato bisogno. Pensai pure alla fame e come riuscire a far crescere i raccolti, a cosa fare per aiutare il mio villaggio. Con l’acqua e l’elettricità potevamo fare il raccolto due tre volte l’anno. Così guardando quella foto ho deciso che avrei costruito un mulino a vento, i nostri villaggi sono costantemente spazzati dal vennte. Ma non avevo alcuna idea di come si costruisce un mulino a vento. Cominciai a pensare cosa devo fare esattamente? Così iniziai a raccogliere i materili di cui avrei avuto bisogno.
Come hanno reagito gli abitanti del suo villaggio alla sua decisione di costruire un mulino?
Pensavano che fossi matto e non gli dò tutti i torti. Non sapevano cosa fosse un mulino a vento e nel frattempo tutti i giorni facevo il giro delle discariche pubbliche per raccogliere i materiali di cui avevo bisogno, non c’e’ da stupirsi se pensavano che avevo perso il cervello.
Ma anche lei non sapeva cos’era un mulino a vento eppure ha deciso di costruirne uno, perché lei ci credeva e gli altri no?
La differenza forse sta nell’aver fiducia nel prossimo. Voglio dire, il mulino a vento non lo avevo mai visto dal vivo. Ne avevo visto solo una foto ma a prescindere dalla mia esperienza personale la foto mi confermava che qualcuno in un altro posto del mondo ne vaveva costruito uno, che esisteva, che era una cosa reale. Da bambino giocavo con le girandole, avevo avuto la possibilità di sentire l’effeto del vento sulle mie mani, di provare le vibrazioni create dall’energia impressa dal vento sulle eliche della girandola, come questa si trasmetteva nelle mie mani. Non mi riusciva difficile credere che la stessa energia si poteva trasformare in elettricità. Insomma se ci si guarda intorno si vede che tutto quello che ci circonda, le case, le strade, gli oggetti sono stati creati da qualcuno, prima non esistevano, una persona che aveva fiducia nelle sue capacità o nel fatto che un’impresa fosse fattibile aveva deciso ad un certo punto di darsi da fare per crearle. Se uno presta sempre ascolto a quello che dice la gente in realtà non farà mai niente. Prenda il caso dei fratelli Wright. La gente gli diceva che era impossibile, che non sarebbero mai riusciti a far volare una macchina così massiccia. Se avessero accetato il punto di vista altrui, gli aerei non li avrebbero mai inventati. Io la penso alla stessa maniera. Quando uno fa una cosa nuova in una certa area, un sacco di gente è pronta a dire che non funzionerà. E non lo fa perché è cattiva, lo fanno perché non sà quello di cui uno sta parlando. Se uno accetta un tale punto di vista non farà mai niente di nuovo. Io non ci vedevo niente di male a tentare. Mi dissi che se ci fossi riuscito sarebbe stato positivo per me e per la mia gente. Se non funzionava poco male, significava che ci avevo provato, ma se funzionava avremmo potuto risolvere dei problemi di importanza vitale per la mia famiglia e la mia comunità.
La magia, gioca nessun ruolo nella sua impresa?
La magia non è quella che tendiamo a voler credere noi e non si manifesta sempre in una maniera che ci è comprensibile, inoltre non è una cosa che si comanda. Da bambino pensavo che esistevano delle polveri magiche, che se le avrei prese mi avrebbebro conferito una forza sovrumana. Una volta un imbroglione era riuscito a vendermi il suo juju con la promessa di rendermi fortissimo. Disse che tre giorni dopo averlo preso sarei stato capace di tenere testa ad un gruppo di bulli che da un pò di tempo mi stavano infastidendo a scuola. Risultato: mi hanno picchiato sonoramente, malgrado il fatto che la sugegstione mi aveva convinto che fossi fortissimo. Altri sostengono di possedere la formula magica per volare da un posto all’altro ad a cavallo d’un ramo d’albero. Alla prova dei fatti molte convinzioni si rivelano false. Il magico vero è diverso, non si vede, non lo si definisce. Si costruire il mulino è stato per alcuni versi magico. Personalmente però penso che nel mio caso, il risultato è più frutto della perseveranza che di interventi sovrannaturali.
Che ne pensa del mondo occidentale?
Un posto molto diverso dal Malawi dove sono nato e cresciuto. Una delle cose che mi ha colpito di più per esempio sono le differenze che corrono all’interno dei rapporti familiari. Nelle aree rurali dalle quali vengo io per esempio il padre e le figlie non posssono abbracciarsi, invece in America li vedo abbracciarsi continuamente. Le differenze insomma sono sia sottili, si esprimono in aspetti insignificanti della vita quotidiana, che profonde. Mi piace però il senso di opportunità e di libertà che si respira in occidente, almeno nell’occidente che ho visto io. Sono stato in Indilterra, in Germania e negli USA.
E ai giovani occidentali cosa gli direbbe?
Di imparare ad apprezzare quello che hanno e di rispettare quelli che sono diversi da loro. Secondo me non si rendono nemmeno conto di che vita affluente vivono e del fatto ogn’uno ha la sua cultura e che tutte le culture hanno sempre degli aspetti positivi, cose che si possono o che vogliamo imparare. Nel mondo ci sono così tante cose che non vanno bene che è facile farsi prendere dallo sconforto. Bisogna cominciare ad apprezzare quello che si ha, se si riconosce lo sforzo che fanno gli altri li si incoraggia a perseverare, anche se non è proprio quello che volevamo fare inizialmente.
E che ne pensa di tutti questi aiuti che i paesi del primo mondo spediscono in Africa?
Che alcune volte non funzionano, forse devono rivedere il loro concetto di cosa significa aiutare un africano. Le faccio un esempio, ci mandano macchine e strumenti che dopo un paio di mesi si rompono e c’è nessuno che sa some aggiustarli. Non sarebbe meglio se con la macchina arrivasse anche qualcuno che ci insegnasse come usarla e sopratutto aggistarla? Se si rompe non c’e’ mai nessuno che sappia farlo, così l’aiuto si trasforma brevemente in rottam. Ancora meglio sarebbe se costruissero delle apparecchiature più adatte alla realtà fricana, casomai proprio in Africa, perché alla fine è sempre meglio si I problemi di una regione vengono risolti dalla gente che ci vive. Gl indigeni hanno sempre una conoscenza profonda del problema, in fondo ci vivono ogni giorno con quel problema. Inoltre si tende a risolvere tutti i problemi alla stessa maniera ma cosa succede, come poi accade spesso, se quella soluzione funziona nel mio villaggio ma non in uno che si trova per esempio in montagna? Vede se alle gente gli si fa solo carità non la si aiuta a migliorare la propria vita ma li si rende dipendente sull’obolo altrui.
Che programmi ha per il futuro?
Per adesso sono di nuovo a scuola, in Sud Africa, si chima African Leadership Academy, ci vengono giovani da tutta l’Africa. C’è tanto da fare, ci mancano addirittura le finestere e le porte, ma le cose migliorano di giorno in giorno. Poi sono coinvolto in una serie di organizzazioni che operano per trovare soluzioni africane ai problemi africani.
Cioè?
Come le dicevo la soluzione ai problemi africani la possono trovare solo le genti che vivono in Africa, le non profit ci possono aiutare ma quelli sono solo aiuti, il lavoro vero, le soluzioni vere devono produrle gli africani.
Come ha fatto lei col suo mulino? Lo sa vero che è diventato simbolo dell’imprenditorialismo pan-africano?
Si lo sò, a vedere il mulino sono venute persone da tutto il continente, ma io non mi sento speciale ho solo fatto quello che bisognava fare.
E in chiusura di serata al Consumer Electronics Show è arrivato anche la tradizionale Greener Guide to Electronics, il rapporto annuale di Greenpeace sull’intelligenza ecologica della manifestazione e la pagella dei maggiori produttori planetari di gadget elettronici non è delle migliori. La Apple è appena quinta nella classifica di Greenpeace. E questo sebbene che con la Ericsson abbia appena esortato le autorità europee a bandire i composti tossici dai prodotti elettronici. Sostanze queste che come i polivinilcloruri e i brominati vengono utilizzate per produrre i gusci delle apparecchiature elettroniche e renderli ignifughi. La HP, che quest’anno ha conquistato la medaglia del prodotto più verde della manifestazione con il suo Compaq 8000f Elite Ultraslim Desktop PC, l’anno scorso era stata il bersaglio prediletto degli strali di Greenpeace. Il dubbioso alloro quest’anno è finito alla Samsung che s’è beccata la “Worst In Show”, la medaglia del peggiore della manifestazione. Ma se mal commune è mezzo gaudio si deve notare che il livello di ecofriendliness, di filo ambientalismo, delle aziende elettroniche sembra lasciare a desiderare a livello generalizzzato di industria. Anche la Lenovo, la Dell, la Acer e la LGE sono retrocesse. Greenpeace sostiene che i produttori, sopratutto i giapponesi e i cinesi, stiano temporeggiando e che è tempo che si diano da fare per eliminare tutti composti tossici dalle loro apparecchiature. Tre produttori però se la cavano meglio degli altri. La Nokia, che si piazza in testa alla classifica con il massimo dei voti in tutte le categorie, la Ericsson e la Toshiba.
Gadget dal disegno intelligente
Tra l’MP3 g Ice Touch della Samsung e un laptop concettuale della Pega Design, al CES quest’anno debuttano anche idisplay translucidi. Nel caso dell’Ice Cube lo schermo stranamente è fatto di vetro temperato, l’immagine come un ectoplasma proiettato dal display si sovrappone a quella del background senza mai oscurarla completamente.
La Tunebug Vibe prodotta dalla Tunebug è una piccola scatoletta triangolare le cui vibrazioni sono in grado di trasformare qualsiasi superficie in speakers di altà fedeltà. Nel caso che la si monti su un elmetto per andare in biciletta—opzionale che la Tunebug offre in due modelli—si può addirittura pedalare in sourround sound infatti le vibrazioni di Vibe trasformano il casco in una sorgente sonora che avvolge la testa trasmettendo la musica al cervello per via transcraniale.
Pochi sanno che il volemose bene che dei negoziati in corso tra le aziende eletroniche per stabilire uno standard unico per la televisione 3D mascherano invece una battaglia all’ultimi sangue tra quelli che vogliono adottare standard che sono legati alla tecnologia, ccoloro che sostengo quelli legati al tipo di segnale che arriva al televisore e altri ancora che preferirebbero standard leagti tipo di supporto/display sul quale verrebbero trasmesse le immagini. Una vera e propria cacofonia di interessi contrastanti, come nel caso del Blue Ray e degli standard DVD, dalla quale il consumatore può solo attendersi cose negative. Una per esempio potrebbe essere comprare un apparecchio all’inizo della nuova era televisiva e trovarne compararne uno nuovo cestinare dopo tempo. Una risposta, questa volta favorevole al consumatore e che permettterebbe ai vari costruttori di continuare a costruire i televisori come più gli pare, potrebbe fornirla una ditta Italiana, la 3D Switch romana, i cui ingegneri hanno messo a punto un software che può essere considerato come una chiave universale di ingresso all’universo digitale 3D. Caricato a valle del segnale risolve qualsiasi problema di compatibilità e trasforma qualsiasi flat panel HD in un teatro tridimensionale.
E coloro che hanno avuto la disavventura di dover attendere invano un Taxi, casomai a New York, col freddo polare che ci fa di questi giorni, capiranno la nostra simpatia per i prodotti presentati dall’italiana PromptU, la prima ditta al mondo a cerare interfaccia vocali per l’iPhone. Famosa in Italia per il ProntoTreno e il Flights2Go, due applicazioni n Italia per il ProntoTreno e il Flights2Go, due applicazioni iPhone che hanno l’orario e lo status dei mezzi di trasporto in questione, nel caso degli aerei si tratta di un calendario mondiale, la PromptU si appresta a lanciare anche negli USA ProntoTaxi, una applicazione che è in grado di trovare il taxi libero più vicino e dispacciarlo verso l’indirizzo del chiamante senza dover passare dalla centrale di smistamento.
“Il 2009 è un anno da dimenticare”, ha esordito Gary Shapiro, CEO del Consumer Electronics Show di Las Vegas, in aopertura del CES 2010, lo show che ogni anno porta centinaia di migliaia di appasionati dell’hi-tech a convergere su Sin City per una tre giorni di gadget ad ufo e celebrazioni ininterrotte del ruolo liberatorio che la tecnologia gioca nella vita quotidiano dell’uomo moderno. Shapiro ha riporatato che sebbene le vendite fossero cresciute del 10 per cento, l’anno scorso l’industria planetaria dell’alta tecnologia ha perso il 7 per cento di profitto. Differenti invece le prospettive di quest’anno. Le proiezioni rese note dalla CEA, la Consumer Electronics Association of America, parlano di vendite che nel 2010 a livello globale raggiungerannno quasi i 700 miliardi di dollari—ricordiamoci che si sta parlando di tecnologia per il consumatore qui e non di tecnologia per scopi sociali—e di innovazioni che saranno destinate a stravolgere la nostra vita.
Ma veniamo ai numeri, malgrado molti degli espositori non stiano più allestendo stand, stanno dirottando i loro clienti verso uffici di rappresntanza allestiti negli alberghi del circondario, il CES quest’anno copre 1 milione 400 mila piedi quadrati di spazio. Gli espositori sono oltre 2500, numero rafforzato dall’arrivo di oltre 300 nuovi espositori, lo show quest’anno occupa uno spazio più o meno paragonabile a quello dell’anno scorso. Secondo i calcoli fatti dagli organizzatori dell’evento i visitatori previsti, a 110 mila presenze, si mantengono pure loro a livelli immutati rispetto a quelli dell’anno scorso. Sostanziale anche la presenza degli asiatici con Honk Kong che ha allestito un quasi CES alternativo in uno dei padiglioni del Convention Center, manovra questa che ha lasciato più d’un analista perplesso dal momento che negli USA i consumi sono in discesa e non si prevede che gli statunitensi torneranno presto a consumare come facevano nel passato.
Il 3D è certamente la parola d’ordine dell’evento. Lo si trova in tutte le salse, dai computer ai telefonini, dalle televisioni alle tablet. Con gli occhiali e senza, in pochi, rarissimi casi come quelle del prototipo Wowvx presentato dalla Philips che crea l’impressione del 3D coprendo letteralmente ogni singolo pixel dello schermo con una lente ottica orientata ad un angolatura lievemente diffrente delle lenti degli altri pixel che lo circondano. Le televioni 3D sono state presentate un pò da tutti i maggiori costruttori del settore. La Sony ne ha annunciata una per il mercato statunitense che misura 152 centimetri. La Samsung e la DreamWork Animation hanno stabilito una partnership per convincere i telespettatori a comprare le nuove televisioni 3D mentre la Cell TV della Toshiba è in grado di convertire in 3D, e in tempo reale, i video digitali immagazzinati da un computer.
Sul versante dei computer poi il nuovo trend è quello di fondere i laptop con le tavolette e di farlo con stile. La ASUS ha fatto un accordo con la Bang & Olufsen per creare l’NX90 ICEpower e la Lenovo ha invece introdotto l’IdeaPad U1 Laptop. La HP ha invece ho introdotto il suo laptop convertibile TouchSmart tm2, un touchscreen che è stato montato su un guscio di alluminio. La convergenza nel caso di Roku invece si esprime più sul versante del sotware, la casa statunitense sta infatti perfezionando la sua tecnologia per fare lo streaming di netflix e del contenuto di un computer sullo schermo televisivo. Entro la fine dell’anno promette di distribuire i suoi contenuti su oltre 100 canali mentre la Boxee produce un sintonizzatore, e un softaware, che trasforma la sua scatola nel centro mutimediale della casa permettendogli di aggregare tutti i contenuti su un solo computer e da li di ritrasmetterli sullo schermo televisivo.
Miniaturizzazione e potenziamento sono invece le parole d’ordine che seguono i produttori di flash card e memory stick, che diventano sempre più piccoli e potenti. I taiwanesi le chiamano µcard e possono condensare fino a 60 gig di contenuto su una µcard più piccola dell’unghia di un mignolo.
Innovazioni anche nel settore auto con l’introduzione del riconoscimento vocali nei veivoli della Ford e di altri costruttori automobilistici. Per sottolineare il matrimonio in corso tra le tecnologie digitali e quelle meccaniche tradizionali gli organizzatori del CES hanno affidato uno dei discorsi principali del meeting proprio al CEO della Ford. Ma di questo parleremo in un prossimo dispaccio.
Gli Highlights della Prima Giornata La Polaroid ha annunciato una partnership con Lady Gaga, si proprio la famosa cantante statunitense. Di carattere triennale l'accordo prevede che Lady Gaga diventerà la direttrice artistica della Polaroid per lo sviuluppo dei prodotti del futuro e delle nuove pellicole e dei nuovi supporti fotografici. E si, la Polaroid mira a riportare l'uso della pellicola e del bianco e nero al centro del gusto popolare. Per fare questo non solo Lady gaga si farà carico di disegnare i prodotti ma anche di promuovere il gusto della fotografia artistica tra i suoi fan. "Voglio far rivivere alla Polaroid i fasti dei tempi di Andy Wharol, l’artista che diventò famoso in tutto il mondo proprio perché utilizzo i prodotti della casa statunitense", ha affermato Lady Gaga, "Ma non si tratterà di camere fotografiche o altri prodotti col viso di Lady Gaga imbrossato sulla superficie. Si tratterà di prodotti innovativi e di spingere la gente a fare un uso creativo ed artistico della fotografia". La Polaroid alla Gaga ha affiancato anche l'Instant artist milanese Maurizio Galimbeti, assieme i due creerano opere d'arte, prodotti concettuali e soprauttto diventeranno portavoci nel mondo del messagio foto-artistico della vetusta casa fotografia americana. Per una casa che produce cose cosi' non-sexy come i microprocessori nessuno se lo sarebbe mai aspettato che la Intel potesse trasformarsi nell'attrazione più interessante della mostra. Gli ingegneri della Intel hanno infatti introdotto il microprocessore 2010 Intel Core con una trovata geniale. Fondendo i concetti presentati in film come Minority Report e X-Men The Last Stand i ricercatori della casa di Palo Alto hanno creato The Cube, un cubo di touch screen interattivi delle dimensioni di una piccola stanza sulle cui facciate scorre un flusso continuo di immagini provenienti da tutti gli angoli del mondo. Ognuna incastonata nella sua piccola casella tipo televisore, le immagini possono essere ingrandite e l'utente può interagire col suo contenuto. A Las Vegas The Cube riceve informazioni in tempo relae da oltre 500 fonti che includono oltre a Goolge News anche siti come Flickr, Picasa, Yahoo, blogs, siti web e siti delle maggiori e più interessanti aziende del pianeta. E con il Videonametag.com la pubblicità e i servizi informazione diventano personalizzati, nel senso che qualsiasi persona adesso se li può attaccare al bavero della giacca trasformandosi in un cartellone pubblictario ambulante. Di dimensioni di poco superiori a quelle di una scatola di fiammiferi le Video Name Tag sono infatti dei veri e propri schermi televisivi miniutarizzati sui quali l'utente può caricare—via USB--video, foto e anche musica. Sebbene l'innovazione si basi su tecnologia già esistente, la miniaturizzazione della locandina elettronica e il fatto che l'apparecchiatura funzioni sono in sé stessi due miracoli di alta tecnologia.
Si apre anche quest’anno con gran fanfara il Consumer Electronics Show di Las Vegas e se l’anno scorso si respirava ancora aria di un deciso trionfalismo dovuto al mero fatto di essere sopravvissuti alla crisi, quest’anno si respira invece un certo nervosismo legato al timore che la ripresa potrebbe presto impantanarsi. O perché la FED rialza i tassi di interesse per combattere l’inflazione o perchè asciuganosi il grande fiume dei sussidi statali elaragiti dalle banche per combattere la Grande Depressione, le varie industrie in crisi si troveranno a fronteggiare un mercato nei quail in consumatori hanno tirato i remi in barca ulteriormente. L’aria di austerità non è solo denotata dalla spartanità—relativamente agli anni scorsi ovviamente—degli stand, delle locandine e del menu dei ricevimenti per I VIP ma anche dalla stessa sala stampa. Qui al posto dei computer ultimissimo modello —come accade tradizionalmente in edizioni passate—quest’anno I giornalisti troveranno dei vecchissimi IBM ThinkVision munity ancora del lettore floppy disk di vecchia memoria. E questo sebbene l’ hi-tech, secondo gli esperti del settore, questo 2010 sia destinata a crescere significativamente.
Ma timori o no the show must go on, lo spettacolo deve procedure. E così si tenta già di fare previsioni . Leggendo tra le righe delle presentazioni organizzate dagli espositori più abbienti, giornalisti e analisti cercano di individuare i trend per il 2010. E il maggiore quest’anno, a giudicare dal CES Unveiled (un evento pre apertura per soli giornalisti) è senza dubbio quello degli eReader, un mercato in rapido sviluppo questo e che fino ad ora era stato praticamente monopolizzato dal Kindle della Amazon. Quest’anno in arrivo ce ne sono addirittura 23, tanto che gli organizzatori del CES hanno deciso di creare una eBook TechZone. Tra quelli di maggiore rilevanza si farà certamente notare il Que, Il lettore tanto favoleggiato della Plastic Logic. In via di sviluppo da un paio di anni è finalmente pronto a competere con la carta stampata e si prevede che produrrà la stessa commozione che l’anno scorso causò la Palm con la presentazione del suo Pré.
Presentato al pubblico per la prima volta al CES, il Que è stato già adottato da alcuni dei maggiori media mondiali. Giornali come il Financial Times, USA Today, il Detroit Free Press e il National di Abu Dhabi si apprestano ad offrirlo verso la metà di quest’anno in prima batutta ad un numero selezionato di abbonati e poi all’universo dei loro lettori. Gli altri eReader della TechZone sono stati prodotti, tra gli altri, dalla Sony, dalla IREX, dalla Booken, dalla Foxit, della Spring e dalla Ditto. Una menzione particolare se la merita l’eDGe della Entourage che ha un doppio schermo e che alle potenzialità e-ink ci aggiunge anche quelle di un laptop tradizionale. Inutile sottolineare che (con gran pena della Amazon i cui reader tecnologicamente sono oramai fermi all’età del bronzo) video, foto, wireless e colore sono tutte propietà diffusissime tra i nuovi e-reader. Altri trend da tenere d’occhio a questo CES sono quelli della televisione 3D, quella vera e quella visibile mediante l’utilizzo di apposite occhialini, della robotica e dei droni casalinghi, di cui vi offriamo qui un video in anteprima e di cui parleremo nei prossimi articoli.
I protagonisti della giornata CES Las Vegas La Else Mobile israeliana, per aver creato un telefonino che non è centrato sulla telefonia ma piuttosto sulle applicazioni che lo fanno funzionare. In grado di realizzare automaticamente tutte le conversioni matematiche immaginabili, l’Else può funzionare da registratore, fino a 200 ore di registrazione ininterrotta, da telecamera, da calendario, da tavoletta grafica e molto di più, e il tutto con un solo dito, veramente. “E fa tutto allo stesso tempo”, dichiara Amir Kupervas, CEO della compagnia,”senza mai interrompere quello che stava facendo prima e senza disturbare l’utente”. L’Eslse inoltre impara anche le abitudini del suo propietario riuscendo col tempo a dire cosa vuole fare dalla maniera in cui muove le dita. La Panasonic si aggiudica di sicuro la palma della giornata, notevole il salto nel 3D della casa anglo-giapponese con l’invenzione della prima telecamera professionale in grado di registrare in 3D, si tratta infatti della stessa tecnologia usata oer realizzare Avatar, film che la Panasonic ha sponsorizzato fin dall’inizio. “Da oggi l’utente può vivere nella scena piuttosto che esserne solo spettatore”, afferma Jon Landau produttore del film Avatar, “I consumatori adesso si attendono senza che nemmeno si discuta il surround sound o il sonoro stereofonico d’alta fedeltà, succederà lo stesso anche con i film, gli spettaori pretenderanno il tre D”. Avatar ha già incassato un miliardo di dollari a livello internazionale e si avvia a diventare il film più profittevole della storia. “Le possibilità offerte dal 3D però non si fermano solo all’intrattenimento, ma possono cambiare la scienza, l’ingegneria, l’architettura e la ricerca scientifica perché i porgettisti non saranno più limitati dalle due dimensioni , adesso le loro opere le potranno vedere dal di dentro”, ha affermato il CEO della Panasonic. E con l’aggiunta di Skype, e si la Panasonic si getta anche nellla telefonia dallo schermo televisivo, adesso uno i propri familiari li può vedere anche in 3D dallo schermo televisivo. Activa MP3 della Phillips, l’unioc MP3 al mondo che ti controlla i segni vitali mentre ti alleni e inoltre sincronizza il ritmo della musica, scegliendo il brano più appropriato dalla tua discoteca, con quello del vostro esercizio.
Sebbene sia necessaria alla crescita e al rinnovamento dell’organismo la divisione cellulare, la mitosi, è essa stessa causa di invecchiamento e eventualemente della distruzione delle cellule stesse.
Agli inizi degli anni settanta gli scenziati, cercando di spiegare i meccanismi che innescano l’apoptosi cellulare—l’ordine di autodistruggersi che una cellula lancia quando è troppo compromessa—scoprirono che ogni volta che una cellula attraversa la mitosi i suoi cromosomi ne emergono leggermente accorciati. Questo accorciamento nel corso del tempo causa il tipo di errori di trascrizione del DNA che la spingono ad un certo punto la cellula a dare inizio alla propria autodistruzione.
Ad accorciarsi però non è, come ci si potrebbe aspettare, la zona mediana del cromosoma, quella per intenderci alla quale si attacca il fuso mitotico e dalla quale inzia la seprazione dei due filamenti di cromatina che compongono il cromosoma, ma sono bensì le sue estremità, in una zona in cui sono localizzate delle strutture genetiche composte da un centinaio di kilobasi altamente repetitive di DNA. I telomeri, chiamano i genetisti queste strutture, e incapsulano le estremità di tutti i cromosomi. Funzionano come una sorta di segnalibro della trascrizione genetica seganalando all’RNA il raggiungimento della fine di una stringa di DNA in trascrizione e allo stesso tempo, bloccando l’apice del cromosoma, stabilizzano la doppia elica della struttura del DNA evitando che si sbrogli in maniera caotica.
L’accorciamento dei telomeri è stato di così correlazionato strattamente all’invecchiamento della cellula e all’incremento del numero degli errori di trascrizione del DNA che, dal cancro alle mutazioni genetiche, sono alla base di tutti i disturbi di carattere biomolecolare.
Sebbene il genetista sovietico Alexsey Olovignov avesse avanzato già nel 1970 l’idea che i cromosmi e i telomeri si potessero accorciare durante la mitosi e che eventualmente questo avrebbe causato la fine della riproduzione cellulare, questa teoria agli inizi degli ottanta rimaneva ancora materia di dibattito accademico.
Plausibile ma non verificata dall’esperienza empirica, ci sono volute la ricerche di tre scienziati americani: Elizabeth Blackburn; Joseph Szostak e Carol Greider per dimostrare che Olovignov aveva ragione e che preservare l’integrità e la lunghezza dei cromosomi è un’azione di estrema importanza per la salute e la sopravvivenza della cellula e sopratutto per la corretta trascrizione del DNA durante la mitosi e la meiosi. Ma una volta scoperto il fenomeno restava da chiarire il meccanismo attraverso il quale le cellule riuscivano a restituire i cromosomi alla loro lunghezza pre-mitosi, cioè a ricostruire le sequenze di DNA che venivano sacrificate dal cromosoma durante la divisione cellulare. I ricercatori dell’epoca, in particolare la Blackburn e Szostak, teorizzarono l’esistenza di un enzima. Questo enzima sarebbe intervenuto nella codifica delle proteine reponsabili del riallungamento della parte terminale dei cormosomi e della ripetizione corretta delle centinaia di kilobasi di materiale genetico che costituiscono il telomere.
Sebbene questa teoria fosse stata accettata generalmente in ambienti scientifici, per ottenere una prova di campo dell’esistenza dell’enzima s’era dovuto aspettare il natale del 1984, quando Carol Greider, ancora studentessa univeristaria, riuscì ad isolarlo in un laboratorio della Berkeley University.
Coronando anni di ricerca e portando a fruizione gli sforzi di innumerevoli investigatori, la Graider aveva infatti provato che il telomerase era responsabile della ricostruzione dei telomeri e che questo enzima possedeva alcune propietà dell’RNA, come la capacità di retrotrascrizione, che gli permettevano di funzionare da ricalco durante la codifica delle particolari sequenze di DNA che costituiscono i telomeri. Oggi la scoperta della Greider non solo ha reso possible di comprendere maggiormente i meccanismi attraverso i quali le cellule invecchiano e muoiono ma anche di ipotizzare—e sperimentare–metodi innovativi e possibilimente meno invasivi di quelli esistenti di bloccare la proliferazione di cellule cancerogene. Si scopre infatti che i telomeri delle cellule cancerogene non si accorciano e che sono repsonsabili per la proliferazione selvaggia delle cellule tumorali. Secondo la Greider preservando la loro lunghezza nel corso delle varie mitosi, i telomeri delle cellule tumorali sono così responsabili della virulenza con la quale queste si riproducono. Esperimenti di laboratorio hannno infatti dimostrato che inibendo la produzione di telomerase le cellule finivano col morire abbastanza velocemente, si calcola che una cellua in condizioni normali riesca a dividersi una cinquantina di volte. In assenza dell’enzima necessario questo numero si reduce sensibilmente.
Quest’anno la scoperta dei telomeri, del telomerasi e la descrizione del processo attraverso il quale si realizza l’accorciamento dei telomeri è valsa l’assegnazione del premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia alla Greider, alla Blackburn e Szostak. In questa intervista esclusiva Carol Gredier discute con L’espresso delle implicazioni mediche e scientifiche della sua scoperta.
Quarantottenne, californiana—è nata a Davis, all’ombra di una delle facoltà di medicina e veterinaria più prestigiose
US Embassy Sweedens' photostream/flickr/ccp
degli USA—la Greider è figlia d’arte, la madre era biologa e il padre insegnava fisica alla vicina università e addebita all’influenza paterna la scelta della carriera scientifica.
“Mio padre mi parlava spesso della libertà accademica e dell’importanza di scegliere un lavoro che ci piace”, afferma la Greider, “Diceva nella vita puoi fare quello che ti pare ma ti deve piacere”.
La Gredier si è laureata in biologia all’università della California Santa Barbara e ha conseguito il Ph.D. in biologia molecolare alla University of California Berkeley. Dopo aver lavorato dal 1988 al 1997 al Cold Spring Harbor Laboratory di Long Island, New York si è trasferita all’Institute for Basic Biomedical Sciences della Johns Hopkins University dove dirige il laboratorio di biologia molecolare e genetica.
Com’è arrivata ad interessarsi dei telomeri?
Cominciai 25 anni fa nel laboratorio della Blackburn. La domanda che ci facevamo era sempice, com’è che le cellule riescono a preservare i cromosomi? Sapevamo infatti che ogni volta che una cellula si divide i telomeri si accorciano progressivamente ma, stranamente, non con la velocità o nella misura che ci si sarebbe potuti aspettare. Ci doveva essere qualcosa o che li ricostituiva o che li allungava, ma cosa fosse nessuno lo sapeva veramente. Infatti non sapevamo nemmeno se la nostra ipotesi fosse plausibile, si trattava di congetture. Come faceva la cellula a compensare? Ci demmo da fare e scoprimmo che c’era un enzima che riallungava i telomeri. All’inizio si trattava solo di una scoperta di tipo fisiologico, una curiosità scientifica. Nei fatti pensavamo di aver descritto solo uno dei meccanismi di funzionamento delle cellule. E’ stato poi nel corso dei due decenni susseguenti che i laboratori che operano nel campo della telomerasi si sono resi conto che questo processo di accorciamento e riallungamento aveva un grande significato dal punto di vista clinico, svolgeva un ruolo fondamentale nell’invecchiamento, nell’apoptosi cellulare, nel cancro, in alcuni disturbi di carattere ereditario e nell’espressione delle malattie degenerative della terza età.
Lei menziona un campo della telomerasi, intende dire che la sua scoperta ha dato vita ad un nuovo ambito della ricerca scientifica?
Si. All’inizio i telomeri a livello internazionale attiravano l’attenzione di un numero sapruto di ricercatori, adesso ogni anno si pubblicano oltre 1000 ricerche su questo soggetto, è un campo in rapidissima espansione.
Ma come può lo stesso enzima causare la morte di una cellula, quella che invecchia, mentre fa proliferare delle altre, per esempio quelle di tipo cancerogeno?
Si tratta di due titer, concentrazioni, differenti di telomerasi. Troppo nel caso delle cellule cancerogene, poco nel caso dell’invecchiamento.
E invece nel caso di disturbi di carattere genetico?
Le malattie di quel tipo appartengono a mio parere tutte ad una stessa sindrome, la sindome dell’accorciamento del telomero. Sono malattie come la discheratosi congenita, che si esprime a livello cutaneo; l’anemia aplastica, nella quale il midollo osseo fallisce ed è incapace di rigenerare le cellule del sangue e la fibrosi polmonare ideopatica. Questa malattia era stata chiamata ideopatica proprio perché non sapevamo cosa causasse il disturbo e adesso invece è chiaro che nella sua forma ereditaria è causata dall’accorciamento dei telomeri. In tutte queste malattie i pazienti non producono abbastanza telomerasi, i telomeri si accorciano con ogni conseguente divisione cellulare e i tessuti ne risentono. Purtroppo si tratta sempre di malattie devastanti.
Come si interviene allora in questi casi?
Come può capire a seconda del disturbo si impone un tipo di intervento differente. Prenda il caso delle cellule cancerogene. Hanno dei telomeri molto corti in relazione alle altre cellule ma restano per lo più immutati durante la divisione. In quel caso probabilmente bisogna trovare un metodo per inibire la produzione di telomerasi, così i loro telomeri finiscono col non riallungarsi e quandi muoiono prima di quelle sane. Un certo numero di inibitori della telomeresi sono stai già sviluppati per l’impiego terapeutico. L’altra situazione, quella delle degenerazioni cellulari causate dall’invecchiamento, qui l’accorciamento impedisce il rinnovamento dei tessuti, in questo caso bisogna utilizzare farmaci, composti, che stimolino la telomerasi. Un metodo discusso generalmente è quello di produrre un precursore chimico dell’enzima.
Cosa l’ha spinta a scegliere la carriera scientifica?
Si tratta di una passione familiare. Mia madre era biologa, poverina è morta giovane e la sua presenza nella mia vita è stata più di carattere spirituale, e mio padre era fisico. Uno che è convinto totalemente del fatto che nella vita le persone debbano seguire le loro passioni, le mie passioni avevano a che fare con la scienza. Poi sono stata fortunate ho incontrato degli insegnanti e dei tutori che hanno nutrito questa passione.
In genere dietro queste ricerche c’è sempre un eroe nascosto, l’organismo il cusi studio porta il ricercatore a fare una scoperta strepitosa. In molti dei premi Nobel per la medicina assegnati di recente s’è trattato del C. elegans, il nematoda dalle poche centinaia di geni, sul quale hanno studiato Nobel come Sydney Brenner, John Sulston e Bob Horvitz. Nel suo caso si tratta della Tetrahymena organismo molto complesso dal punto di vista genetico, come mai?
Ma loro cercavano organismi che fossero semplici da studiare e da sequenzializzare che così potevano seguire con facilità la catena genetica che determina una certa espressione fenotipica. Nel mio caso avevo bisogno invece di organismi dove i telomeri non li dovevo cercare col lanternino, avevo bisogno ovvero di un organismo che ne avesse a iosa e così su suggerimento della Blackburn, nel cui laboratorio stavo lavorando all’epoca, sono finita col studiare le Tetrahymena, un organismo unicellulare che si trova negli stagni e che ha oltre 4000 cromosomi, che al confronto con i nostri 23 sono un numero veramente enorme.
Come decide che direzione dare alle sue ricerche?
Seguo il mio istinto. Vede i ricercatori puri come me amano il fatto che ogni volta che fanno un esperimento oltre ad ottenere la risposta che cercano—se sono fortunati—se ne tornamo a casa con tre o quattro domande in più. La mia esperienza in questa direzione mi dimostra che quando cerco la risposta ad un quesito specifico mi aiuta ascoltare i miei istinti. Ovviamente si tratta di istinti che sono stati dalla prova empirica, ma scopro che così riesco ad ampliare di molto il novero delle direzioni in cui spingere la mia inchiesta. Quella del telomerasi è una scoperta di questo genere. Era nata dalla curiosità, volevamo solo sapere come facevano i cromosomi a conservare la loro forma. Quando abbiamo cominciato non avevamo nessuna idea che il telomerasi fosse coinvolto nel cancro.
Che programmi ha per il futuro?
Stiamo cercando di scoprire i meccanismi attraverso i quali la cellual riesce a mantenere l’omeostasi mentre alcuni telomeri si allungano ed altri che si accorciano. Sappiamo che il telomerasi deve produrre il materiale di base per allungare i telomeri ma come è regolato, come fa la cellula a spaere qual’è la lunghezza esatta del telomero resta ancora un mistero. Un mistero importante da chiarire perché se diventano troppo corti si sviluppano malattie degenerative e se diventano troppo lunghi si sviluppa il cancro. A questo punto stiamo studiando un altro paio di organismi per capire qual’è la molecola che regola questa propriocezione cellulare.
Ma che appplicazioni ha negli esseri umani?
Il meccanismo di allungamento e accorciamento dei telomeri è lo stesso in tutte le speci animali, l’impianto generale insomma è di carattere universale, trovata la risposta in un organismo varrà per tutti gli altri.
Comunque stiamo lavorando anche con un modello animale. Abbiamo sviluppato un topo che non produce telomerasi, proprio per capire come questo enzima funziona nei mammiferi. Non credo comunque che fenomeni come l’invecchiamento e il cancro siano causati da un singolo fattore. Penso che si verifichino fallimenti multipli e contemporanei, e che anche la perdita delle cellule staminali giochi un ruolo.
Come ci si sente ad essere donna in un ambiente, quello scientifico, in cui operano sopratutto i maschi?
Personalmente non ho mai subito alcuna discriminazione, ma dalla sproporzione che corre, per esempio durante i congressi, tra il numero dei maschi che presentano le loro ricerche—preponderante—e quello delle donne, veramente piccolo, devo concludere che un problema ci deve certamente essere. Non posso sempre mica essere le donne ad essere poche. Penso che ci si debba muovere verso una rappresentazione più corretta della presenza femminile in scienza e dell’intelligenza femminile tout-court, non solo perché è giusto ma anche perché il 50 per cento del potere cerebrale del mondo appartiene alle donne e non bisogna sprecarlo, non solo per il bene delle interessate ma anche dell’umanità tutta.
La ricerca online si è fermata all’alba dell’Internet e mentre il web entra nella fase semantica, i motori di ricerca sono degli automaton che comprendono un numero sparuto comandi, ma in futuro non solo capiranno il significato di una frase complessa ma saranno anche in grado di fare l’accostamento visuale dei risulati e di aiutare il webnauta a decidere cosa cercare sull’internet e come trovarlo. Sopratutto adesso che con l’ubiquità delle apparecchiature mobili e l’avvento dell’attivazione verbale, le nostre ricerche possiamo dettarle piuttosto che dattilografarle. Così parla Lorenzo Thione, uno dei maggiori cervelli di Bing , il nuovo motore di ricerca decisionale di Microsoft.
Milanese, master in scienze informatiche all’università del Texas di Austin, Lorenzo Thione è il creatore di Powerset, una startup del settore ricerca online acquistata dalla Microsoft nel 2008 per cento milioni di dollari e la cui tecnologia è alla base delle capacità decisonali di Bing. Oltre ad essere scienziato affermato, detiene una trentina di brevetti nel campo dell’information technology e della linguistica cibernetica, Thione è anche impresario teatrale. Un paio delle sue produzioni sono in cartellone a Broadway per il 2012. Thione inoltre è fondatore di StartOut, un’organizzazione che promuove l’imprenditoria gay negli USA.
Sebbene abbia ceduto Powerset a Microsoft lei ci lavora ancora, che ruolo ricopre adesso?
Powerset è diventato una divisione di Microsoft, io ho la responsabilità di integrare la sua tecnologia nel nuovo motore di ricerca Bing.
Come nasce Powerset?
Baia/Flickr/Creative Commons Photos
Sviluppammo Powerset con l’intento di raffinare la ricerca online producendo risultati che fossero più attendibili e che riflettessero meglio l’intento dell’utente, insomma volevamo creare uno strumento di ricerca semantico che fosse in grado di produrre risultati più accurati. Sopratutto per quello che riguarda i titoli delle fonti e la descrizione del loro contenuto. Vede il nostro approccio all’analisi del documento è radicalmente diverso da quello dei nostri competitori. Gli altri per decidere che rilevanza debba aver un risultato nel novero di quelli che troveranno usano delle parole chiave e l’analisi topografica dei collegamenti che che corrono tra i vari siti web nei quali sono contenuti i termini chiave. Noi badiamo piuttosto alla rilevanza semantica dei vocaboli nella frase e sopratutto alla congruità tra la stringa di domanda immessa dall’utente e il testo del documento che abbiamo indicizzato.
La capacità di un motore di ricerca di produrre risultati accurati dipende da vari fattori, prima di tutto da come è stato indicizzato il documento, poi quali informazioni ne vengono estratte, il loro ordine di importanza nell’architettura del documento e per ultimo i parametri che governano la ricerca. Una volta ottenuti questi dati li facciamo ottimizzare e quantificare da un algoritmo robotizzato.
Quindi la differenza sta nell’ottimizzazione robotizzata?
No. Gli altri per produrre risultati rilevanti devono limitare la ricerca all’uso di poche parole chiave. Da noi invece più dettagliata è la domanda e più i risultati sono rilevanti.
Ma siamo migliori anche in altre aree, una per esempio è quella della ricerca delle reference answers, di cultura generale, le chiamiamo. Molte volte le persone sul web ci vanno per imparare come si fa una cosa. In questi casi è più facile formulare le ricerche in termini interrogativi invece che mediante l’uso delle parole chiave. Per fare un esempio del tipo di ricerche che si fanno di sicuro meglio con Bing pensi a cose come i trend demografici di una regione, tutti i quadri dipinti da un artista o chi ha dipinto un certo quadro. La nostra tecnologia permette proprio di far emergere quelle risposte, e lo fa in una maniera che è molto chiara e molto utile all’utente, il sistema in sintesi comprende l’intento specifico dell’utente.
Se uno gli domanda per esempio in inglese—la maggiornaza della tecnologia di Powerset è disponibile prevalentemente in inglese Ndr—when did the earthquake hit San Francisco? Bing è in grado di comprendere il contesto nel quale è posta la parola hit. Nel nostro caso capisce per esempio che significa colpita e non ci sottoporrà nessun risulato nel quale hit invece si riferisce al successo di un brano musicale. E non solo ma Bing prende in considerazione anche i vocaboli correlati come per esempio in questo caso potrebbe essere distrutta.
Ok, una sorta di Ask Jeeves con i muscoli di Google, ma alla fine i risultati pure con Bing non sono sempre accurati
Sta migliorando. L’integrazione tra Bing e Powerset non è un processo di poche cliccate, è graduale, col passare dei mesi diventerà piu evidente. C’e però un ambiente nel quale i risultati di Bing, grazie a Powerset, sono nettamente superiori a quelli dei nostri rivali ed è quello di Wikipedia.
Come mai?
Perché Powerset beta fu costruito per essere dimostrato proprio utilizzando Wikipedia, non indicizzammo tutto il web, con il motore di Microsoft l’ordine di magnitudine e le complessità sono superiori. Bing ha anche aree di ricerca mirate come i viaggi, lo shopping, i giochi, i video insomma è come se fossero tanti motori in uno.
Ma perche Wikipedia?
Perché quando costruimmo il primo prototipo della tecnologia ci rendemmo conto che in quell’ambiente, un contenuto di alta qualità, powerset avrebbe funzionato al massimo delle sue potenzialità. E’ un contenuto che si presta molto di più a ricerche logiche e associative di quello del web. Ma man mano che procediamo nella fusione tra la tecnologia di Powerset e quella di Bing questo tipo di ricerca diventerà più facile anche sul web.
Si dice che Powerset sia stato ispirato dalla sua passione per l’analisi logica, quella che in altri termini si studia alle medie italiane, e vero?
A Stanford dove studiavo Natural Language Processing (una branca dell’informatica che si occupa delle interazioni tra
Flickr/Creative Commons Photos
il linguaggio umano e quello dei computer, ovvero in che maniera il linguaggio dei sistemi computerizzati viene tradotto in linguaggio umano e viceversa, NdR) e mi sorprese il fatto che sebbene tutti stessero studiando la struttura di un nuovo linguaggio nessuno aveva pensato di utilizzare i criteri dell’analisi logica. Però l’algoritmo di Powerset si basa su tecnologia sviluppata da Xerox Parc (il Parc uno dei più famosi labratori della Xerox, è quello che ha sfornato anche il primo personal computer, il mouse e l’ethernet, il sistema di linguaggi che rendono possible la comunicazione in rete di una serie di computer Ndr ) e sulla quale Ron Kaplan, il nostro chief technology officer (che all’epoca lavorava al Parc), stava lavorando da annni. Il mio contributo ha che fare con la comprensione di come l’analisi del predicato e l’analisi logica di una frase possono aiutare a creare un accostamento più alto sul piano logico tra una domanda e il linguaggio naturale di un documento nel qual’è contenuta la risposta.
Mi scusi la petulanza, ma di motori di ricerca ne nascono spesso ma I risultati delle ricerche sul web sono accurati solo nel 35 per cento dei casi, che futuro prevede per la ricerca online?
L’industria della ricerca sul web, e su questo a mio parere sono tutti d’acordo, è ancora agli albori. E’ ancora immatura e c’è spazio per tantissima innovazione. Una delle cose che ci motiva infatti, sia a powerset che in generale alla Microsoft, ad intervenire in questo settore è il livello di insoddisfazione che si registra tra gli utenti nei confronti dei motori di ricerca esistenti. Questo malgrado alcuni insistano sul fatto che questo è il migliore dei mondi possibili per la ricerca sul web. Non è vero che gli utenti trovano tutto quello che vogliono tutte le volte che lo cercano e con la velocità che vorrebbero. Bing sta investendo un sacco di energie in questa direzione e non solo per battere i suoi avversari ma anche perchè la rilevanza di una ricerca online, la precisione dei risultati che se ne ottengono, ha effetti che prescindono quella della semplice questione del ritrovamento del contenuto che si intende trovare.
Che vuol dire?
L’industria della ricerca online non è cambiata molto nel corso degli ultimi dieci anni, un periodo abbissale in tempi Internet. In questo senso mentre il Web entra nella sua fase 3.0, diventa cioè semantico, i motori di ricerca sono ancora impantanati nella fase di search 1.0. C’e’ bisogno di sovvertire il paradigma. Adesso la ricerca è una sorta meccanismo entrata uscita. Uno inserisce una o due parole chiave nell’apposita casella e ha la consapevolezza che da qualche parte sull’internet c’è un sito web che conterrà le parole che cerca nell’ordine stabilito. Se questo è l’obbiettivo, i motori di ricerca attuali fanno un lavoro abbastanza decente. Ma se si considera il problema da un punto di vista più ampio, ci si rende conto che sono limitati. Non aiutano per esempio l’utente a comparare e contrastare i prodotti, a pianificare un viaggio a fargli vedere in sintesi quali sono le opzioni migliori per raggiungere lo scopo che si è prefissato, a prescindere dal fatto che si tratti di contenuto di carattere intellettuale, di proddoti commerciali o di servizi. Insomma i motori di ricerca potrebbero essere uno strumento per aiutarci a vivere più efficientemente e a spendere meno tempo a cercare di capire se quello che ci hanno trovato è proprio quello che cercavamo. Penso che questo sarà l’obbiettivo centrale dei prossimi motori di ricerca e rappresenta la frontiera dell’innovazione del settore.
Ed è qeuesto l’obbiettivo di Bing?
Con Bing stiamo cercando di metter l’utente nella condizione di esplorare i risultati, fare ricerche visive. Insomma il nostro scopo è quello di indovinare la direzione da dare ad una ricerca sin dalle prime parole che l’utente digita nella casella di ricerca e di dargli gli strumenti adatti per interpretare i risultati, organizzandoli anche visivamente se è necessario, in maniera accattivante e intuitiva.
Ci dica qualcosa in più sulla ricerca visiva per favore
L’idea di base è semplice, alcune volte non siamo sicuri di quello che stiamo cercando. Abbiamo in mente una categoria ma non un oggetto o un fatto specifico. Per esempio se facciamo una ricerca testuale della parola fiesta probabilmente riceveremo una serie di siti abbastanza precisi sulla macchina della Ford, sul vocabolo spagnolo e via dicendo. Ma se vogliamo mettere a confronto mettiamo i politici o i telefonini, nessuno dei motori di ricewrca attuali è in grado di assisterci. Non capiscono i concetti astratti. Glieli dobbiamo insegnare, bisogna per esempio dirgli che l’iPhone è un telefono e che la Ford è un’azienda automobilistica. La ricerca visuale intende rimediare a questo problema. Con una sola occhiata uno può mettere per esempio a confronto tanti politici o tanti calciatori. Inoltre una volta entrati in un certo agomento si può scegliere un sottogruppo, sempre visivamente. Così nell’argomento machine dal livello generale uno può decidere di saltare ad un livello più specifico, per esempio quello che contine solo quelle costruite negli USA. Lo si fa senza dover leggere il solito milione di pagine ma piuttosto per accostamento visivo.
Pensa che la sua italianità abbia giocato un ruolo nella direzione assunta dalla sua ricerca?
Indubbiamente, sopratutto nel darmi una insaziabile curiosità di capire come funziona il linguaggio. L’istruzione che ho ricevuto, l’analisi logica del linguagio, mi hanno dato gli struementi per guardare al problema da un’ottica di versa. Negli USA il linguaggio lo si studia dal punto di vista letterario non da quello dell’analisi strutturale. Poi ho studiato il latino alle superiori, che ti fa capire il ruolo e la struttura delle varie parti del discorso.
Non sono quindi solo la matematica e l’analisi statistica a giocare un ruolo nella ricerca online?
Per niente la composizione, l’analisi logica, quella grammaticale, sono tutte molto importanti per la ricerca online. Ed è per questo che Poweset funziona meglio con Wikipedia, perchè si tratta di materiale scritto correttamente dal punto di vista grammaticale, con le proposizioni ordinate e una struttura logica il più delle volte corretta e con pochi refusi. Questo non significa che le stesse regole non si applichino ai blog, ai siti delle news, ma man mano che si passa nell’inglese non strutturato e improvvisato è più difficile fare quel tipo di analisi. Un fatto non del tutto negativo perché cerchiamo comunque di eliminare il linguagggio che non è rilevante, Ma non bisogna nemmeno escluderlo, ed è proprio per questo che abbiamo fuso il nostro algoritmo semantico con quello statistico, è la mistura dei due che tira fuori il meglio di ognuno. Dal mio punto di vista la leggibilità del materiale è un fattore che giocare un ruolo centrale per stabilire la rilevanza del materiale prodotto da una ricerca e non solo il suo ranking sul web.
Ma come si fa adesso che la ricerca diventa mobile? Sul mobile le parole chiave funzionano meglio.
Le parrà un controsenso ma penso che nel mobile succede precisamente la cosa opposta. Intanto I dati statistici dimostrano che la gente tende già ad usare più parole che nel passato e non perché è più verbosa, in maniera inconscia ha capito che entrando tre o più parole ottiene risultati di ricerca migliori. Inoltre la telefonia mobile sta puntando sulle interfaccie verbali e se uno le sue ricerche può dettarle non fa nessuna differenza quante parole usa. E’ più naturale usare lo colla linguistica per tenere assieme le parole chiave di una ricerca.
Quando ci vorrà prima che Bing sia disponibile in altri linguaggi, per esempio in italiano?
Bing in altri linguaggi, anche per l’italiano, per adesso è disponibile solo in versione beta. Ma man mano che l’intergrazione Powerset/bing progredisce, bing diventeà disponibile anche in altri linguaggi, ma per adesso è sopratutto un affare anglosassone.